La Dea e il suo Eroe
C’è stato un tempo in cui l’eroe non era un guerriero sterminatore, ma un essere umano la cui energia era al servizio della natura e della comunità. Heide Goettner-Abendroth rintraccia le antiche mitologie matriarcali nei miti patriarcalizzati.
Recensione di Claudia Mazzilli
È finalmente disponibile in italiano una delle prime opere di Heide Goettner-Abendroth, La Dea e il suo Eroe. Le religioni matriarcali nei miti, nelle fiabe, in poesia (Venexia editrice, 2025, traduzione di Gabriella Galzio e Christina Jenkner), ma è del 1980 la prima edizione in lingua tedesca (Die Göttin und ihr Heros: Die matriarchalen Religionen in Mythen, Märchen, Dichtung).
Heide Goettner-Abendroth (di seguito HGA), la massima esperta delle società matriarcali del passato e di quelle indigene ancora esistenti, da studentessa ventunenne fu folgorata dalla lettura dell’opera I miti greci di Robert von Ranke-Graves, la cui prospettiva storica comprendeva l’epoca (durata almeno ottomila anni) delle società matriarcali e delle sue Grandi Dee. HGA non considera i miti come narrazioni statiche, ma come narrazioni ripetutamente rimodellate, da interpretare non per motivi e simboli singoli, ma entro contesti più ampi, in modo da riconoscere le strutture pertinenti a ciascuna stratificazione (metodo sincrono), per poi analizzare come le strutture si sono modificate in successive stratificazioni secondo regole che hanno sullo sfondo altrettante trasformazioni politico-sociali (metodo diacronico).
Le mitologie della vasta area che va dall’India all’Europa, passando per Asia occidentale, Egitto e bacino del Mediterraneo, furono messe per iscritto solo in epoca patriarcale (3.000-2.500 a.e.c. in Mesopotamia ed Egitto; 4.500 a.e.c. nell’area del Mar Nero; 1.450 a.e.c. a Creta). Tuttavia è possibile riconoscere nei miti la preesistente struttura matriarcale portante, attraverso un’interpretazione storico-sociale e un’analisi comparativa, interdisciplinare e critica dell’ideologia del patriarcato, secondo un metodo già avviato da Marie König (esperta di preistoria) e Marija Gimbutas (archeologa). König evitò il termine “matriarcato”, Gimbutas preferì parlare di “società matristiche”: entrambe temevano che il matriarcato fosse inteso come capovolgimento speculare del patriarcato, ossia come dominio delle donne (un simile modello di società non è mai esistito). In tutti i suoi testi HGA precisa che la sua definizione strutturale a quattro livelli di “matriarcato” corrisponde proprio alle intenzioni delle due studiose: sono dunque società matriarcali quelle caratterizzate non dal dominio ma dal consenso (livello politico), non dall’economia del profitto ma dall’economia del dono (livello economico), non da rapporti gerarchici tra uomo e donna ma da egualitarismo, cooperazione di genere, matrilinearità e solidarietà inter-generazionale (livello sociale) e da sistemi simbolici basati sul rapporto armonico e non predatorio con la natura e sul continuum vita-morte-rinascita (livello culturale). Tali società furono distrutte per sovrapposizione dai conquistatori indoeuropei o accadici patriarcali, portatori di sistemi sociali fondati sul dominio e di mitologie basate sulla forza guerriera e sulla violenza.
