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Hayet ospita Lunàdigas all’ombra di un ulivo, simbolo benefico della sua regione in Tunisia e luogo di incontro della sua associazione Sidi Bouzaintoun. Nella sua testimonianza Hayet racconta il suo percorso di donna che ha scelto liberamente, e con l’appoggio dei familiari, di non avere figli e di dedicarsi alla protezione dei grandi alberi del suo territorio. Nonostante il tema della non maternità sia sempre un tabù, nella sua zona, a Ghardimaou, le donne si muovono con maggiore libertà rispetto a Jendouba.  Per sua nonna, le donne Lunàdigas sono donne coraggiose: “nisaa w nouss” vale a dire “una donna e mezza”.

Testimonianza realizzata per il progetto Archivio delle donne del Mediterraneo con il contributo di Mediterranean women’s fund – Fonds pour le femmes en Méditerranée.

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Ecco la trascrizione completa del video:

HAYET: «Marhbabiku, siete le benvenute a casa mia a Sidi Bouzaitoun. Sidi Bouzaitoun è la nostra associazione. Qui siete nella sede della nostra associazione. Veniamo qui per i benefici di quest’albero, l’ulivo, il simbolo della mia regione, dove abito. Marhaban bik – Benvenute!
Vi racconto un po’ della mia regione, di me, della mia associazione. Sono nata a un chilometro da qui, nella piccola fattoria dei miei nonni. Amo molto questo posto, sono molto legata ai miei nonni soprattutto a mio nonno. Con lui ho fatto molte cose, mi ha insegnato a montare a cavallo, mi ha insegnato a lavorare la terra e a cacciare. Mio padre è dovuto immigrare in Francia e io ho trascorso la maggior parte della mia infanzia con mia nonna e le mie zie. Naturalmente anche con mio padre e mia madre, ma li considero la mia seconda famiglia. Mia nonna è la mia prima famiglia. Ho imparato tutto dai miei nonni: ho fatto il pastore, le olive… ho fatto tutto con i nonni.
Ho studiato in una scuola di questa regione a circa quattro kilometri e dovevo attraversare l’Oued per andare e ritornare da scuola. A dieci anni, mi hanno portato in città, ma sono stata sempre rimasta legata a questi luoghi. Poi sono andata a Tunisi per terminare i miei studi. Ho studiato Storia e attraverso la Storia ho amato ancor più questa regione volevo valorizzarla.
Nel 2009, dopo la laurea in Storia, mi sono specializzata come guida naturalistica e sono entrata nella società civile. Con la formazione per guida naturalistica ho imparato molto sulle piante e in quel momento ho deciso di proteggere i vecchi alberi della regione. Così si è creata la relazione con Sidi Bouzeitoun che, non solo per me, è il “murābit” – luogo sacro – delle donne, dove vengono più donne che uomini.
Ci sono altri murābit, luoghi misti ma questo è quasi solo per le donne. Veniamo qui in primavera, veniamo in autunno per fare una festa, un piccolo festival con donne e ragazze, si prepara il pranzo, si canta, si fanno molte cose. Prendiamo la benedizione di questo albero per riuscire in ciò che facciamo, prima degli esami. Questo mi è rimasto dentro. Mia nonna mi dice sempre: “Se hai dei problemi, vai all’eshis a Sidi Buzaitoun, resti là e racconti, racconti e poi ti sentirai bene”.
Nella mia esperienza questo mi ha aiutata molto. Non so se sia una questione psicologica, ma vengo qui ogni volta che ho dei problemi. Vengo anche senza problemi: amo molto portare le persone e i miei amici qui, portarli proprio in questo luogo.
E dopo, come dicevo, è nata l’idea di creare l’associazione per la protezione degli alberi secolari, che poi si è trasformata anche in altro. Attraverso la connessione con la società civile, ho preso contatti con altre donne, ma nell’associazione ci sono anche uomini. Non è un’associazione solo di donne, include molte persone.
Ma ritorniamo alla domanda: perché ho deciso di non avere figli nella mia vita.
