skip to Main Content

Fida, giovane attivista tunisina per i diritti umani, offre la sua testimonianza a Lunàdigas: nonostante le pressioni e i giudizi sociali subiti, Fida ha capito di non desiderare figli e di volere tutelare il diritto alla libertà di scelta sul proprio corpo per sé e per tutte le donne in Tunisia. Si tratta di un percorso sociale lungo e complesso in cui dovranno essere scalzati numerosi tabù e pregiudizi. Fida testimonia l’uso dispregiativo della parola “bayra” usato per le donne senza figli e la vergogna e l’imbarazzo vissuto dalle donne in Tunisia nel parlare di mestruazioni.

Testimonianza realizzata per il progetto Archivio delle donne del Mediterraneo con il contributo di Mediterranean women’s fund – Fonds pour le femmes en Méditerranée.

Attenzione! Se non hai accettato i cookies del sito, è possibile che la visione delle testimonianze da Youtube sia disabilitata.

Vuoi ascoltare e leggere altre testimonianze? Sostieni l’archivio vivo di Lunàdigas!

Ecco la trascrizione completa del video:

FIDA: «Sono Fida, tunisina di Tunisi, città in cui vivo, lavoro nei diritti umani, nell’organizzazione Amnesty International. Ho ventinove anni. Credo di essere arrivata ad una decisione con me stessa. Non smettono di dirmi che è troppo presto per prendere una decisione ma penso che la conclusione è venuta da sola, naturalmente, quindi posso considerarla come una decisione presa. La riflessione si impone continuamente in una maniera o nell’altra quando capisci dagli sguardi della gente che hai una certa età, quando iniziano a chiederti se hai qualcuno, se hai un compagno, se pensi di impegnarti, di sposarti. È un tema anche legato all’età, perché si presume che si abbiano figli ad una certa età, perché sono una donna e perché sarà più difficile dopo. Quanto più posticipi il fidanzamento, la relazione seria, il matrimonio tanto potenzialmente meno sono le possibilità che tu possa avere dei figli.
Così è sorta in me la questione, è li che mi sono detta che non era mai stata la mia ambizione, il mio obiettivo o qualcosa su cui volevo lavorare o a cui ambire. Quindi è stato piuttosto naturale dirmi: “forse, semplicemente non fa per me”. Inizialmente non è stata una riflessione intellettuale profonda, poi ovviamente più ci penso e più trovo degli argomenti razionali, legati alle mie convinzioni e visioni su come la mia vita deve essere. Ma è stato naturale dirmi che alla fine l’idea non mi disturba. Mi sento dire: “non perdere tempo, sarà complicato farlo dopo” e mi sono detta, d’accordo… è questo che mi ha fatto prendere coscienza del fatto che non fa per me. Ho preso coscienza del fatto che l’idea di non farlo alla fine non mi terrorizzava, non mi faceva paura, non mi faceva riflettere, non mi faceva pensare a delle alternative.
Ci sono delle donne che pensano che se non sono pronte quando tutto biologicamente è possibile e facile ci sono altre alternative, la scienza è andata avanti, c’è sempre la possibilità di adottare… io non sono arrivata alla tappa di riflettere a queste alternative.
Credo che la maggior parte delle volte le persone non prendano il tema sul serio. Lo vedo nello sguardo ancora prima che aprano bocca per dirmi: “sei troppo giovane, cambierai idea o lo rimpiangerai”; vedo anche uno sguardo dubbioso e soprattutto di sfida a dire “si sa che cambierai idea”! E’ come se fosse difficile per gli altri accettare la MIA decisione e non parlo solo delle persone vicine che forse si sentono coinvolte. La reazione generale è o di sfida, ovvero “cambierai idea”, “è certo, sei ancora giovane e cambierai idea”, “non sei ancora arrivata al momento in cui sei pronta o ne senti la necessità, ma non preoccuparti, verrà più avanti”, oppure ti dicono che se non ti dai l’opportunità, lo rimpiangerai quando sarà troppo tardi. Questa in generale è, purtroppo, la reazione; poi nell’entourage più vicino ci sono ovviamente le persone che ti ascoltano, ti capiscono, magari pensano proprio come te.
