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SCUSA, DOVE ERO RIMASTA?

SCUSA, DOVE ERO RIMASTA?

SCUSA, DOVE ERO RIMASTA?

Di Licia UGO

Agosto 2014

Nella dilatata nebulosa dove si coagulano brandelli di ricordi, frammenti di vita passata, sospiri, profumi, piccoli eventi che al comparire di un colore, all’improvviso riprendono vita, e si riuniscono sino a formare un’immagine compiuta, come un composto secco e liofilizzato che immerso nell’acqua si gonfia e rivive, ebbene in questa vaga e cerulea materia che chiamiamo memoria, il ricordo del nostro primo incontro si è coagulato attorno ad una giornata particolare, ad un mare e ad un cielo di tanti anni fa, quando io avevo dieci anni, e tu ventisette.

L’acqua è quella del mare di luglio, ma è una giornata un po’ ventosa, e l’acqua è arruffata, piene di piccole onde bianche che si arrotolano, “ochette” vengono chiamate. In lontananza risplende e riluce la pineta fitta della costa, mentre pini bassi sugli scogli arrivavano striscianti quasi sino al mare.

Sento ancora il salmastro del sale in bocca, e rivedo le bianche righe salate solcare la mia pelle abbronzata.

Ricordo la prima volta che ti incontrai, la ricordo distintamente, anche se poi nel ricordo tutto si rapprende attorno ad un momento preciso, sempre quello, che non è il primo incontro, ma una giornata passata al mare, a Saccorgiana, Istria.

È sempre estate quando penso a te, e sei in procinto di uscire dal mare, dopo una lunga nuotata, o stai per entrarci.

Mi avvicino e “Com’era l’acqua?” ti chiedo,

“Ahh, ragazza mia, maa-gnifica.” E mentre rispondi, quel celeste particolare dei tuoi occhi si illumina e si increspa anch’esso in piccole onde, l’acqua era magnifica…sì, maa-gniifica. E raccontando la tua voce sussurra, si abbassa, sembra quasi che tu stia confidando un segreto, un segreto che allo stesso tempo non vedi l’ora di rivelare, e la voce si rialza e si amplia in quella ultima parola strascicata, maa-gniifica..

Rispondi sempre così, ancora adesso, e tanti sono gli anni passati da quando avevo dieci anni e nel vederti la prima volta sgranai gli occhi.

Una delle mie poche certezze esulta e si rinforza, te lo chiedo apposta, sto lì, in attesa, in agguato, per cogliere quel piccolo luccichio degli occhi, per sentire quel piccolo singulto di gola, quel sospiro roco, quella risposta sempre identica, “sì, l’acqua era maa-gniifica”, e Pola, come sempre, bellissima.

Lo aspetto, lo pregusto, il momento in cui mi dirai della tua vacanza al mare. Da anni Pola è una tappa irrinunciabile, e il tuo racconto non mi delude mai, anche se mi dici che quella ultima volta il tempo non è stato perfetto, beh, in qualche modo lo è stato ugualmente, perché anche quella nuotata, con l’acqua color piombo prima dello scroscio – atteso, inatteso – di pioggia, beh, anche quella è stata perfetta, e il mare era come il miele, dolce e tiepido, e ti avvolgeva interamente, e ogni bracciata ti portava lontano, e da lì guardavi la riva con il sale negli occhi, e salutavi le amiche, sdraiate e in attesa di vederti tornare, a chiacchierare, e a dire, ma la Franca, guardala nuota ancora, e sta per piovere!, solo vagamente stizzite per la tua assenza, compiaciute peraltro di avere un’intrepida nuotatrice come amica.

Lasciata l’Australia, dove avevo vissuto sino ai miei dieci anni, anni che ancora ricordo come selvaggi e lunari passati in una fattoria lontana dal centro di Sydney, dove tornavo al termine dei giorni di scuola in collegio, tornammo in Italia.

Nel bush australiano avevo la libertà di correre libera, in adorazione dell’esplosione parcellizzata, gialla e farinosa di mimosa australiana – boschi come chiese sconsacrate piene di colonne dalla corteccia liscia e bianca – vagando alla scoperta delle pelli di serpenti traslucide abbandonate a seccare dopo la muta.

Al mio rientro in Italia dovetti dunque affrontare un doppio ordine di disgrazie, la morte di mia madre e l’incontro con la realtà italiana, in particolare imparai a conoscere la mentalità provinciale e chiusa dell’Italia di quegli anni, e finii per abitare in quella parte del centro Italia per ben tre anni, confinata in casa dei nonni paterni.

