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Lunàdigas, Ovvero Del Perché Bisogna Parlarne

NICOLE RUBANO per Lunàdigas

Spesso alcune questioni femministe sono considerate risolte e archiviate. Nelle diverse ondate e riformulazioni, il femminismo ha donato diritti ed opportunità alle donne, oltre che la rabbia e il sangue; tuttavia, alcuni temi hanno ancora bisogno di essere discussi. Allora, quando e quanto una questione femminista rimane aperta, viva?
La risposta è che non basta la libertà. Finché una donna sarà giudicata per le sue azioni, ci saranno sempre implicazioni morali e sociali che mineranno la sua concreta possibilità di emanciparsi. È in questi casi che il dibattito sulle donne torna ad essere vivo e fecondo per nuove discussioni.
“Fecondo” è, infatti, il tema di Lunàdigas. In particolare, sono tre i punti salienti che le voci delle Lunàdigas sollevano, sebbene si possa pensare che una donna sia libera di non avere figli e non ci sia bisogno di discuterne.
Essere genitore. Azione libera, ma genderdizzata.
Rifiutare la genitorialità è una scelta che coinvolge entrambi i sessi, eppure è la donna che viene considerata la principale responsabile del mancato figlio. Poiché è la donna a mettere al mondo una nuova vita, è lei ad essere l’unico soggetto morale della coppia.
Ciò è frutto della concezione tradizionale sul rapporto madre-figlio, secondo cui la donna svolge un ruolo primario, dalla gravidanza alla realizzata genitorialità, in ragione di un legame spirituale e biologico – il noto concetto di “cordone” – che la lega al bambino. In quest’ottica, è la donna, nella coppia, a dare vita o meno al cordone. In breve, è la donna ad essere responsabile e protagonista della (non)genitorialità. Il padre accompagna, quasi da spettatore, il processo.
Rompere quest’interpretazione dell’essere genitori, quindi, è fondamentale tanto per deresponsabilizzare la donna quanto per coinvolgere l’uomo. La rottura, inoltre, è importante che avvenga nella sfera pubblica, proprio perché si parla di concezioni tradizionali condivise, sebbene ci possano essere casi specifici di individui già emancipati su quest’argomento.
Essere madre. Azione libera, ma moralizzata.
Rifiutare di diventare madre, per una donna, può essere un altro peso derivante da una morale tradizionalmente imposta. Si crede, infatti, che la maternità sia una tappa della vita da adempiere, preferibilmente dai 25 anni in poi, per arrivare alla realizzazione personale. Di conseguenza, quando una donna non può o non vuole avere figli, è come se stesse rinunciando a un “talento” che la natura le dona e che la morale comune le riconosce.
Anche in questo caso, si tratta di una interpretazione fallace che deve essere messa in discussione al fine di evitare giudizi morali contro le donne Lunàdigas. Egoiste, fallite, spensierate, se scelgono di non avere figli; povere persone da commiserare, se non madri per variabili esterne.
Essere materna. Azione libera, ma circoscritta.
Rifiutare la maternità, nuovamente secondo una concezione diffusa, implica anche la rinuncia all’essere materna. La società, dopo aver creato e romanticizzato il legame spirituale madre-figlio, ha attribuito alla donna una caratteristica precisa: materna. Ciò include l’essere protettiva, comprensiva, dedita alla cura della casa e della famiglia.
Il senso materno è concepito come un lato della personalità femminile che si manifesta con figli e nipoti, dunque esclusivamente all’interno del nucleo familiare. Eppure, la dedizione e la cura possono essere esercitate verso altri essere umani, piante, animali, luoghi. Paradossalmente, anche la religione considera Maria come “madre di tutti”, riconoscendo che la qualità materna non si rivolge a qualcuno in particolare.
A tal proposito, si deve riconoscere come materna anche una donna che non è madre, così come materno deve essere riconosciuto un uomo che ha un’inclinazione caratteriale protettiva, comprensiva e dedita alla cura di ciò che lo circonda. In breve, materna/o è un’indole universale e non circoscritta, oltre qualsiasi genere e contesto.
Lunàdigas, ovvero del perché bisogna parlarne in Italia
Parlare di donne senza figli, in Italia, potrebbe non sembrare “utile”. Da un lato, le istituzioni nazionali incoraggiano la natalità per risolvere noti problemi di distribuzione demografica dalle conseguenze economiche negative. Eppure, dall’altro lato, le istituzioni internazionali, in tempi non troppo lontani, potrebbero sensibilizzare le coppie a non procreare nel caso in cui le risorse ambientali disponibili non fossero più sufficienti per tutti gli abitanti del pianeta.
Queste due posizioni sembrano neutralizzarsi a vicenda e, in merito a ciò, il ruolo di Lunàdigas non è di difendere un punto di vista in particolare; bensì, Lunàdigas diventa un’arena capace di far emergere i pro ed i contro di ogni prospettiva, sottolineando come non bisogna aver paura o esprimere giudizi verso chi non ha o non avrà figli.
Per ogni persona che avrà un suo proprio motivo per non procreare, ce ne sarà un’altra con altrettante motivazioni per farlo. Questo non rende una donna direttamente responsabile del basso tasso di natalità italiano o dell’insostenibilità ambientale globale.
A ciò, a livello pubblico e politico, si aggiunge la questione bioetica degli obiettori di coscienza alla pratica della sterilizzazione tubarica. Come per altri casi noti in cui la morale del medico ha la meglio sulla richiesta personale del paziente, il dibattito di Lunàdigas si fa portatore di denuncia sociale, evidenziando le implicazioni concrete che scaturiscono da una morale distorta sulla maternità e sulla donna.
In conclusione, Lunàdigas non vuole scoraggiare la maternità, ma solo non renderla moralmente obbligatoria. Non si parla del fatto che nessuna donna avrà più figli, ma solo di alcune che non ne avranno più. Finché questa visione non sarà universalmente chiara a donne, uomini, famiglie, istituzioni politiche e ospedaliere, in Italia e nel mondo, Lunàdigas ha ragione di esistere e di parlare.

Lunàdigas? Parliamone!
Un appuntamento per pensare e per parlare: non perdete le testimonianze dell’Archivio Vivo di Lunàdigas.

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