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Bell Hooks, Insegnare A Trasgredire. L’educazione Come Pratica Della Libertà (Meltemi 2020) – Una Recensione Di Claudia Mazzilli

bell hooks, Insegnare a trasgredire. L’educazione come pratica della libertà (Meltemi 2020) – Una recensione di Claudia Mazzilli

Insegnare a trasgredire (Teaching to Transgress. Education as the Practice of Freedom, pubblicato per la prima volta in Stati Uniti nel 1994) è molto più di un saggio di pedagogia teorica, perché esperienza e teoria non si separano mai nel pensiero, nell’insegnamento, nella scrittura stessa di bell hooks, che è soprattutto narrazione di sé. L’edizione italiana (Meltemi 2020, con la traduzione di Feminoska) arricchisce il testo di preziose appendici critiche, che ne mettono in luce l’attualità per il pubblico italiano: all’interno di una cultura conservativa e non trasformativa (nelle aule scolastiche come nel dibattito politico) che ancora non vuole affrontare con un approccio onesto e decoloniale la Storia recente (la questione meridionale, le questioni di genere, le leggi razziali, il colonialismo in Africa e in Albania…); in una scuola che con la pandemia nella didattica a distanza ha rimosso i corpi e le emozioni ed escluso gli ultimi, in un sistema educativo in cui le/gli insegnanti sono quasi esclusivamente italiane/i pur insegnando in classi sempre più multietniche, in un quadro culturale in cui la scuola dovrebbe insegnare a filtrare e decostruire i messaggi dell’agorà digitale, evitandone un consumo passivo e, aggiungerei, nel moltiplicarsi dei fenomeni di razzismo, violenza e indifferenza (non meno omicida) degli ultimi mesi, come quella che questa estate ha ucciso a Civitanova Marche l’ambulante Alika Ogorchukwu, oggi, ora, qui, bell hooks parla proprio a noi.

Nel Sud della segregazione razziale, le ragazze nere appartenenti alla classe operaia avevano solo tre opzioni: sposarsi, lavorare come cameriere o diventare insegnanti (p. 6):

tre attività diverse tra loro ma tutte legate alla “cura” che il pensiero sessista patriarcale tuttora considera attitudine esclusivamente femminile. Assetata di conoscenza, bell hooks (pseudonimo di Gloria Jean Watkins, 1952-2021) sceglie di diventare insegnante. Proviene da una scuola segregata di Hopkinsville, nel Kentucky, dove le sue insegnanti nere vivevano l’insegnamento come una missione di riscatto e resistenza anticoloniale rispetto al dominio bianco: qui scuola e società, vita privata e militanza, non sono mai separate e l’insegnamento ha un calore che bell hooks non troverà alla Stanford University, in un ambiente di studio apparentemente de-segregato, ma in cui il suprematismo bianco inferiorizza chi viene “dal margine”, per usare un’espressione cara a bell hooks, scoraggiando il contatto tra studenti bianchi e neri fuori dalle lezioni, nella palestra, nella caffetteria, dove vige ancora l’apartheid sociale e lei, che ha ottenuto una borsa di studio, è considerata un’intrusa. Eppure bell fa amicizia con Ken, un sedicenne, suo coetaneo bianco:

l’amicizia capace di superare le barriere razziali era di per sé già abbastanza grave, ma quando andava oltre quella di genere era inaudita”. bell hooks penserà con nostalgia a lui, alla profondità e sincerità di quell’amicizia, quando si troverà a vivere rapporti non completamente paritari, “quando mi capitava di interagire con gente bianca e liberale, convinta che avere un’amica nera significasse non essere razzisti, persone che credevano sinceramente di farci un favore a offrirci rapporti di amicizia per i quali sentivano di dover essere ricompensati (pp. 25-26).

E, nell’aula, dalla curiosità all’assuefazione e alla noia. Dalla passione per la conoscenza all’informazione asettica, basata su pratiche di insegnamento-apprendimento che funzionano come la catena di montaggio. Dalla partecipazione all’obbedienza. Dalla scelta delle parole nello sforzo di costruire un dialogo di volta in volta diverso in ciascuna classe, dalla continua rimodulazione dei codici comunicativi alla cristallizzazione di una lingua uniforme, che universalizza il modello maschile bianco.

