Le società matriarcali del passato e la nascita del patriarcato. Asia occidentale e Europa
Heide Goettner-Abendroth, Le società matriarcali del passato e la nascita del patriarcato. Asia occidentale e Europa (edizioni Mimesis, 2023).
La filosofa tedesca e storica delle civiltà Heide Goettner-Abendroth ci dimostra con prove archeologiche inconfutabili che le società umane NON sono da sempre patriarcali. Un’alternativa è possibile e patriarcato, guerra, dominio, non sono affatto connaturati all’essere umano né ineliminabili, ma sono un prodotto storico.
Recensione di Claudia Mazzilli
Mi è capitato spesso, nelle discussioni, di non riuscire a giungere a una definizione condivisa di “patriarcato”, spesso confuso con il concetto, a mio parere ben più riduttivo, di “maschilismo”. D’altronde il termine “patriarcato” è stato addomesticato e semplificato dalla televisione e dalla comunicazione main stream. Ecco perché pensatrici e pensatori hanno preferito usare altre definizioni per poter restituire all’oggetto da decostruire un approccio critico radicale: Jacques Derrida ha parlato di “fallologocentrismo”; bell hooks ha arricchito il termine con aggettivi inequivocabili: “patriarcato capitalista suprematista bianco”. Altrettanto controversa è la definizione di “matriarcato”, che rischia di essere inteso come il riflesso speculare del patriarcato, quasi che si voglia sostituire il dominio delle donne al dominio degli uomini.
È possibile fare chiarezza solo con un’indagine storico-archeologica approfondita.
Heide Goettner-Abendroth (di seguito HGA, per brevità), filosofa teoretica tedesca e storica delle civiltà, è la massima esperta al mondo delle società matriarcali del passato e di quelle matriarcali indigene esistenti (i Moso sono forse l’unica civiltà matriarcale di cui ogni tanto parlano i social e i giornali, ma ce ne sono molte altre, descritte da HGA in un’opera già da tempo disponibile al pubblico italiano: Le società matriarcali. Studi sulle culture indigene nel mondo, Venexia, 2013). HGA ha dato metodo e statuto epistemologico ai Moderni Studi Matriarcali, che sono studi di segno interdisciplinare tra archeologia, storia delle religioni, antropologia e scienze sociali.
Nel 2023 è stata finalmente pubblicata la traduzione italiana della sua monumentale opera storico-archeologica: Le società matriarcali del passato e la nascita del patriarcato. Asia occidentale ed Europa (edizioni Mimesis), nella traduzione di Luisa Vicinelli e Nicoletta Cocchi. Si tratta della seconda pietra miliare sul cammino di una revisione critica ad ampio spettro del “patriarcato”, che questa volta si muove sulle tracce di un passato che, portandoci indietro di decine di migliaia di anni, è spesso considerato talmente remoto da non avere nessuna relazione con il nostro martoriato presente. Ma leggendo si scopre che non è così.
Innanzitutto, nei primi quattro capitoli, HGA ha riabilitato il Paleolitico e il Neolitico, liquidati frettolosamente come “preistoria”, e da lei valorizzati come società di pace. Il Paleolitico, caratterizzato da un’economia di raccolta e di caccia, fu “matricentrico”, ossia basato sui valori e sul culto del materno, ma ancora privo di genealogie matrilineari; la civiltà neolitica, invece, sviluppatasi in Asia occidentale e basata sull’agricoltura e l’allevamento, fu propriamente “matriarcale”: le madri primeve e le antenate del clan diventarono dee sul modello della dea madre, la terra, considerata come madre primordiale, configurata in tre aspetti: la dea bianca della nascita; la dea rossa elargitrice del nutrimento, la dea nera della morte e della rinascita (prove archeologiche inconfutabili dell’esistenza di tali civiltà sono le statuette delle dee, i triangoli pubici delle incisioni rupestri, i templi e i tumuli a forma di utero, le colline gemelle intese come seni femminili, di cui il libro fornisce ricca documentazione fotografica). In tali civiltà donne e uomini contribuiscono in egual misura alla forma sociale e non esistono potentati e scale di potere né guerre (l’archeologia più aggiornata riconosce che negli insediamenti mancano installazioni militari di difesa, anche se spesso il pregiudizio patriarcale degli archeologi ha voluto vedere strutture militari dove non c’erano).