Personalmente amo molto i bambini ma all’età di cinque, o sei anni, eravamo a uno dei nostri incontri… eravamo molte ragazze e mia nonna ha posto la domanda, sempre la stessa: “Chi vuoi essere quando sarai grande? Che professione preferisci?” E anche: “Quanti bambini avrai?” Chi diceva due, tre, quattro… non so… quando è arrivata a me io ho detto: “non voglio avere figli!” – “Perché?” – “Ce ne sono già tanti!”
Era pieno di bambini intorno a me, perché avrei dovuto aggiungerne altri? E l’idea è cresciuta nonostante l’abbia tralasciata. Non ho pensato ad avere dei figli e non perché mi blocchino la vita o mi prendano la libertà, ma… è stato spontaneo e naturale per me dire: “ok, se voglio avere intorno bambini, nella mia famiglia ce ne sono tanti”. C’è mia cugina che considero quasi una figlia, mi è molto vicina. Lavoriamo per il bene di questa regione, dal nostro punto di vista.
Inoltre, la mia vita come donna di campagna, che viene da una regione un po’… Ghardimaou è una zona molto conservatrice. A Ghardimaou le donne ancora oggi non entrano nei caffè. Mai. Dunque questi argomenti, il matrimonio, i figli… sono argomenti tabù. La mia vita ho deciso di non viverla come gli altri, ma di fare la mia vita e viverla come voglio. Mio padre mi ha dato questa forza, lui mi ha detto, ok.
A diciannove anni sono venute le prime persone a chiedere la mia mano a mio padre e mio padre ha detto: “È ancora giovane, sta facendo i suoi studi!” E mi ha detto: “Se ti fidanzi ora, finirai per non continuare gli studi. Devi scoprire il mondo, la tua vita, devi studiare!” Così ho finito i miei studi e dopo ho avuto il problema della disoccupazione, sono rientrata qui in una zona di montagna, e mi sono detta: cosa farò qui? Dovevo trovare altre cose. Bene, io amo l’agricoltura, la natura, ho lavorato con mia nonna nell’orto, abbiamo curato gli ulivi, fatto l’olio d’oliva in casa e molte altre cose. Ma questo non è sufficiente, c’è bisogno di fare dell’altro.
Penso che se mi fossi sposata a venticinque anni – visto che oggi ho quasi trentasette anni, e ho ancora un dottorato da fare che terminerò a quarant’anni -, dunque non è proprio il caso di fare i figli!
È stato naturale, è successo così, non c’è stato alcun problema. Nella mia famiglia accettano la mia decisione. Di conseguenza io posso viaggiare, fare le mie attività, passare la notte fuori. Non c’è un bambino a casa che mi aspetta di cui io sia responsabile. Se avessi avuto figli avrei dovuto assumerne la responsabilità.
E vedo, qui nel mio ambiente, le donne che lavorano nell’agricoltura, escono alle 5 del mattino e rientrano la sera alle 6. Nel frattempo i bambini dove sono? Non si sa dove siano, cosa facciano, iniziano a fumare a otto-nove anni. Parlo della foresta, della montagna, non c’è tempo per questi bambini. Avere un figlio pone la questione di esserne responsabile. Personalmente non voglio questa responsabilità, ho scelto un altro cammino.»
SUSI: «Hayet, ci sono donne nella zona che hanno deciso di non avere figli?»
HAYET: «Sì. Ci sono altre donne nella zona, le conosco personalmente, sono più grandi di me. In preparazione per la vostra visita le ho contattate. Conosco una famiglia di quattro donne e nessuna di loro ha figli. La più giovane sarebbe stata molto felice di venire a parlare del perché ha preso questa decisione. Purtroppo, all’ultimo minuto l’ho contattata per farla venire ma ha detto che suo zio le ha impedito di venire, e di dare testimonianza della sua esperienza. Quindi ci sono donne che hanno preso questa responsabilità, la responsabilità di non fondare una famiglia o di sposarsi, di sposarsi o di avere dei figli.
