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Marina Piperno, prima donna italiana a ricoprire il ruolo di produttrice cinematografica, racconta ragioni e sentimenti che hanno caratterizzato la sua condizione di non avere figli. La testimonianza è inoltre una preziosa pagina di storia del cinema italiano.

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Ecco la trascrizione completa del video:

« Io non ho figli. Ho avuto due possibilità di averli però dopo un mese, un mese e mezzo di gravidanza sono stati due aborti naturali.
Direi che non è mai stato un mio grande problema avere figli, cioè non ho mai focalizzato la mia vita sul discorso di avere figli. Non era tanto importante. Non è mai stato tanto importante per me. Se fossero venuti li avrei accolti, forse sarei stata anche felice di averli ma il fatto che non mi siano venuti non mi ha creato nessunissimo problema perché mi sentivo comunque compensata da tutto quello che facevo: il mio lavoro, la mia vita, i miei rapporti… e quindi il problema figli visto come una necessità, come molte donne hanno, insomma amiche che io conosco, una necessità impellente, per me non è mai esistito forse per motivi, come per tutti, anche di carattere psicologico, forse perché io sono nata in un’epoca… Io sono nata nel 1935 e dunque, quando avevo vent’anni era, direi, obbligatorio sposarsi e avere dei figli. Io ho sempre sentito questa problematica, questa necessità assoluta per le femmine, per le donne, in un certo ambito medio-borghese: questo fatto di dovere avere i figli come completamento di se stesse, mi sembrava un limite pazzesco. Mi terrorizzava.
Diciamo, anche così brutalmente, che non volevo essere come mia madre, che poi è sempre quello; nel senso che io avevo una madre che è stata figlia del suo tempo, una cosa che io ho capito molti anni dopo. Io ho avuto sempre un rapporto conflittuale con lei, ma solo dopo molti anni, cioè in realtà da poco, un po’ in ritardo insomma, mi sono resa conto, anche con l’aiuto di Luigi, perché ne abbiamo parlato molte volte, che in fondo lei era una donna del suo tempo. Era nata nel 1912, si è sposata a vent’anni con un uomo che aveva tredici anni più di lei e che quindi sicuramente è stato il mentore, il padrone, quello che la indirizzava… Aveva fatto il liceo mia madre, per essere quel periodo era già qualcosa, però non aveva fatto l’università perché mio nonno non mandava le figlie all’università perché era una cosa pericolosa andare all’università da sole; quindi diciamo per lei sposarsi e avere dei figli è stato naturale, non so quanto sia stato voluto realmente, cioè chissà… anche perché lei non ne ha mai parlato quindi non l’ho mai saputo, però sta di fatto che mia madre era una donna forse molto timida e questa timidezza giocava in lei un ruolo quasi di superbia: sembrava sempre una donna molto superba, la chiamavano la principessa, era sempre molto distante da tutto e io ho avuto con lei un rapporto molto conflittuale ma ai livelli più minimi. Non so, io avevo i capelli ricci, lei forse voleva che i capelli fossero lisci. Io queste cose le ho dette in un film che mi riguarda Storie di una donna amata e di un assassino gentile. E quindi questa problematica di essere madre l’ho legata molto probabilmente alla sua figura e anche alle figure delle zie, dei parenti più stretti, vedendola come un ghetto, come qualcosa che ti limitava la possibilità di muoverti. Oggi è diverso. Oggi una ragazza di vent’anni può avere figli e fare altro; allora però negli anni ’50, sembrava quasi che fosse una l’esclusione dell’altra, cioè avere figli… ed è un problema che non ho mai sentito in maniera particolare, quando poi ho cominciato a lavorare, io ho cominciato molto presto facendo la giornalista, facendo l’inviato speciale di sport invernali, poi ho scritto articoli, sono