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Lumen

Lumen

Antonella Maddalena, Lumen (Besa Muci, 2024)

Antonella Maddalena scrive molto più che la storia di un bruco che si trasforma in farfalla. Lumen, prima bruttissima poi bellissima, scopre un eros indomabile, tracimante, furioso, che compone una narrazione dirompente, oltre gli argini di qualsiasi fabula patriarcalizzata dai desideri maschili o dalle aspettative di donne carnefici di sé stesse, “antenate di gabbia, di sangue, di lacrime”.

Recensione di Claudia Mazzilli

Lumen ha il viso deturpato da macchie, bolle, cicatrici, pustole e foruncoli. Le orecchie asimmetriche, una più grande dell’altra. Due gambe ossute e senza grazia, “quasi senza polpacci, i piedi piatti che non sentivano il contatto con la madre terra” (p. 170). Ha anche un difetto di pronuncia. E occhi strabici. Non riceve amore né amicizia da nessuno, ma solo sguardi fuggevoli che si ritirano in retroguardia per troppo ribrezzo, per disgusto, per mancanza di empatia, per l’orrore di vedere riflessa la propria mostruosità in quella altrui.

Le uniche forme di attenzione saranno atti di bullismo, dai coetanei. Lumen non conosce nemmeno l’amore dei suoi genitori, che non la portano mai con loro, che fanno di tutto per evitarla, predisponendo pranzi e cene separati, e, se le promettono di andarla a prendere all’uscita da scuola, la lasciano lì, sola, ad aspettare sotto la pioggia o sotto il sole cocente, in una solitudine che ustiona.

 “Loro erano sempre in fuga da questa figlia poco bella e deturpata. Che li guardava male. Obliqua. Di traverso. Come io ero in fuga dal mio specchio. Sibilla e Agusto sembravano le solite persone per bene, all’apparenza, cordiali seppure moderatamente distaccate, di una media borghesia che s’atteggia. Ai miei occhi erano due losche figure” (p. 22).

Studentessa di chimica, Lumen riesce a creare una pozione che la trasforma in una donna di inaudita bellezza, una pozione che “m’ha svezzata alla vita, all’agonia, al buio, alle ombre del mio sorriso, alle lacune del passato, agli specchi, alla luce degli occhi quasi liquefatti dall’umido del pianto, senza sorprese mi sono persa. Per un momento nella bellezza che non mi era mai appartenuta. L’ho fatta mia” (p. 25).

Questa, però, è molto più che la storia di un bruco che si trasforma in farfalla. La peripezia della bambina brutta che diventa donna bella è svuotata da dentro e ha esiti imprevisti. Lumen si trasforma e scopre un eros indomabile, tracimante, furioso, che compone una narrazione dirompente, oltre gli argini di qualsiasi fabula prevedibile, patriarcalizzata, governata dai desideri maschili o dalle aspettative di donne carnefici di sé stesse, “antenate di gabbia, di sangue, di lacrime” (p. 116).

Lumen guarda la pancia pregna dell’amica Violetta. Lumen sceglie sempre: Penso alla maternità che non vivrò. Al vuoto notturno che mi possiede. Alla voracità di quel nulla che ingoia anime lente. Alla mia anima sempre a un passo dall’abisso. Penso alla stella alpina che cresce sul bordo dei precipizi” (p. 17).

Quando sua madre disse a suo padre di essere incinta, se ne andò la luce in tutto il condominio.

Credo che mia madre mi abbia detestata sin nella sua pancia, ancora prima che io venissi al mondo o che fossi solo un’idea. Acerba. Aveva fatto di tutto per perdermi e lo raccontava come se sciorinasse una cosa innocua. S’era massacrata di sforzi, nuotate, camminate in montagna, pesi. Aveva ingurgitato miscugli di erbe. Mangiato chili di prezzemolo. Nacqui comunque. Nonostante tutto. Ero già luce” (p. 96).

Lumen è l’incanto della vita, il sortilegio della bellezza e della bruttezza che tutto fagocitano e che coincidono: è il controllo estremo sempre vigile e calcolatore, è l’ardore dei sensi, è il tormento ed è l’anestesia. Lumen si dà agli appetiti più voraci, e il primo insaziabile appetito è la vendetta, recidiva, bulimica, seriale.

