skip to Main Content
Bell Hooks, La Volontà Di Cambiare. Mascolinità E Amore – Una Recensione Di Claudia Mazzilli

bell hooks, La volontà di cambiare. Mascolinità e amore – Una recensione di Claudia Mazzilli

“Non possiamo distogliere il nostro cuore dai bambini e dagli uomini, e poi chiederci perché la guerra continua a determinare la nostra politica nazionale e la nostra vita sentimentale”

bell hooks, La volontà di cambiare. Mascolinità e amore (il Saggiatore, 2022)

 Come in una guerra silenziosa, le donne muoiono per mano degli uomini. Un corpo a corpo si consuma sempre e comunque da qualche parte, nascosto tra le pareti domestiche più spesso che altrove, sotto i colpi inesorabili di qualcuno che conosciamo, che amiamo o abbiamo amato. Uno stillicidio costante, un sacrificio umano, quasi ogni giorno. E poi l’epitaffio sulle pagine dei quotidiani, il coro lugubre amplificato dai social e dai telegiornali – molestie, violenze, femminicidi – ora in crescendo ora in decrescendo, con toni che passano dall’indignazione alla rassegnazione postuma, attraversando il guado di narrazioni stereotipe: “Era un uomo tranquillo”. “Ultimamente non andavano d’accordo”. “Raptus improvviso”… Andando alla ricerca di una causa, di un intoppo, di qualcosa che non ha funzionato: lei che già aveva sporto denuncia. O aveva esitato a farlo: la vergogna, il senso di colpa, la ritrosia a denunciare… che è come squadernare le pareti della propria casa, è come aprire un sipario e trasformare il proprio spazio intimo in uno spazio aperto, in una fosca peripezia teatrale da offrire a un pubblico.

Molto potremmo dire, ripetendo quello che ci dicono le giuriste femministe: che le leggi e i dispositivi di protezione – pur perfettibili – ci sono, ma spesso i giudici e gli altri attori istituzionali, imbevuti di cultura patriarcale, non riescono ad applicare norme e procedure in modo adeguato e in tempi celeri ed efficaci. Potremmo invocare la Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne, il dispositivo internazionale più avanzato contro la violenza di genere, sconfessata però da non pochi Stati, che si sono sfilati o si stanno sfilando dalla Convenzione, stritolati nella morsa delle ultra-destre patriarcali, scioviniste e nazionaliste.

Come lunàdigas, mettiamo al centro la riflessione sulle relazioni affettive, sulla genitorialità, sui nuovi modelli di famiglia, sull’educazione dei figli. Per questo proponiamo la lettura di un libro di bell hooks, La volontà di cambiare. Mascolinità e amore (il Saggiatore, 2022; traduzione di Bruna Tortorella), di cui abbiamo già recensito altri testi. La volontà di cambiare è forse il libro che riesce a scandagliare nel modo più profondo e verticale la “truffa” del patriarcato: non possiamo chiamarla altrimenti; ed è una truffa che si consuma in primis ai danni degli uomini.

L’educazione patriarcale ai ruoli di genere è talmente rigida da permettere alle donne di esprimere i propri sentimenti, nella forma della confidenza o nel parossismo di un pianto, mentre agli uomini, già dalla tenera infanzia, si chiede una sorta di stoicismo emotivo. Al punto che molti uomini ricordano come un trauma il primo momento dell’infanzia o della fanciullezza in cui è stato loro proibito di esprimere i propri sentimenti. Tutti i sentimenti vanno repressi, eccetto la rabbia, espressione naturale e positiva della mascolinità. La donna è debole. L’uomo è forte. Questo è il dogma patriarcale, in estrema sintesi. Questo sistema educativo si pratica in famiglia ed è poi rafforzato da tutte le istituzioni: scuola, chiesa, tribunali, circoli sportivi o politici ecc.