Occorre innanzitutto delineare la struttura della religione matriarcale definita da HGA, che usa in modo provvisorio il termine “religione”, perché la divinità nelle culture matriarcali è qualcosa di immanente (religere infatti significa “riconnettersi” a un dio trascendente che non si può esperire e a cui tuttavia bisogna credere); la Dea invece è l’intero cosmo, non qualcosa di astratto, è “L’una dai mille volti” (dunque non ha senso riconnettersi a qualcosa di cui si fa già parte). Ai popoli matriarcali, inoltre, manca una casta sacerdotale (che presuppone una società gerarchica). È altrettanto fuorviante parlare di “culto della fertilità” nella mera accezione riproduttiva: la venerazione per la capacità rigenerativa della donna e della natura sottende invece un più ampio e profondo rispetto per il mistero della vita, della morte e della rinascita, che si estendono dall’aspetto corporeo a quello spirituale. I tre aspetti della vita, della morte e della rinascita trovano sintesi nella dea triadica, con le sue sfere di attribuzione e i suoi simbolismi, in primis quello della luna, che è intesa come creatrice primordiale dell’universo e non come astro dalla luce debole e volubile derivata dal sole. La dea triadica si manifesta come fanciulla e giovane donna (signora del cielo, portatrice di luce e cacciatrice amazzone, legata alla primavera e alla falce di luna, il cui colore è il bianco; le sono sacri gli animali del cielo), in forma di donna adulta e madre (signora della terra e del mare, dispensatrice di amore e vita, legata all’estate e alla luna piena, il cui colore è il rosso; le sono sacri gli animali che donano cibo: mucca, capra, maiale, colomba, ape), in forma di donna anziana (signora dell’Altro mondo, dispensatrice di morte e rinascita, il cui colore è il nero; le sono sacri animali neri e notturni, serpenti e draghi). Mancano divinità maschili, ma vi sono eroi che rappresentano ciò che è umano (non ciò che è maschio, in senso sessista): l’eroe matriarcale è spesso associato alla vegetazione o all’acqua (legati a cicli stagionali, quindi transeunti come l’essere umano) o al sole, che non è inteso come astro eterno ma transitorio, poiché ogni giorno sorge e tramonta. A prescindere dalla concezione geocentrica o eliocentrica, il punto di vista umano è sempre terrestre e da esso si sviluppa una visione del mondo a tre livelli: il cielo, la terra come regione di mezzo, il mondo infero. L’eroe matriarcale è sempre un re sacrale o eroe sacerdote, ma è privo di potere politico nel senso patriarcale ed è considerato “figlio” della regina sacrale e somma sacerdotessa, a sua volta priva di dominio ma rappresentante della Dea, della sua natura materna, che tutto crea e abbraccia. Pertanto è sbagliato individuare nella Dea e nel suo Eroe la coppia uomo-donna, con o senza gerarchizzazione dell’una sull’altro, ed è scorretto collegare le Nozze Sacre a una sacralizzazione della sessualità e alla scoperta della paternità; esse vanno intese come una cerimonia che riunisce nel ciclo di morte e rinascita tutte le polarità del mondo. L’eroe si rapporta alla Dea in prove di tipo non competitivo e Nozze Sacre, che avvengono ciclicamente ma in modo unico e irripetibile, perché l’anno seguente è il successore a celebrare la cerimonia con la regina sacrale: il re sacro è un parente del clan, che è una struttura di grandi dimensioni; la paternità come la intendiamo oggi non aveva alcun valore in una società matrilineare e matrilocale in cui il ruolo sociale del padre spetta allo zio materno, fratello della madre, secondo il principio della avunculolocalità; le donne sono le “ri-partorienti”, coloro che ridanno vita ad antenate e antenati nei nuovi bambini; nei miti matriarcali infatti le dorsali sociali sono le relazioni madre-figlia, madre-figlio e fratello-sorella, mentre la relazione padre-figlio non esprime parentela ma rappresenta solo una successione in carica.