HGA ha depurato la ricerca e il dibattito da pregiudizi e grossolani equivoci, in primis il preconcetto che le società matriarcali siano il rovescio del patriarcato. È infatti scorretta l’etimologia che sceglie l’accezione di “dominio” per la parola arché (e dunque dominio delle madri); l’accezione da scegliere è invece “inizio” (all’inizio le madri), partendo dal dato inconfutabile che tutte/i nasciamo da madre, BIOLOGICAMENTE E CULTURALMENTE. Pur non dovendo necessariamente diventare madri a nostra volta! Una precisazione necessaria, tra femministe. Perché in queste società la sessualità è libera: la donna non è oppressa né repressa e la famiglia non è “nucleare” ma “clanica”.
E se appare per fortuna in gran parte superata l’ostilità per la parola “matriarcato” da parte delle femministe (un tempo diffidenti, nello sforzo legittimo di emanciparsi dal ruolo obbligato di madre), gli studi matriarcali sono ancora boicottati e censurati soprattutto dal mondo accademico, tanto che la stessa HGA ha deciso di fare ricerca indipendente, allontanandosi dall’Università e fondando la International Academy HAGIA per gli Studi Matriarcali (1986), essendo stata ostacolata, come prima e dopo di lei anche altre studiose, da Marija Gimbutas a Riane Eisler.
HGA ha dato una definizione strutturale a quattro livelli di cosa si intenda per società matriarcale: possono dirsi società matriarcali le società che a livello economico praticano l’economia del dono (secondo logiche di redistribuzione, non di profitto); a livello sociale sono caratterizzate da matrilinearità, matrilocalità, egalitarismo di genere e generazionale; a livello politico sono basate sul consenso; a livello culturale sono caratterizzate da sistemi religiosi e simbolici basati sulla rinascita, in cui la morte faccia parte di un flusso continuo vita-morte-rinascita, connesso alla vita, alla natura, alla memoria delle antenate e degli antenati.
Artiste, attiviste, teoriche di pratiche politiche, poete e scrittrici (ad esempio Christa Wolf, nei romanzi Medea e Cassandra; d’altronde Christa Wolf e HGA si scambiarono lettere…) hanno attinto a piene mani alle civiltà matriarcali, non con un’inclinazione nostalgica e retroattiva, ma con uno slancio utopico, proiettato verso il futuro, nel tentativo di cercare nuove vie per la convivenza umana e direi tra le forme viventi, per fondare insomma nuovi postulati, più umani, più giusti, più solidali, più rispettosi della natura e della sacralità di tutte le forme di vita. D’altronde il fallimento del patriarcato, che HGA in modo chiaro, completo e sintetico definisce “dominio dell’uomo sulla donna, dominio dell’uomo sugli altri uomini, dominio dell’uomo sulla natura”, è a tal punto eclatante, che non si può non guardare verso altri modelli, tanto più adesso che la ricerca storico-archeologica ha sfondato il muro degli ultimi 4.000-5000 anni, lasciando intravedere un orizzonte molto più lontano, quello di migliaia di anni in cui la società non è stata patriarcale, in cui la donna è stata al centro (ma non al potere), in cui non c’erano gerarchie sociali, meccanismi di oppressione né “guerra sistemica” (al massimo c’erano faide circoscritte e occasionali in periodi di instabilità ecologica). La guerra non è la conseguenza naturale e diretta della scoperta dell’agricoltura e della cosiddetta rivoluzione neolitica – un punto fondamentale nella trattazione di HGA, su cui sarà necessario insistere –, nella quale nasce una suddivisione del lavoro, complementare ma non oppressiva, perché ogni attività è al servizio dell’intera comunità, nella quale i valori erano la coesione, l’uguaglianza, l’equa distribuzione dei beni, non la conquista, l’oppressione, lo sfruttamento (le abitazioni degli insediamenti neolitici, come quelli ritrovati nell’Anatolia centrale, tra cui il più famoso è quello di Çatal Hüyük, evidenziano che si tratta di società egualitarie).
