skip to Main Content

“Io sono io. E non il figlio che potrei non avere”

“Io Sono Io. E Non Il Figlio Che Potrei Non Avere”

Grazie a Claire che ha condiviso con noi la sua testimonianza.

Non sono sicura di essere una vera e propria lunàdiga, o perlomeno forse non lo sono proprio in formato del tutto integrale. Mi chiamo Claire, sono lombarda e dopo aver letto molte storie sono incappata qui e vorrei condividere con voi un pezzetto della mia esperienza.

Tra pochi mesi inizierà un nuovo capitolo della mia vita: la convivenza con il mio compagno.

Ora come ora naturalmente percepisco questo passo come un obbiettivo da raggiungere, condito dalle immancabili euforie e paranoie che puntualmente si palesano alla vigilia di qualsiasi evento rilevante.

Io però preferisco pensare a questo passaggio della mia vita non come l’arrivo, bensì come a una delle tante tappe che costelleranno questo meraviglioso viaggio iniziato un’esatta decade fa.

Lo considero una sorta di “premio fidelity card per affiliati affiatati” in formato tessera d’argento.

L’orgoglio e la soddisfazione dell’essere riusciti a fare un altro passo insieme. Sembra quasi una scena bucolica da pastorale: il progetto di vita di due giovani che infine si corona a lieto fine.

Eppure, negli ultimi tempi qualcosa sta inquinando il mio meraviglioso idillio. La mia futura maternità. Piccolo dettaglio: io incinta non lo sono, ma a quanto pare tutti gli altri hanno già deciso che brevissimamente lo diventerò.

È già stabilito, prescritto, decretato. Un fato al quale non posso sottrarmi, l’adempimento del mio scopo biologico, il senso univoco e preciso della mia esistenza.

Mio padre è convinto che sotto Natale daremo il lieto annuncio, la madre del mio compagno gongola pensando a quale meraviglioso padre sarà suo figlio, le mie sorelle agognano il nipotino, svariati amici dopo avermi imposto l’inquietante imperativo “Adesso tocca a te”, si giocano i numeri “Almeno due”.

All’inizio non ci davo peso, mi facevo scivolare queste “battute” di dosso. Ho sempre detto e ripetuto che di figli non ne volevo fino alla nausea. Probabilmente percepivano la mia affermazione come una burla, un fittizio incaponimento da finta bastiancontrario, necessario per concludere il gioco.

Evidentemente non sono mai stata presa sul serio.

Sto per dire una cosa orribile, ma in altro modo non riuscirei a rendere meglio l’idea. Mi sento una vacca da monta tirata con una corda fuori dal recinto, pronta per essere fecondata. E ho paura. Ho paura che l’aspettativa che gli altri nutrono su di me, questa pressione che mi sento scaricare addosso, mi faccia esplodere e danneggi irrimediabilmente me e il mio meraviglioso compagno. Ho paura che potrei erroneamente modificare la percezione che ho di lui, finendo col vederlo come uno spietato mostro inseminatore. il cui scopo è esclusivamente quello di mettermi incinta.

Tutto per colpa dell’ansia che questa situazione mi sta procurando, che gli altri mi stanno procurando.

Mi sembra di avere una spada di Damocle sulla testa.

Sono esausta di dovermi continuamente sentir dire cose tipo “Allora, quando lo mettete in cantiere questo figlio?” “Quando sarai mamma [ecc ecc]”. “Vedrai quant’è meraviglioso il modo in cui ti innamorerai d* tu* figli*”, “Sarai una mamma meravigliosa, sei così giocosa e solare” ed altre amenità varie ed assortite.

La madre del mio compagno ha già iniziato a dispensarmi consigli e trucchi per la gravidanza. Io intanto continuo (invano a quanto pare) a far presente che non so se, come e quando potrei decidere di diventare madre. Non ne posso più.

Al mio compagno vengono risparmiati questi cerimoniali, al massimo con una pacca sulla spalla gli è stato detto che ci si vedrà nelle occasioni in cui io non scasserò il clintz per tenermelo a casa con i bambini. Quindi oltre a relegarmi all’esclusivo ruolo di fattrice, hanno deciso che mi trasformerò pure in rompicoglioni. Bene, ma non benissimo.

Ma perché a nessuno viene il dubbio che noi un* figli* potremmo non averl*/non volerl* avere?

Perché ogni singola volta devo sentirmi in dovere di addurre scuse, giustificazioni e motivazioni ed essere poi puntualmente costretta a sorbirmi la trafila di “Non ne vuoi adesso, ma cambierai idea”, “Anche io dicevo così e invece ne ho avuti X”, “Siete insieme già da dieci anni, cosa aspettate ancora”, “Non hai tutta la vita per decidere se fare figli, quindi ti conviene sbrigarti”, “Non sai cosa ti perdi”, “Guarda che poi te ne pentirai”?