entrata nella redazione de Il Paese: c’era questo critico Aldo Scagnetti col quale collaboravo e ho fatto interviste a gente di cinema, registi ed altro… Questo lavoro mi completava molto quindi la problematica “sposarsi, avere i figli” mi interessava dal punto di vista del rapporto con l’altro perché io ho sempre avuto necessità e voglia di avere un rapporto con l’altro, con l’uomo, con una persona con la quale mi trovassi in sintonia ma i figli erano una cosa in più, non voglio dire un fastidio… poi c’era secondo me una cosa che ho scoperto col passare degli anni, e che era un discorso di tipo forse sessuofobico, nel senso che se tu hai un figlio vuol dire che sei andata a letto con l’uomo con cui stai, allora marito, perché non si parlava molto di avere rapporti al di fuori del matrimonio e questo fatto mi sembrava un fatto che tutti avrebbero visto, perché se una ha la pancia vuol dire che tu hai avuto un rapporto di sesso e probabilmente, venendo da una madre che queste cose le guardava dall’alto in basso, non ne parlava mai, sentivo un senso di colpevolezza, perché io ho fatto un’analisi psicologica di questo discorso; quindi le due cose si sono probabilmente intrecciate, cioè, da una parte questa, come dire, quasi vergogna di mostrare che una era incinta e che quindi aveva avuto un rapporto sessuale, anche se era tuo marito, e l’altro il fatto di sentirlo come un grosso impedimento a un discorso sulla mia libertà, quello che volevo fare, a come mi volevo muovere, ero considerata una persona abbastanza ribelle, autonoma e quindi… E poi anche un’altra cosa che avevo: avevo anche una grossa paura del dolore fisico, di quello che sarebbe accaduto, tenendo conto che di tutto questo io non ho mai parlato con mia madre per esempio. Cioè quando io mi sono sposata la prima volta, poi avevo ventitré anni, non ero proprio una quindicenne, però io da parte di mia madre non ho mai avuto nessuna informazione di nessun tipo e quindi tutto questo ha creato… non ho mai fatto, cioè, il fatto di non avere figli per esempio non mi ha mai creato il problema “oddio non ho figli, non sono una donna completa”, non me ne è fregato assolutamente niente. Anche perché siccome producevo film, cioè ho cominciato questa carriera negli anni ’60, avevo un’enorme soddisfazione dai lavori che facevo e c’è stato un periodo in cui dicevo che i miei documentari, i miei film erano i miei figli; che poi era anche vero, perché praticamente, attraverso quello che facevo io mi sentivo assolutamente completata. Poi, sai, nel non avere figli ci sono tante altre cose. Cioè: a chi lascio la mia eredità, non solo materiale, insomma, no?, se hai da dare un’eredità psicologica, morale. Beh insomma, io non ci ho mai riflettuto molto. Ho sempre pensato che il mondo circostante… cioè non è che non ci ho riflettuto, ho pensato che il mondo circostante, che le persone con cui venivo in contatto, anche per il mio lavoro, erano persone a cui io davo delle cose, se poi si seminava qualcosa “evviva”, insomma, ero contenta. E credo che questo poi sia successo da quello che mi hanno detto poi tante persone dopo. Certo non è un’eredità, cosiddetta primaria; fermo restando che io vedo oggi tante persone della mia generazione che hanno dei figli che dico “poverette!”, problemi di tutti i tipi, obbligatorietà di essere nonne quando loro poi lavorano per cui i figli lasciati, i nipoti, quelle non ne hanno nessuna voglia, magari vorrebbero andare al concerto, no?… e poi vedo anche una cosa abbastanza triste, vedo anche pessimi rapporti a livello come dire per esempio materiale, grossi interessi materiali, grossi problemi di eredità, grosse discussioni tra fratelli se uno ha di più e l’altro di meno … francamente è abbastanza squallido, abbastanza triste, però è una realtà che io vedo, parlando con amiche o conoscenti.

