Mouna, trentenne tunisina, racconta la sua esperienza personale caratterizzata per molti anni dall’aver desiderato di essere un ragazzo. Dopo la morte del padre, Mouna ha sciolto e accolto il conflitto interiore tra maschile e femminile anche grazie alla complicità amorevole del marito. Nella sua testimonianza, Mouna riflette sulla condizione complessiva delle donne in Tunisia.
Testimonianza realizzata per il progetto Archivio delle donne del Mediterraneo con il contributo di Mediterranean women’s fund – Fonds pour le femmes en Méditerranée.
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Ecco la trascrizione completa del video:
MOUNA: «Mi chiamo Mouna, ho trentaquattro anni, sono nata a Tunisi e vivo a Denden. Mio padre è originario di Jerba e mia madre di Mateur. Sono stata insegnante di francese, poi mi sono messa a studiare teatro e ho lavorato nel teatro e adesso voglio continuare a lavorare nel teatro e allo stesso tempo ho iniziato ad insegnare teatro ai bambini piccoli.
Alla domanda se voglio diventare madre, rispondo adesso no, non voglio essere madre per il momento. Credo che in Tunisia, anche se non ne sei direttamente influenzata dalla famiglia, la famiglia allargata ce l’hai sempre in testa, anche se non ti chiedono niente, anche se non ti ripetono continuamente “perché non sei madre?” ci pensi comunque. L’influenza c’è anche se non è diretta, secondo me c’è della pressione.
Sono cresciuta con mia madre e con un’altra donna che chiamo la mia seconda mamma. È la zia di mia madre in realtà, ma più giovane di lei, non si è mai sposata e mi considera come sua figlia, non ha mai avuto figli, è un personaggio molto importante nella mia vita. Francamente non voglio pensare a cosa dicono di lei perché è un tema molto delicato. Non voglio immaginare cosa pensano di lei perché per me è come una mamma. Evito di ascoltarli, senza dubbio parlano di lei ma ho cercato di dissimulare tutto quello che hanno detto su di lei.
C’è una parola, ed è una parola piuttosto brutta quindi la dimentico sempre, esiste ma l’ho dimenticata. C’è una parola ma anche la sua pronuncia è brutta, non mi piace, quindi anche se la conosco in tunisino la dimentico sempre, sempre.
Rispetto all’eredità, non ci ho mai pensato. In realtà non so se avrò un’eredità da lasciare, non ci ho mai pensato. Dopo la tua domanda sull’eredità, ho iniziato a pensarci. La casa di famiglia in cui viviamo adesso potrebbe diventare una libreria, un asilo o un centro culturale. Mi è venuta adesso l’idea ma prima che me lo chiedessi non ci avevo mai pensato…
Prima di questo incontro ho pensato molte volte alla questione della donna senza figli, ovvero del fatto che non li voglio io. La questione è iniziata per me perché prima ancora di pormi la questione se essere madre, è l’essere donna che per me è problematico. O meglio, che mi pone molte questioni. Ho compreso molte cose riguardo a questo. Non è scontato che siccome tu hai un sesso allora sei donna.
Mio padre voleva avere un figlio, da molto giovane voleva un ragazzo, il secondo figlio. Io ho vissuto un lungo periodo con quell’idea, quella di essere un ragazzo. Ed è solo recentemente che ho accettato di essere un ragazzo e una ragazza allo stesso tempo. Dunque per arrivare ad essere donna o madre, è ancor più… c’è ancora del lavoro da fare. Ma è la questione di essere donna che mi ha fatto riflettere.
