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Claudia Mazzilli Per Lunàdigas

Non avrei mai pensato di dovermi giustificare per non aver messo al mondo figli.

Claudia Mazzilli, autrice di Io sono Medea (Nulla Die, 2021),  rivisita in maniera originale il mito della principessa della Colchide: non più infanticida consumata dalla sete di vendetta, ma consapevolmente, ostinatamente, Lunàdiga. Dopo il nostro incontro virtuale, Claudia, ci racconta la genesi del suo romanzo, la sua personale storia di  insegnante di lettere, scrittrice e donna senza figli.

Non avrei mai pensato di dovermi giustificare per non aver messo al mondo figli. Né di dover dedicare qualche anno della mia vita a questa quotidiana necessità apologetica: sono stati gli anni a cavallo dei quaranta, un po’ prima e un po’ dopo: 38, 39, 40, 41,42… L’orologio biologico che non si limita al consueto tic tac, ma prende la forma di una domanda semplice e ingenua: “Claudia, cosa aspetti? Fai un figlio!”: conoscenti occasionali, parenti, amici e amiche (con figli e senza figli), colleghi, colleghe, passanti, tutti: fruttivendoli, farmacisti, medici, gioiellieri, macellai, tutte e tutti.
Prima della pandemia, mi bastava uscire di casa per sentirmi interpellare come “non madre”, bastava andare a lavorare, fare la spesa, gettare l’immondizia, fare la fila all’ufficio tributi del Comune. Potevo fare una passeggiata o un viaggio in un’altra città o persino all’estero: era lo stesso. Ovunque si poteva subire uno sbrigativo interrogatorio, un piccolo processo con rito abbreviato, soft tutto sommato, ma ubiquo, pervasivo, insistente: sulla soglia dell’ascensore, nella zona oscura in cui le fotocellule non sanno se ci sei o non ci sei e rischi di farti amputare una gamba; in piedi sull’autobus affollato mentre cerchi un equilibrio sufficientemente elastico per non precipitare addosso a chi è seduto; davanti a una vetrina con la nuova collezione primavera-estate; nel silenzio del cinema, nel momento di massima tensione prima del finale; nel mezzo dello scrutinio di una classe (sono un’insegnante): ecco che qualcuno ti chiede: “Ma quando arriva la cicogna?”; “e il bebè?”; “e il figlio?”; “e l’erede?”. E può essere il preside, il bidello, la cassiera del negozio, l’estraneo assoluto, l’amica da cui non te l’aspetteresti perché credevi ti conoscesse abbastanza bene. Può essere persino il compagno anarchico di tante battaglie sociali, e te lo chiede sotto i vessilli libertari.
Ed eccoti lì: l’imputata. Resti in silenzio. O ti lasci condannare in contumacia se parlano di te quando non ci sei. O imbastisci un’autodifesa striminzita e inefficace, che non va oltre la terza frase, per pigrizia. La stessa pigrizia che ti impedisce di fare figli, di essere madre.
L’orologio biologico prende la forma di un’inquisizione leggera ma ben organizzata: una domanda al giorno, una minuscola censura collettiva, una spina. Molto peggio delle sterili cadenze della sindrome premestruale, del calendario appeso a un chiodo, con i fogli staccati mese dopo mese e cestinati nel bidone della carta da riciclare. Riciclo. Ciclo.
Ciclo delle stagioni, rotazioni e rivoluzioni dei pianeti, ciclo mestruale e ciclo della vita: nonne, madri, figlie, nipoti. E io che interrompo tutto un sistema di orbite perfette. Io: la rotella che inceppa l’ingranaggio.

No, non mi è dispiaciuto non avere figli. Cioè (eliminando le negazioni, come si eliminano i meno nelle espressioni di matematica): mi è piaciuto restare così, senza prole.

