Sulla pelle delle donne
Sulla pelle delle donne
Cristiana Iannotta, Gaia, Nadia e le altre. (Sul)la pelle delle donne (Augh! Curandero, 2022)
Un libro sulle donne che intraprendono percorsi di PMA: “donne che con enorme sacrificio si stanno guadagnando una normalità straordinaria che, invece, per altre risulta estremamente naturale”.
Recensione di Claudia Mazzilli
Paula, una giornalista freelance, quando comincia a raccogliere testimonianze sulla PMA (procreazione medicalmente assistita), non immagina che si troverà a raccontare storie di violenza fisica o psicologica che accadono sulla pelle delle donne: “La pelle delle donne è talmente resistente che nessuno presta più attenzione quando vi fa rotolare sopra valanghe di parole, gesti, offese, pregiudizi, divieti e accuse. Spesso le carezze, di contro, sono molte meno e non bastano a lenire certi tipi di dolore diffuso e oltremodo invadente” (p. 10).
Partecipando a un convegno sulla procreazione assistita, Paula entra in contatto con donne diverse tra loro: molte sono consapevoli di essere donne anche se non si è madri; tuttavia un figlio vogliono a tutti i costi partorirlo. Altre sono consapevoli che i legami familiari non si basano sulla consanguineità ma sulla relazione; eppure vogliono il medesimo donatore per i figli procreati con la fecondazione artificiale, in modo che siano fratelli per davvero, “per natura”.
Paula conosce “donne che con enorme sacrificio si stanno guadagnando una normalità straordinaria che, invece, per altre risulta estremamente naturale” (p. 19). Perché dopo i trentacinque anni le possibilità di riuscire a concepire e portare a termine la gravidanza si riducono drasticamente, o si va incontro a parti pluri-gemellari. È quel che è successo a Eleonora, madre di quattro figli, tutti nati da PMA: dopo il primogenito, gli altri tre embrioni crio-conservati attecchiscono tutti e tre, e nascono tre gemelli. “Ringrazio tutti per avermi dato la possibilità di essere una mamma stanca, ma felice” (p. 21). Già. Eleonora potrebbe permettersi di essere infelice, anche solo per cinque minuti? No! È lei che ha voluto a tutti costi essere madre. La società la bollerebbe come ingrata e come incoerente:
“ci sono molte donne che vivono situazioni estreme, ai limiti dell’umana sopportazione, e che nessuno considera tali perché si parte dal pregiudizio che la donna che sceglie di intraprendere un percorso, in fondo, si sia cercata sia il finale, sia il percorso stesso e che, quindi, non abbia né il diritto di lamentarsi né di piangere” (pp. 26-27).
E le madri single che vanno in Spagna per effettuare la fecondazione? Alcuni medici le stigmatizzano come egoiste, e persino molte altre donne assistite, orgogliose di poter dare un padre al figlio nato da PMA.
In questo ordito composto di tanti fili e di tante vite, l’autrice dà evidenza a due storie in particolare, quella di Gaia, più lunga, e quella di Nadia, più breve ma non meno intensa. La vicenda di Gaia è raccontata in una forma pronominale mista: il tempo della storia (Roma, 1980; Roma, 2002) è restituito in terza persona da Paula narratrice. Il tempo del racconto (Roma, 2020) ricostruisce a decenni di distanza il vissuto di Gaia in prima persona, ormai rielaborato alla luce di una più matura consapevolezza, attraverso le parole che la protagonista consegna a Paula, che la intervista e che sa creare un contesto empatico e accogliente per chi le dona la propria testimonianza.