Ormai non dico più niente, la verità, ho iniziato a non rispondere e non discutere più… perché noi insistiamo a dire “è la mia vita, sono libera eccetera”, quindi non siamo obbligate a fare sforzi per spiegarci. Ovviamente continui a parlarne con le persone più vicine ma con le altre persone… quando mi dicono “speriamo che anche tu abbia dei figli”, rispondo “sì, speriamo…”
Io vivo sola, vivevo con la mia famiglia: mio padre, mia madre, mia sorella e mio fratello.
Dopo che sono partita all’estero, quando sono rientrata, mi sono installata a Tunisi, ho affittato una casa, più vicina al lavoro che a casa dei miei. È stato un po’ duro all’inizio capire quale fosse il bisogno di vivere sola, ma adesso stiamo bene, c’è voluto solo un po’ di tempo, e me l’aspettavo. Sono poche le donne che lo fanno, ma anche gli uomini in realtà; se non devi uscire dalla città dove vivono i tuoi per ragioni professionali, di studio o lavoro in un’altra città, esci di casa solo quando ti sposi. Sento che per la mia generazione, o anche per quelli leggermente più giovani è diventata più diffusa la cosa. Per i giovani che possono permetterselo finanziariamente, intendo, perché c’è anche questo aspetto. In generale anche quando c’è la possibilità con la famiglia, o la decisione è presa, finanziariamente è un po’ difficile, però ho iniziato a vederne di più di giovani, sia donne che uomini. Credo tra l’altro che anche le ragazze escono un po’ di più, vivono in appartamenti condivisi con altri.
Non ho pianificato di vivere in coppia, ma non è nemmeno qualcosa che rifiuto del tutto. Dipende se un giorno o l’altro incontrerò una persona con cui voglio condividere la vita e costruire una vita insieme o no, è una cosa che resta molto aperta per me, non è un obiettivo di per sé.
È una domanda che mi fanno in tanti quando dico che non voglio avere figli, la mia risposta non cambia. Non credo che cambierei idea se incontrassi una persona con cui costruire una vita e lui volesse dei figli, non mi ci vedo a cambiare idea, anche se ovviamente non è impossibile perché comunque avere un figlio è un impegno per tutta la vita, è un legame di cui non ci si libera, non è un compromesso, non è una cosa banale tipo che lui vuole vivere in un posto e io in un altro e troviamo un compromesso e vado a vivere in una città in cui non volevo vivere. È molto più grande di questo, non posso cambiare idea per vivere la vita di qualcun altro.
Avere un figlio è una grande responsabilità e un impegno, ma è anche molte altre cose e lo vedo nelle persone che hanno avuto figli e a che appunto hanno cambiato la loro vita, positivamente. Lo vedo nei miei genitori. Non dico che sia un calvario ma la vedo come una cosa che farebbe della mia vita… che darebbe la mia vita a qualcun altro e forse non ho voglia di farlo, soprattutto che questa persona non ha deciso di esistere. Io creo una vita senza sapere se c’è bisogno di creare una vita e non mi dedico ad altro alla fine e l’idea non mi attira, molto francamente.
Assolutamente, mia madre e mio padre hanno entrambi dedicato una gran parte della loro vita a noi ed è una cosa di cui gli sono molto riconoscente. Quello che ci hanno dato fa di me quella che sono oggi. Ci hanno dato tutte le opportunità, ci hanno dato tutto questo amore, l’energia, la loro grande generosità e ne sono stati felici; credo e mi piace pensare che questo li abbia resi felici ma io non vedo la mia felicità in questo. Dedicare la tua vita per dare vita ad un altro essere umano è nobile, è magnifico, è necessario che qualcuno lo faccia per poter continuare ad esistere, ma non necessariamente devono farlo tutti, non necessariamente io.
È vero che c’è uno sguardo della società che pesa e mette pressione. È vero che quello sguardo a volte cerca di farti sentire colpevole, dirti che hai fatto una cosa sbagliata, che hai deluso tutti; immagino che aumenti con l’età perché a me dicono “sei ancora giovane, cambierai idea con il tempo, non sai di che parli”. Immagino che più avanti peggiorerà ma non credo che questa pressione mi farà cambiare idea, che mi stancherà, so bene che è così per altre donne. Ho il privilegio di vivere in un contesto in cui non devo affrontare quella pressione quotidianamente, riconosco che è un privilegio, probabilmente la pressione è molto più pesante per altre donne in Tunisia. Si percepisce benissimo la pressione che la società esercita sulle donne e intorno a me, la sento anche io camminando per strada ma io sono di passaggio in strada, non ci vivo come ci vivono molte donne, è estremamente palpabile, non è qualcosa di discreto.