Ci sono anche le donne che biologicamente non possono avere figli. In generale qui, ieri siamo state a Jendouba e abbiamo ascoltato molte testimonianze e sono rimasta impressionata da queste testimonianze, sono donne che non sono accettate dalla società. Personalmente a Ghardimaou è normale, sempre che la donna riesca a convincere il suo entourage di avere deciso così. Ho detto all’ultima donna che ha parlato: “Tu puoi vivere tutta la vita senza fare figli e non riesci a convincere tuo zio che vuoi parlare della tua esperienza?” La questione è di come prendere posizione e di difendere questa decisione.
Il film Lunàdigas per me è stato molto innovativo. È molto bello, l’ho molto amato. La prima volta l’ho visto da sola, poi con mia nonna e mia madre e sono rimasta sorpresa dalla reazione di mia nonna: non aveva capito molto, le ho trasmesso il messaggio. Alla fine ha detto: sono “Nisaa w nouss” (una donna e mezza). Per lei sono delle donne che hanno deciso di fare qualcosa nelle loro vite e… diciamo… combattere per queste, dunque secondo lei meritano rispetto. E poi l’ho visto con le giovani donne dell’associazione Rayhana e delle giovani della regione, e mi hanno impressionato le loro reazioni. Questo documentario è veramente qualcosa di innovativo, mi ha molto colpito, l’ho amato molto. L’ho visto tre volte e credo che lo vedrò ancora, lo vedrò di nuovo con le mie amiche e con mia sorella, quando verrà qui. L’ho veramente amato molto questo film, veramente bello.»
SUSI: «Perché?»
HAYET: «Perché ha offerto l’esperienza attraverso molte testimonianze; è ricco di donne che hanno deciso di non fare figli, ciascuna a modo suo, ma di fatto ognuna ha avuto il coraggio di parlare di sé, di condividere la propria esperienza con altre donne e con persone che le vedranno nel film. Anche il modo di girare il film mi è piaciuto molto, non annoia. Anche la musica è molto bella. La donna che arriva, come un angelo, a raccontare e poi passa… È molto leggero e innovativo. Ho amato molto anche la musica, anche il carattere delle donne che hanno condiviso con noi la loro esperienza.»
SUSI: «E per quanto riguarda te, quale è stata la tua esperienza?»
HAYET: «Per quanto riguarda me, credo di far parte di una categoria di donne cha hanno deciso di non avere figli ma che hanno altro da fare nella vita, hanno altre missioni. Quindi per me non è stato… Come dicevo ho amato molte cose di questo film: come è stato filmato, la musica, le testimonianze. Ma sono stata influenzata da queste donne? Credo che sia normale, perché io condivido questi argomenti, non ho problemi a parlarne, con i miei amici o con chiunque mi ponga la domanda. Se mi chiedono se avrò dei figli dico: certo che no, molto semplice, perché la mia missione nella vita non è quella di fare figli, o altro del genere. È una delle missioni tra tante altre e io ho già scelto altre cose da fare: è una scelta.
Come dicevo ho visto il film con mia madre e mia nonna sono rimasta colpita dalla reazione di mia nonna dopo la visione del film e ne abbiamo discusso, e mia nonna ha detto: “Nisaa w nouss” che significa una donna capace. Se dovessimo tradurre diremmo “una donna e mezza”, non solo una donna: una donna e un’altra mezza accanto. Dunque una donna capace, coraggiosa che merita tutto il rispetto.
Pensare a chi lasciare i miei beni, la mia eredità? Non ci ho mai pensato veramente.
Nella mia famiglia le cose passano con semplicità, per esempio quando mio nonno è morto avremmo dovuto condividere l’eredità, ma vedo che non c’è nessuno che si occupa di questa eredità. E’ una questione che verrà, io forse penserò a qualcosa di intimo di me come un passaggio…
Mio nonno mi ha lasciato una collana che è stata in famiglia per sei generazioni prima di arrivare a me. Io la affiderò a Belsam, mia cugina; penso che lei diventerà una donna forte come me. Sì, penso proprio di lasciarla a Belsam, è interessante che io la affiderò a lei e lei dovrà lasciarla a una donna o a qualcuno della famiglia che se ne occuperà. A parte questa collana non ho pensato a cosa vorrei lasciare, perché mio nonno l’ha ereditata, ha attraversato molte generazioni per arrivare fino a me e non voglio lasciarla andare.»
