skip to Main Content
La Macchina Ha Un Genere?  Appunti Per Corpi Che Non Stanno Al Loro Posto

La macchina ha un genere? Appunti per corpi che non stanno al loro posto

La macchina ha un genere?

Appunti per corpi che non stanno al loro posto

di Ro

 

Introduzione

Un corpo non finisce sulla pelle. Continua nel nome scritto sui documenti, nei farmaci che ne modificano la chimica, nel lavoro necessario a mantenerlo in vita, nelle immagini attraverso cui impara a desiderarsi e a essere desiderato. Oggi continua anche nei profili, nelle app che ne registrano il ciclo, nelle fotografie archiviate online, nelle ricerche notturne, nei dati prodotti quasi senza accorgersene. Questo non rende il corpo meno reale. Al contrario: costringe a chiedersi di quante relazioni sia fatta la sua materialità. Il pensiero femminista ha mostrato da tempo che ciò che chiamiamo “corpo naturale” non è mai un punto di partenza innocente. Sesso, genere, desiderio, riproduzione, lavoro e cura sono stati tenuti insieme da istituzioni, saperi, immagini e tecnologie che hanno fatto apparire necessarie relazioni storicamente costruite. Il digitale entra oggi dentro questa storia, ma non si limita a ripeterla. Introduce nuovi modi di vedere, classificare e mettere in relazione i corpi; contemporaneamente, rende possibili nuove forme di riconoscimento, sperimentazione e trasformazione. Una casella che permette di selezionare “non binario” può essere il risultato molto concreto di una lotta contro l’obbligo di esistere soltanto come uomo o donna. Quella stessa casella è anche un’informazione che un sistema può registrare e utilizzare. Le due cose non si annullano. È da questa ambivalenza che parte questo articolo. Non per denunciare la tecnologia come una nuova macchina patriarcale, né per celebrare ogni nuova possibilità di rappresentazione come liberazione. La questione è più precisa: che cosa succede ai corpi quando diventano insieme più liberi di differenziarsi e più precisamente leggibili? Forse è qui che la domanda la macchina ha un genere? può essere posta diversamente. Non soltanto chiedendosi quali pregiudizi siano entrati nelle macchine, ma quali corpi stiamo imparando a diventare insieme a loro.

Il genere ha sempre avuto bisogno di rendere leggibile il corpo.

Per secoli, una certa anatomia ha dovuto significare molto più di se stessa: una disposizione al lavoro o alla cura, una sessualità, una capacità riproduttiva, una posizione familiare, perfino un carattere. Il corpo femminilizzato veniva associato alla cura; la cura veniva materialmente affidata soprattutto ai corpi femminilizzati; la ripetizione produceva competenze, posture, rinunce, tempi di vita. Tutto questo poteva infine tornare sul corpo sotto forma di evidenza: le donne si occupano della cura perché sarebbero, per natura, più portate a farlo. La norma produce la regolarità che successivamente presenta come natura.

Una parte decisiva del femminismo ha rotto proprio questa circolarità. Se il corpo non contiene già il proprio destino, diventa possibile separare ciò che era stato fatto coincidere: sesso e genere, sessualità e riproduzione, desiderio e famiglia, anatomia e funzione sociale.

Donna Haraway, quando negli anni Ottanta proponeva la figura del cyborg, radicalizzava ulteriormente questa frattura: nessun ritorno a un corpo originario, incontaminato dalla tecnica, avrebbe risolto il problema. Il confine tra organismo e macchina era già politico, instabile, attraversato. Quarant’anni dopo non occorre immaginare scenari fantascientifici per incontrare quel corpo.

Un corpo mestrua insieme a un’app. Modifica la propria chimica attraverso contraccettivi, antidepressivi o ormoni. Costruisce memoria attraverso archivi fotografici digitali. Cerca un partner attraverso un’interfaccia. Impara un gesto da un tutorial. Si guarda attraverso immagini che altri corpi hanno prodotto e che un sistema ha selezionato. Il corpo non utilizza semplicemente la tecnologia. Si forma anche nelle relazioni che intrattiene con essa.

Questo diventa particolarmente evidente quando il corpo si trasforma in dato. Volto, voce, posizione, ciclo mestruale, sonno, acquisti, fotografie, relazioni, pornografia, desideri, cronologia. Il corpo digitale non coincide con il profilo che costruiamo intenzionalmente: comprende le tracce prodotte mentre viviamo. Ma un dato non è un pezzetto di realtà che entra intatto nel computer. Per registrare qualcosa bisogna decidere che cosa conta.