Il mio primo marito, che ho sposato a ventitré anni – siamo stati sposati quattordici anni-, non aveva un grosso interesse ad avere dei figli, non è mai stato un problema; appunto lavoravamo insieme perché era regista, è regista ancora, e quindi il nostro lavoro ci completava molto, completava il rapporto, completava tutto. Io sono rimasta incinta una volta, poi abortii naturalmente però la cosa si è chiusa lì, non è che poi siamo stati lì a dire “ma come!”, a disperarci; no, un fatto che è avvenuto, insomma.
C’è stato più dolore quando a quarantatré anni sono rimasta incinta con Luigi che era un anno che stavamo insieme; lì sì, ma c’è stato un dolore che era come di una rivincita, questo va detto con grande onestà, era come una rivincita nei confronti che posso dire dei parenti: “allora anch’io rimango incinta, anch’io posso avere un figlio”, perché in qualche maniera questo discorso che anche per religione, i rami secchi, il fatto che la donna che non ha figli è sterile e comunque ha un handicap, ha qualche cosa di negativo, evidentemente l’avevo sentito, evidentemente mi era entrato dentro anche se lo rifiutavo sul piano razionale ma sul piano emotivo è molto probabile che invece ci fosse qualche cosa che mi disturbava nel giudizio degli altri nei miei confronti perché c’era questa mancanza di completamento secondo quello che è lo schema del mondo, insomma, la gente si sposa… e anche quello che è lo schema religioso, perché tutte le religioni a cominciare da quella ebraica fanno un discorso sulla necessità di avere figli, che è una cosa fondamentale, non fosse altro… adesso ce ne fossero meno… meglio così perché stiamo andando ai dieci miliardi e non so questo vecchio mondo cosa farà, perché lo spazio non c’è più, forse dovranno cercare altri pianeti, insomma ecco.

Nella mia famiglia stretta, no; nel senso, stretta intendo dire sorelle di mia madre, sorelle di mio padre, fratello di mio padre avevano tutti figli. Peraltro nella mia adolescenza, verso i diciassette, diciotto anni c’è stato un episodio che una mia cugina è rimasta incinta senza essere sposata e fu una tragedia naturalmente per tutta la famiglia. E quella è anche una cosa che, secondo me, mi ha dato un… perché se ne parlava, a bassa voce, poi si è sposata con questo signore… Ma insomma questo me lo ricordo come un grosso peso in cui mi sentivo come responsabile poi di questo fatto, noi eravamo proprio… abbiamo la stessa età, ci sono sei mesi di differenza, eravamo anche molto amiche e quindi c’era questa sensazione di essere colpevole insieme a lei; però nella mia famiglia stretta no, tutte famiglie che hanno avuto figli.

Ma, senti, ti posso dire una cosa, io sono anche maestra elementare, non mi è mai venuto per l’anticamera del cervello di andare a insegnare ai bambini, voglio dire; cioè io ho fatto le magistrali, dopo aver fatto le medie ad un certo momento non avevo più voglia di far ‘ste medie e allora si scelse le magistrali che sembrava una scuola più semplice, forse lo era, del liceo classico; però quando ho finito non ho mai pensato di fare il lavoro di maestra anche perché a me piace molto andare in giro, parlare con gente diversa, non avevo voglia di stare ad applicarmi ai bambini.
Ho avuto un episodio, potrei dire di tipo materno nel 1990-91 quando abbiamo prodotto il film Notte di stelle. Facemmo dei provini a delle ragazze, perché era questa storia di periferia girata con ragazzi di periferia di Tor Bella Monaca e facemmo dei provini a delle ragazze e a un certo punto ne apparve una che era quanto di più scombinato potesse esistere: una faccetta buffa… e lì sicuramente – che abbiamo scelto – perché è straordinaria, poi scomparsa-, e lì sicuramente in tutti i mesi che lei ha circolato nel nostro ufficio, cioè era una che improvvisamente… era figlia di gente di Bari, una madre che si era suicidata, cioè una storia abbastanza scombinata, era venuta a Roma perché voleva cantare, voleva fare… noi l’abbiamo presa che era il nulla; allora era una che improvvisamente dormiva da qualcuno non so bene se in affitto o che, e arrivava in ufficio in una giornata di produzione coi panni bagnati dentro delle borse. Dico: “Ma scusa fammi capire”, “Ah – dice – mi hanno cacciato via: la signora dove stavo mi ha cacciata via”. A questo punto c’era questa ragazzetta giovane, aveva diciotto-vent’anni, con questa faccia buffa, straordinaria nel film, di una bravura, – vabbé Luigi lavora molto bene con gli attori, ma insomma, veramente molto molto brava -, che per tutto il periodo del film in qualche maniera io l’ho affiliata. È venuta anche a dormire a casa, le ho dato un letto alla Reiac che è la nostra società, arrivava coi panni, si andava a far la doccia, insomma le cose più… cercavo di darle dei suggerimenti, sì mi ero molto legata, voglio dire, a questa ragazzina disperata, che era quello …