Analizzando figure del mito assai note (Artemide, Atena, Afrodite), notiamo la degradazione a cui le dee sono sottoposte: le prime sono fanciulle vergini, l’altra è una dea dell’amore; si specializzano in un solo aspetto della triade, mentre gli altri sono scissi e attribuiti ad altre dee per togliere alla Dea la sua universalità. Questi mutamenti delle dee hanno sullo sfondo il declassamento sociale delle donne nella Grecia classica, tuttavia restano tracce in ciascuna dea delle antiche prerogative triadiche. Ad esempio a Efeso Artemide è rappresentata come dea orgiastica dell’amore e della vita (Artemide “dai molti seni”) e le frecce mortifere la identificano come dea degli Inferi. Il suo eroe tipico è Atteone, che non viene punito dalla dea pudica per essere stata vista nuda (secondo l’interpretazione patriarcale), ma è invece il protagonista delle Nozze Sacre in cui entrambi hanno il ruolo di cervo e di cerva (giochi stagionali del cervo sono rimasti nel folklore di tutta Europa). Afrodite, dea della potenza creativa dell’eros, poi degradata a concubina lussuriosa, ha come eroe tipico Adone, di cui si invaghisce Persefone, dea degli Inferi. Così Adone, eroe della vegetazione, trascorreva l’inverno presso Persefone e l’estate con Afrodite, finché Ares, dio della guerra, s’ingelosì e in forma di cinghiale lo uccise in una battuta di caccia. Nelle società matriarcali però Adone non era ucciso da Ares (né Afrodite aveva marito), ma da Afrodite stessa nelle sembianze di cinghiale femmina quando la metà luminosa dell’anno era trascorsa e cominciava la parte buia; Afrodite si configura dunque come una dea di morte e rinascita. Anche il mito di Paride è una deformazione patriarcale di un mito originario in cui Afrodite sceglie il suo re sacro (invece di esserne scelta) dandogli la mela dell’amore, destinata a diventare mela di morte nella stagione seguente. La nascita di Afrodite dalla spuma del mare ne fa una dea arcaica e rinvia all’atto della creazione tipico delle dee primordiali, che creano senza un compagno maschio. Atena, la dea più di tutte patriarcalizzata, nata senza madre dalla testa di Zeus (parodia patriarcale della partenogenesi), armata di tutto punto come un uomo, è colei che dona agli uomini la coltivazione dell’olivo, l’arte tessile, la costruzione di carri (antichi saperi matriarcali); un relitto del terzo aspetto della dea triadica è la sua relazione con animali notturni e ctoni, la civetta e i serpenti adornanti la sua corazza e il suo scudo. Nella figura di Demetra, invece, l’aspetto triadico si è ben conservato: è la fanciulla (Kore), la madre (Demetra), la dea anziana e sapiente dell’Altro mondo (Ecate). Il suo culto (i Misteri Eleusini) rinvia al dramma stagionale della fioritura e sterilità della terra (il rapimento di Kore da parte di Ade è una versione più tarda, che rispecchia la violenza degli indoeuropei nei confronti delle culture matriarcali). Tali culti erano assai simili a quelli di Creta, dove tre dee hanno particolare importanza, Demetra, Rea ed Era (Era, spesso rappresentata nei sigilli cretesi e nei monumenti dell’Argolide e dell’Attica come potnia therōn, è associata come Rea alla mucca lunare, simbolo di fecondità: “Era dagli occhi bovini”, negli epiteti formulari dell’epica). Figlio di Demetra e suo eroe sacro era Trittolemo-Iacco-Dioniso-Zagreo, avuto dal fratello Zeus, fatto a pezzi da Era per gelosia e ricomposto da Rea che lo nasconde in una grotta nelle sembianze di un capretto o di un ariete. Questo mito è affine ai miti di smembramento e rinascita legati all’Iside egizia, dea delle tecniche agricole, che concepisce il figlio Horus dal cadavere del gemello-sposo Osiride, ucciso e smembrato dal malvagio fratello Seth e da lei ricomposto. Gaia, Rea, Era, Demetra sono una matrilinea in cui si manifesta sempre la stessa dea, la grande madre terra di Creta, ringiovanita di generazione in generazione. Ciascuna sposò un fratello (Urano, Crono, Zeus…) ed ebbe un figlio, manifestazione di aspetti diversi dei loro eroi tipici (Crono, Zeus, Eracle, che in origine non era figlio di Alcmena ma, etimologicamente, figlio e “gloria di Era”). Sarebbe infatti sbagliato interpretare i miti di successione come emblematici di una relazione conflittuale tra padre e figlio, sia perché la paternità biologica è priva di valore nelle culture matriarcali rispetto alla paternità sociale (un ruolo ricoperto dal fratello della madre, che appartiene allo stesso clan) sia perché la sostituzione del figlio al padre celebra semplicemente un ciclo stagionale (un re sacro che subentra all’altro) e solo più tardi significò competizione violenta. Anche in Frigia ritroviamo la dea e il suo eroe in Cibele e il pastore Attis (dal sangue di Adone nascono anemoni, da quello di Attis violette), con miti e riti di evirazione (che rientra tra le pratiche di smembramento che riconnettono al flusso eterno della vita).