Con la penetrante capacità critica e autocritica che le è propria, bell hooks mette in evidenza che tale cultura si perpetra anche attraverso le madri, custodi e ancelle dell’educazione patriarcale (persino quando le ragazze madri crescono i figli da sole, li addestrano a comprimere i propri sentimenti, nel timore che la mancanza della figura paterna nel nucleo familiare non li renda abbastanza mascolini). bell hooks non esita a muovere critiche a sé stessa e alle femministe degli anni d’oro del femminismo: quando gli uomini hanno tentato di aprirsi all’espressione dei propri sentimenti, sono stati considerati narcisisti o manipolatori o “pappamolla” che cercavano di rubare la scena alle donne, intralciandone il cammino di liberazione. Individua nella letteratura femminista alcuni vuoti: la mancanza di studi sull’infanzia e sull’educazione dei maschi (solo di recente, ad esempio, si è cominciato a parlare dell’impatto educativo di armi giocattolo, del giocare con le bambole non esclusivo per le bambine ecc., degli stereotipi di genere inculcati dalla narrativa infantile). Un’altra lacuna è la mancanza di studi sul “sadismo materno” (la madre sfrutta la vulnerabilità del figlio maschio per legarlo a sé e manipolarlo, essendo l’unico maschio su cui può avere un controllo), nell’equivoco che il sesso femminile sia più dolce e gentile e nulla abbia a che fare con la trasmissione dei valori patriarcali attraverso l’educazione in famiglia. Tanto può essere interiorizzato uno stereotipo.

E poi miti e racconti religiosi in cui il figlio è rivale del padre (Laio ed Edipo, Urano e Kronos): il modello competitivo patriarcale vede padre e figlio in lotta per la conquista del potere.

Con la consueta attitudine a unire teoria e pratica, analisi e narrazione di sé, bell hooks racconta anche i propri errori nell’accogliere l’espressione di sentimenti da parte di uomini della famiglia, amici e soprattutto partner. Senza remore, bell hooks osserva che i migliori psicoterapeuti, sociologi, psicanalisti (sia uomini sia donne) hanno usato poco la parola “patriarcato” ritenendola troppo dirompente, preferendo utilizzare espressioni più miti come “tradizione”, “educazione tradizionale”, “maschilismo”, “sessismo”. Ma questa omissione favorisce il silenzio e non permette di cambiare un sistema permeato di violenza in ogni sua compagine.

Spesso nelle mie lezioni, quando uso l’espressione “patriarcato capitalista suprematista bianco imperialista” per descrivere il sistema politico del nostro paese, il pubblico ride. Nessuno mi ha mai spiegato perché chiamare questo sistema con il nome giusto sia divertente […]. Dico spesso al pubblico che se andassimo porta a porta a chiedere se dobbiamo porre fine alla violenza maschile sulle donne, la maggior parte delle persone direbbe inequivocabilmente di sì. Ma se dicessimo loro che possiamo fermare la violenza maschile contro le donne solo ponendo fine alla dominazione maschile e sradicando il patriarcato, comincerebbero a esitare, a cambiare opinione. (pp. 46-47)

La violenza sulle donne, il massacro di milioni di persone nelle guerre, il diverso accesso alla ricchezza, ai servizi e ai beni comuni, lo sfruttamento della natura fino agli esiti distruttivi dell’estinzione della biodiversità, tutto questo è patriarcato e va affrontato in modo olistico, va cioè combattuto ed eradicato in modo complessivo. Per farlo, è necessario ri-fondare l’educazione delle bambine e dei bambini, partendo dalla consapevolezza che il benessere emotivo è una cosa, il potere sugli altri è tutt’altro, ed è questo “potere”, o “successo”, o “controllo”, che il patriarcato assegna agli uomini, senza però garantire la capacità di dialogo, di interconnessione, di relazione profonda con sé stessi e con gli altri e le altre. Se potere, successo, controllo fossero davvero gratificanti la violenza non esisterebbe.