Quel che bell hooks osserva come studentessa le servirà come insegnante: studenti e insegnanti devono tornare a essere persone incarnate e dotate di esperienza per poter oltrepassare i confini di razza, genere, classe e decostruire il potere.

A partire da una pratica di insegnamento che sa riconoscere i propri fallimenti e le tensioni nell’aula, che non rimuove i corpi di chi insegna e di chi apprende, bell hooks sviluppa una “pedagogia impegnata”, diversa dall’educazione depositaria e dalla pedagogia critica o femminista convenzionale, mettendo al centro il benessere e il piacere dell’apprendimento, assorbendo spunti di Thich Nhat Hanh (monaco buddista vietnamita, che ha un approccio olistico all’insegnamento, enfatizzando l’unità di mente, corpo, spirito) e del pedagogista brasiliano  degli oppressi, Paulo Freire. Ma soprattutto bell hooks valorizza la propria esperienza e l’osservazione dello spazio aula e delle dinamiche che vi si svolgono, perché l’aula non è affatto quello spazio democratico in cui il desiderio di imparare ci rende tutti uguali e in cui il sapere è somministrato in porzioni eque nel libero mercato delle idee. L’aula non è asettica come una sala operatoria, non è il luogo dell’amnesia sociale in cui tutte e tutti siamo uguali, ma i suoi muri sono permeabili e vi convergono tensioni e vissuti che vengono da lontano: così l’aula diventa un campo egemonico di dominio e oppressione. Come farne uno spazio in cui non siano rimosse le categorie di razza, etnia, genere, classe? bell hooks lo fa senza idealizzare la cultura nera da cui proviene, di cui ha conosciuto il maschilismo opprimente (anzi bell hooks deve persino dimostrare alle persone bianche che anche nelle comunità nere esiste la disuguaglianza di genere), e senza uniformarsi alla cultura bianca di arrivo, di cui coglie le tare del classismo, del razzismo e del colonialismo, oltre a quelle del patriarcato già sperimentate nella cultura nera d’origine e in seno alla sua famiglia dominata da un padre autoritario: tutto ciò le permette di attingere a pensatori e pensatrici bianchi/e e neri/e da una prospettiva che è di critica costruttiva, con grande disponibilità a “meticciare” le spinte emancipanti di ciascun contributo teorico, senza delegittimarlo in toto o respingerlo quando ne coglie limiti o contraddizioni, ma contestualizzandolo e aprendo un dialogo con altre autrici e altri intellettuali, perché “quando hai sete non sei così orgogliosa da separare lo sporco dall’acqua” (p. 47).

L’aula, dunque, come ricerca e sperimentazione della libertà, in cui l’insegnante non è il re (neutro, incorporeo e trincerato dietro la cattedra) in un sistema di gerarchie coercitive che in piccolo riproduce il sistema sociale e in cui studenti tranquilli rispondono solo se interpellati, ma è lo spazio che “consente agli studenti di assumersi la responsabilità delle proprie scelte” (p. 21) e in cui anche i docenti, condividendo le proprie esperienze nelle discussioni, le relativizzano e “neutralizzano la possibilità di diventare inquisitori silenziosi e onniscienti” (p. 23). Formatisi all’interno del dualismo metafisico occidentale, i docenti perlopiù negano l’erotico in classe, non lasciano fluire le emozioni (vietate anche le risate!) e men che meno parlano di eros (che per bell hooks non si limita alla dimensione sessuale; l’eros è la connessione con le energie della natura e l’attitudine a liberare le nostre potenzialità, così come gli uccelli migrano e i fiori spuntano dal terreno). “Richiamare l’attenzione sul corpo significa tradire l’eredità della repressione” (p. 155), quella repressione che agisce sulle/sugli insegnanti al punto da rinunciare a usare il bagno se qualche bisogno capita nel bel mezzo della lezione!