HGA riconosce gli aspetti triadici anche nelle dee del Vicino Oriente: la dea Inanna (risalente al 10.000 a.e.c., con varianti regionali e temporali che proseguono nella dea babilonese Ishtar), il cui nome è connesso all’acqua primordiale (“in”, “nin”) e alla fertilità della terra (“An”, madre), decide spontaneamente di scendere agli Inferi (non è rapita, come accade nel mito patriarcalizzato di Kore), dove si presenta nuda alla dea della morte Ereškigal. Inanna si alterna negli Inferi e sulla terra con il pastore Dumuzi, suo eroe, figlio e re sacro. Un altro motivo ripreso dalla tradizione matriarcale lo troviamo nella Genesi: Eva (Hawwa o Heba o Hebe) significa “Madre del vivente”: prima della religione monoteista di Yahweh era lei la creatrice primigenia, cui era sacro il serpente; il suo eroe era Adam (adamah, “terra rossa”), con cui celebrava le Nozze Sacre: solo dopo venne intesa come femmina peccaminosa e venne espropriata della mela (associata anche a Era e Afrodite). Anche in India Prithivi è una madre terra simile a Gaia e, come le dee greche, Prithivi divenne moglie di un dio indoeuropeo patriarcale, Dyaus Pitar (“Padre celeste”). Ha caratteristiche triadiche la dea Devi (o Shakti), associata a Shiva, “il Fortunato”, un eroe matriarcale con aspetti orgiastici come Attis, solo in seguito ridotto a puro spirito. È stato patriarcalizzato anche il mito di Lakshmi, dea della bellezza e dell’amore, che nasce come fioro di loto dalla fronte di Vishnu (così come Atena nasce dalla testa di Zeus). Presso i Celti fu una madre acqua primordiale la dea Cerridwen o Dana (dalla stessa radice hanno preso il nome il Danubio, il Dnepr, i molti fiumi Don e la Danimarca) il cui eroe è Dagda, dotato di una clava di quercia (simbolo fallico) e di una coppa magica (si pensi alle leggende sul Graal, ma anche alla cornucopia dei miti romani), un prestito della dea che rappresenta la vulva. Nei miti britannici e irlandesi hanno caratteristiche triadiche Modron/Morrigu/Morrigain, una dea madre, prototipo della Fata Morgana, i cui attributi sono il corno e il calderone, e la dea Eire/ Erin/Flaith associata all’eroe Lug/Conn, così come nei miti pre-germanici troviamo la coppia Freyja-Freyr; in questi miti nordici l’Altro mondo non è un cupo aldilà ma un regno delle fate collocato nel fondo dei laghi o circondato da un vallo d’aria impenetrabile (tuttora le apparizioni all’orizzonte sono chiamate “il paese di Fata Morgana”) o una terra paradisiaca con un frutteto con mele d’oro (come per Era, Eva, Afrodite e altre dee), capaci di restituire la vita al re-eroe.