SUSI: «Da dove arriva questa collana? Cosa ti ha raccontato tuo nonno quando ti ha lasciato questa collana?»
HAYET: «Quando mi ha lasciato la collana, io e mio nonno eravamo molto uniti, è lui che mi ha insegnato a viaggiare. Mi ha detto: “Non ci sono problemi puoi viaggiare! Se vuoi andare da qualche parte, puoi farlo, è solo una questione di avere fiducia in te stessa”. Questa collana è ancora lì, è in una stanza sacra dove ci sono tutte le cose di mio nonno. Ogni tanto entravo in quella stanza con lui e un giorno mi ha detto: “Hayet, quando morirò, questa è per te. Non è tua per indossarla o venderla, ma per occuparti di lei e proteggerla”. Ho detto che andava bene ma poi ho pensato: “Ma perché?” E lui disse: “Io l’ho ereditata da mia madre” e lei a sua volta l’aveva ereditata… non ricordo da chi… l’ho dimenticato ma è una cosa fatta a mano, internamente ci sono dei simboli, fino ad ora non li ho decifrati, ma lui mi ha detto: “Questo è l’onore della nostra famiglia”. Per lui fa vivere l’onore della famiglia ed è stata con me finora, la conservo bene… È la cosa… veramente è l’unica cosa e se un giorno la lascerò a qualcuno sarà a Belsam. Credo che per lui l’onore della famiglia non era nella trasmissione genetica per far vivere il nome della famiglia. Per mio nonno l’onore della famiglia non è legato alla discendenza, ma è legato a quella collana.
Nella famiglia di mio nonno tra figli e figlie, siamo centoventisette persone, includendo nipoti e pronipoti. Già. Mio nonno ha due figli e cinque figlie, e ne ha adottati quattro. Qualcuno che era restato orfano, i genitori sono morti lasciando quattro figli e mio nonno li ha adottati. Si sono sposati e hanno avuto dei figli e siamo diventati una grande famiglia. Qualche volta mi dimentico qualche nome!»

Francese:

HAYET: «Marhbabiku, vous êtes les bienvenues chez moi à Sidi Bouzaitoun. Sidi Bouzaitoun est notre association, ici c’est le siège de notre association. On vient ici pour bénéficier de cet arbre, l’olivier, le symbole de ma région, où j’habite. Marhaban bik – Bienvenues!
Je vous parle un peu de ma région, de moi, de mon association. J’étais née ici, à un kilomètre d’ici, dans la petite ferme de mes grands-parents. J’ai aimé beaucoup cet place, j’étais très attachée à mes grands-parents, surtout à mon grand-père. J’ai fait beaucoup de choses avec lui, il m’a appris à monter à cheval il m’a fait apprendre même comme chasser. Mon père a dû immigrer en France et j’ai passé la plupart de mon enfance avec ma grand-mère et mes tantes. Bien sûr avec mon père et ma mère, mais je les considère comme ma deuxième famille, ma grand-mère est ma première famille. J’ai tout appris: j’ai fait le berger, les olives… J’ai tout fait avec mes grands-parents. J’ai étudié dans une école de cette région à environ 4 kilomètres et je devais traverser l’Oued pour aller et revenir de l’école. À 10 ans, ils m’ont déménagée en ville, mais j’étais toujours attachée ici, puis je suis allée à Tunis pour terminer mes études. J’ai fait l’histoire et à travers l’histoire j’ai aimé plus cette région je voulais la valoriser.
En 2009, après maîtrise en d’histoire, j’ai fait mes études en guide naturaliste et je suis entrée dans la société civile. Avec la formation de guide nature j’ai beaucoup appris sur les plantes et là, j’ai décidé de protéger les vieux arbres de la région. C’était ma relation avec Sidi Bouzeitoun que, pas seulement pour moi,
est le ” murābit ” (lieu sacré) des femmes, où viennent plus de femmes que d’hommes. Il y a d’autres murābits, des lieux mixtes mais c’est presque pour les femmes, on vient ici en printemps, on vient ici en automne pour faire une fête, un petit festival, femmes et filles, on fait les repas, on chante, on fait beaucoup de choses.
