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“Molti fanno figli per se stessi, a scapito dei bambini”

“Molti Fanno Figli Per Se Stessi, A Scapito Dei Bambini”
Photo by Sue Zeng on Unsplash

La testimonianza di Paola, 53 anni:

Sono del 1964, e non ho figli, non sono sposata, per lo meno qui, e non penso di averne anche per limiti naturali della cosa. E’ stata una decisione in itinere, perché ho sempre ritenuto forse per cultura, non necessariamente per mia invenzione, che per avere un figlio è bene che ci sia una figura maschile e femminile, per lo meno la nostra società è basata su questo. E siccome io non sono riuscita a trovare un legame affettivo che potesse garantire per me una certa continuità, necessaria per un figlio, non ho mai affrontato la cosa e quindi poi piano piano la realtà è andata così.

Ma le pulsioni che si sentono a 25 anni nel massimo dell’età fertile diciamo, le ho sentite chiaramente e avrei voluto…

Però forse perché mi sono nati dei fratelli in quel frangente e quindi ho vissuto indirettamente la maternità perché vivevo con dei bambini in casa fin da giovanissima: uno è nato quando io avevo 22 anni e l’altra quando ne avevo 26, li ho sentiti come figli alla fine.

Solo che chiaramente non potendo incidere più di tanto sull’educazione di questi figli, ho vissuto diciamo la parte più brutta della maternità, nel senso che magari c’erano le difficoltà di un bambino che piange, fa le bizze ecc. senza però poter interferire più di tanto nel modo di educarlo ecco.

Così mi è passata un po’ la poesia, e poi penso anche che tanti fanno i figli come soluzione di crescita individuale a scapito dei figli stessi. E questo l’ho vissuto sulla mia pelle perché i miei si sono separati, hanno aspettato che io avessi 18 anni per farlo, anche se litigavano da quando li conosco, per cui in qualche modo mi ha influenzato questo rapporto tra di loro, anche nelle mie decisioni. Sono sempre stata timorosa nei confronti di un rapporto con un uomo perché l’esperienza familiare non è che mi abbia aiutato. La mia mamma addirittura mi diceva “fa quello che vuoi, ma stai attenta perché puoi rimanere incinta”, e questo è stato il dogma della mia adolescenza, facendomela (la maternità) apparire come un limite, non come una cosa bella da affrontare, perché poi “ti leghi, devi stare attenta, scegliere con accuratezza”, mentre il babbo invece diceva “a casa mia i figli li faccio io. Quando vai fuori di casa, fai quello che vuoi”.

Avendo fatto l’Università e cominciando a studiare, e poi a lavorare in età più grande, nel periodo proprio della massima pulsione fisica questa cosa è stata molto limitata diciamo.

Poi dopo c’è stato anche il problema che cominciavi a lavorare e quindi ti dovevi fare strada, ti dovevi impegnare notevolmente sul lavoro perché si sa che un libero professionista femmina ha dei limiti, viene posto di fronte a esami maggiori da superare per lo meno nella mia realtà di paese.

Per cui mi sono dedicata al lavoro notevolmente e poi intorno ai 30 anni ho incontrato una persona con cui stavo molto bene, però anche lì non ci siamo trovati nel tempo, perché quando lui voleva fare un figlio, io ancora non ero pronta, quando avevo deciso io, lui ci aveva ripensato, per cui la storia è andata un po’ così.

Come vieni giudicata nel tuo paese?

Oggi non lo so perché non mi interessa, ne sto totalmente al di fuori, mentre invece quando magari ero più giovane in qualche modo ne sono stata condizionata.

Perché quando i miei si sono separati, sono stati la prima coppia a farlo, appena è passata la legge sul divorzio, praticamente loro si sono adoperati per affrontare questa situazione. E nel paese erano i Erano anche personaggi in vista perché mio padre era il medico, la mia mamma era preside della scuola e c’era anche il prete che faceva passare lei in brutta luce.Insomma nel paese è diventato uno scoop, di questa cosa io per lo meno ne ho subito le conseguenze.

Mio fratello era più piccolo, e poi forse essendo maschio ne ha risentito meno, o forse perché lui ha un carattere che tende a evitare i dolori, mentre invece io di solito, cioè se li sento cerco di indagare e va a finire che magari li perpetuo no?

Ma nel tuo gruppo di amicizie, adesso fuori dal paese, ti hanno mai chiesto le motivazioni del fatto che tu non hai figli, ti sei sentita considerata dalle altre donne o dagli altri uomini in qualche modo?