“L’uomo numero 9. Mi voleva come un pazzo, un ubriaco, una sanguisuga. Attaccata ai piedi. Era l’uomo più furbo che avessi mai incontrato, con una corazza da tartaruga millenaria […] Penso a tutti quei calcoli […] all’asciugamano con cui lo asfissiai, a quanto lo amai […] Le mie mani pigiavano forte sull’asciugamano che odorava di lavanda, mentre i muscoli delle braccia si gonfiavano. Lo liberai poco prima che potesse soffocare. Solo cinque secondi in più e sarebbe morto” (p. 37).

Lumen conosce su internet il numero 16. Prova la lingua liscia di una donna che si mescola alla sua. Ama in ogni piega della carne un senzatetto. Induce il numero 5 e il numero 6 a introdurre nell’astuccio del suo rossetto – che perde e ritrova in un lussuoso ristorante – un foglietto dove è annotato un contatto telefonico.

Lumen sperimenta il potere che può avere su chi le si abbandona, ma sperimenta lei stessa l’abbandono, l’amore come affidamento all’altro e incertezza, l’amore che costringe a fermarsi dopo aver attraversato tutto. Lumen è potenza ma anche titubanza, è l’esitazione della confidenza che resta sulla soglia, tra parola e silenzio: è la parte fragile di noi, l’attesa, il dubbio di non sapere se raccontare il proprio passato, la propria bruttezza.

“Cosa devo raccontare a Mael? Tutto questo? Continuerebbe a guardarmi così? Quando si dichiara il male ricevuto, alcuni si sentono legittimati a fare lo stesso, un’evocazione, iniziano a trattarti come i tuoi carnefici. Si nutrono dei tuoi ricordi e te li risputano in faccia” (p. 97).

Il fascino di questa narrazione fiabesca eppure iper-realistica è nell’ambiguità di Lumen, che raccoglie nella sua luce e nella sua ombra tutto lo spettro della bellezza e della bruttezza parimenti mostruose, la carnalità pulsante tra concupiscenza e astinenza, tra appropriazione dell’altro ed esproprio di sé. Oltre ogni binarismo, oltre l’amore che si riceve e che si dona, oltre l’indifferenza, il dominio e l’impotenza, oltre la vendetta e oltre l’arroganza del perdono, Lumen si rigenera in un tertium, si auto-crea in una dimensione nuova, meticcia, onnicomprensiva, narrata con una lingua eloquente eppure elusiva: una storia universale ma enigmatica. Lo stile è lussureggiante eppure segmentato nell’accumulazione paratattica, aderente all’evidenza delle cose – nella descrizione sia di pustole ed eritemi sia di corpi, profumi e vestiti seducenti – ma anche capace di immersioni ipogee nella memoria e nei traumi.

Antonella Maddalena, a partire dalla metamorfosi di Lumen, offre un percorso di guarigione non edulcorato, non annacquato dal facile lieto fine, ma accidentato e tortuoso, in percorsi carsici e spiraliformi che danno pari dignità allo sprofondamento che si crogiola nel dolore, alle apnee analgesiche, al ritorno in superficie. Si raggiunge, infine, una catarsi che non ambisce a essere definitiva, che si decompone e si ricompone, che delira e ritrova la strada.

La bellezza di Lumen non conosce regole della morale né moralismi, è estranea alla norma del femminile oblativo e materno. Lumen è la luna triadica che nasce, muore e rinasce. Non genera, ma emana da sé in un atto riflessivo di creazione. Lumen ha il suo fasto in sé stessa.

 

ANTONELLA MADDALENA è nata a Bari. Docente di Consulenza filosofica e tecniche teatrali, scrittrice, attrice, autrice teatrale e cinematografica, ha pubblicato con Besa editrice l’antologia Punto di rugiada e il romanzo L’odore del vuoto. La sua formazione artistica è con maestri internazionali, ha lavorato con registi di fama mondiale in film pluripremiati. Con il film Bluerose, presentato in anteprima internazionale a New York, ha ottenuto il riconoscimento di Best Actress in vari Festival cinematografici come Bucarest 2023 e Cine Paris Film Festival 2023.

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