Ci ho preso gusto un po’ alla volta, lo ammetto. La mia storia è molto semplice: non ho mai trovato un uomo che, al di là delle enunciazioni di principio, mi garantisse di redistribuire i compiti di accudimento della prole secondo i principi di parità uomo-donna proclamati a parole. Ho nutrito verso gli uomini che ho incontrato un “legittimo sospetto”: che volete, ho anch’io qualche millenario pregiudizio verso quella parte dell’umanità che da sempre detiene il potere, e non mi sono fidata delle belle promesse.
Indovinavo da un nonnulla chi dovesse davvero sparecchiare e chi poteva limitarsi a mettere nel lavandino solo la tazzina del caffè, giusto per sembrare emancipato. Mi accorgevo, nella mia perfidia, di chi poteva rispondere “a tono” e di chi doveva rispondere “a modo”. Addirittura intuivo, essendo “la professoressa”, che sarebbe toccata a me la responsabilità del profitto scolastico dei futuri figli, la revisione quotidiana dei compiti, i colloqui con i “colleghi”. Da me sarebbe dipeso il nutrimento di questi piccoli, e poi il senso del pudore delle figlie femmine e la dignità e l’onore dei figli maschi.
Non ho fatto troppe polemiche. Soltanto, per prudenza, mi sono astenuta: non è che non desiderassi affatto essere madre, ma non volevo immolare la mia vita solo a questo: per me era un obiettivo relativo, da realizzare solo a certe condizioni e compatibilmente con altre aspirazioni, in armonica collaborazione con un altro adulto. Non aspiravo a particolari carriere (basta con questa storia che le donne non madri sono carrieriste o lavoratrici stacanoviste e anafettive). Semplicemente non volevo essere schiacciata da un peso, da un giogo, che non sentivo bilanciato in parti uguali.
Tutto è avvenuto in modo piuttosto lineare e i miei genitori non mi hanno mai condizionata (tra l’altro sia la famiglia di mio padre sia quella di mia madre sono state falcidiate da morti premature. I funerali di giovanissimi sono stati un ossessivo déjà vu nella mia storia familiare. Sospetto che né mia madre né mio padre abbiano l’illusione che i figli siano speranza, futuro, fecondità e continuazione…). Ho poi conosciuto il compagno con cui tuttora condivido il mio progetto di vita: uno scrittore che non è interessato a mettere su famiglia.

Quel che mi ha creato disagio, a un certo punto, è stata la percezione che si aveva di me come di una persona fallita per non aver procreato. Io ero e sono quella che ha avuto la natura e le ovaie nemiche.

Oppure la poverina che non ha trovato la persona giusta, che è stata mutilata da compagni egoisti, immaturi e via dicendo (perché per le donne quello dei figli sarebbe un desiderio naturale). Solo per pochi sono la svitata che non ha voluto. Io sono quella che poi ha investito nei surrogati: l’impegno sociale, politico, lo studio e la scrittura. Ecco come si inverte causa ed effetto: cosa costa ammettere che per continuare a fare tutto questo ho rinunciato a fare figli? Tutti riempitivi di seconda scelta, non di prima scelta, per loro. Giacché avevo tanto tempo libero. Qualcosa dovevo pur fare.
Riempitivi di un ventre non pregno, di una culla vuota, di una stanzetta con il lettino in più, su cui poggio libri e giornali invece che bambini a cui cantilenare la ninna nanna.
Mi è stato attribuito, senza conoscermi, il bisogno di sfogare da qualche parte “quella vocazione materna innata in tutte le donne”. Ecco un’altra cosa che all’inizio sembra bella, ma che poi suscita in me ulteriori sospetti: le donne sindaco, le donne professoresse, le donne medico, le donne ministro, le donne scienziate che sono “madri di un’idea”, “madri di un progetto”, “madri di una comunità”. Ma è possibile fare un qualche  progresso rispetto a questo linguaggio vecchio? Sì, vecchio! Non antico (lo dico io che sono laureata in lettere antiche). Dobbiamo ancora opporre Cibele e la Grande Madre Terra agli dèi maschi dell’Olimpo? Siamo sicure che non possa esserci un qualche fraintendimento in un’antinomia che si ostina ad opporre valori maschili e valori femminili? Per gli uomini queste attività sono l’esercizio di una paternità nobile? Semmai mi ricordano parole che non amo (paternalismo, patriarcale…). Ad esempio, quando parliamo così, siamo sicure di non confinare le donne nel recinto di ruoli in cui abnegazione e sacrificio contano di più della valorizzazione delle competenze? Non sarebbe più semplice e bello dire che non l’innato senso materno ma il senso di umanità (degli uomini e delle donne in generale, col loro ampio corredo di attitudini affettive/sociali/solidali, in parte innate, in parte migliorabili con l’educazione) dovrebbe guidare tutte e tutti in ogni relazione quotidiana?… che sia privata o pubblica in senso lato. Sarò sincera: non è così netto, secondo me, il confine tra l’essere madre e il non esserlo.
Quel confine non è un muro, ma spesso è un verbo: volere. Una parola fluida e volatile perché coniugabile in tutti i modi e in tutti i tempi e in tre persone singolari o plurali dentro mille e più storie. E io probabilmente in un’altra storia sarei stata una buona madre. O forse no! Che importa? Ora sono qui: così, senza figli. Non ho voluto, non per preconcetto, ma dentro la narrazione in cui sono capitata. Ad ogni bivio della vita la
maternità non era conciliabile con la consapevolezza di un’autobiografia che volevo scrivere io. Non ho voluto essere scritta dalla penna d’altri, tutto qui. Dentro un’altra trama forse sarei stata madre. Rivolgete ad altro le vostre riflessioni, cari conoscenti occasionali, parenti, amici e amiche (con figli e senza figli), colleghi, colleghe, passanti, tutti: fruttivendoli, farmacisti, medici, gioiellieri, macellai, tutte e tutti. Leggete qualche bel libro. Studiate una lingua straniera. Fate un cruciverba. Aiutate i bisognosi oppure, se preferite, pensate solo a voi stessi; o fate un sonnellino o fumatevi una sigaretta ma non chiedete alle donne senza figli perché non ne hanno fatti. Siamo noi a dovervi chiedere: perché, voi che siete nati non di vostra volontà, fate figli a vostra volta? Per amore altruistico? Per avere il bastone della vecchiaia? Per combattere l’invecchiamento della popolazione? Per contrastare il decremento demografico della patria, senza guardare all’anagrafe globale e alle risorse del pianeta? Anche tra le vostre ragioni di padri e di madri possono essercene molte condivisibili e molte altre discutibili.

