skip to Main Content
Ritratti Di Ombre

Ritratti di Ombre

Claudia Mandas, Ritratti di ombre (Il Maestrale edizioni, 2025)

Con questi racconti ispirati alle atmosfere del Cimitero monumentale di Bonaria a Cagliari, Claudia Mandas ci riconcilia con il ciclo naturale della vita e della morte, volgendo lo sguardo al passato invece che al futuro. Così l’autrice, che si definisce orgogliosamente lunàdiga, smonta l’illusione di ottenere l’immortalità generando figli.

Recensione di Claudia Mazzilli  

Claudia Mandas in Ritratti di ombre (Il Maestrale edizioni, 2025) compone parole capaci di esistere prima di essere state pronunciate: parole silenti come l’ombra al riparo dalla luce, come la quiete prima e dopo la vita, intrecciate in versi – la sua poesia ha la densità distillata dell’epigramma – e in racconti che hanno anch’essi la brevità lapidaria dell’epitafio. Si tratta di venticinque narrazioni ispirate all’atmosfera del Cimitero monumentale di Bonaria a Cagliari e alle opere funerarie dello scultore Giuseppe Sartorio: storie dedicate a personaggi di fantasia o a figure storiche note (soldati, marinai, imprenditori), ora raccontate in prima persona ora in terza persona, o attraverso un piccolo coro assemblato con i commenti e i pettegolezzi di chi partecipa a una veglia funebre, oppure nella visione monologante e onirica di un mare blu, o persino nella sintesi asciutta di un telegramma. Talvolta la voce narrante proviene dall’aldilà, talaltra dall’al di qua, per riferire di un incidente, o di una morte per cause naturali, o di una morte scelta.

Venticinque racconti che non hanno nulla di funereo, che non chiudono la scrittura in un raggelante rigor mortis, ma in cui scorre il calore dell’empatia, la consapevolezza della fragilità delle cose umane, l’humanitas, condensata nella riscrittura del verso più famoso di Terenzio (homo sum, humani nihil a me alienum puto). Questa dolente, meditabonda dolcezza è frutto di una tecnica narrativa che lavora per sottrazione, togliendo tanta materia grezza (il torbido della vita) per raggiungere la perfezione del momento definitivo e fatale dell’esistenza.

Gli oggetti che sopravvivono intorno al defunto, scrive Claudia, “ne possiedono l’odore e ne conservano il tocco” (p. 20), e lo stesso tocco si deposita nella scrittura di questa narratrice sarda, che soffia e modula canti di carne e sangue dentro “canne piene di niente”, dentro “venti vuoti di nodi” (p. 144).

Claudia Mandas riconosce le debolezze e le miserie del vivere, ma non vuole scrivere una nuova Antologia di Spoon River. Non le interessa giudicare ipocrisie e meschinità, ma cogliere l’universalità della condizione umana pur nella irripetibile cifra di ciascuna vita, con misericordiosa sensibilità e capacità di immedesimazione.

“Ci reggiamo sulle opportunità di questo o quel caso, sulle concessioni degli incastri, e sulle macerie dei disastri. Ci abbracciamo da soli, per evitare illusioni” (p. 79).

Matrilinearmente, fin dalla prima pagina, l’autrice si riconnette alla madre, che le “ha insegnato ad amare le storie perdute”. Perché guardare sempre avanti, alle future generazioni, e non a coloro cui diamo le spalle e a cui, in fondo, dobbiamo la vita? Perché non recuperare una solidarietà inter-generazionale che possa riconciliarci con il ciclo naturale della vita e della morte, e con ogni essere umano, invece di proiettarci e a tutti i costi in avanti generando figli, quasi fossero avatar di noi stessi? Così Claudia Mandas decostruisce la truffa dell’immortalità, che ci si illude di conquistare procreando.

“Ripenso a ieri, e all’altro ancora, fino a un passato ormai altrove. Mi accarezzo il ventre, piano, e mi trascino, zavorra vuota, nel fondo di un tempio” (p. 129). Contro “la ragionevolezza delle cose” (p. 130), l’autrice si definisce lunàdiga (p. 133) facendo così entrare questa parola nella letteratura (con un’opera che ha ricevuto il Premio “Antonio Gramsci” XIX edizione!).

“Il nostro nome è lunadigas, e siamo vita creativa e creatrice. Anche noi”.

 

Back To Top