Di fronte a classi sempre più eterogenee e numerose (da trenta a cento studenti), lo scopo di bell hooks è quello di trasformare l’istruzione da consumo culturale passivo ad autentico pensiero critico che decostruisca il razzismo, il militarismo, il materialismo, per una società orientata alle persone e non alle cose. Dare gli strumenti per demolire la grande menzogna che colpevolizza chi è al margine, la falsa narrazione per cui “le persone sono povere e disoccupate perché vogliono esserlo”. bell hooks è esplicita:

la crisi contemporanea che stiamo vivendo deriva in parte dall’impossibilità di un accesso significativo alla verità (p. 29).

bell, ad esempio, fa scrivere alle/agli studenti diari e testi che si leggono l’un l’altra, per educare all’esercizio del riconoscimento, affinché nessuna voce resti inascoltata in classe, spesso chiedendo “in che modo ciò che hanno scoperto e su cui hanno riflettuto in classe abbia influito sulla loro esperienza” (p. 41): gli studenti, non solo quelli dei gruppi marginalizzati, sono più motivati ad apprendere e a partecipare a una discussione se la collegano all’esperienza, che è una delle modalità di conoscenza, non l’unica:

Immaginate che stiamo cuocendo il pane per cui è necessaria la farina. E abbiamo tutti gli altri ingredienti ma non la farina. Improvvisamente, la farina diventa molto importante, anche se da sola non basta. Questo è un modo di pensare all’esperienza in classe (p. 80).

La condivisione delle esperienze è più faticosa in contesti multiculturali, comporta cambiamenti nel programma e il rischio di non svolgere tutti gli argomenti (l’ossessione quantitativa di ogni docente), ma è indispensabile, anche quando non dà all’insegnante la conferma istantanea del successo del proprio insegnamento. Nel contempo, avverte bell hooks, bisogna evitare che la persona portatrice di diversità sia oggettivata dagli altri come “informante nativo”, perché ciò la caricherebbe di troppe responsabilità (non senza il rischio che la sua esperienza si trasformi in un paradigma universale o in un nuovo stereotipo), perché “l’esperienza non rende esperta una persona” (p. 42).

bell hooks racconta conflitti o equivoci con allieve e allievi, oltre che tra studenti, non censura i momenti in cui la sua credibilità, stima, autorità, professionalità sono risultate intaccate nell’opinione di studenti o colleghe/i, non nasconde l’ipocrisia o l’ingenuità di insegnanti che aggiungono al canone tradizionale scrittrici e scrittori nere/i senza mai parlare di razza e modificare il metodo di insegnamento, ci svela episodi in cui i veti incrociati di colleghe in apparenza innovatrici e colleghi a parole progressisti hanno rallentato il suo percorso di ricerca, ci parla di studiose femministe bianche che si sono appropriate di studi di femministe nere meno note; bell hooks narra circostanze in cui opere di uomini neri sono state considerate più illuminanti e rappresentative del lavoro delle pensatrici nere, lasciandoci così percepire cos’è l’intersezione di razza e genere e, proprio con la narrazione di sé, non smette mai di ricordarci il rapporto tra teoria e pratica, perché lei è giunta alla teoria attraverso la sofferenza, la teoria era un “porto franco” in cui poter immaginare “futuri possibili” (p. 55): ma per provare a costruirli nella realtà, non per vagheggiarli a parole, piuttosto nello sforzo di dire la teoria con parole semplici e comprensibili a tutte e tutti, per condividerla e realizzarla. E qui scuola, accademia, ricerca hanno svelato il loro volto classista e suprematista:

il lavoro delle donne di colore, dei gruppi emarginati e di alcune donne bianche (ad esempio lesbiche, femministe pro-sex), specialmente quando è scritto in un modo che lo rende accessibile a un vasto pubblico di lettori, è spesso delegittimato in contesti accademici anche se quel lavoro consente e promuove la pratica femminista (p. 57).

La separazione tra teoria (astratta e scritta in una microlingua altamente specialistica) e pratica serve a perpetrare l’elitismo di classe.

Dobbiamo sempre rivendicare la teoria come pratica necessaria all’interno di un quadro olistico di attivismo libertario (p. 62).

Ma proprio perché aula e mondo non sono separati e i corpi sono sempre coinvolti, attraverso un racconto (collettivo) sempre più radicale, bell hooks dichiara che l’accesso degli uomini neri al corpo delle donne bianche, anche fuori dal matrimonio, non minò le fondamenta del patriarcato bianco né del razzismo, mentre il vero tabù era l’unione legalizzata tra un uomo bianco e una donna nera, fuori dell’abuso e della violenza sessuali.