E allora: quando è nato il patriarcato? (con il suo corredo: guerra, proprietà privata, gruppi di dominio…). HGA lo spiega nel capitolo 5. A causa dell’inaridimento e delle fluttuazioni climatiche nelle steppe euroasiatiche, nell’età del bronzo, 5.000 anni fa, nacquero delle culture di pastorizia, con l’addomesticamento del cavallo per controllare le mandrie. I continui conflitti dovuti alla scarsità di pascoli diedero vita a culture di pastori guerrieri (di origine indoeuropea), seminomadi e poi pienamente nomadi, che cominciarono ad assalire le vicine civiltà matriarcali sedentarie, anche grazie alla maggiore mobilità consentita dall’invenzione della ruota e del carro (così qualsiasi tecnica prima usata per scopi pacifici diventa adesso tecnologia militare). Nascono così i capi, i leader. Il perenne conflitto armato diede prestigio a quanti furono capaci di affrontare le difficili sfide ambientali: veri e propri capitribù, che ne approfittarono per scavalcare le regole comunitarie e trasformare il bestiame in proprietà privata. Anche le donne, come il bestiame, diventano proprietà privata. Il loro unico scopo è generare figli legittimi per il capo. Devono quindi osservare una rigida monogamia. Alla matrilinearità e matrilocalità si sostituisce la patrilinearità e la patrilocalità. Nasce la società del dominio. L’archeologia attesta che in questa nuova fase le donne e i bambini sono seppelliti con l’uomo, il che significa che si praticavano sacrifici umani. L’economia d’ora in poi si basa sul dualismo e sulla gerarchia: le donne svolgevano un lavoro inferiore e sporco (l’agricoltura), gli uomini un lavoro superiore e puro (l’allevamento e la guerra). Le dee legate alla terra e al ciclo universale della vita e della morte sono inferiorizzate e gli dèi per eccellenza sono dèi maschi, guerrieri, celesti. Una forma di resistenza a queste trasformazioni sociali è costituita dalle comunità di Amazzoni, donne guerriere in società esclusivamente femminili (non vanno confuse con le donne guerriere che combattono accanto agli uomini in società dominate dagli uomini), che resistettero al patriarcato per un altro millennio, pur non essendo più società matriarcali nel senso classico del termine. Si patriarcalizza, in tre ondate successive di invasioni indoeropee, soprattutto l’Europa sudorientale. Resistono alla patriarcalizzazione alcune aree limitate dell’Europa insulare, settentrionale e occidentale. Ha una cultura tardo-matriarcale la Creta minoica dell’età del bronzo, grazie alla protezione insulare, con un’economia egualitaria, incentrata su agricoltura (praticata dalle donne) e commercio marittimo (praticato dagli uomini); rappresentanti religiosi delle città minoiche sono l’alta sacerdotessa inviata della dea e il “re sacro”, che simboleggia il popolo (nessuno dei due esercita un potere politico, come è tipico delle società “tea-cratiche” e “tardo-matriarcali”). Una cultura tardo-matriarcale e tratti matriarcali residuali si riscontrano anche in Sardegna, nella civiltà etrusca, tra i Reti delle Alpi e i Baschi della Spagna e Francia meridionale, mentre nella Grecia classica le invasioni indoeuropee ebbero effetti più dirompenti (con il rapimento e lo stupro delle donne dei popoli vinti e con l’uccisione degli uomini – non a caso il ratto delle donne diventa un paradigma in numerosi miti patriarcali…). Nella Grecia classica si giunse così a forme severe di reclusione e sottomissione delle donne (cap. 7). Il periodo peggiore fu l’età del ferro (cap. 8), quando i popoli europei, tutti patriarcalizzati, avendo ormai fatto propria la cultura della guerra, la rendono generalizzata, anche grazie all’uso di questo metallo. Celti, Germani, Romani non sanno fare a meno della guerra e di una società divisa in classi, con elementi matriarcali ormai circoscritti e residuali, perlopiù limitati al culto delle dee declassate negli strati popolari più bassi.
