Donne provenienti da esperienze e culture diverse riflettono sulle aspettative sociali legate alla maternità e sulla condizione di chi non ha figli. Tra pressioni familiari, modelli patriarcali e percorsi di vita non convenzionali, emergono nuove idee di cura, genitorialità e relazioni affettive.
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Ecco la trascrizione completa del video:
SARA: «Non so se sia una scelta o meno, non posso dirlo con sicurezza, almeno per me. Io provengo da due culture, Stati Uniti e Sudan. Sapete dov’è il Sudan? Più o meno Africa Nordorientale. Nonostante siano contesti molto diversi, culturalmente in entrambi i paesi le donne che non hanno figli, a prescindere che sia stata una scelta o meno, dopo una certa età vengono sminuite, vengono fatte sentire inferiori.
Credo che negli USA ti senti obbligata a dire che è stata una scelta. Deve essere una scelta, e poi non avendo figli devi spassartela nella vita. Ci si aspetta che la loro vita sia migliore della vita delle donne con figli. Ma non solo! O questo, o devi essere super affermata sul lavoro. Non puoi essere una persona normale, non puoi semplicemente essere una donna con una vita noiosa e un lavoro di merda. Questo è il contesto americano.
Nella società sudanese, invece, i figli sono strettamente collegati al matrimonio, perché è molto difficile averne se non sei sposata, praticamente perderesti qualsiasi tipo di sostegno. In quella situazione perciò tutto è collegato al fatto di sposarsi, perché ti devi sbrigare a trovare un uomo, perché devi sistemarti prima che le tue ovaie siano troppo vecchie, per cui c’è una pressione fortissima.
Si utilizzano parole molto dispregiative per le donne. Non ci ho mai pensato prima, ma c’è una parola, ‘bayra’, una parola molto dispregiativa, che è molto utilizzata anche dai comici, nella cultura popolare. Non conosco esattamente l’origine di questa parola, ma ti dà il senso di merce scaduta che stava sugli scaffali. Non so se questa mia interpretazione sia corretta, ma il senso è che tu non sei stata scelta, spesso perché non ti sei impegnata abbastanza. Non ti sei resa attraente, o non hai fatto ciò che serve per trovare marito.
E poi c’è la generazione di donne come mia mamma, a cui gli uomini non piacciono, si è sposata e ha avuto figli, ma non stima gli uomini, non le interessa più quell’aspetto del matrimonio, ma devi farlo altrimenti non puoi avere figli. Lei dice sempre: “Dopo potrai sbarazzarti di lui, ma prima fai dei figli.” Quello che trovo interessante…. Mia sorella più grande ha figli. Io un paio di anni fa ho avuto una crisi di natura psicologica, ho cercato di comunicare con mia mamma, ma lei non sapeva come aiutarmi, perché per lei la salute mentale è una cosa americana. Non so, differenze culturali, tipo: “Devi solo essere forte”… Ma in seguito mi sono resa conto che lei era molto dispiaciuta, perché un giorno è come esplosa, e mi ha detto: “Quando avrai dei figli? Poi sarò troppo vecchia per aiutarti con i bambini”. Per cui nella sua testa, anche se non è mai stata una donna tradizionalista, sentiva che il suo ruolo di nonna fosse di aiutarmi con i bambini. E senza figli, la nostra relazione non aveva più senso. Il sostegno, di cui io ho bisogno, è qualcosa che lei non può offrirmi, però può aiutarmi come madre, aiutandomi con i bambini. Per cui mi sono sentita proprio esclusa perché con mia sorella, nonostante il loro rapporto difficile, sa come comportarsi. C’è un copione, la può aiutare con le faccende di casa, i figli… Con me è come con un territorio inesplorato, dove non sa come muoversi per aiutarmi. E credo che sia anche molto stressante per lei: “Come sarà la sua vita di donna? Come sarà il futuro di mia figlia senza figli?” Da parte mia non voglio accettare nessuno dei due contesti. Non voglio ostentare la scelta, “guardatemi suono uno strumento, viaggio in giro per il mondo, la vita è fantastica perché sono libera da figli”, che è una frase che non amo, sembra si parli di una malattia, e i figli non sono una malattia. È bello che abbiate ideato una parola diversa, anch’io ne sentivo il bisogno. Allo stesso tempo io credo che per una donna senza figli, essere accettata, stimata e sostenuta, sia una dura lotta, a prescindere che sia una scelta.
La differenza è che lei [la madre] ha vissuto quasi tutta la vita in Sudan, io sono cresciuta quasi totalmente all’estero. A me interessano i bambini, ma in modi diversi. Io mi vedo come…. non che sarei diventata madre, anche se sarebbe potuto accadere. Penso spesso per esempio ai bambini in affido o altro, che sono cose che lei non comprende. È difficile comprendere il concetto di adozione nella nostra cultura. La gente ha difficoltà ad accettare anche questo concetto. Io non sento il bisogno di avere un figlio mio, sono presente nella vita dei figli di molte persone a me care. Questo lei riesce a vederlo, ma ritiene comunque necessario che una abbia figli propri. Non ne parliamo spesso, non saprei proprio come intavolare una conversazione con lei a riguardo, e in fondo non credo che sia poi così importante farlo. Capisci… ho quarantun’anni e in qualche modo non che me ne sia fatta una ragione, ma… ma in qualche modo stiamo modellando le nostre vite, c’è un limite alle esperienze che una persona può fare. Forse entrerei in un territorio a lei sconosciuto: perché mai dovrebbe adattarsi? Non deve farlo. Le dico di non preoccuparsi, ma non posso fare di più. Credo che sia un peccato, ma capisco anche il suo punto di vista. Potrebbe offrirmi concretamente un aiuto pratico con i bambini, ma non sa che fare con problemi di natura psicologica, o come affrontare altre problematiche nella mia vita. Ho amici, per cui va bene così. L’aiuto non deve necessariamente venire sempre dalla madre, no?»