Recentemente ho tutte le amiche che diventano mamme e che ti parlano di questo, ti parlano della maternità. Sono delle mamme che… seguono ogni piccolo passo dei propri figli. Tutte le coppie che hanno dei figli dicono “dai, ora è il vostro turno”. Ma io non riesco a dir loro: “Non ne ho intenzione” e allo stesso tempo farei invece bene a dire che non ho intenzione di avere figli. Non ho bisogno di essere madre per avere quel rapporto con i bambini. Ho quel rapporto con i miei nipoti e mi coinvolge molto. Io penso che siamo portati a pensare a questo per esempio quando ti sposi, c’è sempre lo sguardo che dice: allora quando farai dei figli? Io ho pensato alla possibilità di averne, ho paura anche di quella possibilità, perché non so cosa potrei offrire ai miei figli. Ho paura delle mie angosce. Ho paura di… come tanta altra gente ho dei momenti di depressione, ho paura di trasmetterli ai miei figli. Io non mi sento assolutamente pronta a essere mamma. Davvero è un mestiere essere madre, le madri non dormono mai, devono sempre dar da mangiare ai figli, insegnar loro a camminare, devono essere… una cuoca, una persona che aiuta altre persone a camminare, non mi viene il nome. Raccontano delle storie ai bambini, è veramente un mestiere molto impegnativo. E io penso di non essere affatto pronta per questo.
Lei parla di questo, parla di… [parola in Tunisino per menopausa] credo, non ne sono sicura, Io penso che dicano, “andi el faddama” come per dire “affogo”, con le vampate di calore. Dunque è una descrizione della menopausa, non è una parola unica… ma non sono sicura. Dicono… Ah… non è “fadda” ma ” el fawara”, “fawara” è il calore… molto caldo… Sì, “fawara”. Ho la “fawara”.
Per me, nella mia storia, nel mio breve percorso, la questione è accettare ciò che si è e questo si fa attraverso delle tappe. Accettare di essere una donna, cosa vuol dire… significa dare il senso che vorrei dare, perché prima sono stata nello stereotipo, io avevo un’immagine precisa dell’essere donna.
Prima era truccarsi, avere i capelli lunghi… avere… Essere ben depilata… Effettivamente, tutto ciò che ha a che vedere col corpo. Andare all’hammam, spogliarsi senza imbarazzo perché ho notato… In ogni caso, il mio sguardo è attirato da tutte le donne che stanno con le spalle ben dritte, che sono nude e sono molto belle… Per me è una tortura andare all’hammam. Io metto una T-shirt, che è una cosa ridicola all’hammam. È anche… non so… essere dolce… veramente uno stereotipo di donna. E ora essere donna per me è… Ognuna ha la sua definizione di quello che significa essere donna. Ciascuna lo definisce a modo proprio. Ormai non si tratta più di una battaglia per me, ha smesso di essere una guerra interna tra femminile o maschile che si rifiutano come un combattimento, chi vincerà? Ora mi va di essere un giorno così e uno colà. E un giorno non so chi sono, un altro neanche mi pongo la questione. Adesso ho bisogno di pormi la questione.