Aussi on prends la bénédiction de cet arbre pour réussir avant les examens. Ça m’a resté avec moi. Ma grand-mère m’as dit, si tu as des problèmes tu vas à l’ “eshis” à Sidi Buzaitoun, tu reste là et tu vas raconter et après tu te sens bien. Par expérience, cela m’a aidé beaucoup, je ne sais pas si c’est une question psychologique, mais je viens ici à chaque fois que j’ai des problèmes. Je viens aussi sans problème : j’aime bien amener les gens et mes amis ici, de les amener dans cet endroit. Après, comme je le disais, l’idée de créer cette association, l’association pour la protection des arbres séculaires, mais après c’était aussi autre chose, là j’ai entrée dans la société civile, j’ai pris contact avec d’autres femmes, mais dans l’association il y a aussi des hommes. Ce n’est pas seulement une association de femmes, mais elle comprend plein de gens. On travaille pour le bien de cette région, comme nous on y pense.
Si je reviens à la question: pourquoi j’ai décidé de ne pas avoir d’enfants dans ma vie. Personnellement, j’aime beaucoup les enfants, mais à l’âge de cinq ou six ans, on était dans ‘une de nos réunions il y avait plein de filles avec moi et ma grand-mère m’a posé la question, toujours la même, ” Qui veux-tu être quand tu seras grand ? Quelle profession tu préfère?” Et aussi “Combien d’enfants vas-tu avoir?” Qui disait deux, trois, quatre… je ne sais pas… quand elle est arrivée à moi, j’ai dit : “je ne veux pas avoir d’enfants!” “Pourquoi?” “Il y en a assez ici!” Il y a plein d’enfants autour de moi, pourquoi je dois en ajouter d’autres?
Et l’idée a grandi bien que moi je la négligeais, je n’ai pas pensé à avoir des enfants et ce n’est pas question qu’ils vont me bloquer ma vie ou ils me prennent la liberté, mais.. c’était spontané et naturel pour moi de dire, ok, si je veux avoir des enfants, il y plein d’enfants dans ma famille. naturellement il y avait des enfants. Il y a ma cousine que je considère presque une fille, elle est tout proche avec moi.
En plus, ma vie en tant que femme de campagne, qui vient d’une région un peu… Ghardimaou est une zone très conservatrice. À Ghardimaou, on interdit les femmes dans les cafés, jusqu’à maintenant. Jamais. Donc ces sujets, le mariage, les enfants… sont des sujets tabous. Ma vie, j’ai décidé de ne pas la vivre comme les autres, de faire ma vie comme moi je veux. Mon père m’a donné cette force, il m’a dit, ok. À 19 ans, les premières personnes sont venues pour demander ma main à mon père et là il a dit, “Tu vois?” “Elle est encore jeune, elle fait ses études !” Et il m’a dit: “Si tu te fiances maintenant, tu vas jamais continuer tes études. Tu dois découvrir le monde, ta vie, tu dois étudier!”
Quand j’ai fini mes études, après j’ai eu le problème du chômage, je suis rentrée ici dans une zone de montagne, et je me suis dit ce que je ferais ici ? Je dois trouver autre chose. Bon, j’aime l’agriculture, la nature, j’ai travaillé avec ma grand-mère dans son jardin, on fait les oliviers, on fait l’huile d’olive à la maison et bien d’autres choses. Mais cela ne suffit pas, il faut avoir quelque chose à faire. Je pense que si je m’étais mariée à 25 ans maintenant j’ai près de 37 ans, j’ai encore un doctorat à faire que je finirai à 40 ans, donc ce n’est pas la peine de faire des enfants!