Non so se in arabo esiste una parola per definire le donne che non hanno figli, soprattutto quelle che non vogliono figli perché in generale non conta se lei li vuole o no, quel che conta è se li hai, i figli. La parola per definire quelle che non hanno figli è “bayra” che è una parola molto dispregiativa di cui molte donne hanno paura. È una parola tabù nelle famiglie; si sussurra “lei è bayra”, non si può nemmeno dire ad alta voce. Non è una parola che mi fa paura, ma che mi fa arrabbiare, vorrei che scomparisse, che la dimenticassimo… oppure che ne trovassimo una anche per gli uomini perché se è una cosa che è normalizzata nella società, allora vale anche per l’uomo; allora anche l’uomo quando non si sposa e non fa figli, deve essere classificato così, gli resta tutta la vita. Io non temo di diventare “bayra”. So che è una paura che hanno molte donne per varie ragioni e vorrei che un giorno ci liberassimo tutti di questa paura, per arrivare a eliminarla del tutto quella parola. Senti la parola “bayra” in certi ambienti, forse meno di prima, ma una volta l’ho letta nel titolo di un giornale, in un giornale in arabo utilizzavano la parola “bayra”! L’articolo parlava del fatto che le donne in Tunisia si sposano tardi e che c’è un rischio che si possa avere una crisi in futuro.
La questione dei tabù nella nostra società è enorme; è l’origine di un sacco di altri problemi e ci porta a non poter avanzare su tanti problemi di cui non ci si può sbarazzare perché non se ne può parlare e tocca qualsiasi cosa, ovviamente il corpo della donna totalmente dal suo utero, a come si veste, come ha deciso di usare il suo utero o no. Tutto è tabù, non solo il sesso e la sessualità, non solo il sesso e la riproduzione, gli organi genitali della donna, le mestruazioni sonoun tabù!
Le ragazze giovani e meno giovani, le donne adulte tuttora si vergognano di comprare gli assorbenti nei negozi. Siamo ancora lontani, dobbiamo iniziare piano piano, noi donne in primis, a riconciliarci con i nostri corpi, a riconciliarci con i tabù presenti nella società, con la nostra sessualità, con il fatto che i nostri corpi portano una cosa magnifica straordinaria, che possiamo creare la vita ma… non significa che sia solo questo.
Per quanto mi riguarda, il mio corpo è mio e ci faccio quello che voglio ma non è semplice e non è scontato per tutte, è bello da dire ma a volte dimentichiamo che certo, possiamo predicarlo quanto vogliamo ma non si può andare da una donna che non decide da sola dove va, cosa fa e cosa non fa, con chi è al telefono… e pretendere che debba rivendicare che il corpo è suo, che può fare quello che vuole e di fregarsene del resto. Sarebbe bello arrivare a quel punto, ma la strada è lunga.
Non lo so se è necessario che ogni donna senta di avere la missione di iniziare qualcosa, di essere liberatrice, di essere lei l’esempio e la prova che si può fare. Troppa pressione su degli individui che cercano di fare quello che vogliono per vivere con dignità, mantenendo la loro integrità fisica, perché quando sei stata violentata, quando sei vittima di un abuso che sia fisico o psicologico, quotidianamente, o vivi con questo rischio o anche solo la paura di questo rischio, tutti i giorni, il tuo corpo non ti appartiene, è molto difficile in quei casi la rivendicazione della libertà sul corpo, o che si lotti col corpo. Vorrei che arrivasse il giorno in cui non è più una questione politica, la questione politica deve uscire dalle gambe di tutte le donne del mondo. Spero che si arrivi a un punto in cui il corpo diventa veramente tuo, in cui non devi spiegare niente a nessuno, né avere paura, in cui non devi lottare. Nel frattempo la lotta continua, quella delle donne che si assumono il rischio ogni giorno anche solo, a volte, per uscire per strada.
