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Bell Hooks. Pedagogia Impegnata E Decoloniale

bell hooks. Pedagogia impegnata e decoloniale

Lavinia Bianchi (a cura di), bell hooks. Pedagogia impegnata e decoloniale (Scholé, 2024)

Lavinia Bianchi propone una selezione di temi interconnessi tra quelli cari a bell hooks, allo scopo di valorizzare teorie e pratiche trasformative utili a una didattica ispirata a una pedagogia impegnata e decoloniale.

Recensione di Claudia Mazzilli

Lavinia Bianchi (che insegna Pedagogia della comunicazione e Pedagogia interculturale presso l’Università degli Studi di Roma Tre) propone una selezione di temi interconnessi tra quelli cari a bell hooks, allo scopo di valorizzare teorie e pratiche trasformative utili a una didattica ispirata a una pedagogia impegnata e decoloniale. Lo fa innanzitutto posizionandosi, “come insegnante, come ricercatrice, come donna e come madre di tre figli maschi” (p. 7) e risignificando il momento in cui, come giovane pedagogista in una casa famiglia per donne vittime di tratta, ha incontrato il privilegio della propria bianchezza (p. 13). In altre parole, nel descrivere il proprio metodo, Lavinia Bianchi demolisce per prima cosa il malinteso che il sapere (e l’insegnamento) sia neutro, accogliendo, invece, l’“esposizione” necessaria a “insegnare comunità” e scardinando i paradigmi della tradizionale trasmissione della conoscenza, impersonale e ripetitiva:

Sono il frutto di anni di saggezza popolare, psicomagia, istruzione pubblica, militanza politica e centri di accoglienza. Ho vissuto la primavera araba sulla mia pelle, dal 2011 ho raccolto e custodito storie, sguardi, pianti, nascite e rinascite, ho alzato la voce negli uffici migrazione di diverse Questure, ho scritto molto degli anonimi maestri analfabeti e mi sono presa la responsabilità guardinga che chi vive nel margine sa prendersi (p. 76).

Nel presentare la vita di bell hooks e nell’esplorare criticamente i suoi scritti di teoria e critica postcoloniale, femminista e intersezionale, Lavinia Bianchi parte da sé, con questi squarci di autoetnografia (dispositivo di meta-riflessione permanente sulla propria azione e sulla dimensione inter-soggettiva intrinseca a una pedagogia radicale e trasformativa). Perché bell hooks fa parte della “famiglia immaginaria” di Lavinia e ha contribuito a rafforzarne la consapevolezza che avrebbe fatto l’educatrice e l’insegnante: allo stesso modo bell hooks aveva accolto nella sua famiglia immaginaria Paulo Freire e la sua concezione dell’istruzione come pratica di libertà. Leggendolo, prima ancora di incontrarlo di persona.

Studentessa eccellente, proveniente da una famiglia nera del Kentucky appartenente alla classe operaia, bell hooks trova nell’istruzione e nell’insegnamento il suo riscatto, ma non dimentica la sua comunità e prova sulla sua pelle nera una cocente disillusione: la desegregazione razziale non corrisponde a una partecipazione democratica nel mondo e l’aula non è uno spazio di uguaglianza, in cui tutte e tutti possono contribuire al libero scambio delle idee, ma è un luogo in cui si ripropongono e si replicano le ingiustizie di classe, di genere e di razza.

Non è semplice dismettere i panni dell’autorità in classe, creare una relazione equilibrata e costruttiva con le/gli studenti, proporsi come insegnanti preparate ma non onniscienti, rinunciare al potere di controllare quel che viene detto in classe silenziando pensieri controcorrente e impopolari, ripensare la conoscenza come una risorsa che rafforza il bene comune e la possibilità di cambiamenti radicali: perché la verità è co-costruita, è relazionale e mai assoluta, e la conoscenza e la tradizione sono sempre il portato di una conflittualità sociale.

Il ripensamento del curriculum scolastico, la scrittura di diari e memo autoetnografici, i lavori di gruppo, gli albi illustrati per bambinə, la lettura condivisa, lo studio di opere intellettuali di gruppi emarginati, da valorizzare come soggetti politici di resistenza e di ri-esistenza, possono aiutare la didattica scolastica e accademica a uscire dalla colonialità e a “trasgredire”, cioè a spostarsi – in senso etimologico – passando da una posizione etnocentrica a una etnorelativa. Educare è sempre un atto politico: vale anche per la scrittura accademica e per ogni forma di scrittura impegnata. “Io scrivo con l’intento di condividere idee in modo tale da renderle accessibili a un pubblico quanto più ampio possibile. […] Il punto non è rendere le idee meno complesse – il punto è rendere il complesso chiaro” (pp. 220-222): chiaro a studenti, donne maltrattate, detenuti. Solo così la parola cessa di essere collusa con la supremazia capitalista patriarcale abilista bianca, che tutto fagocita, che tutto addomestica e neutralizza, per continuare a opprimere.

Pedagogia impegnata significa disimparare le pratiche di dominio, di violenza, di sopraffazione, da sottoporre a una critica radicale e intersezionale, incompatibile con l’umanitarismo ipocritamente caritatevole, pietistico e paternalistico.