C’était naturel, c’est arrivé comme ça, il n’y a eu aucun problème dans ma famille acceptent ma décision. Par conséquent, je peux voyager, je peux faire mes activités, je peux passer la nuit dehors, il n’y a pas un enfant qui m’attend à la maison dont je suis responsable. Si j’avais eu des enfants j’aurais dû être responsable d’eux. Et moi je vois, dans mon environnement, les femmes ici qui travaillant dans l’agriculture, elles sortent à 5 heures du matin et rentrent à 6 heures le soir. Pendant ce temps, où sont les enfants ? On ne sait pas où ils sont, ce qu’ils font, ils commencent à fumer à 8-9 ans. Moi je parle du milieu forestier, du milieu montagnard, il n’y a pas de temps pour ces enfants. Si je veux avoir un enfant je dois en être responsable. Personnellement je ne pense pas que je veux être responsable, j’ai choisi un autre chemin.»
SUSI: «Hayet, il y a d’autres femmes dans la région qui ont décidé de ne pas avoir d’enfants?»
HAYET: «Oui, il y a d’autres femmes dans la région, je les connais personnellement, elles sont plus âgées que moi. En préparation de votre visite je les ai contactées, je connais une famille de 4 femmes qu’elles n’ont pas d’enfants. La plus jeune aurait été très heureuse de venir de parler pourquoi elle a décidé cette vie.
Malheureusement, à la dernière minute je l’ai contactée pour la faire venir mais elle a dit que c’était à cause de son oncle qu’elle ne pouvait pas être là, c’est lui qui l’a forcée de ne pas faire le témoignage de son expérience. Donc il y en a des femmes qui ont pris cette responsabilité, cette responsabilité les a empêcher de faire une famille ou de se marier, de se marier ou d’avoir des enfants. Il y a aussi les femmes qui biologiquement ne peuvent pas avoir d’enfants. Du façon générale ici, hier, on a été à Jendouba et j’ai écouté beaucoup de témoignages et j’ai été impressionnée de ces témoignages, de femmes qui ne sont pas acceptée par la société. Personnellement, à Ghardimaou, c’est normal, à condition que la femme réussisse à convaincre son entourage qu’elle a décidé ça. J’ai dit à la dernière femme qui a parlé: “Tu as pu vivre toute ta vie sans avoir d’enfants et tu n’as pas pu convaincre ton oncle de parler de ton expérience?” C’est question de comment prendre position et de défendre cette décision.
Le film Lunàdigas pour moi a été très innovant. C’est très beau, je l’ai beaucoup aimé. Je l’ai vu la première fois seule, après je l’ai vue avec ma mère et ma grand-mère. J’ai été surprise par la réaction de ma grand-mère, elle n’avait pas compris, je lui ai transmis les choses. Enfin elle a dit que c’était “Nisaa w nouss”, pour elle ce sont des femmes qui ont décidé de faire quelque chose dans leur vie, de combattre pour ça, donc pour elle, elles méritent le respect. Et puis je l’ai vu avec les jeunes femmes de l’association Rayhana et des jeunes femme de toute la région, et j’ai été impressionné par leurs réactions. Ce documentaire a était vraiment quelque chose d’innovant, il m’a beaucoup impressionné, je l’ai bien aimé. Je l’ai vu trois fois et je crois que je le reverrai, avec mes amies et avec ma sœur, si elle revient. Je l’ai vraiment beaucoup aimé ce film. Il est très bien.»
SUSI: «Pourquoi?»
HAYET: «Parce qu’il a offert l’expérience à travers de nombreux témoignages plein de femmes qui ont décidé de ne pas faire d’enfants, chacune à sa manière, mais en fait chacune a eu le courage de parler de soi, de partager leur expérience avec plein d’autres gens qui vont les regarder. Aussi la façon de tourner le film j’ai beaucoup aimé, qu’elle n’est pas ennuyant. J’ai beaucoup aimé la musique, cette femme qui arrive, comme un ange, qui parle et après on passe… Il est très léger et innovant. J’ai aussi beaucoup aimé la musique, aussi les caractères des ces femmes là qui ont partagé avec nous leur expériences.»
SUSI: «Par rapport à toi, quelle a été ton expérience?»