ALINE: «Sono cresciuta in una famiglia dove ho visto come mia madre abbia dovuto rinunciare alla sua carriera per i figli. E mio padre non era di nessun aiuto. Trovavo sbagliato questo modello familiare molto strutturato. Dato che mia madre è la persona più importante della mia vita, sento che la mia missione sia quella di dare un contributo, per cambiare questa struttura familiare. Finché questo non accade, credo che io non debba avere dei figli. Questa è la mia situazione, se fossi cresciuta in un’altra famiglia, forse l’avrei pensata diversamente. Ma questa sono io, questa è la ragione per cui non voglio figli.»
INES: «Volevo ringraziarvi per aver parlato di altri modi di vivere la genitorialità. Credo che sia molto importante ragionare su questo e parlarne e condividere il nostro vissuto. Perché quando si parla di maternità o della scelta di non diventare madre, o genitore, spesso parliamo di figli biologici. Forse è un altro aspetto della scelta di affrontare o meno una gravidanza, con tutte le problematiche che possono presentarsi, anche a livello sociale, non solo prettamente fisico. E credo che sia molto utile pensare a dei modi alternativi di relazionarsi con i bambini nella propria vita, anche se non sono figli propri. Anche se a volte adottare è molto difficile a causa di problematiche legali, credo che dovremmo comunque promuovere, anche come pratica femminista, altri modi di relazionarsi con i bambini. Non ho molta esperienza personale, ma una volta ho incontrato un’attivista spagnola, di cui purtroppo non ricordo il nome [ndr Maria Llopis], ma ricordo il titolo del suo libro, che è: “Maternidades subersivas”, quindi “Maternità sovversive”. L’autrice parla con molte persone a proposito dei vari modi di relazionarsi con i bambini e di essere genitore. È stato molto stimolante, perché raramente all’interno di spazi femministi si parla di maternità, o di avere figli o di genitorialità. E ho trovato molto stimolante ragionare al di fuori degli schemi imposti dalla società e dal patriarcato. Ragionare sul fatto di come diventare madre sia anche un’esperienza fisica legata al patriarcato. Perché tutti vogliono che faccia questo al mio corpo? Non è solo una scelta di vita, ma una trasformazione fisica, che puoi volere o meno.»
NINA: «Quello di cui vorrei parlare, non riguarda strettamente la maternità in relazione alle persone che ti circondano, ma più in generale in relazione ai rapporti significativi. Mi è capito con molti amici che hanno avuto figli, che si riavvicinano ai genitori, per cui c’è questa estensione della famiglia d’origine. Praticamente non hanno più né tempo, né energie, o amore, nel senso di apertura nel modo di relazionarsi con gli altri. E ho la sensazione che devo essere io a rimediare. Ci vogliamo ancora molto bene, ma non hanno più tanta energia, perciò sono io a chiamare, a proporre cose, aiutarli con i bambini. Sono io a organizzare le cose e loro sono molto grati per questo. Però mi viene da pensare che se tutti avessero figli, nessuno farebbe più queste cose. Allora finiremmo tutti in questa trappola. Ovviamente dobbiamo analizzare perché esiste questa trappola del patriarcato e del capitalismo. E nessuno ha tempo libero perché lavoriamo molte ore, e credo che questo sia parte del problema. Allo stesso modo non voglio rinunciare all’affetto che ricevo dagli amici. È giusto che io lo abbia e non sarò considerata quella strana che va in giro chiedendo di essere amata. Al contrario sarò quella che farà in modo che le relazioni funzionino, e gli altri lo apprezzeranno. Credo che questa sia una parte mancante nella società, cioè riuscire ad apprezzare l’amore nelle amicizie, cioè su un piano “orizzontale”. Per cui se ci troviamo sullo stesso piano… È molto comune all’interno delle famiglie. Però nessuno dice che è un bene che ci siano persone senza famiglia, perché hanno più amore, amicizia e tempo da condividere con gli altri che hanno famiglia e che possono essere più stressati.»
KIONA: «Ho detto ai miei genitori che non avrei voluto figli, quando avevo diciannove o vent’anni. Loro ci sono rimasti molto male. Mia madre faceva da mentore a una ragazza, a quel tempo da vent’anni. Lei aveva più o meno cresciuto i suoi fratelli, perché i suoi genitori non erano molto presenti, a causa di problemi con l’immigrazione. Poi ha avuto figli e i bambini chiamano nonni i miei genitori. Trovo molto bello che i miei genitori abbiano creato questa relazione che credo desiderassero molto. Sono figlia unica, quindi sono riusciti a crearsi questa relazione, senza chiedere che lo facessi io ed è una cosa fantastica. Credo che sia una relazione che hanno scelto, ed è qualcosa che non posso dargli io. Credo sia qualcosa che cerco anch’io di mettere in pratica nella mia vita. Uno scambio reciproco nelle relazioni in cui ci sentiamo a nostro agio. E trovo molto interessante che loro l’abbiano fatto, quasi improvvisando, quando invece per il resto sono piuttosto tradizionalisti, e che si siano creati questa relazione.»
HENRIETTE: «Credo che rimanere incinta in maniera non tradizionale per loro non sarebbe… non rientrerebbe nel loro immaginario di un buon ambiente adatto per un bambino. Perciò credo che il modo in cui rimani incinta, o la relazione che hai quando metti al mondo un figlio, siano molto importanti.»
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