Sebbene gli psicanalisti ci dicano che le immagini di violenza e predominio maschile che appaiono sui mass media insegnano ai ragazzi che la violenza è affascinante e gratificante, quando un singolo ragazzo è violento, e in particolare quando uccide a caso, gli esperti tendono a chiedersi perché i ragazzi sono così violenti, come se fosse un mistero.(p. 60)

Dovremmo se mai meravigliarci del fatto che le esplosioni di violenza siano così poche, in un sistema politico, sociale, educativo che in tutti i suoi gangli è permeato di forza, rabbia, violenza, come fosse un olio lubrificante: “la verità che nessuno vuole ammettere è che tutti sono allevati per diventare omicidi, anche se imparano a nascondere l’assassino che è in loro e si comportano come giovani patriarchi benevoli” (p. 61). Rabbia e violenza sono trasversali a livello di razza, classe e condizioni familiari. Ma è pure vero che nelle classi più povere la violenza è talvolta l’unica espressione della virilità patriarcale: lì dove non puoi scalare le vette del successo politico, lì dove non puoi accedere a consumi di lusso, potrai almeno essere un uomo violento.

E il lavoro: lo stakanovismo diventa un modo per mettere in sordina i propri sentimenti e disconnettersi da sé stessi. Ma non basta, perché pochi uomini possono aspettarsi la piena occupazione a vita in una società basata su precarietà e sfruttamento. Ne è intaccato il mito del patriarca che, pur burbero o violento, è assolto o si auto-assolve perché provvede alle necessità materiali della famiglia. Inoltre nella cultura patriarcale gli uomini disoccupati sono in preda ad ansia e panico perché non vogliono avere tempo a disposizione, men che meno per curare le relazioni, gli affetti e le emozioni. In una società non patriarcale questo tempo potrebbe essere usato per programmi di auto-sviluppo: non solo per educare alle emozioni e per comprendere che il lavoro è parte della vita ma non è tutta la vita, ma anche per imparare a leggere e scrivere (l’analfabetismo, nelle sue varie gradazioni, è più diffuso di quanto si creda nelle società capitalistiche). Invece la società patriarcale di oggi, digitalizzata, offre droghe e narcotici facilmente accessibili, consolazioni ed evasioni, distrazioni e occasioni di isolamento, utili a comprimere i sentimenti, a disconnettersi dal proprio sé: musica, videogiochi, social, pornografia (bell hooks sviluppa riflessioni acute anche sull’educazione sessuale, sulla cultura dello stupro, sul sesso separato dall’amore, sulla pornografia come risarcimento e promessa di dominio…). Tutti questi intrattenimenti narcotizzano i sentimenti, ma i sentimenti poi esplodono nell’unico modo possibile, cioè in forma rabbiosa e violenta.

Persino nei film, nelle serie televisive, nelle saghe apparentemente innocue (come Harry Potter), bell hooks riscontra tare patriarcali, sessiste e razziste, con uno story-telling prevedibile: se gli uomini esprimono sentimenti, se si distaccano da uno stile di comunicazione e relazione incentrato sulla rabbia, se sono connessi con il proprio sé emotivo e con gli altri, allora o hanno scoperto che sono gravemente malati oppure, in qualche altro modo, sono destinati a morire: è così che nella cinematografia il sistema patriarcale si rinforza. Il cinema ci dice che nel quotidiano, in un vivere sereno e ordinario, una comunicazione emotiva sana e profonda non è praticabile, non è utile, non è virtuosa. Eppure una comunicazione di contenuti diversi e non patriarcali sarebbe possibile solo attraverso i mass media, perché i libri raggiungono un pubblico più elitario. Ed ecco un esempio: quando in Stati Uniti un gran numero di giovani si ribellò e chiese la fine della guerra nel Vietnam, molti lo fecero per motivi di giustizia, altri semplicemente per non morire. Furono ridicolizzati e, ancora negli ultimi anni, è stata prodotta un gran quantità di film che celebrano la guerra: Salvate il soldato Ryan, Indipendence day, Men in Black, Pearl Harbor, film che secondo bell hooks fanno parte della reazione del patriarcato al femminismo.