Lunàdigas trovo che sia un bel nome e l’idea è magnifica. Credo che non ci sia una parola in arabo o almeno per quel che ne so; forse in altri dialetti; perché in arabo esiste lo “standard” e poi ogni paese ha il suo dialetto, non so se in altri dialetti esiste, sarebbe una bella scoperta. Vorrei che fosse riconosciuto il fatto che esistono donne che scelgono di non avere figli e che è normale, non è scioccante, né rivoluzionario; che è semplicemente una scelta.
[Sull’eredità] la verità è che non ci penso a che traccia lascerò nel mondo ma penso che ci siano molti altri modi per trasmettere le cose che so o in cui credo e che potrebbero migliorare un po’ la vita delle persone, non necessariamente dei figli che partorisci ed educhi o che adotti e educhi. Puoi avere un impatto sulle persone intorno a te, con i figli del vicino, bambini a cui insegni se sei professore, è molto più ampio di così!
Perché mi sono presentata per testimoniare? Anche solo per il nome del progetto, mi ci sono da subito riconosciuta,
mi sono sentita subito toccata dal tema e non è una cosa per me difficile da verbalizzare. Perché ho deciso di testimoniare oggi? In primis per il nome del progetto “Lunàdigas”, l’idea di andare a cercare queste donne, di offrire loro un’opportunità o una piattaforma per poter spiegare che non siamo delle folli lunatiche e solitarie. Si tratta di donne diverse, di età diverse, di colori diversi, con background diversi, ma che condividono questo tema perché hanno il diritto di scegliere. Non ho pensato alla reazione delle persone nel vedere questo documentario, molte diranno che già lo sapevano, mia madre probabilmente penserà che non era necessario condividerlo con tutti. Si ritorna sulla questione del tabu, con il tuo corpo che non ti appartiene.»

Francese:

FIDA: «Je suis Fida, tunisienne de Tunis où j’habite je travaille dans le domaine des droits de l’homme, dans l’organisation Amnesty International, j’ai 29 ans. Oui, je crois que je suis arrivée à une décision avec moi-même on n’arrête pas de me dire que c’est trop tôt pour prendre la décision, mais je pense que la conclusion s’est faite d’elle-même, donc je peux la considérer comme une décision prise. Je pense que la réflexion se pose tout le temps d’une façon ou d’une autre. Quand tu vois dans les regards des gens que tu es arrivée à un certain âge quand on commence à te demander si tu as quelqu’un, si tu as un copain, si tu comptes t’engager, te marier.
C’est aussi par rapport à l’âge parce qu’il est supposé avoir des enfants à un certain âge, parce-que je suis une femme, parce que ce sera plus difficile plus tard. Donc, plus tu reportes le copain, plus tu reportes la relation sérieuse, le mariage potentiellement plus tu a moins de chances d’avoir d’enfants.
Donc, c’est à travers ça que la question s’est imposée à moi et je me suis dit que ça n’a jamais été une ambition, un but ou quelque chose pour laquelle je voulais travailler ou à laquelle je voulais arriver. Donc, c’était assez naturel que je me dise peut-être, ce n’est pas pour moi, tout simplement.
Ce n’est pas très profonde pour une réflexion intellectuelle, après bien sûr plus j’y réfléchi plus je trouve des raisons rationnelles, qui vont avec ma conviction et ma vision de ce que ma vie doit être, mais c’était assez naturel que je me dise ça ne me dérange pas, enfaite. On me dit « ne perds pas de temps, ça va être compliqué après ou difficile ” Et je me suis dit, d’accord… Je crois que c’était ça qui m’a fait que j’ai pris conscience du fait que ce n’est pas probablement pour moi.
J’ai pris conscience du fait que l’idée de ne pas le faire, de prendre le risque ne m’effrayait pas, ça ne me faisait pas peur, ça ne me faisait pas réfléchir, ça ne me faisait pas réfléchir à des alternatives.
Puisqu’il y a des femmes qui pensent si je ne suis pas prête au moment quand biologiquement est possible et facile il y a toujours d’autres options. La science a évolué, il y a toujours l’option d’adopter… Moi, je ne suis même pas arrivée à l’étape de réfléchir à ces alternatives.