Al momento, per esempio è ancora una volta in relazione a mio padre. Ho perduto mio padre da non molto e con la sua morte il ragazzo non aveva più senso di esserci. Dunque… questo è stato doloroso, il lutto del piccolo ragazzo… Tutto ciò per dire che ho bisogno di pormi ancora la questione, adesso. E quando ho avuto questa rivelazione di … Papà non c’è più, quindi anche il ragazzo doveva andare. È stato triste ma è stato anche molto liberatorio. Mi sono concessa il diritto di stare nello stereotipo. Comperare dei vestiti, acquistare una jalaba. Ed è bello comperare delle cose che mi piacciono, mi piace e ho portato a mio marito una jebba (vestito tradizionale maschile) e l’ho definito la jebba della donna. Ovvero per me. E lui “… ah… d’accordo”. La jebba si era annodata e lui mi ha detto “lasciami il tempo di scioglierla, non è un problema, con pazienza la snoderò”. L’ho trovato un gesto molto bello…
Se la società accettasse questa libertà di essere sia femminile che maschile, ma no, non l’accetta. La società ti assegna un ruolo prestabilito, da qui la sofferenza di molte donne in Tunisia che sono obbligate ad essere madri e donne. E in ogni situazione, anche quando insegnavo, ci sono professoresse, finanziariamente indipendenti, che hanno l’auto, che sono sempre tristi, non escono. C’è una che ha un’auto, si potrebbe uscire, potremmo andare a Sidi Bouzid a prendere un caffè e mi ha guardato come fosse un’idea rivoluzionaria. “Sì, possiamo farlo, possiamo uscire, abbiamo un po’ di soldi…”
Mi ha raccontato storie di professoresse di Storia, di Francese, di Matematica. Ce n’è una il cui marito passa le vacanze in Francia, e lei è imprigionata in casa, dico imprigionata perché c’è un uomo che sorveglia tutte le donne della famiglia e quando le sente ridere chiama il fratello per riferirglielo. Come può essere! Questo è uno dei casi che può sembrare molto violento, ma… Vedi… Lei deve… È lei la responsabile dei bambini, deve essere bravissima in cucina, tutte queste cose e questo provoca delle angosce, ti dici “io non so cucinare”. Io non ho neanche voglia di fare questo. L’atto di cucinare, a me, per esempio, crea panico. Mio marito mi dice: “Non posso cucinare sempre io, vieni con me che ti insegno”. Gli ho detto, “d’accordo”. È bastato che lui uscisse dalla cucina per farmi gridare “cosa faccio” ? Perché ti mette questa angoscia? Non so. Basta che lui esca che io… Se il tuo entourage non accetta… Ma ad un certo momento bisogna… Per far sì che… gli altri ti accettino bisogna accettarsi. Se tu ti accetti, non hanno più senso di esistere, non sono più là.»
Francese:
MOUNA: «Je m’appelle Mouna, j’ai 34 ans, je suis née à Tunis et je vis à Denden, mon père est originaire de Jerba et ma mère de Mateur. J’ai été prof de français puis je me suis mise à étudier le théâtre et j’ai travaillé dans le théâtre et maintenant je veux continuer à travailler dans le théâtre et en même temps j’ai commencé à enseigner le théâtre aux jeunes enfants.
À la question de savoir si je veux devenir mère maintenant non, je ne veux pas être mère pour le moment. Je crois qu’en Tunisie, même si vous n’êtes pas directement influencée par la famille, la famille élargie, on l’a toujours en tête, même s’ils ne vous demandent rien, même s’ils ne te répètent pas toujours “pourquoi n’es-tu pas mère?” tu y pense quand même. Elle va t’affecter, même si elle n’est pas directe, je pense qu’il y a de la pression.
J’ai grandi avec ma mère et avec une autre femme que j’appelle ma seconde mère. C’est la tante de ma mère, mais plus jeune qu’elle, elle ne s’est jamais mariée et me considère comme sa fille, elle n’a pas eu d’enfants, elle est un personnage très important dans ma vie. Franchement, je ne veux pas penser à ce qu’ils disent d’elle parce que c’est une question très sensible. Je ne veux pas imaginer ce qu’ils pensent d’elle parce que pour moi, c’est comme une maman. J’évite de les entendre, certainement ils ont dit des choses, mais j’ai occulté tout ce qu’ils ont dit sure elle.
Il y a un mot, et c’est un mot assez laid donc je l’oublie toujours, il existe mais je l’ai oubliée. Il y a un mot mais aussi sa prononciation est laide, je n’aime pas, donc même si je la connais je l’oublie toujours, toujours, en tunisien.
