Riscrivere l’identità, la spiritualità, la realtà
Gloria E. Anzaldúa, Luce nell’oscurità/ Luz en lo oscuro (Meltemi, 2022)
Gloria Anzaldúa ci descrive il suo attivismo corporeo-spirituale, basato su un’identità mestiza: un’identità mobile e relazionale, una coscienza sociale nuova e inclusiva, per guarire le polarizzazioni e le contraddizioni che la colonizzazione incide come ferite nei nostri corpi, per integrare e ricomporre insieme le parti alienate e scisse in un tutto che non conosce le categorie rigide di classe, etnia, genere.
Recensione di Claudia Mazzilli
Nata nel 1942 nella valle del Rio Grande (Texas meridionale) e scomparsa nel 2004 a Santa Cruz (California), discendente di indigeni americani e coloni spagnoli, Gloria Anzaldúa è stata attivista dei diritti dei lavoratori agricoli della sua terra, poeta e teorica del concetto di frontiera, oltre che docente di Scrittura creativa e Studi chicani e di genere in varie università americane. Nei suoi scritti passa senza soluzione di continuità dalla prosa al verso, in una lingua che alterna o impasta inglese, spagnolo e nahuatl (l’antica lingua degli indigeni del Messico), scegliendo spessissimo il lessico e le costruzioni sintattiche usate dalle comunità oppresse, marginalizzate, subalterne. Nelle sue opere Gloria sa dispiegare la narrazione distesa tipica dell’autobiografia e del saggio storico, ma è anche capace di condensare in poesia episodi salienti della sua vita, ricorrendo ai proverbi del suo popolo e alle citazioni da altri poeti e altre poete. Per definire questo modo di scrivere, di pensare, di narrare Gloria parla di autohistoria o autoteoría, in modo da non farsi ingabbiare negli schemi dei generi letterari delle culture che l’hanno colonizzata.
In questi anni case editrici indipendenti e coraggiose stanno traducendo e riproponendo i testi di Gloria Anzaldúa, finalmente disponibili al pubblico italiano: è del 2022 la nuova traduzione a cura di Paola Zaccaria di La frontera (Terre di confine / La frontera. La nuova mestiza, Black Coffee edizioni). Nello stesso anno (a cura del Gruppo di Ricerca Ippolita, nella traduzione di Laura Scarmoncin coadiuvata per la lingua spagnola da Saya Mamani, con introduzione di Elisabetta Careri e prefazione di Paula Satta Di Bernardi), è stata pubblicata un’altra opera di Gloria Anzaldúa, Luce nell’oscurità/ Luz en lo oscuro. Riscrivere l’identità, la spiritualità, la realtà (Meltemi), che qui approfondiamo per Lunàdigas.
Texas, Italia, Vicino (e martoriato) Oriente: “di confini si muore”, scrive Elisabetta Careri nell’introduzione. Sono i confini della geopolitica, ma sono anche i muri rigidi che separano i saperi umani, che creano gerarchie e perpetrano ingiustizie e violenze. Gloria Anzaldúa (che, in quanto lesbica, attraversa i generi; che, conseguendo una formazione accademica, sperimenta uno sconfinamento di classe; che, in quanto meticcia, ingaggia un corpo a corpo con la cultura bianca, con quella messicana e con la più antica cultura indigena) scardina queste ripartizioni rigide e, attingendo alla lingua azteca ancora parlata in Messico, ricorre al concetto di “nepantla”: uno spazio-soglia tra vivi e morti, risignificato come “spazio di mezzo” in cui le definizioni di etnia, di classe e di genere perdono ogni valore. Così Gloria, in un testo non lineare e incompiuto ma che è il culmine filosofico del suo pensiero, ci descrive il suo attivismo corporeo-spirituale, basato su un’identità mestiza: un’identità mobile e relazionale, una coscienza sociale nuova e inclusiva, allo scopo di guarire le polarizzazioni e le contraddizioni che la colonizzazione incide come ferite nei nostri corpi, allo scopo di integrare e ricomporre insieme le parti alienate e scisse in un tutto che non conosce binarismi. Questo processo di ricostruzione è chiamato come la dea lunare indigena azteca, “Coyolxauhqui”, “immaginata non morta e decapitata, ma con gli occhi ben aperti” (p. 52). In questo processo le azioni immaginifico-sciamaniche, non più sottomesse alla razionalità coloniale bianca, favoriscono la guarigione. Si tratta di una nuova e più accurata percezione, chiamata conocimiento o facultad: “Il conocimiento ci esorta a reagire non soltanto con le tradizionali pratiche della spiritualità (contemplazione, meditazione e rituali privati) o con le tecnologie dell’attivismo politico (proteste, manifestazioni e assemblee), ma con l’amalgama delle due: l’attivismo spirituale, che pure abbiamo ereditato assieme a la sombra. Il conocimiento ci spinge a impegnare lo spirito ad affrontare il nostro morbo sociale con nuovi strumenti e pratiche il cui scopo è dare vita a uno smottamento” (p. 68). Questo significa diventare “nepantleras”, integrare facoltà razionali e sensoriali per fondare saperi incarnati e sovversivi, non opporre spirito e materia come nella scissione cartesiana, “osservare la vita con il terzo occhio – l’occhio di rettile che guarda al contempo all’interno e all’esterno – in accordo con le percezioni della naguala mutaforma, colei che avverte i cambiamenti” (p. 203). L’imperativo Coyolxauhqui è “illuminare l’oscurità” (p. 52), “guarire e raggiungere l’interezza” (p. 69).