Je crois que la plupart du temps les gens ne le prennent pas au sérieux, je le vois dans le regard avant même qu’ils disent quelque chose pour dire « tu es trop jeune, tu vas changer d’avis… ou le regretter ” Je vois aussi un regard pas seulement de doute mais un regard de défi pour dire « on sait que tu changeras d’avis ! » C’est comme si c’était difficile pour les autres d’accepter ma décision. Je ne parle pas que des personnes proches qui peut-être se sentent impliquées.
La réaction générale est ou de défi, c’est-à-dire « tu changeras d’avis » Tu es encore jeune et tu changeras d’avis. “Tu n’es pas arrivée au moment où tu es prête ou en ressente le besoin, ce n’est pas grave, ça va venir.” Donc directement. Ou ils vous disent que vous le regretterez quand ce sera trop tard. En général malheureusement ça c’est la réaction. Puis dans l’entourage le plus proche il y a bien sûr des gens qui t’écoutent, te comprennent, peut-être pensent-ils comme vous.
Je ne dis plus rien, en vérité, j’ai commencé à ne plus répondre. Quand on en discute je continue à dire “C’est ma voie, je suis libre… “. En effet, on n’a pas expliqué, on n’a pas fatigué à le faire. Évidemment, on continue à en parler avec les personnes les plus proches.
Mais il y a des gens… quand ils disent «”ous espérons que tu auras des enfants” je réponds ” on espère…”
Je vis seule ici, avant, je vivais avec ma famille : ma sœur et mon frère, puis je suis partie à l’étranger, je suis de retour et tout. Quand je suis rentrée, je me suis installée à Tunis j’ai loué une maison, plus proche du travail que chez mes parents.
C’était un peu difficile au début, pour comprendre quel était le besoin de vivre seule, mais maintenant nous allons bien. Ça a pris juste un peu de temps, et je m’y attendais.
Oui, peu de femmes le font, mais aussi les hommes en réalité. Si tu n’as pas besoin de quitter la ville où tu vis pour des raisons professionnelles, d’études ou travailler dans une autre ville, tu ne quittes pas la maison jusqu’au mariage. Mais je sens que pour ma génération, ou même ceux légèrement plus jeunes est devenue plus répandue pour les jeunes qui peuvent se le permettre financièrement, parce qu’il y a aussi cet aspect.
En général, même lorsqu’il y a la possibilité avec la famille, ou la décision est prise, financièrement peut être difficile Mais j’ai commencé à voir plus jeunes, femmes et hommes, je crois même un peu plus les filles, qui vivent dans des appartements partagés avec d’autres.
Ce n’est pas quelque chose que j’envisage de vivre en couple, mais pas quelque chose que je refuse du tout. Cela dépend si un jour je rencontrerai quelqu’un avec qui je veux partager la vie et construire une vie ensemble ou non. C’est très ouvert, ce n’est pas un but en soi.
C’est une question que beaucoup me posent quand je dis que je ne veux pas d’enfants, je ne pense pas que je changerais d’avis si je rencontre une personne avec qui construire une vie et il veut des enfants. Ma réponse ne changerait pas, bien que ce n’est pas impossible, pourquoi quand même avoir un enfant est un engagement à vie, c’est un lien dont on ne se libère pas. Ce n’est pas un compromis ! Ce n’est pas banal comme vouloir vivre dans deux endroits différents, là on fait un compromis, et je vais vivre dans une ville dans lequel je ne voulais pas vivre. C’est beaucoup plus grand que ça, je ne peux pas changer d’avis pour vivre la vie de quelqu’un d’autre.
Le fait d’avoir un enfant est une grande responsabilité et un engagement, mais c’est aussi beaucoup d’autres choses. Je peux le voire ça dans les gens qui ont des enfants et à quel point ils ont changé leur vie, positivement.
Je peux le voire avec mes parents. Je ne dis pas que c’est un calvaire, mais je le vois comme quelque chose qui ferait-il de ma vie… qui donnerait ma vie à quelqu’un d’autre et peut-être que je n’ai pas envie de faire ça, surtout que cette personne n’a pas choisi d’exister. Je crée une vie sans savoir s’il y a besoin de créer une vie et je me dédie à faire que ça, finalement. L’idée franchement ne m’attire pas beaucoup.