En ce qui concerne l’héritage, je n’y ai jamais vraiment pensé je ne sais pas si j’aurai un héritage à laisser, je n’y ai jamais pensé. Après votre question sur l’héritage, j’ai commencé à y penser la maison familiale dans laquelle nous vivons maintenant pourrait devenir une librairie, un jardin d’enfants ou un centre culturel. J’ai maintenant l’idée mais avant de me le demander, je n’y avais jamais pensé…
Avant cette rencontre, j’ai pensé plusieurs fois à la question de la femme sans enfants, c’est-à-dire du fait que je ne les veux pas. La question a commencé pour moi parce qu’avant d’être une maman, c’est la question d’être femme qui est problématique pour moi. Enfin pas problématique, mais qui m’a posé beaucoup de questions. J’ai compris beaucoup des choses par rapport à ça. Ce n’est pas évident que parce que tu as un sexe que tu es femme enfin, un sexe particulier, que tu es homme ou femme.
Mon père il aurait voulu avoir un garçon, je sais que très jeune, il voulait avoir un garçon, le deuxième enfant. J’ai vécu longtemps avec cette idée-là d’être un garçon. C’est vraiment récemment que j’ai accepté que tu peux être un garçon et une fille à la fois. Donc pour devenir femme…maman, c’est encore plus… Il y a encore du travail à faire. Mais c’est la question d’être femme qui m’a fait réfléchir, d’abord.
Récemment, j’ai toutes les copines qui deviennent mamans et qui te parlent de ça, qui te parlent de la maternité. Ce sont des mères qui… elles suivent tous les petits pas de leurs enfants. Enfin, on se le dit aussi, tous les couples qui ont des enfants disent “Allez, c’est votre tour maintenant”. Au même temps je n’arrive pas à leur dire “Non, je n’ai pas envie” mais au même temps ça me je ferais pas mal de dire “Non, je n’ai pas envie d’avoir des enfants”. Je n’ai pas besoin d’être une mère pour avoir ce rapport avec les enfants, j’ai ce rapport-là avec mes nièces et neveux et m’implique beaucoup. Je pense qu’on est amené à penser à ça par exemple quand tu te marie, il y a certainement le regard qui dit : alors quand feras-tu des enfants ? J’ai pensé à la possibilité d’en avoir, j’ai aussi peur de cette possibilité, parce que je ne sais pas ce que je vais donner à mes enfants, j’ai peur de mes angoisses. J’ai peur de… Comme tout le monde on a des coups de déprime, j’ai peur de faire passer ça à mes enfants. Je ne me sens absolument pas prête à être une maman. Vraiment c’est tout le temps, elles ne dorment jamais, elles doivent donner à manger tout le temps, elles leur montrent comment on marche. Ça peut être… Une cuisinière, une personne qui aide d’autres personnes à marcher, je ne sais plus comment ça s’appelle. Elles racontent des histoires aux enfants, c’est vraiment un métier très prenant. Je pense que je ne suis pas prête pour ça.
Elles parlent de ça, elles parlent de… [mot en tunisien pour la ménopause] je pense, je ne suis pas sûre, elles disent “andi el faddama” dans le sens “j’étouffe”, avec des bouffées de chaleur. Il y a une description de la ménopause, il n’y a pas un mot unique… mais je ne suis pas sûre. Je sais qu’elles disent… Ah… ce n’est pas “fadda” mais “el fawara”, “fawara” c’est la chaleur… Beaucoup de chaleur… Oui, “fawara”. J’ai la “fawara”.
Pour moi, dans mon histoire, dans mon petit parcours, c’est juste accepter ce qu’on est donc ça se fait à travers des étapes. Accepter d’être une femme, qu’est-que ça veut dire? Signifie lui donner le sens que je voudrais lui donner, parce qu’avant j’étais dans le stéréotype, j’avais un sens particulier du mot femme d’être une femme.