Poi invece ho avuto un discorso completamente diverso da un comune umano, questo lo dico sempre, quando nel 1995, andando a cercare un canetto per mia suocera che manifestava la voglia di avere un cagnolino, in Toscana dove noi abbiamo una casa in alta Maremma, presi un barboncino di cinquanta giorni che era di una bellezza e feci l’errore, non lo so se è stato un errore o meno, di prenderlo dieci giorni prima di portarlo a questa mia suocera; e lo abbiamo portato a casa, aveva cinquanta giorni ed era una pallottolina color champagne con due occhietti, e lì è stata la fine, perché dopo dieci giorni siamo arrivati qui nella zona della Liguria di Levante e abbiamo portato questo canetto a mia suocera; e stava in uno zaino questo canetto, con la testa di fuori e mia suocera l’ha visto ma era un po’ così, incerta, allora mio marito, Luigi, disse: “va bene mamma, ce lo teniamo noi ancora qualche giorno”. E abbiamo seguitato a tenerlo qualche giorno. Dopo di che siamo andati a cena in un paesino, a pranzo in un paesino qua dietro che si chiama Bagnone e mio marito stava con sua madre, mi disse “Vai a vedere il ristorante dove possiamo mangiare”, e io sempre con il canetto in braccio vado al ristorante. Quando torno lui dice: “Ah sai, allora la mamma ha accettato il cane”. A questo punto io sono diventata assolutamente scura in faccia e ho detto: “Che posto orribile, vi odio tutti” e Luigi ha capito che doveva fare la scelta tra me e la madre e il cane è rimasto a me e siamo vissuti in tredici anni in assoluta simbiosi. Io ho voluto un bene infinito a questo piccolo cane e lui a me, ma anche a Luigi, e quando è morto due anni fa – è morto un mese prima di mia suocera-, è stato un dolore enorme. E lì sicuramente c’è stato… no, perché dissi anche una cosa in più: “Io non ho mai avuto qualche cosa di piccolo” e quindi lì c’era un discorso di mancanza.
A cominciare da mio fratello, mia cognata, mi dicevano: “Eh vabbè, ma tu lo tratti come un figlio”. “Beh, e allora? Qual è il problema? No?” A parte che coi cani piccoli credo ce l’abbiano tutti perché io vedo qui a Lerici è pieno di gente di una certa età con canetti piccoli che li considerino figli o nipoti non lo so, però insomma vedo che i loro atteggiamenti sono… cioè noi facciamo un errore, che facciamo quasi tutti come padroni di cani, che è quello dell’umanizzazione della bestiola: cane è e cane dovrebbe rimanere, invece noi lo trattiamo, molto spesso, come appunto un bambino, nipotino, una cosa così. Però io ho sentito questo giudizio; cioè i miei parenti – nessuno ha un cane, tantomeno in casa-, questa cosa, per esempio, non la capivano assolutamente, gli sembrava del tutto strano: “Un cane”?
Tieni conto che veniva con noi dappertutto, è venuto anche al cinema quando ho fatto una proiezione per i direttori di fotografia del primo film che ho prodotto, Sierra Maestra; lui stava al cinema, tranquillo, per cui voglio dire era… ha seguito tutto l’ultimo film che ho prodotto a lungometraggio, cioè di fiction che era Giamaica, e ‘sto canetto – era un film tutto in notturno, otto settimane sempre di notte, per cui arrivavamo in teatro al pomeriggio alle tre e uscivamo la mattina dopo alle cinque, alle quattro di notte – , questa bestiola stava sempre lì, un po’ perché era necessario nel senso che non si poteva lasciare a casa solo, però poi c’erano delle cose che sei obbligato a fare. Dargli da mangiare a quell’ora, preparargli da mangiare; allora queste sono cose che puoi fare per un bambino. Una nostra amica quando prendemmo questo primo cane disse: “Non lo fate, il cane è un bambino di nove mesi per tutta la vita”, ed è assolutamente vero. Possono avere vent’anni, sono sempre dipendenti da te per portarlo fuori… e in più non ti rompono le scatole come i ragazzini o meno te le rompono.