Absolument, ma mère et mon père tous deux ont consacré une grande partie de leur vie à nous. Et c’est quelque chose dont je suis très reconnaissante, tout ce qu’ils nous ont donné fait de moi ce que je suis maintenant, ils nous ont donné les opportunités, ils nous ont donné cet amour, l’énergie, leur grande générosité et ils en ont été heureux. Je crois et j’aime penser que cela ait fait leur bonheur, mais je ne vois pas mon bonheur en cela, en consacrant ma vie à donner vie à un autre être humain. C’est noble, c’est magnifique il faut que quelqu’un le fasse pour pouvoir continuer à exister, mais pas tout le monde doit nécessairement le faire, pas nécessairement moi.
C’est vrai qu’il y a un regard de la société qui pèse et qui met la pression, il est vrai que le regard parfois essaye de te sentir coupable, comme si j’avais fait quelque chose de mal, que tu as déçu tout le monde. J’imagine que ça augmente avec l’âge parce qu’on me dit : “tu es encore jeune, tu changeras d’avis avec le temps.” J’imagine que ça va empirer plus tard, mais je ne crois pas que cette pression me fera changer d’avis, ce ne sera pas une pression qui me fatiguera. Je sais bien que c’est le cas pour d’autres femmes, peut-être ai-je le privilège de vivre dans un contexte ou je ne me suis pas confrontée à ça au quotidien. Je reconnais que c’est un privilège la pression est probablement beaucoup plus grande pour d’autres femmes en Tunisie.
Je le vois, je vois que ça, on voit quelle pression que la société met sur la femme, autour de moi, partout. Je le sens moi en marchant dans la rue, mais dans la rue je ne fais que passer, je n’y vis pas là, il y a de femmes qui vivent là. Donc, c’est très palpable, ce n’est pas quelque chose de discret.
Je ne sais pas s’il existe un mot en arabe pour définir les femmes qui n’ont pas d’enfants, surtout qu’ils n’en veulent pas, en général, il ne compte pas que vous les vouliez ou non, ce qui compte, c’est si vous avez des enfants. Le mot pour définir celles qui n’ont pas d’enfants est “bayra” qui est un mot très péjoratif dont beaucoup de femmes ont peur. C’est un mot tabou dans les familles, on murmure « elle est bayra », on ne peut même pas le dire à haute voix.
Ce n’est pas un mot qui me fait peur, mais qui me met en colère je voudrais qu’il disparaisse, qu’on l’oublie… ou nous en trouvions un aussi pour les hommes parce que si c’est une chose qui est normalisée dans la société, alors cela vaut aussi pour l’homme. Alors aussi l’homme qui ne se marie pas et ne fait pas d’enfants, il doit être classé ainsi, il lui reste toute sa vie. Mais je ne crains pas de devenir «bayra».
Je sais que ça fait peur à beaucoup de femmes pour diverses raisons et je voudrais qu’un jour nous nous débarrassions de cette peur pour arriver à éliminer complètement ce mot. On entend le mot « bayra » dans certains milieux, peut-être moins qu’avant, mais je l’ai lue une fois dans le titre d’un journal en arabe, ils utilisaient le mot «bayra»!
L’article parlait du fait que les femmes en Tunisie se marient tard et qu’elles risquent d’avoir une crise à l’avenir.
La question des tabous dans notre société est énorme, énorme. C’est la source de beaucoup d’autres problèmes et nous amène à ne pas pouvoir avancer parce qu’on ne peut pas en parler. Ça touche à tout, bien sûr le corps de la femme totalement, de son utérus, à la façon dont il s’habille, comment elle a décidé d’utiliser son utérus ou non. Tout est tabou, pas seulement le sexe et la sexualité, non seulement le sexe et la reproduction, pas seulement les organes génitaux de la femme, les règles restent un tabou!
Les filles jeunes et moins jeunes, les femmes adultes, elles ont encore honte d’acheter les tampons dans les magasins. On est encore très loin, nous devons commencer petit à petit, nous les femmes en premier lieu nous réconcilier avec nos corps, pour nous réconcilier avec les tabous présents dans la société, avec notre sexualité, avec le fait que nos corps portent une chose magnifique, extraordinaire, on peut reproduire de la vie, mais… ça ne veut pas dire que c’est juste ça.