Avant c’était se maquiller, avoir les cheveux longs… Avoir… Être bien épilée… En effet, c’est tout ce qui est en rapport avec le corps. Aller au hammam, se déshabiller sans avoir honte car je remarque beaucoup… En tout cas, mon regard est attiré par toutes les femmes qui sont comme ça, avec le dos bien droit, qui sont nues et elles sont très bien… Pour moi c’est une torture d’aller au hammam. Je mets un t-shirt, je suis ridicule au hammam. C’est aussi… je ne sais pas… Être douce… J’étais vraiment dans un stéréotype de femme. Et après, pour moi être femme c’est être… On a toute une définition de ce qu’est une femme. Chacune le définit à sa manière. Avec aussi… ce n’est plus un combat pour moi, ce n’est plus être féminin ou masculin qui se rejette, c’est un combat, qui va gagner dans ce combat? Maintenant, si j’ai envie d’être un jour comme ça et un jour comme ça. Et un jour où je ne sais plus qui je suis, quelque foi je n’ai même pas envie de poser la question. Maintenant, j’ai besoin de me poser la question.
Pour le moment, par exemple, ça va en rapport avec mon père encore une fois. J’ai perdu mon père il n’y a pas très longtemps et avec sa mort comme si le garçon n’avait plus lieu d’être. Donc… Donc ça a été douloureux, le deuil du petit garçon… Tout cela pour dire que j’ai besoin de me poser encore la question, maintenant. Et quand j’ai eu cette révélation de … papa est parti, donc le garçon doit partir aussi, c’était triste mais c’était aussi très libérateur. Je me suis donné le droit d’être dans le stéréotype. Achète des robes, vas-y… Et c’est beau d’acheter des choses qui me plaisent, j’ai ramené une jebba à mon mari (robe traditionnelle masculine) et je l’ai appelée la jebba de la femme. C’est-à-dire moi. Et lui “… ah… d’accord”. La jebba s’était nouée et il m’a dit, laisse-moi j’aurais le temps de la dénouer, ce n’est pas grave, je la dénouerai patiemment. J’ai trouvé ça très beau…
Si la société et ton entourage accepte cette liberté d’être à la fois féminin et masculin, mais non, elle n’accepte pas. On t’assigne un rôle prédéfini d’où la douleur de beaucoup de femmes en Tunisie qui sont obligées d’être des mères et des femmes. Et dans tous les milieux, même quand j’étais enseignante il y a toutes les profs, qui sont financièrement indépendantes, qui ont des voitures, qui sont toujours tristes, elles ne sortent pas. Il y a une telle qui a une voiture, on peut sortir, on peut aller à Sidi Bouzid, on peut prendre un café et elle m’a regardé comme si c’était une idée révolutionnaire. “Ah oui, on peut faire ça”! “Oui, on peut sortir, on a un peu d’argent…”
Elle m’a raconté des histoires de professeur d’histoire, de français, de math. Il y en a une, son mari passe ses vacances en France, et elle est enfermée dans sa maison, je dis “enfermée” parce qu’il a l’oncle qui surveille les femmes de la famille et quand il l’entend rire, il appelle son frère pour lui dire. Qu’est-ce qu’il se passe ! Il y a… Ça c’est un cas… qui peut sembler très violent, mais… Tu vois…elle doit… Vraiment elle est la responsable des enfants, elle doit être très bonne en cuisine, toutes ces choses et tu te dis… ça provoque des angoisses tu te dis “je ne sais pas cuisiner”. Je n’ai même pas envie de faire ça. L’acte de cuisiner, pour moi, par exemple, ça me fait paniquer. Mon mari me dit : “Je ne peux pas toujours cuisiner, viens avec moi, je t’apprendrai”. Je lui ai dit, d’accord. Il suffit qu’il sorte de la cuisine que je commence à crier “qu’est-ce que je fais”? Pourquoi cette angoisse? Je ne sais pas, il suffit qu’il sorte pour… Si votre entourage n’accepte pas… Mais je pense aussi que à un moment il faut… pour que… pour qu’ils acceptent, il faut que tu t’acceptes. Après, si tu t’acceptes, ils n’ont plus lieu d’être, ils ne sont plus là.»
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