Un’app che registra il ciclo seleziona variabili, stabilisce intervalli, confronta sintomi e ricorrenze. Un’app di dating rende il desiderio parzialmente traducibile in età, genere, distanza, preferenze e gesti di selezione. Un modulo che domanda il genere deve stabilire quali risposte possano esistere al suo interno. La macchina non incontra quindi semplicemente la differenza. Deve darle una forma con cui poter operare.

Questo sposta anche il problema dell’inclusione.

Se un modulo permette soltanto di scegliere tra uomo e donna, aggiungere altre possibilità conta. Per chi non esiste dentro quella dicotomia, essere nominabile non è una concessione cosmetica. Una parola può modificare il rapporto con il proprio corpo; una categoria condivisa può produrre comunità; una possibilità amministrativa può evitare una violenza molto concreta.

Ma la casella in più non conclude il problema politico. Perché essere inclusə significa, in quel preciso momento, essere diventatə leggibili al sistema. La stessa parola può appartenere alla genealogia di una lotta e all’architettura di un database. È una situazione più interessante della semplice opposizione tra liberazione e controllo. Una categoria non perde il proprio valore perché può essere registrata. Ma neppure diventa emancipatoria soltanto perché amplia le possibilità di autorappresentazione.

La questione è ciò che accade dopo.

Il calcolo, infatti, non ha bisogno soltanto di differenze. Cerca relazioni tra le differenze. Frequenze, somiglianze, associazioni, probabilità. Ed è qui che incontra nuovamente il genere.

Anche il genere ha prodotto regolarità. Non perché esistano necessariamente comportamenti maschili e femminili iscritti nei corpi, ma perché una società che distribuisce diversamente lavoro, denaro, violenza, cura e libertà finisce inevitabilmente per produrre comportamenti differenti. Si può tornare alla cura. La cura è lavoro, anche quando resta fuori da ciò che viene riconosciuto e misurato come lavoro produttivo. Se sono soprattutto le donne a ridurre il proprio tempo di lavoro retribuito per svolgere lavoro di cura non retribuito o sottopagato per figli o familiari, quella divisione del lavoro produce effetti osservabili. Carriere, redditi, consumi, orari e spostamenti ne portano le tracce. Quando queste tracce diventano dati, un sistema può riconoscere una regolarità senza sapere nulla dell’organizzazione politica ed economica del lavoro che l’ha prodotta. Il dato può conservare l’effetto e perdere il conflitto.

Per questo il sessismo algoritmico non diventa interessante soltanto quando la macchina sbaglia. A volte la macchina vede correttamente un mondo diseguale. Non deve sostenere che le donne siano naturalmente predisposte alla cura. È sufficiente che il passato contenga abbastanza donne che hanno curato perché quella relazione acquisti valore predittivo. La macchina ama la genealogia perché la genealogia permette la previsione. Le basta che il prima contenga abbastanza dopo. Ma proprio quel “dopo” si è fatto molto meno docile.

La circolazione digitale di parole, immagini e comunità ha contribuito a rendere praticabili forme di genere che le vecchie sequenze non riuscivano a contenere. Non si tratta soltanto di una maggiore visibilità di identità che esistevano già, perfettamente formate, in attesa di comparire online. A volte una parola produce qualcosa.

Incontrare non binario, genderfluid, trans*, o qualunque altro termine capace di aderire temporaneamente a un’esperienza, può cambiare il modo in cui viene letto il proprio passato. Un’immagine può rendere desiderabile una modificazione del corpo. Una comunità può trasformare una sensazione privata di inadeguatezza in un’esperienza condivisibile. Un tutorial può trasformare un sapere in una tecnica praticabile. Il simbolico, qui, è perfettamente materiale. Passa attraverso il corpo e lo modifica.

Sarebbe quindi un errore leggere la proliferazione contemporanea del genere come semplice inflazione identitaria o come invenzione commerciale. Più parole possono significare più possibilità di esistenza. La moltiplicazione dei segni ha allargato il campo di ciò che può essere pensato, desiderato e vissuto. Ma è precisamente qui che la questione si fa più sottile.

Perché la proliferazione della differenza avviene negli stessi ambienti che trasformano continuamente le pratiche in informazione. Si cerca una parola. Si guarda un’immagine. Si modifica un profilo. Si seleziona chi si desidera incontrare. Si entra in una comunità. Si cerca un farmaco. Sono esperienze che possono avere conseguenze profonde nella vita di una persona; sono anche azioni capaci di lasciare tracce. Il corpo può quindi diventare contemporaneamente più differenziato e più informativo. Non c’è bisogno di scegliere quale delle due condizioni sia quella autentica.