Questa è una domanda a cui onestamente non ti so rispondere perché i miei rapporti con i collaboratori di cinema che sono stati tanti e poi tanti son sempre stati molto aperti, molto tranquilli e non credo che in realtà nessuno abbia mai dato giudizio su questo, onestamente, non credo, ecco.
Io ho avuto dei… hanno iniziato con me persone che oggi hanno… tu conoscerai sicuramente – poi questo puoi metterlo o non metterlo-, la società la Palomar, quella che ha prodotto il film di… Carlo Degli Esposti ha cominciato con me, come produttore; Roberto Cicutto ora Presidente di Cinecittà ha lavorato con me per 3 anni, insomma, voglio dire, no? Quindi io ho avuto tutta una serie di collaboratori, più giovani chiaramente, e lì poteva anche scattare un rapporto, come dire, come ti dicevo prima, in cui uno ha dato delle cose come se fossero, non dei figli, ma insomma delle persone più giovani a cui davi quello che sapevi dare, quello che potevi dare. Però ecco non credo che per esempio a livello di questi rapporti di lavoro, specie con la parte maschile del cinema… quasi quasi penserei che è più la parte femminile che potrebbe aver pensato: “questa non ha figli quindi scarica”, cioè, più facilmente la parte femminile, ma non credo che la parte maschile abbia mai fatto un discorso di questo tipo; non lo so, ecco, ti do una risposta assolutamente interlocutoria. Non ho mai posto attenzione a questo.

Devo dirti che io un simile consesso lo frequento abbastanza poco perché non ne ho l’occasione nel senso che le donne giovani che hanno bambini potrebbero essere mie nipoti e quindi dico… io peraltro ho una nipote che ha trent’anni… può darsi che domani abbia un figlio… però io non ho questa tendenza a occuparmi di queste cose, le posso ascoltare, ma dopo mi annoio anche. D’altra parte una cosa che per esempio mi sono sempre un po’ rimproverata, ma non dipende solo da me, è dipeso anche da Luigi che questa nipote che adesso ha trent’uno -trentadue anni quando è nata, trent’uno anni fa, io non ho mai avuto verso di lei… – lei me lo ha anche rimproverato giustamente: cioè adesso che siamo diventate grandi tutte e due, seppure con una bella differenza d’età, abbiamo un rapporto più maturo, ci telefoniamo, magari usciamo a Roma, chiacchieriamo, parliamo, però quando era bambina, era anche molto graziosa, io non è che andavo da lei, passavo i pomeriggi con lei, giocavo con lei. Io, per esempio, non so giocare con bambini.
Quindi se mi trovassi in un consesso di persone che parlano di pappe e di cose, insomma non mi interessa niente. È più facile se mi trovo in un consesso di madri che parlano dei loro figli anche con le problematiche critiche che talvolta – perché senti di figli che si comportano in maniera un po’ strana oppure non si comportano -, allora lì entra un discorso in cui io pur non avendo nessuna esperienza di figli però dico la mia, la mia idea sul comportamento non tanto del figlio, ma secondo me sullo sbaglio della madre, perché spesso gli errori delle madri poi sui figli si ripercuotono. E quindi entro nel discorso ma dalla parte della madre non dalla parte del figlio, perché, insomma, non avendo esperienza… anche tutte le problematiche delle scuole… non so, io non ne so niente.