Gaia, appena maggiorenne nel 1980, scopre di essere incinta. Tutto traballa: la sua carriera di atleta, il desiderio di tenere il bambino, ma anche il desiderio di abortire, la relazione con l’uomo (sposato) che è padre del bambino, interessato solo a chiudere l’incidente di percorso con un aborto frettoloso. Nulla è saldo, tutto vacilla, tra insicurezze, sensi di colpa, mortificazioni subite dal solito ginecologo obiettore di coscienza (Ci potevi pensare prima!), fino all’interruzione di gravidanza. Gaia si laurea in Chimica, è assunta da una multinazionale farmaceutica ma sceglie di restare a lavorare in Italia, si sposa e, adesso che tutto funziona, non resta incinta e tenta l’avventura della PMA, ritrovandosi ancora una volta colpevolizzata, in primis dai medici, che sottolineano che i “momenti giusti” non coincidono con l’orologio biologico (ancora una volta: Ci potevi pensare prima!). Gaia è inoltre mal giudicata da colleghe e colleghi che trattano le donne senza figli come “un genere a parte”. Iniziano per lei percorsi medicalizzati dapprima blandi e poi sempre più invasivi e costosi (con un capitombolo dalla sanità pubblica a quella privata per raggiunti limiti di età), che alterano il suo equilibrio ormonale e psico-fisico, aggiungendo al lavoro un dopo-lavoro, fatto di scadenze puntuali e adempimenti meticolosi per favorire il concepimento, che resta del tutto invisibilizzato, quando non è stigmatizzato da colleghe e colleghi che, con scarsa delicatezza, esibiscono l’orgoglio di aver avuto figli in modo naturale e pensandoci per tempo, al momento giusto. E non mancano giudizi e violenze neppure nella sala d’attesa del centro per la procreazione assistita, da parte di altre donne, ciascuna convinta di aver fatto la scelta giusta riguardo al trattamento medico intrapreso! È invisibilizzato anche il dolore di Andrea, marito di Gaia, e in generale il disagio dei partner che tentano di dare supporto morale alle compagne: “Andrea pensava di prendere a calci nel culo i suoi spermatozoi lenti e avrebbe voluto stringere forte sua moglie, ma la sentiva lontana e si trattenne” (p. 131). Con il rischio di perdersi o, come in questo caso, con la fortuna di ritrovarsi: “ci siamo ritrovati a fare l’amore e ci siamo emozionati come non mai. Era la prima volta, dopo tanto tempo, che avevamo la nostra intimità senza dover badare a tempi, orari, calcoli e obiettivi. È stato bellissimo. È stata la scintilla che ci ha fatto realizzare che non siamo solo una coppia, ma una famiglia intera” (p. 135).
Lasciamo la storia di Nadia alla curiosità di chi vorrà leggere: Nadia, che ha da poco avviato un percorso di procreazione assistita, scopre di avere un tumore al seno. Terapie oncologiche e pratiche di fecondazione si alternano e s’intrecciano, con le necessarie pause e ripartenze.
Quel che accomuna le storie di Nadia e di Gaia è la forza e la fragilità delle due protagoniste, che con fatica imparano a scegliere con il proprio cuore, con il proprio corpo, con la propria testa, autodeterminandosi giorno dopo giorno e facendo scelte difficili, mai scontate, imprevedibili anche per sé stesse. La consapevolezza più importante, per entrambe, sarà questa: le donne senza figli sono donne come tutte le altre; si è donne anche se non si è madri. Gaia e Nadia, ciascuna a suo modo, imparano a conoscere a fondo il proprio desiderio di maternità, perché pagano sulla loro pelle le conseguenze di questo desiderio, giorno per giorno. Devono decidere – e lo faranno in modo diverso – se proseguire con i tentativi di fecondazione, con tutte le relative stimolazioni ormonali, o se fermarsi. Pertanto vogliono cercare di capire, scrutando con sincerità in sé stesse, se il voler essere madri è un costrutto sociale condizionato e conformista, che le fa andare avanti a tutti i costi finché il fisico regge, o se è un desiderio autentico e genuino. Nello strepito vociante e giudicante di suocere e suoceri, di medici e infermieri, di altre donne in condizione analoga o diversissima, le donne che intraprendono un percorso di PMA vivono una condizione di fatica, solitudine e stress logoranti. Eppure può capitare di incontrare empatia e solidarietà – inclinazioni rare – di cui è capace Paula, l’intervistatrice che, nella finzione narrativa, raccoglie queste testimonianze. Dietro di lei s’intravede, in filigrana, la sensibilità discreta ma intensa dell’autrice: nella nota che chiude l’opera Cristiana Iannotta ci tiene a precisare che il libro è stato pensato e scritto prima della pandemia da Covid-19, tuttavia dedica il suo ultimo pensiero proprio alle ulteriori difficoltà che le donne in gravidanza hanno vissuto a causa della pandemia. Nelle ultime righe Cristiana ci fa un augurio. Non scrive “andrà tutto bene” – uno slogan retorico, ipocrita e inflazionato – ma “vogliatevi tanto bene”. La solidarietà tra donne (madri e non madri) attraversa il libro dalla prima all’ultima pagina e gli conferisce un timbro speciale.
Cristiana Iannotta è nata a Roma, dove attualmente risiede. Ha partecipato a diversi laboratori di scrittura ed è socia ICWA. Scrive sul magazine online Convincere.eu. Ha pubblicato, oltre a vari racconti e poesie presenti in antologie, Blu e rosso. Viola (Aletti Editore, 2007), Senza rete di protezione e Buon appetito da Roma, in e-book per gli italiani all’estero (Chichili Agency Italia, 2012), A volte nulla è come sembra (Il Ciliegio Edizioni, 2013), L’attimo di mezzo (Edizioni Progetto Cultura, 2016) e La spiaggia dell’amicizia (Il Ciliegio Edizioni, narrativa illustrata per bambini, 2018). Da quest’ultimo testo ha tratto una sceneggiatura teatrale.