Eh sì per esempio nel lavoro i pazienti a volte mi dicono ”ma lei ha figli?” E io gli dico “no” e loro si dispiacciono dicono “Ah peccato” come se fosse un trauma, insomma o una grave perdita non lo so, mi compiangono.

E tu trovi che la vita di una donna senza figli sia da compiangere?

No, assolutamente no perché acquisisci quello che un figlio ti può dare, diciamo tra virgolette gratuitamente, anche diversamente. Se non hai figli, lo puoi ottenere lo stesso, però indagando molto di più su te stessa. Cioè voglio dire che affettivamente un figlio ti apre il cuore, no?

Mentre se non ce l’hai devi imparare a tue spese ad aprirlo. E questo secondo me è importante perché prima di tutto è una cosa che se riesci a fare, non te la toglie nessuno, perché è solo tua, è una crescita personale raggiunta da sola, e poi se anche fai degli errori non coinvolgi altre persone.

Mentre invece se lo fai a spese di un figlio, magari a volte lo puoi anche traumatizzare, come è capitato a tanti figli che conosco.

Ma forse tu hai avuto anche paura di questo aspetto. Cioè di rifartela sui tuoi figli?

Sì, anche perché vedo che comunque tutti quello che hanno subìto, lo rifanno ai figli, anche se quando lo subiscono si rendono conto che è un danno, anche se alla fine non sanno comportarsi diversamente e perpetuano gli errori dei genitori che precedentemente hanno condannato. Insomma mi è capitato di vedere spesso questa cosa. Quindi insomma siccome mi rendevo conto che io ero abbastanza traumatizzata, volevo pulire tutto prima di affrontare una cosa così grande, cioè di prendersi la responsabilità, di non fare male ad un essere che si affaccia sulla terra e che dipende tutto da te e che quindi è facilmente vulnerabile.

Tu conosci bene la filosofia orientale e indagando quella cultura hai trovato qualcosa che ha a che vedere con il fatto della Madre terra?

Sì, in effetti il femminile, anche per la cultura Zen, lo Yin, è la parte che riceve, diciamo più accomodante, insomma è una culla, come la terra, così anche lo sono le donne. Questo si può manifestare anche senza il figlio, perché lo si può  trasmettere prima di tutto ad altre persone che in quel momento hanno bisogno di questo aspetto, e magari la madre naturale in quel momento non riesce a darglielo perché presa da altri problemi personali del momento. E quindi mi è capitato di trovare delle figliocce ad esempio, di solito tutte femmine tipo c’è la Selene, la figlia di un mio amico, e lei quando i suoi genitori si stavano separando, era piccola aveva 12 anni.

Mi rendevo conto che la trattavano con molta indifferenza perché erano presi dai loro problemi di coppia, e quindi non si rendevano conto del male che le stavano facendo.

Ed io avendola subita questa cosa, ho un occhio particolarmente attento, e quindi in qualche modo ho cercato di aiutarla. Insomma penso che anche lei abbia sentito questa cosa perché siamo ancora in ottimi rapporti anche se vive a Londra da 7 anni, ci sentiamo spesso, sono un po’ una madre acquisita ecco.

Tu pensi che se avessi avuto dei figli tuoi, sarebbe stato possibile anche fare la madre di qualcuno che non hai partorito?

Forse hai meno tempo per farlo, però se l’istinto è quello sicuramente nel momento in cui ti trovi a contatto con le persone manifesti quell’istinto. Se nel tuo piccolo senti che vuoi aiutare le persone che si trovano di fronte a dei problemi che tu hai conosciuto, cerchi in qualche modo di aiutarlo anche se chiaramente hai meno tempo, ma ti ci dedichi con la stessa intensità.

Trovi che ci sia una differenza tra una casa dove abita una sola donna, una donna sola come te, e una casa vissuta da bambini? La casa di una donna madre è diversa da una casa di una donna non madre?

Io penso di sì, perché comunque ci sono delle contingenze quotidiane che devi assolvere in più e quindi ti devi organizzare in qualche modo, è diverso sicuramente da come mi organizzo io il mio tempo. E quindi anche la casa.

Un modo tremendo di chiamare una donna senza figli è “rami secchi”, tu pensi che le donne senza figli siano rami secchi?

No, no assolutamente, mi viene da pensare più ai fiori recisi che abbelliscono la tavola anche se poi dopo non daranno il frutto. E’ una cosa che è più spirituale, nel senso che non c’è bisogno della materia per avere questa soddisfazione.