Mah, io non lo so, perché a me lei non ne ha mai parlato, suppongo; e nemmeno mia cognata per esempio, con la quale ho un buon rapporto ma insomma non è che ci sentiamo tutti i giorni, non è che abbiamo un rapporto viscerale… quando vado a Roma vado a casa loro, lei peraltro è una persona molto impegnata dal punto di vista del suo lavoro, anche lei ha quasi settant’anni, però insomma lavora ancora, fa consulenze quindi è una donna attiva, però non mi hanno mai chiesto per esempio: “Ma, tu non hai figli, ma perché?”. Diciamo che non c’è stata quella confidenza o che. E anche mia nipote, e io questa cosa l’ho scoperta attraverso il fatto che l’abbia detto a Luigi, cioè a me non ha mai detto: “Ma zia tu come mai non hai avuto figli? Non li hai voluti? Non son venuti? Hai fatto qualcosa per averli?”. Io non ho mai fatto niente, insomma voglio dire nel senso che non ho mai pensato di andare a fare cure contro cure, non mi è mai venuto per l’anticamera del cervello.
Sì, forse è un tabù o forse c’è un’altra cosa: mi hanno sempre considerato una persona diversa e io ho voluto essere anche diversa, anche in questo hai capito? Cioè in famiglia, diciamo nella famiglia stretta, anche le cugine, quelle cugine che ho, nessuno mi ha mai chiesto niente in merito a ciò; mah, io sono stata anche per molti anni distante da loro, nel senso che crescendo d’età, diciamo invecchiando, uno magari ritrova dei rapporti, perché poi si fa sempre un discorso o se non lo fa è dentro di te: “poi domani muoio e negli ultimi anni non ci siamo neanche salutate”, allora invecchiando la gente spesso ritrova degli antichi rapporti che ha avuto da bambino. Ma c’è tutta una parte centrale, per esempio, per quello che mi riguarda, nella mia vita, in cui questi rapporti, anche con le cugine di primo grado, con cui da bambine eravamo sempre insieme, sono stati completamente tagliati. Intanto perché facevo un lavoro che nessuno di loro sapeva di che si parlasse; poi mi seguivano magari a distanza, erano anche orgogliose del lavoro che facevo, i risultati si sono avuti, però per tantissimi anni, chi si incontrava mai? Guarda che il cinema ti divora, il cinema è un’attività divorante, specialmente facendo il produttore, perché tra la ricerca dei finanziamenti, mettere in piedi i progetti, trovare i collaboratori, girare, fare, la produzione, i festival, la distribuzione, è un lavoro massacrante alla fine.