Dal disagio alla sfida della scrittura. Scrivere un romanzo sull’essere e non essere madre.

Non un saggio (ne ho letti tanti: per fortuna le scienze sociali aiutano a combattere gli stereotipi di genere, ma io non ho le competenze per scrivere un saggio). Allora penso a un romanzo che ponga il problema nella discorsività del racconto. Stavo cominciando a prendere appunti sulla storia di due amiche (una madre e l’altra senza figli). Mi accorgevo però che volevo raccontare qualcosa in più che due vite contrapposte. Volevo dire qualcosa su tutto quello che non mi piace del mondo e che aveva anche contribuito alla mia rinuncia alla procreazione. La storia, ambientata nel presente, prima ancora di scriverla mi sembrava un po’ retorica, niente più di un calco della realtà: un fatterello.
Allora ho considerato la possibilità di riattualizzare e rielaborare qualche mito greco, e spesso pensavo a Medea, per il suo rapporto problematico con la maternità. Medea è la madre che per vendetta diventa infanticida, quando Giasone per opportunismo la ripudia e le preferisce Glauce, la figlia del re di Corinto. Ero sempre più convinta che la storia da raccontare dovesse partire da lì e che le due protagoniste dovessero chiamarsi Medea e Glauce e scambiarsi le parti: Medea sarebbe stata abbandonata da Giasone prima di avere figli o addirittura proprio perché non li voleva; Glauce invece sarebbe stata la madre che aspira a essere perfetta (inutile dire che non ci riuscirà). Inoltre il mito di Medea mi avrebbe permesso di parlare anche di migranti, impostando il racconto su scala globale e non raccontando solo un piccolo universo di provincia. Medea, in fondo, è la principessa che accoglie lo straniero Giasone, è colei che spartisce con lui il vello d’oro (simbolo delle risorse naturali) in un mondo che non riesce ad abbandonare le logiche coloniali ed è ancora basato sull’accaparramento, sulla rapina e sull’usurpazione.
Avrei fatto di Medea una volontaria all’interno di una cooperativa sociale, esplorando in narrativa anche il mondo del volontariato, sottraendolo all’equivoco di essere l’esercizio di una maternità vicaria e di ripiego. Medea, seguendo Giasone in Grecia, è poi a sua
volta l’esule dalla Colchide, la profuga, la straniera: e io quante volte mi sono sentita straniera non solo perché ho cambiato spesso città, ma anche perché sono rimasta estranea alla cura mammifera? Quante volte mi sono sentita esule dalle regole che perpetrano familismi e nazionalismi attraverso la trasmissione ereditaria di posizioni sociali e privilegi?
Avevo nella testa ogni capitolo dell’opera, ma non mi decidevo a mettere nero su bianco.
Mi sembrava di strapazzare troppo il mito: aveva senso dare ad una “non madre” unnome così forte, Medea? Il nome della madre che uccide i figli per vendetta o anche per pentimento o per tutte le altre ragioni che fanno di Medea un personaggio investigato da
poeti, scrittori, critici e studiosi di provenienza diversa, che vi si sono accostati con una grande varietà di approcci, spesso di segno interdisciplinare, giungendo anche a conclusioni contraddittorie! Come osavo? Il nome di Medea poteva rappresentare anche il rifiuto a procreare della “non madre”? Non sarebbe stata, la mia, una forzatura troppo audace, inaccettabile per la filologia, l’antropologia, la psicologia e la psicanalisi? Volevo mettermi contro anche tutti questi uomini e queste donne di cultura e di scienza? Non mi bastava l’essermi già presa il biasimo di conoscenti occasionali, parenti, amici e amiche (con figli e senza figli), colleghi, colleghe, passanti, fruttivendoli, farmacisti, medici, gioiellieri, macellai e tutti gli altri? Volevo caricare Medea anche di questa ulteriore implicazione ermeneutica? Lei che è già la straniera, l’esule, la donna
abbandonata, l’intellettuale (essendo una maga…). Medea poteva sopportare anche questo?