Pochi i raggi di luce, la vita aveva assunto un sapore aspro quando addirittura non virava sull’amaro. E il rimpianto per la vita perduta assumeva i colori violacei della tonaca del prete che al tramonto recitava messa, una chiesa buia e fredda, dove costantemente mi recavo. Sullo sfondo dell’altare guardavo tremolare luci fioche di poche candele fra gigli spenti e aspiravo un odore molle che ristagnava, sperando di lenire le mie pene.

Volevo credere nel miracolo, sottinteso, per chi avesse aderito alla corretta pratica religiosa.

Miracoli non ve ne furono, ma nella mia vita entrò Franca.

“Questa è la Franca Gianoni, tua cugina, e giù un’altra selva di nomi, parenti e amici, e infine Rudi e Mery, i genitori di Franca.

Per un periodo di tempo ridicolmente lungo credetti che il tuo cognome fosse Giannoni con due enne, finché una volta tu pazientemente mi spiegasti, che no, che voleva dire di Giovanni, Ioanovich o giù di lì in tedesco, e quindi le enne erano in realtà una sola.

Mio padre, ricordo,- in quegli anni lontani in quella prima vacanza in Istria, a Pola, dove ci portò in un cauto pellegrinaggio, appena rientrati da Sydney,- aveva girato dei filmini di quelle vacanze in Istria, in formato super otto, e io per la prima volta vidi il mare di Medolino, Saccorgiana e Rabaz.

Quell’estate, a dieci anni, grazie alla bionda cugina Franca, imparai a nuotare, e il mare di Pola sarà sempre per me, il mare più bello.

Ricordo i miei dieci anni, ricordo vividamente la prima volta che vidi i tuoi sandali gialli. Ne fui abbagliata, sento ancora oggi la sensazione ruvida e morbida insieme quella nappa, e rivedo quel colore estroso, rivoluzionario, in quegli anni sessanta in cui la sobrietà dettava legge, e la donna cercava, anche con un sandalo giallo di sfidare l’ordine costituito.

Un colore che ancora adesso rappresenta per me trasgressione e libertà, e comprare sandali gialli in nappa, è stato per me, per tanti anni, un modo di celebrarti.

In quegli anni si diceva così, anni sessanta abbondanti, ma sempre anni sessanta, l’ordine costituito, era una parola che sottintendeva che le cose andavano cambiate, la natura non era destino, sul sociale si doveva lottare, le cose, ripetevi, potevano, dovevano essere cambiate.

I tuoi alunni, cara profff ( nel pronunciarlo ce ne mettevamo tre di effe) venivano sempre prima di tutto, il tuo impegno, lo studio, la volontà ferrea di migliorare la vita degli altri, erano un punto su cui non transigevi.

Con la tua prima cinquecento bianca e gli impeccabili sandali gialli ogni mattina macinavi una decina di km e andavi da Gorizia a Cormons, per i tuoi ragazzi.

Il tempo dei sandali gialli e quello della cinquecento bianca ( non mi ricordo più se la numero uno, la due o la tre) furono il tempo del mio primo viaggio culturale, Urbino, dove andammo insieme alle tue amiche.

A Urbino arrivammo dopo un autentico intermezzo di sconforto, quando al grido di “la dinamo! la dinamo!”, la povera cinquecento, sfiatata, aveva esalato un ultimo singhiozzo e si era fermata a metà costa fra la valle e il monticino di Urbino.

Ma anche quella, imparai presto, divenne avventura, non disgrazia, e nella stanza grigia senza porte e vie d’uscita in cui si svolgeva in quegli anni parte della mia vita, tu arrivavi, e aprivi di volta in volta una porta o una finestra, entrava la luce della cultura.

Un cono di luce illuminò il mondo della musica, allorché ascoltai accaldata, affondata in poltrone di velluto che pizzicavano la pelle nuda delle braccia, stupita nel buio rossastro e pesante del teatro, il mio primo concerto classico, nella Bologna dove avresti poi vissuto tanti anni…e anch’io.

Una porta nel mondo della letteratura stava nel pacco di libri arrivati per Natale, libri che per un po’ saziarono il bisogno di leggere, bramosia che calmavo a volte anche solo leggendo e rileggendo i vecchi numeri della Domenica del Corriere che giacevano in un mucchio a casa dei nonni.

Indietro nel tempo, indietro nel passato ricordo quelle domeniche pomeriggio, quando già più grandina, a Trieste passavamo il tempo al caffè Stella Polare ad analizzare per ore l’esplosione finale al ralenty di Zabriskie Point, o la soggettiva della mano che mescola con un cucchiaino una tazzina di caffè, nel film di Jean Luc Godard …quando il vortice del caffè sembra essere la nebulosa dell’universo, e la voce dice: “Bisogna che ascolti. Bisogna che guardi intorno a me più che mai: il mondo, mio simile, mio fratello”. La bellezza di quella scena non mi abbandonò più.

