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Melandri racconta Aleramo: “La scelta tra l’essere madre e l’essere donna”

Melandri Racconta Aleramo: “La Scelta Tra L’essere Madre E L’essere Donna”
Sibilla Aleramo nel 1912

Terza e ultima parte della preziosa testimonianza che la storica del femminismo Lea Melandri ha regalato a Lunàdigas: qui ci racconta la scelta di Aleramo tra “l’essere madre e l’essere donna”

La testimonianza di Lea: prima parte / seconda parte

Avevo 14 anni, lavoravo nella biblioteca del mio paese. Proprio lì avevo trovato uno strano libro che, adesso non vorrei sbagliare, si chiamava “Roveto ardente” un titolo tremendo – a me piacevano questi titoli – nel quale si accennava la vicenda autobiografica che già conoscevo di Sibilla Aleramo, del matrimonio, dell’abbandono del figlio, di quando lei decise di lasciare il marito e il figlio, e di quando il figlio poi l’avrebbe voluto tenere, ma non era previsto perché non sarebbe stato possibile.

Si parlava di Aleramo che sceglieva fra l’essere madre o l’essere donna, la madre e la donna non si integravano.

E’ la vicenda che racconta nel romanzo “Una donna e che poi io ho riletto negli anni del femminismo.

La lettura di quel libro mi aveva lasciato un segno proprio per l’idea di questa vicenda di provincia, di un matrimonio non voluto, di qualcosa che forse figurava chissà anche il mio destino, nonostante fosse accaduta nel 1905, quando uscì “Una donna” che fece molto discutere.

Era la prima volta che si metteva in discussione con tanta consapevolezza la dedizione materna, il sacrificio materno e del trasferire la propria vita sull’altro.

Era stato un libro molto importante all’epoca per la riscoperta che ne aveva fatto il femminismo, visto che era il momento in cui si mettevano in discussione i ruoli.

Il femminismo che ho conosciuto all’inizio degli anni Settanta quello della pratica dell’autocoscienza, il femminismo che scopriva l’individualità femminile, quel femminismo nel quale si diceva che le donne erano state fino a quel momento inesistenti non perché non fossero mai esistite, ma che lo erano state dentro a dei modelli, a una visione del mondo che non avevano creato loro.

Si parlava di violenza invisibile, della visione interiorizzata del mondo, dettata da altri perché si diceva che le donne erano state espropriate del loro essere individui e persone, erano state collocate dentro a delle funzioni, a dei ruoli naturalizzati come se fosse il loro destino. Questa era stata la nascita della consapevolezza che mi permetteva di rileggere anche la mia vicenda di dolore nella chiave di riscoperta della possibilità per le donne di viversi come individui, come persone non necessariamente adibite alla conservazione della vita. Quindi è stato un atto di nascita straordinario per me.

Ecco, è stato lì che la vicenda personale del non aver avuto figli e di questa nuova mia rinascita, di questo senso nuovo che davamo alla singolarità del nostro essere si sono incrociate. Probabilmente l’interrogativo sul perché non avevo mai avuto figli non era mai stato molto forte, e lì si è perso del tutto.

Da quel momento nasceva questa diversa possibilità, e io penso che per molte della nostra generazione c’erano – più che donne del passato – figure esemplari. Io ho visto intorno a me delle donne che scoprivano con felicità la loro esistenza.

Le madri sono state penalizzate nei decenni degli anni Settanta, nel senso che non si discuteva della maternità, dell’avere figli, nel senso di madri reali.

Nei convegni erano sempre appartate, perché non si faceva molta attenzione a loro. Si è discusso molto da figlie, il femminismo è stato una generazione di figlie che si ribellavano alle madri, e in questo io mi sono ritrovata perfettamente, pensavo che si sarebbe aperto un cammino che sarebbe potuto durare una vita, che questo interrogativo e questa costruzione di sé come persona, come individuo, sarebbero continuati a crescere, e così è stato anche per me.

E poi è arrivata la scoperta di Aleramo in modo abbastanza particolare, quando alla fine degli anni Settanta viene pubblicato il suo primo libro che raccoglieva tutti i suoi diari, frutto di una lunga produzione artistica e che la scrittrice aveva lasciato in due enormi valigie, e che forse, almeno a mio avviso è stata la scrittura più originale e più interessante degli ultimi anni.

Lea Melandri

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