En ce qui me concerne, mon corps est à moi et je fais ce que je veux mais ce n’est pas simple et pas évident pour tout le monde. C’est beau à dire, mais parfois nous oublions que théoriquement, on peut le prêcher autant qu’on veut, mais on ne peut pas s’adresser à une femme qui ne décide pas elle-même où elle va, ce qu’elle peut faire ou pas, avec qui elle est au téléphone… et prétendre qu’elle doit revendiquer que le corps est le sien qu’elle peut faire ce qu’elle veut et s’en foutre du reste. Ce serait bien d’en arriver là, mais la route est longue. Je ne sais pas s’il est nécessaire que chaque femme sente qu’elle a cette mission de commencer quelque chose, d’être libératrice, d’être l’exemple et la preuve que l’on peut faire. C’est beaucoup de pression sur des individus qui essaient de faire ce qu’ils veulent, pour vivre dans la dignité, tout en préservant leur intégrité physique parce que quand tu as été violée, lorsque vous êtes victime d’un abus, que ce soit physiquement ou psychologiquement, au quotidien, ou vivre avec ce risque bien que la peur de ce risque, tous les jours, votre corps ne vous appartient pas. C’est très difficile dans ces cas-là la revendication de la liberté sur le corps ou qu’il se batte avec le corps. J’aimerais que le jour vienne où ce n’est plus une question politique la question politique doit sortir des jambes de toutes les femmes du monde. J’espère qu’on arrivera à un point où le corps devient vraiment le tien, où tu n’as rien à expliquer à personne, Tu ne dois pas voir peur, où vous n’avez pas à vous battre. Pendant ce temps, la lutte continue, la lutte de toutes les femmes qui prennent le risque tous les jours, même en sortant dans la rue parfois.
Lunàdigas je trouve que c’est un beau mot et l’idée est magnifique. Je crois qu’il n’y a pas un mot en arabe, ou du moins un équivalant, pour ce que j’en sais. Peut-être dans d’autres dialectes parce qu’en arabe il existe le « standard » et puis chaque pays a son dialecte, je ne sais pas s’il existe dans d’autres dialectes, ce serait une belle découverte.
J’aimerais qu’il soit reconnu le fait qu’il existe des femmes qui choisissent de ne pas avoir d’enfants et que c’est normal, ce n’est pas choquant, que ce n’est pas révolutionnaire, que c’est juste un choix.
La vérité est que je n’y pense pas à quelle trace je laisserai dans le monde, mais je pense qu’il y a beaucoup d’autres façons pour transmettre les choses que je sais ou en qui nous croyons et qui pourraient s’améliorer un peu la vie des gens autour de nous, pas forcément des enfants qu’on accouche et éduque, ou qu’on adopte et on éduque. On peut avoir un impact sur les personnes autour de vous, avec les enfants du voisin, aux enfants à qui tu enseignes si tu es professeur. C’est vraiment beaucoup plus large que ça!
Je me suis présentée pour témoigner ne serait-ce que pour le nom du projet. Je me suis tout de suite retrouvée, je me suis tout de suite sentie concernée et ce n’est pas une chose pour moi difficile à verbaliser. J’ai décidé de témoigner aujourd’hui d’abord par le nom du projet “Lunàdigas”, l’idée d’aller chercher ces femmes, de leur donner une opportunité ou une plateforme pour expliquer que on n’est pas… nous ne sommes pas des folles lunatiques et solitaires qui pensent que c’est impossible…
Il s’agit de femmes différentes, d’âges différents, de différentes couleurs, backgrounds différents qui partagent ça parce qu’elles ont le droit de faire leur choix. Je n’ai pas pensé à la réaction des gens en regardant le documentaire, je crois qu’il y en beaucoup qui vont se dire on le savait déjà, on la connait, on sait d’où elle vient. Peut-être ma mère pensera qu’il ne fallait pas partager avec tout le monde. On revient sur la question du tabou ton corps ne t’appartient pas.»

Vuoi ascoltare e leggere altre testimonianze? Sostieni l’archivio vivo di Lunàdigas!

Back To Top