Quello che voglio dire è che lo sviluppo dell’individuo deve passare su tutti i Chakra, tutte le esperienze. La più bassa è quella materiale, poi c’è la dualità del secondo Chakra, l’energia ecc., il cuore, l’apertura, fino ad arrivare ai sentimenti, alla mente e allo spirito. Quindi fare un figlio vuol dire partire proprio dalla materia.

Però lo si può avere, e questo ti aiuta ad avere questo sviluppo di cui parlo, perché se ti senti coinvolto proprio anche fisicamente perché è un parto, un figlio lo devi accudire, dargli da mangiare, farlo crescere, ti forgia tutta la persona, partendo dal basso.

Però si può riuscire ad avere lo stesso aspetto del donare, di amore incondizionato senza la necessità del vincolo della materia, perché comunque la materia finirà. Cioè questo vincolo madre-figlio, o genitore-figlio deve comunque finire perché altrimenti non è più un atto d’amore, ma un sequestro che spesso i genitori fanno nei confronti dei figli che hanno paura a lasciare andare, non li vogliono far crescere perché in qualche modo diventano linfa vitale da succhiare più che da far crescere.

Si riesce a donare senza bisogno di avere in cambio questa cosa materiale di soddisfazione immensa che penso, sì, ti possa riuscire a dare un figlio, ma anche altro perché vedo che mi dà soddisfazione anche una piccola cosa che faccio. Figurati un essere umano al quale doni la vita insomma, deve essere una cosa fantastica.

Però penso che non sia obbligatorio per l’evoluzione individuale e quindi chi sceglie di non averlo, secondo me addirittura cerca di evolvere la razza umana a livello spirituale senza bisogno appunto di passare dall’animalità.

Siamo fiori recisi bellissimi che aiutano il mondo con la loro bellezza a elevarsi spiritualmente senza bisogno di fruttificare nella materia e quindi riusciamo, abbiamo deciso di affrontare questa cosa dal punto di vista spirituale, cioè di riuscire a dare senza avere niente in cambio, perché l’attaccamento alle cose, come ci insegnano gli orientali è un limite e non un vantaggio.

E quindi riuscire ad avere un istinto materno senza il limite della materia penso che sia il non plus ultra. Cioè riuscire a considerare tutti figli, tutte le persone che incontri dei figli, e quindi  disporsi a cuore aperto e cercare di dare il meglio, il massimo a quella persona, anche se la vedrai solo in quell’occasione ad esempio, senza bisogno dell’attaccamento di avere in cambio qualcosa necessariamente. Mentre invece spesso i genitori possono diventare anche soffocanti e quindi bloccare lo sviluppo del figlio perché si attaccano in maniera spropositata. E giusto che ci sia questo attaccamento nel periodo in cui il bambino non è autosufficiente, ma poi bisogna cercare di dargli il modo di crescere e diventare il prima possibile autosufficiente, perché deve essere un uomo nel mondo e non una tua propaggine che puoi dominare e indirizzare nella vita, non puoi vivere la vita del figlio, invece spesso i genitori purtroppo scivolano in questo errore.

Tu parli di questo distacco dalla materia, però vedo anche che sei una persona a cui piace contornarsi di oggetti, ti sei mai chiesta a chi resteranno queste cose?

No, sicuramente resteranno in famiglia perché i nipoti ce l’ho, però non me lo sono mai posto il problema.

Non hai un ricordo familiare che ti dispiace non trasmettere a un tuo figlio, sai, quei piccoli tesoretti che ci portiamo dentro che sono la nostra storia e che tu tramanderai ai nipoti?

Sì, le storie familiari appunto verranno acquisite dai nipoti, perché bene o male le vivono tramite i loro genitori, anch’io in qualche modo do un contributo nella famiglia, e poi insomma non è necessariamente tutto da salvare, anche se non rimane niente, va bene uguale, quello che serve lì per lì, poi si vedrà.

Se ti trovi con tutte mamme che parlano di cacche, pappe, come ti trovi? Ti senti a disagio?

No, no magari m’annoio un po’ però non a disagio, no, semmai cerco per quel poco che so di dare un contributo, cioè di dire la mia.

Non ti sei mai sentita dire che ne vuoi sapere tu?

Sì forse qualche volta, ma mi entra da una parte e mi esce dall’altra, non gli do peso.

 

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