Guarire dall’obbligo della maternità
Fabiana Formica, Childless: A Woman and a Girl in a Man’s World (Nianima Press, 2025)
Fabiana Formica, artista, attrice e giornalista italo-americana-rumena, esordisce come scrittrice con Childless: A Woman and a Girl in a Man’s World (Nianima Press, 2025, in lingua inglese). Rivolgendosi a una “figlia immaginaria”, una dolce figlia incompiuta, chiamata Nia come la nonna da poco defunta, la protagonista le spiega perché ha deciso di non essere madre e come si è liberata dalle aspettative patriarcali che ancora oggi inchiodano le donne al ruolo di madri.
Recensione di Claudia Mazzilli
Fabiana Formica, artista, attrice e giornalista italo-americana-rumena, esordisce come scrittrice con Childless: A Woman and a Girl in a Man’s World (Nianima Press, 2025, in lingua inglese).
Nel libro una donna interroga sé stessa (e noi) sulle diverse occasioni e possibilità di diventare madre (maternità da donna single, utilizzando i propri ovuli congelati… maternità nella coppia tradizionale…). Il racconto è articolato in quattro sezioni, in cui narrano la Fabiana del presente e il suo alter ego del passato, Valerie, meno consapevole della donna che Fabiana, oggi poco più che quarantenne, sente di essere diventata.
Rivolgendosi a una “figlia immaginaria”, una dolce figlia incompiuta, chiamata Nia come la nonna da poco defunta, la protagonista le spiega perché ha deciso di non diventare madre e come si è liberata dalle aspettative patriarcali che ancora oggi inchiodano le donne al ruolo di madri. Dalla nonna alla figlia immaginaria (un figlio maschio appare “inconcepibile”, nella carne e nel pensiero), la narrazione procede attraverso vicende personali e traumi familiari lungo una direttrice matrilineare, esplorando il nesso tra identità, amore materno e desiderio di maternità o di non maternità.
La fatica di destreggiarsi tra diverse carriere (come giornalista e artista a Londra), la ricerca dell’autonomia economica dalle figure maschili (che sia il padre o il partner), il piacere di viaggiare per depurarsi dalla frenesia della metropoli imprimono già nelle prime pagine un’efficace caratterizzazione della protagonista, curiosa, volitiva, affamata di libertà, ma anche incline a guardare dentro sé stessa, nelle proprie ombre, nel dolore della solitudine, percepita come un’insopportabile minaccia, nel desiderio (fisico, viscerale) di un figlio che affiora inaspettato durante la cerimonia civile del matrimonio e poi, misteriosamente, implode al sonoro “No!” del marito alla richiesta di provare ad avere un figlio. D’altronde quel desiderio era stato una sorpresa: “To be a mother, until that moment, had constituded an outrage directed at my future, an obstacle to my destiny, an unnecessary burden on my presence in the world, a presence I envissaged to be very different from that of my mother. […] I’d dressed in armor and held out a shield to protect myself from the temptations of the heart and from the fate that had descended on that influential person who’d been my first example of a woman: the one I’d called Mother” (p. 6). Sì, la madre, che era stata insegnante di letteratura francese a New York: se la figlia le chiedeva di parlarle dei suoi libri preferiti, la madre rispondeva con pungente autoironia di non ricordarsi più niente, e di sapere soltanto lavare i piatti e fare la spesa.
Come nella vita di ognuna, scelte razionali e desideri latenti si avvicendano e s’intrecciano in circostanze diverse, in equilibri di volta in volta rinegoziati, nelle relazioni consolidate e negli amori incompiuti o irrisolti, nei diversi luoghi dove porta la vita (reiterando la storia familiare di Fabiana, fatta di emigrazione e trasferimenti). Perché Sole e Luna, luce e ombra, sono entrambi necessari e tessono armonie e disarmonie mobili e complementari. Anche scrivere è un “portare alla luce”: è l’atto politico di connettere la propria vita unica e irripetibile alle altre, superando censure e tabù.
Attraverso una narrazione latamente non-fiction, il libro di Fabiana Formica propone una storia di guarigione guidata dalla riflessione su di sé, dall’introspezione psicologica, dalla lettura di classici antichi e moderni (le quattro sezioni del libro sono introdotte da citazioni illuminanti da Rebecca Solnit, Pico della Mirandola, Virginia Woolf, Carl Jung, e l’intero libro si apre con un magnifico proverbio cinese: the time to influence the life of a child is 100 years before it is born), ma soprattutto dalla fede incrollabile nella solidarietà umana: scherzando sul proprio cognome, l’atto stesso del raccontare è concepito come l’azione laboriosa e cooperativa di una formica. La scrittura è condivisione della propria esperienza affinché sia utile alle altre e agli altri e orientata a un mondo migliore, di prossima e utopica fondazione.
“Imagine a world with no competition, no subjugation, no hierarchies, no exploitation, and no fear. Imagine a world where power is shared with others, without patriarchal political and religious institutions. Imagine a world where women are venerated, and where time is spent in peace and the blossoming of art. Imagine a society where learning is a process, not a destination. Imagine a culture where an entire community embraces the role of your father, mother, grandmother, and grandfather. […] Imagine a civilization of wisdom where Mother Nature is the eternal abode of the sacred, and where man isn’t an expropriator”. (p. 181).
Mai come adesso abbiamo bisogno di un mondo così, e abbiamo bisogno non solo di immaginarlo ma di cominciare a costruirlo.