Dopo questa rassegna di miti, risulta evidente che nelle mitologie matriarcali la coppia predecessore-successore rappresenta la lotta stagionale delle forze luminose del cosmo contro quelle oscure; a nessuna delle due è assegnato un giudizio di valore. La patriarcalizzazione procede per assorbimento e o deformazione. I paradigmi simbolici femminili sono trasferiti sul versante maschile: dalla Grande Madre primordiale al Grande Padre, che ne imita le facoltà, soprattutto quella di partorire (Zeus padre di Atena, Dioniso, Vishnu e Lakshmi); se la mutazione del genere non risultava credibile, la Grande Dea riceveva il dio patriarcale come marito o come padre (quando le dee da mogli diventano figlie, sono ancora più docili e obbedienti). A queste dee è affidato un compito assurdo: essere le custodi del matrimonio monogamico, un pervertimento del paradigma matriarcale, che non conosceva la monogamia né per gli uomini né per la donna. Poiché le dee non sposano volentieri gli dei patriarcali, ratto e stupro sono ricorrenti. Il dio patriarcale, sul modello della dea triadica, viene modellato come triade (ad es. Zeus, Poseidone, Ade). La dea triadica è scissa nelle sue funzioni, assegnate a dee separate (ad es. Artemide, Afrodite, Atena). Gli dèi maschili si appropriano di facoltà e funzioni della Dea: la colomba e la mela, prima simbolo dell’eros, indicano lo Spirito Santo; nave e carro sono trasformati in strumenti militari. Il calderone, simbolo di ricchezza, sapienza e rinascita, attributo specifico della dea che poteva prestarlo agli eroi matriarcali, diventa attributo degli dèi patriarcali. Questa evoluzione non avvenne senza resistenze da parte dei popoli matriarcali, come testimoniano le battaglie tra gli dèi celesti e quelli primordiali (giganti, ciclopi, centauri, elfi, nani), con l’auspicio di una nuova Età dell’oro dal punto di vista matriarcale. Persistono così nelle sottoculture popolari e nelle tradizioni segrete i culti matriarcali: il culto di Demetra nella Grecia patriarcale, il culto di Iside nell’Egitto patriarcale, Cibele e i Misteri orfici nel mondo ellenistico-romano, il culto della coppia Shakti-Shiva nell’India patriarcale; nell’area celtica e germanica le credenze matriarcali sopravvivono nelle fiabe.
Anche nelle fiabe, infatti, è riconoscibile un analogo processo di dissoluzione della struttura matriarcale. HGA rigetta come parziali tutte le interpretazioni che analizzano il singolo motivo/simbolo/archetipo senza considerare l’intera struttura e il suo contesto storico-culturale. Le fiabe per HGA sono miti decaduti a causa della patriarcalizzazione (non sono preesistenti al mito in quanto narrazioni più semplici e più comprensibili per il popolo). Tali miti sono stati tramandati in forma velata nei gruppi sociali subalterni o geograficamente marginali (la dea madre diventa semplicemente madre, la figlia diventa principessa, l’eroe matriarcale è, semplicemente, l’eroe). Partendo dalla successione regolare delle sequenze nelle fiabe, messa in luce da Vladimir Propp, HGA ne individua l’antica origine matriarcale: la struttura Dea-Eroe che a sua volta rimanda al dramma rituale che si rinnova stagionalmente. HGA si concentra sulle Fiabe del focolare tratte dalla raccolta dei fratelli Grimm (si tratta di fiabe raccolte in Germania, ma ciascuna fiaba, come mostrano le varianti, fa parte di un patrimonio narrativo internazionale, coprendo le aree che vanno dall’Europa attraverso il Mediterraneo fino all’Asia occidentale e all’India). Tali fiabe sono divise da HGA in tre gruppi, da cui trarremo di seguito pochi esempi.