Ed ecco che un bel giorno rileggo il finale della Medea di Seneca (insegno latino e greco, come avrete capito). Ai versi 920-922 Medea dice così: “O se il mio nemico avesse qualche figlio dalla mia rivale!”. E ai versi 1212-1213: “Se, concepito in me, si nasconde un altro pegno, frugherò il mio ventre con la spada e lo strapperò via col ferro”. Uno scrittore (uomo) di duemila anni fa mette in bocca a Medea un’altra trama possibile, in cui Medea s’immagina come non madre e Glauce, invece, genera figli da Giasone (nel mito invece Glauce muore per un dono avvelenato della vendicativa Medea, prima che possa sposarsi). Cinque minuti dopo mi ero già messa a scrivere (con la benedizione di Seneca).
Perché, come dicevo sopra, non è netto il discrimine tra madre e non madre, dipende dalla trama che viviamo. E in mezzo, tra essere madre e non esserlo, c’è il verbo “volere” che noi donne siamo chiamate a coniugare in forma attiva. Volere essere madri. O non volere. Mai “essere volute” madri da altri, in una narrazione di noi diretta da una penna che non è nel nostro pugno. Volere essere madri o non volere. Questo significa anche riflettere sul diritto all’aborto (in continua erosione, in molte parti del mondo, perché purtroppo i diritti delle donne e i diritti umani in generale sono stati risucchiati in una spirale regressiva…): anche su questo Seneca apre uno spiraglio (“se concepito in me si nasconde un altro pegno, frugherò il mio ventre con la spada e lo strapperò via col ferro”), in un linguaggio certamente cruento, quello della tragedia, ma che purtroppo a distanza di duemila anni resta attuale e non più crudo della realtà, tutte le volte che il diritto alla maternità consapevole viene minacciato, ogni volta che respingiamo le donne verso pratiche abortive clandestine, pericolose, irrispettose della dignità umana.
Volere essere madri. O non volere. Mai “essere volute” madri da altri. Significa anche che ci si può stancare e non volerlo più: ci si può pentire di essere madri senza diventare infanticide, persino senza tradire o dismettere l’affetto per i propri figli, pentendosi, tra le altre cose, di aver assunto un ruolo che non conosce tregue, giorni di permesso, ferie e quiescenze e che non si spartisce con nessuno, perché essere padre non è come essere madre. Questo dirà Glauce a Medea, amaramente, a metà del mio romanzo. Voglio qui citare esplicitamente Orna Donath e il saggio Pentirsi di essere madri (pubblicato in Italia da Bollati Boringhieri): uno studio specialistico che doveva circolare tra addetti ai lavori e invece ha avuto un larghissimo pubblico, in tutto il mondo, che non è fatto solo di conoscenti occasionali, parenti, amici e amiche (con figli e senza figli), colleghi, colleghe, passanti, fruttivendoli, farmacisti, medici, gioiellieri, macellai e tutti gli altri che puntano il dito.

Care lunàdigas, questo mio romanzo è per voi, nonostante non vi conoscessi ancora quando l’ho scritto

Avervi trovate ed essermi riconosciuta nella definizione di lunàdiga è stata l’occasione più fortunata di questa scrittura. Ma Io sono Medea è piaciuto tanto anche alle madri, stanche di starsene piatte, ieratiche e imperturbabili dentro la sagoma bidimensionale di una madonnina con bambino su sfondo dorato, come nelle icone bizantine che nel mio romanzo, in questa Grecia meticcia e globalizzata, classica, ortodossa e ottomana, Medea osserva con occhi stranieri.

 

Claudia Mazzilli insegna Lettere Classiche in un Liceo pugliese. Ha pubblicato numerosi contributi di filologia e cultura classica sulle riviste accademiche Aufidus e Argos; è impegnata in varie realtà associative a tutela dei valori di uguaglianza formale e sostanziale garantiti dalla Costituzione italiana; Io sono Medea (Nulla Die, 2021) è il suo primo romanzo.

 

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Olga Miniussi
Olga Miniussi
1 mese fa

Però è bello avere i figli…anche se la capisco e condivido la sua storia.

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