Anche in Mesopotamia, durante l’età del bronzo e del ferro (cap. 6), il clima sempre più secco, la salinizzazione dei suoli e la penuria d’acqua giocarono un ruolo essenziale nella diffusione del patriarcato tra le culture matriarcali, che vivevano di un’agricoltura alimentata dalle piogge ma anche dall’irrigazione artificiale. Le continue ondate migratorie portarono prima a una centralizzazione del sistema irriguo e delle risorse idriche, con la nascita di città-stato, caratterizzate da un sistema tardo-matriarcale (in cui il re rispondeva ancora al consiglio cittadino e ai clan) e la religione era una “teacrazia”, con una dea della città, madre del popolo, e un “re sacro”, suo servitore e responsabile del benessere della popolazione (Sumer). In seguito, però, le decisioni furono prese indipendentemente dai cittadini e nacquero vere e proprie gerarchie, con la formazione di stati regionali e poi di imperi militari (Accadia, Babilonia, Assiria). Giungiamo così, anche in Mesopotamia, al patriarcato classico, con le dee inferiorizzate perché subordinate alle divinità maschili, ma il cui culto sopravvive nella religione popolare.
Scrive HGA nell’ultima pagina del suo monumento storiografico: “Questa ricognizione è anche di estrema importanza per i problemi politici di oggi, in quanto ci aiuta a percepire le diverse forme di patriarcato presenti nelle società contemporanee per cambiarne i modelli oppressivi dall’interno. Il primo passo del percorso è diventare consapevoli”.
Guardare alle società matriarcali indigene esistenti e a quelle del passato significa innanzitutto confutare l’assioma evoluzionista unilineare che vuole tutte le civiltà fatalmente destinate ad evolversi dal matriarcato al patriarcato per un mero processo endogeno (come a dire: dal primitivo al civile!) e riconoscere che tale evoluzione è più spesso avvenuta per sovrapposizione e conquista. Significa affermare che un’alternativa è possibile e che patriarcato, guerra, dominio, non sono affatto connaturati all’essere umano né ineliminabili, ma sono un prodotto storico. Significa scoprire un nuovo modo di insegnare la Storia, valorizzando le società pacifiche, i momenti di cooperazione tra esseri umani che portano a forme di progresso di cui beneficiano tutte e tutti; significa dare spazio all’immaginario, alla vita quotidiana, alla cultura materiale, al rapporto con la natura, e non solo alle liste di re e condottieri da imparare a memoria con le guerre di cui furono protagonisti (“l’ideologia della guerra infinita”, di cui HGA parla in apertura del libro). È così che, fin dalla scuola elementare, educhiamo i bambini alla guerra come cosa naturale.
Studiare le origini del patriarcato va molto oltre gli obiettivi di emancipazione femminile. Le origini storiche del patriarcato ci insegnano che quando c’è una crisi climatica – che siano quelle di 5.000 anni fa o quella attuale –, quando le risorse scarseggiano, l’accaparramento di quelli che dovrebbero essere beni comuni, presidiati in modo violento e armato, non risolve la crisi ma la rende cronica. Dentro questo sistema nessuna libertà è possibile, né per la donna né per l’essere umano né per nessuna forma vivente.
NOTE
Per chi si avvicina alle società matriarcali, nulla resta libresco. Ogni lettura è il frutto di uno scambio con altre donne generose, che mi hanno invitata non solo alla lettura, ma anche alla rilettura, all’incontro, al confronto e all’approfondimento. Ringrazio Gabriella Galzio, poeta, traduttrice e saggista, di cui segnalo un libro significativo che si muove tra critica della civiltà, storia e poesia: Ritorno alla Dea (edizioni Agorà & Co., 2022). Devo a Gabriella l’aver letto, riletto e approfondito Heide Goettner-Abendroth, in relazioni circolari tra lettura, scrittura, amicizia.