Appartengono al PRIMO GRUPPO (la dispensatrice di ricchezza nell’aldilà) fiabe in cui la struttura matriarcale è ben conservata perché la dorsale sociale madre-figlia è molto riconoscibile (fiaba di FRAU HOLLE): sono storie di iniziazione alla sapienza matriarcale (l’arte della panificazione, della mungitura, della tessitura hanno un valore magico). Per illustrare la progressiva decadenza dei miti matriarcali, HGA fa l’esempio di HÄNSEL E GRETEL, in cui la Grande Dea è demonizzata e divora i bambini, invece di partorirli. In CENERENTOLA, invece, le arti matriarcali sono ridotte a sudicie faccende domestiche e il diritto matriarcale della protagonista è contestato dalle sorellastre, figlie della nuova moglie del padre.
Nel SECONDO GRUPPO (la signora del dono nello stato simile alla morte) la relazione madre-figlia passa in secondo piano. Le eroine diventano loro stesse madri e dee dopo essere passate attraverso uno stato simile alla morte. Ad esempio, ROSASPINA riceve da tredici fate (i mesi lunari) doni prodigiosi, ma la tredicesima fata le dona il destino di pungersi e dormire per cent’anni con tutto il castello, intorno al quale cresce un bosco di rose (la rosa è sacra ad Afrodite/Venere). Rosaspina è una dea fanciulla, ma è anche una dea degli Inferi perché cade in un sonno simile alla morte (un viaggio nell’Altro mondo); inoltre il filare è tipico delle Parche, delle Moire, delle Norne germaniche. Rosaspina ha tutti i tratti di una dea triadica e nelle nozze con il principe vanno riconosciute le Nozze Sacre matriarcali: è la dea terra che si addormenta e poi rifiorisce nella bella stagione. Anche BIANCANEVE ha i tre colori sacri alla dea triadica (pelle candida, capelli neri, labbra rosse); la mela è il classico frutto della Dea; in alcune varianti Biancaneve e Rosaspina partoriscono nel sonno due bambini per emanazione, prima ancora di incontrare il principe (secondo aspetto della Dea, generatrice di vita); il sonno nella bara di vetro rinvia alla dimensione infera (terzo aspetto) e richiama la mitologia celtica di Morrigain/Morgana, i cui luoghi sono circondati da un vallo d’aria impenetrabile come vetro o cristallo. I nani sono gli elfi, il popolo matriarcale, e custodiscono la sapienza. In DODICI FRATELLI/SETTE CORVI/ SEI CIGNI una bella fanciulla, che ha parecchi fratelli trasformati in animali da una matrigna cattiva, entro un anno deve cucire le camicie di ortica per riportarli all’aspetto umano, senza piangere né ridere. La fiaba mette in luce la relazione fratello-sorella, che è la dorsale delle comunità matriarcali. Invece la relazione tra l’eroina e il principe (che la sposerà e salverà) è patriarcale. Nella fiaba è valorizzata l’arte della tessitura come tipica attività matriarcale, che ha anche un valore magico. La condizione animale dei fratelli rinvia all’Altro mondo (terzo aspetto della Dea), ma vi rinvia anche il silenzio della fanciulla, una condizione simile alla morte.
Nel TERZO GRUPPO (le fiabe di salvezza) prende rilievo l’eroe, in due stadi: fiabe in cui lo sposo (più spesso che il fratello) è passivo e la donna attiva (un tipo di fiaba ancora matriarcale); fiabe in cui la donna è passiva e l’eroe maschile è attivo. IL PRINCIPE RANOCCHIO ci narra di una protagonista non ancora passiva che deve acquisire un sapere magico-cultuale; il serpente-ranocchio (animale ctonio legato alla dea nel suo terzo aspetto) rinvia alle Nozze Sacre. Nella fiaba IL PICCOLO SARTO un sarto uccide in un colpo solo 7 mosche che si sono posate sul suo pane e marmellata, poi riesce a uccidere con l’astuzia un gigante e infine sposa una principessa, riuscendo a ingannarla anche quando lei si accorge che è solo un umile sarto. Questa fiaba è una parodia delle Nozze Sacre: l’arte matriarcale del tessere, con le sue implicazioni simboliche, è degradata al modesto mestiere di un umile sarto. La principessa non fa nulla e non riesce nemmeno ad avere un marito del suo rango perché ormai sono il padre e lo sposo a decidere per lei. HGA mostra come nelle fiabe gradualmente l’eroina viene passivizzata, la dea è demonizzata, al fratello si sostituisce lo sposo/principe o un padre regale, la relazione uomo-donna diventa gerarchica e per la donna le nozze appaiono come l’unica meta auspicabile dal punto di vista sociale, senza l’antica dimensione cosmica.