Sì, io sono stata la prima donna a fare questo lavoro; no, c’era veramente la Marina Cicogna che lavorava per la sua società della famiglia Cicogna che era l’Euro International Film, una grossa società di distribuzione, poi lei aveva fatto anche l’attrice, però io venivo dal nulla, nel senso che non è che in famiglia avessi persone… beh, io mi sono trovata… ho sempre amato molto il cinema e sin da quando avevo diciassette-diciott’anni; una volta c’erano i Circoli del Cinema che non sono come quelli che fanno adesso, i cinema d’essai: c’erano il Circolo romano del cinema, il Circolo Chaplin, che poi insomma era la stessa cosa, perché la domenica mattina ci si incontrava e si andava a vedere questi film e poi c’era il famoso dibattito, che oggi non c’è quasi più, ma invece allora c’era; e il mio primo marito Ansano Giannarelli, il cui nonno poi era di Tempio Pausania, ha insegnato a Tempio Pausania, lui toscano, e regista, era allora un giovane documentarista. Le prime cose ho incominciato a farle con lui, quindi in questo senso ho fatto questo lavoro anche in rapporto anche alla persona con la quale avevo una storia sentimentale, insomma. Mi è sempre piaciuto molto organizzare il lavoro, a me piace molto la parte cinema, trovare i finanziamenti, mentre mi sono sempre annoiata molto sul set, ci vado il meno possibile sul set, ci vado pure, là i problemi nascono e li devi anche risolvere. Però, insomma, ci sono sempre andata, però mi pesa, facendo l’organizzatore generale per forza di cose lo devi affrontare il rapporto con tutti. Io dovevo fare anche l’attrice, dovevo fare tante cose, insomma, poi a un certo punto ho capito invece che la parte organizzativa e di produzione era quella che mi interessava di più. Cioè, mettere in piedi il prodotto, mettere in piedi il progetto, mettere in piedi, portare avanti, e lì ritorna il discorso che i miei film sono i miei figli, perché se ci pensi bene, è un discorso di creatività, cioè nel senso che le nostre cose che abbiamo fatto sono sempre partite da noi, non è che qualcuno arrivava e diceva “Allora fai questa cosa””, quindi è sempre stato un discorso di creatività, creatività diversa ma è come creare un figlio poi.
Ho cominciato quindi con lui producendo… il primo documentario l’ho prodotto nel ‘61, 16 ottobre 1943 che era la deportazione degli ebrei romani in Germania tratto dal testo di Giacomo De Benedetti e fu un grosso sforzo; lo facemmo con soldi imprestati che poi abbiamo restituito, fu un grosso sforzo e fu molto bello produrre questa… è praticamente un documentario che dopo cinquant’anni ancora va in giro; l’anno scorso l’ho portato a Firenze per ottocento studenti a Palazzo Vecchio e anche due anni fa.

E poi ho lavorato anche con altri, perché poi hanno cominciato a sapere che c’era questa giovane ragazza che si occupava di organizzazione, ho lavorato con documentaristi con cui ho fatto l’organizzazione generale, con Raffaele Viggiani… e poi ho lavorato con Cesare Zavattini.
Quando ho organizzato il primo cinegiornale nel ‘62, quando ci fu la Baia dei Porci sembrava che stessimo per entrare in una guerra atomica e Zavattini lanciò questo messaggio a tutti quelli che facevano cinema, allora si parlava di cinema più che di televisione, registi, operatori giornalisti, scrittori dicendo: “Facciamo una cosa in cui ciascuno di noi fa il suo discorso sulla pace e sulla guerra. Facciamo un appello!”
Soldati, Mario Soldati fece la produzione; fu prodotto in realtà dal giornale Rinascita e non so se c’era dietro anche il PCI, ma insomma Rinascita era un giornale del Partito Comunista, e mi chiamarono per fare l’organizzazione generale di questa cosa. Io avevo appena cominciato, avevo incominciato da poco, e facemmo questo numero di Cinegiornale della Pace che io ancora ho naturalmente, e che fu molto interessante; ci lavorò Pasolini, Mario Soldati… alcuni documentaristi, poi c’era appunto il mio ex- marito Ansano Giannarelli… Insomma tanta gente, quindi è cominciato così.
Poi ho fatto un film con un regista che veniva dalla televisione che si chiamava Alberto Caldana prodotto dalla 22 Marzo di Ermanno Olmi.

