Mezzanotte meno un quarto
Daniela Stallo, Mezzanotte meno un quarto (Coda di volpe, 2026)
Nel romanzo Mezzanotte meno un quarto, Daniela Stallo racconta la vicenda di un’interruzione volontaria di gravidanza ambientata negli anni Duemila, nelle ambivalenze della legge 194/1978, tra violenza ostetrica, stereotipi di genere duri a morire, devastazioni ecologiche irreversibili.
Recensione di Claudia Mazzilli
“Mi chiedono se ho figli. Direttrice, quanti figli ha. Non chiedono se ho figli, ma quanti ne ho, come fosse del tutto irragionevole l’ipotesi di una non maternità. In genere posso scegliere tra due possibili risposte. Un numero qualunque: dodici, venticinque, centottanta, dico, la somma dei dipendenti attuali e passati, e loro si arrendono, felici di una tale manifestazione di affetto. […] Oppure dico, che v’importa, sorridendo […] Quella mattina, invece, avevo detto, nessuno. Non ho figli, avevo ribadito. Registrata l’informazione, tutti erano tornati alle loro occupazioni” (p. 11).
Quella che Daniela Stallo racconta in Mezzanotte meno un quarto (Coda di volpe, 2026) è una storia restituita con crudezza e insieme delicatezza. Con parole esatte, radicate nella memoria del corpo, l’autrice ritaglia con precisione i contorni della vicenda: la protagonista, a causa della superficialità della sua ginecologa, si sottopone con grave ritardo a una serie di esami diagnostici che accertano numerose malformazioni e patologie a carico del feto, oltre ai rischi per la vita della gestante. La donna riesce per un pelo a rientrare nei tempi consentiti dalla legge 194/1978 per interrompere volontariamente la gravidanza, tra cavilli burocratici e scappatoie suggerite dallo stesso personale medico in modo secco, in una gestione parsimoniosa di qualsiasi forma di empatia nei confronti della paziente, un’avarizia di gesti e parole che spesso diventa vera e propria violenza ostetrica: penne sbattute sul tavolo, rimproveri, sarcasmo, scarsa privacy, aghi infilati dove capita, e i letti delle donne che interrompono la gravidanza accanto a quelli delle puerpere.
Daniela Stallo, laureata in giurisprudenza, docente di diritto nelle scuole superiori, giornalista e pubblicista, non cade nella tentazione didascalica di spiegare i limiti della legge 194/1978 (che va difesa, ma che necessita di essere aggiornata e rafforzata per garantire davvero il diritto all’autodeterminazione) né dà al racconto la forma ibrida del reportage narrativo; rinuncia alle digressioni e sceglie, invece, di essere narratrice pura, lasciando affiorare liberamente il giudizio nella sensibilità di chi legge, a partire dai fatti esposti in modo essenziale.
Ne viene fuori un racconto che in poco più di cento pagine galoppa veloce su più piani temporali e molteplici registri stilistici, tra memoir, pamphlet e asciutta cronologia di una cartella clinica, senza indugiare troppo in un’unica modalità narrativa.
La voce che narra in prima persona non punta il dito, non mette alla sbarra nessuno, non si pone nella posizione del pubblico ministero né in quella del giudice. Soprattutto evita accuratamente la postura della vittima. Le interessa, piuttosto, decostruire dall’interno i concetti di famiglia (a partire dalla sua famiglia, dai suoi “non-genitori”, dalle zie zitelle e dalla zia monaca), l’aspirazione stessa alla maternità (desiderio autentico o “cartellino da timbrare”?), i “dogmi familiari” per cui “non esiste la vita, esiste il dovere” (p. 83), i modelli di educazione cattolica e perbenista che la protagonista ha introiettato e da cui non sempre è riuscita a liberarsi, traendo continue occasioni di revisione critica dall’evento che il corpo periodicamente fa riaffiorare alla memoria da una cicatrice sulla pancia. Tali riflessioni la portano a una nuova consapevolezza che, tuttavia, non edulcora il dolore solitario e invisibilizzato, non produce accomodamenti, non approda ad alcuna catarsi: l’emancipazione non è mai conquistata una volta per tutte, perché, per dirla con Antonio Gramsci, citato nell’esergo, “si deve parlare di lotta per una nuova cultura, cioè per una nuova vita morale, che non può non essere intimamente legata a una nuova intuizione della vita, fino a che essa diventi un nuovo modo di sentire e vedere la realtà”.
L’evento, allora, diventa “il limite che divide un prima dal dopo” (p. 55): evento è il termine che usa l’autrice, ed è questo il titolo del romanzo di Annie Ernaux, a cui Daniela Stallo fa riferimento quasi esplicito, dando così alla scrittura un valore che non è solo letterario, ma politico: prendere la parola (una parola pubblica, e dunque politica) su un tema che ancora odora di reticenze, di censure, di veri e propri tabù.
“Inizialmente ho pensato fosse una sfiga, poi un disastro. Stavo scrivendo un libro che era quasi un doppione, un libro che, in egual modo, aveva come momento cruciale un bagno. Con l’autrice avevo pezzi di cammino comune, quello era l’ottobre del 1963 e il mio era un gennaio del primo ventennio del Duemila, e mentre lo leggevo, dal livello della mia narrazione, quello dell’oggi, ho a un tratto pensato che stavamo ancora là: cose che succedono di notte, nei bagni, cose di sangue, dottorucoli, inservienti, letti, parole inutili di consolazione, dolori screditati, sviliti, deprezzati, cose patetiche di donnette. Poi è uscito anche il film, e ha vinto un premio importante. Ho pensato, meglio così, può fare bene una cosa scritta cinquant’anni dopo, con qualche rabbia in più, parole diverse, lei così dura e pulita, io invece che penso cose cattive e parole scurrili, ché quelle mi vengono in mente, non è mica cambiato un cazzo” (pp. 12-13).
La protagonista-narratrice rinuncia a cercare responsabili, ma il libro si chiude con un’eziologia inequivocabile delle malformazioni e delle patologie a carico del feto.
La donna che vuole interrompere la gravidanza è ancora oggi colpevolizzata, a distanza di decenni dall’approvazione della legge 194. Non si parla abbastanza, invece, di cosa significhi dare la vita in luoghi d’Italia che costituiscono gravi emergenze ecologiche: Seveso, Taranto, la Terra dei Fuochi (tra Napoli e Caserta), per citarne alcune. Mentre le associazioni pro-vita continuano a parlare di IVG come di infanticidio, non si vede l’ecocidio. Il diritto della persona a nascere e vivere sana in un ambiente sano: anche questi, soprattutto questi, sono diritti riproduttivi.