Un ulteriore processo di dissoluzione avviene nell’epica medievale. Esaminando i poemi del ciclo arturiano e di Lancillotto (fonti: Chrétien de Troyes e Hartmann von Aue; narrativa di Lancillotto; King Arthur di Thomas Malory), le saghe di Sigfrido e la Canzone dei Nibelunghi (fonti: Das Lied vom Drachenhort, Die Vogelweissagung, Sigrdrifumal, Das Alte Sigurdlied, Thidrekssaga, Nibelungenlied), HGA riconosce antichi temi matriarcali nella filigrana di uno strato corrispondente alla fase della proto-patriarcalizzazione (le Nozze Sacre; la morte apparente come relitto dei cicli stagionali; luoghi o oggetti magici un tempo attributi della Dea e ora pertinenti alla sfera dell’eroe: animali sacri, anelli fatati, il calderone, il corno o la cornucopia, l’Altro mondo isolato da un vallo di ghiaccio o come giardino paradisiaco con mele d’oro). Vi è poi uno strato storico ispirato alla Realpolitik: questa storicizzazione avviene riplasmando alcuni motivi riguardanti le coppie Sigfrido e Crimilde e Gunther e Brunilde in funzione di eventi storici oppure, nel ciclo arturiano, rimodellando la figura di re Artù, che da personaggio mitico diventa colui che difese i Celti dagli anglosassoni invasori: risulta così stravolto lo strato proto-patriarcale dei primi re celtici del VII-V sec. a.e.c., il cui titolo era appunto Arthur/Uther/Ither (non un individuo, ma la storia collettiva dei primi conquistatori celtici, che distrussero la civiltà matriarcale). Infine HGA rintraccia nei poemi epici presi in esame uno strato medievale cortese-cristiano, con la conseguente moralizzazione, razionalizzazione e psicologizzazione di motivi e personaggi. A ogni struttura si aggiungono delle “fratture”, ma il risultato va inesorabilmente sempre in una direzione: l’eroe è un cavaliere in cerca di avventure guerriere; spesso manca gli appuntamenti amorosi con la propria dama (il cavaliere della Tavola Rotonda Yvain e la sua amata Laudine), o trae infamia se indugia in sua compagnia (Erec e sua moglie Enide, fedelissima ma sempre maltrattata perché socialmente inferiore). A un eroe non si addice dedicarsi troppo all’amore, perché nel nuovo assetto patriarcale la donna è vista con sospetto e l’eros è svalutato. Gli amori liberi dal vincolo del matrimonio (si pensi a Lancillotto e Ginevra, consorte di Artù) non hanno più nulla a che vedere con le Nozze Sacre, ma vanno espiati con la solitudine del convento o sul rogo. Finisce tragicamente anche l’amore tra Tristano e Isotta (fonti: romanzi di Béroul, Eilhart von Oberg, Tommaso di Britannia, Goffredo di Strasburgo) e qualsiasi amore in cui la donna sceglie liberamente l’amante: la donna, al più, rappresenta la terra da conquistare nell’ordine patriarcale; nell’ordine matriarcale, invece, il principio guida non è il dominio ma l’eros. Sembra resistere alla patriarcalizzazione solo la storia di Parsifal (fonti: racconto del Pryderi gallese nel Primo e Terzo Ramo dei Mabinogion; racconti gallesi Peredur, Perlesvaus, Sir Percyvelle; Perceval o Le Conte del Graal di Chrétien de Troyes; Parzival di Wolfram von Eschenbach): educato da sua madre in una selva, Parsifal anela a diventare cavaliere della Tavola Rotonda e la abbandona, facendola morire di dolore. Mentre è in cammino Parsifal bacia una dama e uccide