Gloria dichiara: “Per me scrivere è un gesto del corpo, un gesto creativo, un lavorare dal di dentro. Il mio femminismo si radica non nell’astrazione disincarnata ma nelle realtà incarnate […] Non scrivo da alcuna singola posizione disciplinare. Scrivo fuori dal linguaggio teorico/filosofico ufficiale. La mia è una lotta per riconoscere e legittimare i sé esclusi, soprattutto quelli delle donne, delle persone di colore, queer e di altri gruppi” (pp. 49-50). È così che Gloria resiste all’epistemicidio, che ha rimosso ogni forma di sapere “altro” rispetto alla razionalità suprematista, assolutizzata come metodo/sapere universalmente valido.
Scorrono pagine veloci e acuminate, in cui Gloria esamina gli eventi anteriori o successivi all’11 settembre 2001: guerre in Vietnam, Iraq, Afghanistan; imposizione di dittatori fantoccio in America Latina, Asia e Africa; conferenze internazionali sulla crisi climatica disertate dagli Stati Uniti; apartheid in Sudafrica; occupazione dei territori palestinesi da parte di Israele… Gloria annota:
“È una disgrazia che a dare forma alla nostra identità e narrazione nazionale sia questa maggioranza che si rifiuta di ammettere che il conflitto non può essere risolto con la guerra […] Siamo responsabili del fallimento della nostra immaginazione collettiva che ci ha offerto scelte tanto mediocri che siamo state costrette a eleggere Bush” (pp. 63-64).
L’arroganza crea abissi e muri. Il conocimiento crea ponti. Vale per la politica come per la vita privata. Questa conoscenza magica, praticata nel quotidiano, produce connessione e guarigione: “La nostra interpretazione di ciò che sta avvenendo (la nostra realtà) è diversa dalla descrizione che ne danno la società, i nostri genitori o le nostre amanti; le loro versioni della realtà ci disimpoterano. Ma creare un nuovo io, una nuova vita, nuovi progetti avrà un prezzo. Questo prezzo è il dolore emotivo dell’abbandonare il vecchio sé, la vecchia amante, il vecchio lavoro” (p. 106).
Ciò vale anche per la creazione dell’artista, in nome di un’arte sciamanica, “daimonica”, non mercificata ma contro-egemonica. “La frontiera è il luogo della resistenza, della rottura e dell’assemblaggio dei frammenti. Nel perturbare le separazioni nette tra le culture le artiste chicane creano una nuova mistura culturale, una mestizada” (p. 107).
Dare per estinta una cultura o un’etnia che ancora (r)esiste è un atto genocida, è una profezia che rischia di autoavverarsi, è il perfezionamento stesso del genocidio, la soluzione finale.
“Mi fa infuriare il fatto che questa gente parli come se le persone azteche e la loro cultura fossero morte da secoli quando in realtà in Messico ne sopravvivono ancora diecimila. Il museo stesso è una struttura colonizzata: mette in scena una sorta di psicosi, insinuando che l’intero popolo azteco sia morto e non abiti che la preistoria. Tutto ciò suscita in me una duplice “esserità”: percepisco i miei tratti indigeno-messicani rappresentati e al contempo avverto queste parti di me “eclissate”” (p. 109).
Trauma individuale e trauma collettivo sono inseparabili, ma è necessario liberarsi dal vittimismo, che ci intrappola nell’ennesima polarizzazione, il binarismo oppresso/oppressore.
“Soffri ancora per il trauma originario di questo paese – il più grande atto di genocidio della storia, lo sterminio dei popoli indigeni. Prima che i colonizzatori europei arrivassero nel “nuovo mondo”, nei territori tra il Messico e il Canada esistevano dai cinque ai sette milioni e mezzo di persone native. Entro il 1900 ne erano rimaste solo 250.000. Sei la discendente delle “razze” più antiche al mondo, vecchie di trenta o quarantamila anni, e gridi all’ingiustizia, alla distruzione. Piangi la devastazione che la tratta degli schiavi è costata all’Africa e agli Stati Uniti. Lamenti la perdita della connessione alla Terra, che in te geme per ogni albero abbattuto, per l’aria avvelenata, per l’acqua inquinata, per gli animali trucidati sino all’estinzione” (p. 220).
Gloria Anzaldúa scrive pagine spaesanti anche per coloro che si considerano cittadinə del mondo, soprattutto quando ci conduce nel travaglio del lavoro interiore, tra illuminazioni e sprofondamenti, nel processo faticoso di spronare sé stessa, nell’attraversamento di un ponte dove ora si avanza ora si arretra, perché il percorso non è scolpito nella roccia ma disegnato sulla sabbia, soggetto al mutare dei venti (p. 239).
Gloria si rivolge a una futura tribù globale, non omologata ma liberata da paure e ambizioni di dominio, dotata di una coscienza ibrida che non opponga il “noi” contro di “loro”, capace di riconoscere la santità di ogni forma vivente, una coscienza ricettiva delle differenze culturali, rimodellata dalle interpolazioni e dai mescolamenti, in modo che le molteplici e circolari appartenenze non siano atti di assimilazione a un gruppo. Gloria aspira a un equilibrio dinamico che non sacrifichi l’individualità al gruppo né il gruppo all’individualità.
Non basta invocare libertà, partecipazione, democrazia e diritti umani, civili e sociali senza una trasformazione spirituale radicale, che è essa stessa una forma di militanza, non un rifugio o una scappatoia.
Per approfondire:
https://uniba-it.academia.edu/PaolaZaccaria
ALTAR. Cruzando Fronteras, Building Bridges, documentario a cura di Daniele Basilio e Paola Zaccaria con musiche di Lourdes Perez (2009): https://www.youtube.com/watch?v=Pep1vMqtHYs