Il vero punto di attrito tra donne bianche e nere fu il rapporto tra donne bianche benestanti e donne nere a servizio come domestiche (questo era il lavoro della madre di bell hooks): ogni gesto, ogni parola, ogni silenzio ribadiva la differenza di status e ristabiliva con forza i confini di razza e genere. Nel contempo, durante la segregazione razziale in quartieri separati, l’unico sollievo per le donne nere era di poter tornare a casa e, se per le donne bianche la donna nera era “come una di famiglia”, la percezione delle donne nere era completamente diversa, a prescindere che il potere delle donne bianche fosse esercitato in modo tirannico o con benevolenza. Anche i sentimenti di invidia, odio, rancore, gelosia delle donne nere nei confronti delle donne bianche (di cui osservavano la vita all’interno delle loro stesse case, quasi con un approccio etnografico-antropologico, ossia di osservazione di una cultura diversa) si sono trasmessi di generazione in generazione e non hanno favorito l’integrazione e il multiculturalismo nella fase di de-segregazione. Ecco cosa succede quando le femministe bianche cercano di attingere ai lavori delle donne nere su razza e razzismo per padroneggiare l’argomento (terribile lapsus linguistico): “riproducono i paradigmi serva-padrona nelle proprie ricerche” (p. 89). Attraverso testimonianze concrete bell hooks non nasconde cosa significhi “essere trattata di merda da donne bianche tutte prese a ottenere il riconoscimento accademico, promozioni, soldi, eccetera, facendo un ‘ottimo’ lavoro sul tema della razza” (p. 90), ma nel frattempo tenta un confronto costruttivo sulle questioni razziali per pervenire a una sorellanza vera, non astratta, ma basata sulla solidarietà politica.

Come prescindere da tutto questo in un’università come il Queens (dove bell ha insegnato), una comunità di 17.000 persone che parlano 66 lingue diverse, una comunità persino più grande di molte cittadine americane? Quale lingua, si chiede bell hooks, per comunità così plurali? Commovente, lacerante il capitolo undicesimo (Linguaggio): nell’inglese standard le/gli afrodiscendenti sentono ancora il suono del massacro degli schiavi nelle piantagioni, eppure le loro antenate e i loro antenati avevano bisogno della lingua dell’oppressore per parlarsi, perché non avevano altra lingua in comune, e cominciarono a prelevarne frammenti per creare una contro-lingua, quella lingua che è uno spazio di resistenza e che in qualche modo arriva anche a bell hooks, che ne utilizza alcune cadenze:

Quando ho iniziato a incorporare il vernacolo nero nei saggi critici, gli editori mi rimandavano il lavoro in inglese standard. L’uso del vernacolo implica che possa essere necessaria la traduzione in inglese se si desidera raggiungere un pubblico più inclusivo. In classe, incoraggio gli studenti a usare la loro prima lingua e tradurla, in modo da non convincersi che l’istruzione superiore li allontanerà necessariamente dalla lingua e dalla cultura che conoscono in maniera più intima (p. 140).

Non è affatto necessario scegliere tra l’una e l’altra appartenenza, ma imparare in modo creativo ad attraversare i confini tra cultura d’origine e cultura di arrivo, imparando a vivere con entusiasmo entrambi questi territori, nella consapevolezza e fiducia di poterli agire e trasformare, invece che considerare efficace un’unica modalità assimilazionista di interazione e comunicazione basata sui valori della classe borghese.

bell hooks non lascia illusioni: le istituzioni premiano gli insegnanti che non vanno controcorrente e ogni tentativo di innovazione è facilmente destinato al fallimento per l’inerzia conservatrice dell’apparato, eppure, conclude bell hooks, le sfide della pedagogia impegnata, cioè l’insegnare a trasgredire

mi hanno permesso di sperimentare uno spazio di apertura radicale nel quale sono veramente libera di scegliere, in grado di imparare e scegliere senza limitazioni. L’accademia non è il paradiso. Ma l’apprendimento è il luogo in cui è possibile creare il paradiso. L’aula, con tutti i suoi limiti, rimane un luogo di possibilità (…). Questa è l’educazione come pratica della libertà (p. 173).

Claudia Mazilli

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