HAYET: «Par rapport à moi… je pense que je fais partie d’une catégorie de femmes qui ont décidé de ne pas avoir d’enfants, mais qui ont d’autres missions dans leur vie. Donc pour moi ça n’a pas été… Comme je le disais, j’ai aimé le film, comment il a été filmé, la musique, les témoignages. Mais ai-je été influencée par ces femmes? Je pense que c’est normal, parce que je partage ces choses là, je n’ai pas le problème de parler, avec mes amis ou avec n’importe qui me pose la question. Si on me demande si j’aurai des enfants je dis bien que non, très simple, parce que je ne sens pas que c’est ma mission dans la vie de faire les enfants, ou autre chose.
Donc, parmi beaucoup des missions moi j’ai déjà choisi d’autres choses à faire. C’est un choix. Comme je le disais, j’ai vu le film avec ma mère et ma grand-mère j’ai été impressionnée par la réaction de ma grand-mère après avoir visionné le film on a discuté chacune qu’on pensait, et ma grand-mère a dit: Nisaa w nouss ce qui signifie une femme capable. Si nous devions traduire, nous dirions une femme et demie, pas seulement une femme : une femme et une autre moitié à côté. Donc une femme capable, courageuse elle mérite tout le respect.
Penser à qui laisser mes biens, mon héritage? Je n’y ai jamais vraiment pensé. Dans ma famille, les choses passent comme ça. Par exemple quand mon grand-père est mort nous aurions dû partager l’héritage, mais je vois qu’il n’y a personne qui s’occupe de cet héritage. C’est une question qui viendra, je penserai peut-être à confier quelque chose. comme un passage… Mon grand-père m’a laissé un collier qu’il a été hérédité par six générations pour arriver à moi. Je la confierai à Belsam, ma cousine ; je pense qu’elle va être une femme forte comme moi. Oui, je pense vraiment la laisser à Belsam, la chose la plus intéressante parce que je vous la confier à elle, et elle devra la confier une personne, à une femme ou un homme quelqu’un de notre famille qui va s’en occuper. Je n’ai pas pensé a autres choses que je vais laisser, sauf ce collier là, parce que mon grand-père l’a hérité, a traversé de nombreuses générations pour arriver jusqu’à moi et je ne veux pas la laisser partir.»
SUSI: «D’où vient ce collier? Qu’est-ce que t’a dit ton grand-père quand il t’a laissé ce collier?»
HAYET: «Quand il m’a laissé le collier, mon grand-père et moi étions très unis, c’est lui qui m’a appris à voyager. Il m’a dit: “Pas de problème, tu peux voyager! Si tu veux aller quelque part, tu peux le faire. C’est juste une question d’avoir confiance en toi-même”. Ce collier est toujours là, c’est dans une pièce sacrée où il y a toutes les souvenirs de mon grand-père. De temps en temps, j’entrais avec lui là, et une fois il m’a dit: “Hayet, quand je vais mourir, ça c’est à toi. Ce n’est pas à toi de la porter ou de la vendre, mais pour prendre soin d’elle, tu dois la protéger”. J’ai dit que c’était bien mais je me suis dit: “Mais pourquoi?” Et il a dit: “Je l’ai héritée de ma mère” et elle en avait hérité à son tour… je l’ai oublié mais c’est fait à la main, il y a des symboles dedans, jusqu’à présent, je ne les ai pas déchiffrés, mais il m’a dit : “c’est l’honneur de notre famille”. Pour lui ça c’est l’honneur de notre famille et elle a été avec moi jusqu’à présent, je la garde bien… Ça c’est… C’est vraiment la seule chose et un jour je vais la confier à Belsam. Je crois que pour lui l’honneur de la famille n’était pas dans la transmission génétique pour faire vivre le nom de la famille. Pour mon grand-père l’honneur de la famille n’est pas lié à la descendance, mais c’était lié à ce collier là.
Dans la famille de mon grand-père entre fils et filles, on est 127 personnes, y compris les petits-fils et les petits-petits-fils. Oui. Mon grand-père a deux fils et cinq filles, et en a adopté quatre. Quelqu’un qui était resté orphelin les parents sont morts et ont laissé quatre enfants et mon grand-père les a adoptés. Ils se sont mariés et ont eu des enfants. Une grande famille! Parfois, j’oublie un nom!»

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