Ricette di Palestina. Il cibo narrato dai territori occupati
Silvia De Marco, Ricette di Palestina. Il cibo narrato dai territori occupati (Effequ, 2025)
Silvia De Marco, che ha vissuto quattro anni a Ramallah, parlandoci della cucina tradizionale palestinese, ricostruisce una storia di esodi e ritorni, di confini, muri di cemento, violenze e restrizioni. Cucinare ricette palestinesi diventa così un atto di resistenza.
Recensione di Claudia Mazzilli
Parlare della cucina tradizionale palestinese è, oggi più che mai, un atto politico.
Lo ribadisce con fermezza, nella nota alla nuova edizione di questo libro (Ricette di Palestina. Il cibo narrato dai territori occupati, Effequ, 2025, con le splendide illustrazioni di ADA), l’autrice Silvia De Marco, che per quattro anni ha vissuto a Ramallah, in Palestina, dove ha lavorato a progetti sull’ambiente e a percorsi educativi con bambini e ragazzi. “Non è un elenco di ricette palestinesi come potrebbe inizialmente apparire. È il racconto della vita quotidiana di un popolo, del suo agire in condizioni ostili, del suo tenersi fedele a una memoria collettiva tramandata di padre in figlio”, scrive il giornalista Michele Giorgio nella prefazione (la stessa della prima edizione del 2018), in cui, dalla Nakba ai fatti più recenti, sono riepilogate le tappe salienti della storia del popolo che in questi mesi ha risvegliato le coscienze sopite di centinaia di migliaia di persone, portandole in piazza a manifestare.
Ora più che mai, mentre l’informazione mainstream riduce gli spazi dedicati a Gaza, è necessario restare vigili e ricordare che malattia, infezioni, sete e fame sono usate come armi.
Così, per non dimenticare Gaza, abbiamo scelto di recensire questo libro dedicato al cibo come forma di sumud, di resistenza e di attaccamento alla vita attraverso il rito quotidiano della preparazione di pietanze che si mangiano da un piatto comune, accompagnate dal pane arabo, da un bicchiere di yogurt di capra o di caffè: dall’hummus (la crema di ceci) al ful (un piatto di legumi, perlopiù fave) al mix di carne e spezie della kofta, dalla shakshuka (le uova al sugo) ai waraq malfuf (involtini di riso) alle salse di accompagnamento (la bakdunsyeh, la ghazawiyeh) e tanto altro.
Soprattutto la cucina della Striscia di Gaza ha fuso insieme tradizioni diverse, quella mediterranea degli abitanti originari e quella levantina dei profughi provenienti dai villaggi che dal 1948 in poi sono andati distrutti, cui si aggiunge l’influenza egiziana, non solo per la vicinanza geografica ma anche per il controllo sulla Striscia dal 1959 al 1967.
Ogni ricetta richiede l’olio d’oliva, in un paesaggio che affratella Palestina, Puglia, Grecia e ogni costa del Mediterraneo: come silenziosi monumenti di pace, gli ulivi scongiurano lo scontro belligerante e invocano l’incontro accogliente.
Le ricette ci parlano di esodi e ritorni, di confini, muri di cemento, checkpoint, “detenzioni amministrative”, aggressioni, acqua carente o contaminata, corrente elettrica erogata solo 4-5 ore al giorno, mare inaccessibile perché occupato dalle forze israeliane, con l’inevitabile declino della pesca (i pescatori gazawi non possono spingersi oltre le sei miglia marine) e la conseguente importazione di prodotti ittici da Israele, al doppio del prezzo.
Ogni pasto raccoglie nell’ordinario qualcosa di straordinario: un popolo che continua a essere accogliente, un seme da conservare, una varietà autoctona da custodire e tramandare nonostante la sostituzione delle produzioni locali con quelle imposte dall’economia di occupazione.
Alcuni anni fa, recensendo la raccolta di saggi Femminismi futuri (Iacobelli editore 2019, a cura di Lidia Curti con Antonia Anna Ferrante e Marina Vitale; cfr. le pp. 42-49 e 78-96, rispettivamente a cura di Lidia Curti e Olga Solombrino), venimmo a sapere del lavoro dell’antropologa e artista palestinese Vivien Sansour che a Beit Jala, nel cuore dei Territori Palestinesi Occupati, ha dato vita al Palestine Heirloom Seed Library, un “archivio dei semi”, volto a preservare biodiversità e tradizioni agricole come contro-memoria di un’altra Storia.
Ha la stessa forza questo libro, ricco di appendici lessicali e apparati dedicati a film, libri, musica e progetti per la Palestina libera. Ogni pagina, ogni titolo bilingue è davvero un atto politico che restituisce umanità.
Ogni ricetta ci dice “Ahlan Wa sahlan”: sentiti a casa e non fare complimenti.