Il primo atto di violenza che il patriarcato chiede agli uomini non è dunque la violenza sulle donne ma l’automutilazione psicologica, per offrire sé stessi dietro la maschera dell’invulnerabilità. Il patriarcato premia gli uomini forti che negano i propri sentimenti. Così è più facile uccidere il nemico in guerra senza compassione. È più facile mantenere la distanza dai propri familiari in casa. È più facile conservare un sistema socio-economico basato sulla diseguaglianza.

Alcuni studi addirittura deducono che la violenza sulle donne si scateni quando la donna vede oltre la maschera dell’invulnerabilità del maschio. Ma negare la propria vulnerabilità significa uccidere la propria anima, prima che la propria donna. Dunque la violenza maschile è aumentata, secondo bell hooks, non perché le conquiste del femminismo hanno creato una maggiore competizione tra donne e uomini (nell’accesso ai ruoli professionali o nella parità ed eguaglianza in seno alla famiglia, obiettivi in realtà ancora lontani dall’essere stati raggiunti). La violenza si scatena perché gli uomini hanno scoperto che il predominio patriarcale non coincide con la felicità e tuttavia esprimono questa insoddisfazione nell’unico modo che sanno praticare, cioè attraverso la rabbia, non già impostando la comunicazione sull’amore, sul dialogo, sulla conoscenza dei sentimenti e la loro condivisione, sulla responsabilità e sul reciproco rispetto. Cose che non hanno mai imparato. Cose che agli uomini non sono state mai insegnate né in famiglia né a scuola né attraverso una cultura popolare progressista diffusa dai mass media.

Così, se episodicamente gli uomini hanno saputo opporsi al patriarcato quando questo interferiva con i propri valori o desideri personali, mai tuttavia gli uomini sono stati disposti ad abbracciare il femminismo (un’educazione femminista, un apprendistato relazionale femminista…), in nome di un cambiamento radicale, e questo anche perché persino per le donne impegnate nel femminismo  – eccetto poche visionarie – era difficile accettare una teorizzazione più articolata, entro la quale non solo gli uomini ma anche le donne erano e sono responsabili di perpetuare il sistema patriarcale. Riconoscere che i maschi sono vittime del patriarcato quanto le donne è fondamentale per coinvolgerli nel movimento femminista. Più facile, soprattutto nell’opinione comune, affermare che “le femministe odiano gli uomini”. O che “gli uomini devono liberarsi da soli”.

Ma questo impedisce ai ragazzi e agli uomini adulti di allearsi con il movimento femminista per rovesciare il patriarcato. E impedisce di sostituire l’essere amati all’essere temuti. Impedisce di sostituire alla virilità patriarcale una “mascolinità femminista” e al modello del dominio il modello del rapporto collaborativo, basato su relazioni di mutualità e interdipendenza non solo tra gli esseri umani, ma tra tutti gli esseri viventi. Mettendo al centro la vita e non la morte, la pace e non la guerra, l’amore e non la violenza.

Claudia Mazzilli

Per approfondire:

https://www.lunadigas.com/riflessioni/bellhooks-il-femminismo-e-per-tutti/?fbclid=IwAR3Tx4W91qZMluDR8VKJJLum01hM0cVRbjjQin8_6IBZrXGPuKQYyFSUFUg

https://www.lunadigas.com/riflessioni/bell-hooks-insegnare-a-trasgredire-leducazione-come-pratica-della-liberta-meltemi-2020-recensione-di-claudia-mazzilli/

 

5 2 votes
Article Rating
Subscribe
Notificami
guest
0 Commenti
Inline Feedbacks
View all comments
0
Would love your thoughts, please comment.x
Back To Top