È proprio la loro simultaneità a caratterizzare una parte dell’esperienza contemporanea del genere. Il capitalismo informazionale, da questo punto di vista, non richiede necessariamente soggetti uniformi. Può funzionare anche attraverso differenziazione, personalizzazione, variazione. Gusti, estetiche, desideri e identità possono essere esperienze vissute e, nello stesso momento, produrre informazione. Una categoria può essere il risultato di una lotta e diventare una variabile. Un’estetica può incrinare una norma e circolare come merce. Una comunità può produrre appartenenza dentro una piattaforma commerciale. Nessuna di queste trasformazioni cancella automaticamente le altre.

È per questo che anche il linguaggio della “cattura” rischia di essere troppo semplice. Presuppone che prima esista una differenza pura e sovversiva e che soltanto successivamente arrivi il mercato a impossessarsene. Ma i corpi non si formano fuori dalle relazioni tecniche, economiche e simboliche per entrarvi in un secondo momento.

Il cyborg non ha un paradiso precedente alla macchina. E tuttavia da questo non segue che ogni ibridazione sia liberatoria. È forse qui che una prospettiva tecnofemminista e queer deve diventare più esigente.

Se un tempo l’impossibilità di classificare un corpo poteva mostrare con particolare evidenza l’insufficienza della norma, oggi una parte crescente della differenza può essere ospitata dentro sistemi molto più flessibili. Una piattaforma può aggiungere categorie. Un mercato può differenziare prodotti. Un algoritmo può imparare nuove associazioni. La mutazione non deve necessariamente essere vietata. Può essere resa operabile.

Questo modifica la relazione tra differenza e sovversione. Non la elimina: la complica.

Essere leggibili non significa essere liberi. Ma essere illeggibili non significa automaticamente essere sovversivi. Una politica del genere non può quindi misurare la propria radicalità soltanto dal numero delle identità riconosciute, né cercarla nel corpo più fluido, incoerente o impossibile da nominare. Entrambe le soluzioni continuerebbero a mettere al centro la classificazione. Il problema emerge piuttosto quando si osserva che cosa una classificazione permette di fare.

Una persona può modificare il genere sul proprio profilo: può modificarlo altrettanto facilmente nei documenti? Una parola può rendere pensabile una transizione: quali condizioni economiche, sanitarie e relazionali permettono di praticarla? Una rappresentazione può sottrarre un corpo alla vergogna: modifica anche le condizioni in cui quel corpo lavora, viene curato, desidera, costruisce relazioni?

Non esiste una risposta unica. Ed è importante che non esista.

Perché il punto non è ricostruire una gerarchia tra trasformazioni “vere”, materiali, e trasformazioni soltanto simboliche. Un nome può cambiare materialmente una vita. Un’immagine può produrre un desiderio. Una comunità digitale può rendere possibile una relazione che modifica il modo di abitare il proprio corpo. Materiale e simbolico non sono due piani che si incontrano occasionalmente. Si producono continuamente l’uno nell’altro.

È forse questo che rende il corpo un punto di osservazione ancora così potente. Non perché custodisca una verità precedente alla tecnologia, ma perché è il luogo in cui relazioni molto diverse acquistano consistenza: una parola diventa postura, un’immagine desiderio, una norma tempo di lavoro, una molecola trasformazione, un dato previsione. Il corpo non sta al proprio posto perché non ne possiede uno soltanto.

È biologico e tecnico, individuale e relazionale, opaco e leggibile. Attraversa la macchina e ne viene attraversato. Produce informazioni che tornano a organizzare gli ambienti nei quali continuerà a diventare altro. La domanda la macchina ha un genere? può allora essere lasciata volutamente aperta.

Forse il problema non è scoprire se la macchina sia maschile, femminile o qualcos’altro. È osservare il lavoro attraverso cui corpi e macchine continuano a produrre differenze, trasformarle in regolarità e rimetterle in circolo. Tra la differenza che apre una possibilità e la regolarità che prova ad anticiparla rimane uno spazio instabile. È lì che il genere continua a muoversi.

0 0 votes
Article Rating
Subscribe
Notificami
guest
0 Commenti
Inline Feedbacks
View all comments
0
Would love your thoughts, please comment.x
Back To Top