Quei pomeriggi furono il mio primo scorcio nel mondo del cinema, bevendo piccoli cappuccini triestini e fumando allegramente nelle brune giornate d’inverno nei Caffè di Trieste.

Fu allora che notai in te, appassionata cantora di storie di ogni genere, un vezzo che oscillando velocissimo sull’arco dei sentimenti poteva risultare o assai simpatico o addirittura irritante, tanto più quanto il racconto che stavi dipanando era interessante.

Rivedo quel tuo gesto, a metà di una frase, quando all’improvviso ti porti la mano alla bocca, lo sguardo vaga leggermente assente, sì qualcosa ti ha distratto, ma suvvia è cosa di poco conto penso io, invece no, e in modo innocente te ne uscivi, Scusa, dove ero rimasta? sconcertando i tuoi ascoltatori attenti.

Sì perché va detto che il tuo modo di raccontare, anche le cose più minute, è sempre stato coinvolgente, ancorato al presente, ma anche al sociale, con risvolti storici, la descrizione delle motivazioni economiche e via dicendo, e tutto questo rendeva anche la descrizione del perché il tal pittore avesse usato spesse pennellate di blu cobalto in quel determinato periodo e successivamente sottili scaglie dorate estremamente interessante.

E spiegavi che l’evoluzione della tecnica aveva portato anche alle diverse forme artistiche, anche un pennello tondo o uno piatto potevano fare la differenza…, la realtà ancorata al suo tempo.

Qualunque interruzione era malvista, ma quando proveniva da te era temutissima, potevi dimenticarti assolutamente dove andava a parare la storia… Ma avevo scoperto che bastava porgerti l’ultima parola, proprio l’ultima parolina, e dopo una risata a bocca larga, con lancio della testa un po’ all’indietro e un po’ di lato, un buffetto con cui ti assolvevi sulla fronte, ripartivi veloce, riprendevi il filo, e finivi la storia.

Come mi erano diventate familiari le tue sospensioni, quell’attimo di distrazione che ti coglieva all’improvviso, e come era rassicurante sapere che bastava srotolare l’ultima frase, e ti riprendevi subito “Scusa, dove ero rimasta? Ahhh sì, dunque…”

Un’altra delle mie certezze, sapere che allungarti l’ultima parola, ricordandotela, voleva dire che ripartiva il racconto.

Per te la vita offriva sempre qualcosa, bastava saper cogliere, c’era sempre un concerto da non perdere, una mostra, una presentazione di libri, un dibattito. La tua vita era ricca e piena. Bisognava informarsi, la conoscenza era tutto, la chiave che apriva il mondo, bisognava lottare per la giustizia sociale, per le opportunità per tutti, ma insomma la tua vita pubblica è sotto gli occhi di tutti, è impossibile parlarne senza omissioni clamorose.

Quindi non ne parlo più, dirò solo che andavi sempre di corsa, pur essendo una “lenta” di natura.

Ancora non so come hai avuto il tempo di infilarci anche me, ma così è stato.

A Trieste, dove ho vissuto per un paio di anni, quei filmetti estivi girati a Pola li guardavo e riguardavo insieme a mio padre, era inverno e soffiava la bora, ma la cosa migliore erano sempre i tuoi tuffi, soprattutto quelli all’indietro, quando papà riavvolgeva la pellicola, e tu saltavi asciutta e scattante sullo scoglio da cui ti eri buttata un attimo prima, e la cosa ci faceva ridere.

L’acqua luccicava, lo spruzzo che facevi in avanti era bianco, ma ancor meglio mi pareva il tuo salto all’indietro, con l’acqua che si richiudeva e tu saltavi fuori asciutta e sorridente sullo scoglio, frammento che volevo guardare continuamente, sfida impossibile alla gravità e al tempo.

In quei fotogrammi ormai andati perduti sei sullo scoglio, hai ventisette anni, i capelli cortissimi e biondissimi, tagliati come l’attrice di Caccia al ladro, ma scompigliati, e non te ne curi.

Hai ventisette anni per sempre, giri leggermente il capo all’indietro, sorridendo, ah sì, quello è un sorriso maa-gnifico, con un dentino storto che spunta appena, e ti butti, spavalda ed esemplare, guarda!

Sparisci in una nuvola di spruzzi nel mare più bello che conosca.