Pedagogia impegnata significa decostruire la mistica dell’“oppressione comune” di tutte le donne costruita dal femminismo bianco, che occulta le responsabilità della razzializzazione e dei privilegi di classe, limitandosi a cooptare le donne nere nella condivisione di una narrazione sfocata, che invoca la sorellanza tra le vittime e non scardina l’ideologia sessista. Ad esempio, bell hooks contesta che le donne siano “per natura” contro la guerra e contro l’imperialismo, in quanto custodi della vita, in quanto madri: rifiuta questa eziologia biologica, che rinforza il sessismo e rimuove il fatto che donne e uomini ricevono la stessa educazione patriarcale, pur essendo destinati a ruoli diversi. Allo stesso modo, diffida del fatto che gli uomini siano “per natura” onorati di fare la guerra, perché vede i neri arruolarsi nell’esercito nazionale – di una nazione che ha istituzionalizzato il razzismo – solo per trovare lavoro e sfuggire alla fame. Il padre di bell ha fatto il soldato durante la Seconda guerra mondiale, ma non ha mai parlato della guerra. Il nonno non ha partecipato alla Prima guerra mondiale perché non ha mai voluto combattere nella guerra degli altri. Ancora una volta bell hooks ci fa capire che è claudicante e monco un discorso sul genere che non affronti anche le questioni della razza e della classe.

La pedagogia impegnata è interconnessa a una concezione dell’amore inconciliabile con la violenza, che si esercita in tutte le strutture sociali a partire dalla famiglia. “Nella nostra società il nucleo familiare privato è l’unica sfera di potere istituzionalizzata che può essere tranquillamente autocratica e fascista” (p. 67), luogo di confinamento spaziale delle donne attraverso “l’interiorizzazione della recinzione” e “l’invenzione della natura”, a perenne legittimazione degli stereotipi di genere (p. 83).

Abbracciare una pedagogia impegnata significa esporsi, rifiutare la microlingua troppo specialistica dei libri di testo, respingere le narrazioni eurocentriche, trovare parole liberatrici e generatrici per tutte e per tutti, far affiorare “parole private in un discorso pubblico”, parole cariche del proprio vissuto, non astruse né astratte, comprensibili a tutti/e, perché la lingua è un luogo di lotta, scrive a più riprese bell hooks, che da ragazzina fu folgorata da una frase di Adrienne Rich: “questa è la lingua del padrone, ma ne ho bisogno per parlarti”. Parole che non siano di nostalgia per il tempo e lo spazio dell’oppresso, della vittima, in nome della sua presunta purezza, bensì parole che resistano all’oblio e che facciano del margine uno spazio di possibilità radicali, un contro-linguaggio in cui immaginare e inventare alternative, spesso procedendo per tentativi, improvvisando, agendo forme di resistenza, diventando non oggetti di dominio ma soggetti di cambiamento. Ripensando ai binari oltre i quali c’erano i quartieri dei bianchi dove le donne nere potevano lavorare solo come domestiche, custodi, prostitute, riconnettendosi matrilinearmente alle sue ave oppresse e analfabete, bell hooks ci chiama “Vi scrivo, vi parlo, da un luogo ai margini, un luogo dove io sono diversa, dove vedo le cose in modo differente”. Così compone il suo elogio del margine, “che è luogo di creatività e potere, spazio inclusivo, in cui ritroviamo noi stessi e agiamo con solidarietà, per cancellare la categoria colonizzato/colonizzatore” (p. 164).

Anche oggi, ai tempi dell’intelligenza artificiale, del riarmo, dei nazionalismi vecchi e nuovi, a pochi anni dalla morte di bell hooks, la sua eredità pedagogica e spirituale guarda al futuro:

Dobbiamo velocemente iniziare a spostarci da una società basata sulle cose a una società basata sulle persone. Quando le macchine e i computer, la motivazione del profitto e i diritti di proprietà, sono considerati più importanti delle persone, i trigemini giganti del razzismo, del materialismo e del militarismo non possono essere sconfitti (p. 173).

Lavinia Bianchi ci incoraggia a tornare a bell hooks in questi tempi difficilissimi, quando come donne, come madri o non-madri, come figlie, come insegnanti, come attiviste potremmo sentirci stanche, impaurite, risentite. La sua selezione di temi e testi di bell hooks ci aiuta a trasformare la stanchezza, la paura, il risentimento in un motore politico, in un’energia trasformatrice.

 

NOTE:

Non è la prima volta che Lunàdigas propone spunti di riflessione a partire dalle opere di bell hooks; per altre letture:

https://www.lunadigas.com/riflessioni/bellhooks-il-femminismo-e-per-tutti/

https://www.lunadigas.com/riflessioni/bell-hooks-insegnare-a-trasgredire-leducazione-come-pratica-della-liberta-meltemi-2020-recensione-di-claudia-mazzilli/

https://www.lunadigas.com/riflessioni/bell-hooks-la-volonta-di-cambiare-mascolinita-e-amore-una-recensione-di-claudia-mazzilli/

 

 

 

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