Beh, insomma, le prime due cose che ho prodotto, sia 16 ottobre 1943 di Ansano Giannarelli che Sierra Maestra di Ansano Giannarelli, girato in parte in Venezuela, in parte in Sardegna, dove la Sardegna era vista come l’isola dove ci si ribellava, ed era il 1968; noi abbiamo girato ad Oliena, abbiamo girato nel nuorese… e poi in Venezuela tra i guerrieri del Venezuela. Perché io poi ho fatto tantissimi documentari sulla donna in Palestina, sulle Pantere Nere, ho fatto molto cinema politico anche, quello che allora si chiamava cinema politico. E sicuramente 16 ottobre e Sierra Maestra sono stati per me… Sierra Maestra è andato a Venezia, un bel discorso da parte dei critici, fu un film cult, sono stati due film che sono stati molto importanti. Poi le prime cose che ho fatto con Luigi, legando sempre diciamo in fondo il rapporto sentimentale anche al lavoro che facevamo.
Quindi, dopo Sierra Maestra, sicuramente i primi film che ho prodotto con Luigi Faccini, Sassalbo provincia di Sydney, che è la storia di questo paesino, qui dell’Alta Lunigiana dove tutti emigravano verso l’Australia, e che è un film bellissimo, raccontato da due carbonai fantastici, due personaggi incredibili, c’è uno che è di una bravura, guarda, erano emigrati per tutto il mondo. E poi il primo film lungometraggio Inganni, ispirato alla vita di Dino Campana, film sempre di Luigi Faccini, vincitore di due Nastri d’argento e vari altri premi, ispirato alla vita di Campana. Poi ce ne stanno tanti altri, io amo molto anche l’ultimo Notte di stelle, quelli delle periferie, poi c’è Donna d’ombra

Mi è sempre piaciuto occuparmi di queste tematiche qui, collegate col sociale, collegate con la giustizia, cioè ho sempre avuto un forte interesse diciamo verso queste tematiche, per cui, per esempio, non ho mai prodotto una commedia nel senso stretto della parola, anche perché ho sempre fatto un cinema se vuoi di qualità, un cinema d’autore che nel suo farsi poi è diventato un cinema estremamente importante. Noi abbiamo fatto tutti i prototipi, la critica ce li ha riconosciuti tutti, poi dal punto di vista, voglio dire, della distribuzione c’è sempre la difficoltà di entrare nel mercato ma quello uno lo mette in conto e va avanti.

Io devo questo a Luigi Faccini; ma non solo [sono] disinvolta davanti alla telecamera, anche nel parlare. Io per tantissimi anni non ho parlato, avevo l’impressione che donna e produttrice fossero come una cesura, dicevo: “ma in fondo che devo dire?”. Poi da quando ci siamo incontrati ho imparato che avevo da dire alcune cose. In più ho fatto questa esperienza per cui dal 2008 sono passata davanti alla macchina da presa, oltre che dietro, cioè nel senso che ho prodotto due film di Faccini uno Storia di una donna amata e di un assassino gentile e l’altro che abbiamo finito adesso che si chiama Rudolf Jacobs, l’uomo che nacque morendo, dove io sono nel primo protagonista assoluta perché è la storia della mia vita in sette capitoli, accompagnato da un libro, che ti regalerò (libro che è stato scritto non da noi, è stato scritto da saggisti, critici, direttori di festival su questo film) e lì io ho imparato a stare davanti alla macchina da presa; c’è una sicurezza che ad un certo punto ti arriva addosso e che per tanti anni non ho avuto, capito? adesso ce l’ho e allora mi ci diverto…

Allora adesso ti racconto una cosa un po’ buffa che non avrei mai creduto di fare. Ero in una Coop a Pitigliano, noi abbiamo una casa lì nella zona della Maremma toscana, e improvvisamente mi cade l’occhio su una grossa scatola piena di peluches. Tieni conto che io non ho mai comperato un peluche in vita mia perché, appunto, non avendo figli o bambini il peluche non fa parte dei miei giochi. E improvvisamente guardo bene e che cosa vedo nella scatola di peluches? Bubul, identico, preciso. Non ho resistito: l’ho preso e l’ho portato a casa. E la mia soddisfazione è stata che quando Luigi l’ha visto ha detto: “oddio, Bubul!”. E adesso è là, in camera da letto, me lo sono portato dalla campagna e ogni tanto, confesso, vado vicino e gli faccio una carezzina. Con l’età si rincretinisce pure. »

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