un Cavaliere Rosso; dopo una fase di apprendistato presso uno zio giunge al castello del Graal ma dimentica di chiedere come sta al signore del castello, che è stato ferito, e così Parsifal è cacciato dal castello. In seguito, proprio mentre riceve l’investitura di cavaliere della Tavola Rotonda, la messaggera del Graal lo maledice per il suo precedente comportamento. Dopo varie peregrinazioni si ritira presso un altro zio eremita, che gli impartisce nuovi insegnamenti. Quando infine si ritrova nel castello del Graal, libera dalle pene il re del Graal, un altro suo zio. Così Parsifal stesso diviene re del Graal. Secondo HGA Parsifal non è un cavaliere patriarcale. Il Graal infatti, come il calderone, è un simbolo matriarcale di ricchezza, abbondanza, vitalità, rinascita: rappresenta il grembo materno ed è il simbolo della dea più onnicomprensivo tra quelli riscontrabili in Europa. Non è il simbolo dello Spirito Santo, né il calice dell’ultima cena, come vogliono le reinterpretazioni medievali. La messaggera del Graal lo precipita nella maledizione più abietta perché non ha saputo farsi successore del predecessore, a causa della sua ignoranza del sapere matriarcale, che gli sarà impartito dagli zii materni, appartenenti allo stesso clan della madre, secondo i principi della matrilinearità e della avunculolocalità. Parsifal è un uomo matriarcale alla ricerca della Dea e quando ciò accade la terra fiorisce e torna rigogliosa. Nei Cavalieri Rossi possiamo riconoscere la prima ondata dei conquistatori patriarcali, i Celti. La leggenda di Parsifal testimonia che la civiltà matriarcale continuò a resistere ancora a lungo. I poeti medievali hanno tentato una cristianizzazione, ma la Chiesa non ha mai riconosciuto come cristiane le leggende del Graal, iscrivendone l’ascolto nel registro dei peccati. Eppure proprio il cristianesimo è la religione che più delle altre si mostra parassitaria nei confronti delle mitologie matriarcali. L’eucarestia ricorda i pasti comunitari dei riti di Demetra. La natura triadica della dea è trasferita nella trinità Padre, Figlio, Spirito Santo. Il figlio risorge, ma non come eroe stagionale, bensì nell’aldilà. Le culture matriarcali invece non conoscono i dualismi uomo-natura, bene-male e spirito-materia, che hanno legittimato il saccheggio della natura, ridotta a “risorsa”. Il culto della Madonna, in particolare, assorbe in modo sincretistico i culti delle dee, ma li stravolge. Le Nozze Sacre si riducono all’immacolata concezione di Maria, contenitore dello Spirito Santo, insistendo sull’accezione sessuofobica della sua verginità. Maria, incoronata di stelle, assomiglia a una dea cosmica, ma schiacciando il serpente, simbolo del male e non più della creatività terrestre, è espropriata da tutte le sue facoltà.
La Dea e il suo Eroe, invece, raccontano la collaborazione dell’umano al rinnovarsi della vita, naturale, cosmica e comunitaria. Cosa aspettiamo a riappropriarci dei miti matriarcali antichi, capaci di educare a “una buona vita radicata nel cosmo”?, si chiede HGA (p. 235). “Cosa ci salverà da tutto questo? Forse la rivolta di Era, forse il ritorno di Jörd… Forse… se ce ne rimarrà il tempo!”.
Per approfondire:
https://www.lunadigas.com/riflessioni/sventurato-il-paese-che-ha-bisogno-di-madri/