Sono passati gli anni e sei diventata Francona, per un bel po’ sei rimasta la Francona, quei chili di troppo non mi piacevano, ma tu non avevi tempo che per gli altri, ed eri sempre in giro, maestra di certezze, passavi la vita ad aiutare gli altri, la tua fede incrollabile nella razionalità a volte spaventa e pare irragionevole, ma è un motore mai fermo, che faceva dire a chi ti conosceva bene, alla nostra Liviana, “Cosa fa Franca fra una assemblea ed un’altra? Un’altra assemblea”.

E giù a ridere di gusto.

Ridere era un nostro modo di comunicare, un tuo modo di difenderti dal buio che albergava negli altri e che non ti sfiorava quasi mai.

Una volta ricordo ti vidi arrivare a casa,- vivevo insieme a te, allora, in via della Filanda, e mai nome mi fu più antipatico, quasi come quella casetta, che poi, a ripensarci oggi non era niente male, ma entrambe la odiavamo, o forse solo io – ti vidi parcheggiare la fantastica cinquecento e restare ferma, immobile e assai pensosa, al posto di guida, per parecchi minuti.

Ti preoccupava che cosa, la scuola, un ragazzo in particolare che andava recuperato, il nostro rapporto che stava diventando difficile, o il pensiero di tua madre, lontana ma sempre presente?

Quale fraintendimento, quale delusione per un po’ ci ha allontanato? Per te, ero una delle tante figlie e figli che avevi sparsi nel tuo mondo, fatto di classi, di alunni da salvare, di ciclostili, di mozioni, di situazioni disperate che il tuo impegno e il tuo coraggio avrebbero potuto sfidare.

Non ci sono risposte, solo a volte mi ritrovo a pensare a tutte le tue classi, a te che spieghi appassionatamente la storia, a quel momentaneo attimo di svagatezza che ti coglie, e a quanti fra i tuoi alunni fossero in grado di porgerti l’ultima parola, oppure no, a quanti distratti guardavano il mattino brillare fuori dalla finestra, e a te, che intanto riprendevi la lezione da un’altra angolazione.

Cara Franca, anche quest’estate la tua “vacanzetta a Pola” è stata maa-gnifica, come mi hai raccontato. Da qualche anno a Pola vai a casa di un’amica, la stanza affaccia sul giardino, come piace a te, e non è un giardino all’italiana quello che vedi dalla casa della tua amica Nelida Milani, ma un paesaggio selvaggio come si conviene ad una donna di talento, che imbriglia solo le parole.

Ma infine ricordo sempre e ancora come a dieci anni, a Trieste, era bello d’inverno riavvolgere la pellicola di quei filmetti estivi, e capisco solo adesso perché la moviola all’indietro mi piacesse tanto, in quanto espressione di un desiderio così forte da non poter essere neppure espresso, né compiutamente sentito, ed era il bisogno stesso di poter riavvolgere il tempo, tornare indietro e indietro, in Australia, quando ancora mamma non era morta, e la mia vita scorreva con riti e ritmi diversi.

Torno con la memoria a quell’estate lontana, a quel tuo semplice splendido tuffo, fatto e ripetuto all’infinito nel riavvolgersi della pellicola della mia memoria. Sei perfetta in quel sorriso abbagliante.

Ancora ricordo quando giravi il capo e con un cenno a me, in piedi sullo scoglio, per sempre bambina decenne, incerta solitaria e terricola, tremante nel costume bagnato di filanca rosso, senza parlare dicevi che sì, ci si poteva tuffare in quella rilucente acqua scura chiamata vita.

FRANCA GIANONI

La protagonista di questo racconto è Franca Gianoni, che oltre a essere mia cugina è stata il mio primo esempio di donna libera indipendente e lavoratrice.

Nata nel 1935 a Pola, ISTRIA, da cui è venuta via nel 1947 con l’esodo, ha vissuto poi a Gorizia, frequentando l’Università di Trieste.

Ha lavorato in zona come insegnante e nel 1967 si è trasferita a Bologna, dove ha avuto la fortuna di vivere gli anni più intensi dei movimenti politici di base italiani.

Negli anni ’80 è diventata femminista e si è trasferita a Firenze, dove vive tuttora.

LICIA UGO

Di origini istriane, nasce in Australia, dove rimane sino ai dieci anni, con qualche intervallo in Italia.

Ha vissuto ad Albiano Magra, a Chieti, a Trieste, a Bologna e attualmente si è fermata a Roma.

Laureata in Scienze Politiche all’Università di Bologna, lavora come regista e giornalista a Rai Uno. Ha cominciato a pubblicare negli anni ’90, vincendo con L’ONNIVORO il premio Spazio Donna indetto dal Comune di Striano.

Successivamente ha scritto vari racconti per diverse antologie tematiche, pubblicate dalla Casa editrice il Girasole.

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