Ultimamente quando mi contestano il “Non so se avrò figli” sono persino arrivata per esasperazione ad ammonire più volte mediante la formula “Potrei anche essere sterile e non saperlo. Oppure potrebbe esserlo lui”. Cioè, è davvero diventato più accettabile dire di avere un deficit fisico ed essere sterili, piuttosto che decidere consapevolmente di non voler avere figli?!?!?

E infatti per un momento si bloccano, interdetti e in circospetto silenzio. Ma poi, quando l’effetto shock svanisce, parte la sviolinata della fecondazione assistita, banca del seme… la conclusione è inevitabilmente che qualcosa dovrà per forza funzionare. Non è minimamente contemplato che io possa non rimanere incinta, insomma.

Ma io dico, come accidenti si permette la gente di questionare su un aspetto così intimo e soggettivo della coppia, arrivando addirittura talvolta a tacciarmi di essere egoista ed immatura? È inaccettabile! Voglio semplicemente essere lasciata in pace, libera di compiere le mie scelte autonomamente e con cognizione di causa! Dentro e fuori dal letto! Forse il compimento della mia vita non è procreare, e se io e il mio compagno decidessimo di non fare un figlio, non toglieremmo niente a nessuno.

“Bisogna alzare la natalità”, “Siamo fatte apposta”, “Prima o poi tocca a tutte”. Sono tutte cose che mi sono state dette per davvero, e mi fanno venire i brividi.

Io non vorrei un figlio perché “mi è toccato” o perché devo alzare l’asticella annuale dei nuovi nati, ma stiamo scherzando? Vorrei che fosse una scelta nostra, mia e del mio compagno, ponderata e condivisa. Spetta soltanto a noi decidere se e quando diventare genitori. Non farò figli per la statistica, non li farò per rendere nonni i nostri genitori o zie le mie sorelle, non li farò perché è così che si fa, non li farò in fretta e furia perché sono un prodotto in scadenza.

La chicca poi è quando tirano fuori la tiritera dell’istinto materno, l’asso nella manica. Io ci ho sempre scherzato su, dicendo che il mio istinto materno “equivale a quello di un comodino”.

Tanto acclamato, sacro ed inalienabile, inamovibile come il più saldo dei dogmi. Beh, a quanto pare io non ce l’ho. Non ne sono provvista, non lo sento mio, è un’inclinazione che non mi appartiene. E credo sia piuttosto facile che continuerà ad essere così, fino alla morte. Sono stufa di sentirmi dire che prima o poi trapelerà, che è naturalmente insito in me. Non è vero, è una balla colossale.

Non mi sento adatta ad essere madre, non mi sento adatta a prendermi cura di una creatura, non mi sento meno completa, meno vera, meno realizzata, meno donna senza figli.

Sinora non ne ho avuti (comunque non ho ancora varcato la soglia degli -enta, ma già mi trattano come se fossi una zitella ottuagenaria. Vabbè!) eppure sono sempre stata bene ed andata bene così, cosa è cambiato, improvvisamente? Com’ è che mi sento dire, a 26 anni, che sono troppo piccola e immatura per poter sapere cosa voglio davvero, mentre ragazze più giovani di me vengono innalzate a modelli di maturità e integrità se hanno figli o esprimono il desiderio di averne? Loro non sono troppo piccole ed immature per sapere cosa vogliono davvero?

Non ho intenzione di attribuire la mia soddisfazione e realizzazione personale all’illusione di conferire chissà quale senso alla mia esistenza, infondendolo in un’altra persona. È una cosa che dipende da me, riguarda solo me. E non può dipendere dal fatto che il mio utero si gonfi o meno per accogliere una vita, questo non mi renderà più vera, più soddisfatta, né sopperirà all’altrui sterilità (anche per questo sono stata tacciata di egoismo). Come non si risolverebbe la fame nel mondo, non ingozzandosi come maiali, così io non posso sobbarcarmi la responsabilità di concepire al posto di altri sulla base di assurdi sensi di colpa.

Inoltre, riflettendo meglio su questo argomento, scorgo l’enorme e spaventosa contraddizione tra il modo in cui sono stata cresciuta e il modo in cui vengo trattata ora. Sono stata allevata con l’idea che dovessi vergognarmi di alcune parti del mio corpo, che fosse sbagliato esplorarlo e sapere come funziona, che dovessi proteggerlo, difenderlo, nasconderlo e custodirlo gelosamente come un tempio inviolabile.

Adesso invece improvvisamente deve essere messo a disposizione, tutti si sentono in dovere di dirmi cosa devo farne, tutto è improvvisamente diventato naturale, ovvio, scontato.

Questa come dire, “vocazione” di diventare genitori, semplicemente può non essere un’aspirazione globale: quello che è certo è che dovrebbe essere una scelta libera e personale, così voglio che sia per noi, anche se decidessimo di non procreare. Voglio che la gente la smetta di sentirsi legittimata a dirmi cosa devo o non devo essere, irrompendo in maniera violenta ed irrispettosa nelle mie scelte, qualunque esse siano e specie se riguardano una sfera così intima e personale.

Non intendo permettere alle persone di giudicarmi come inidonea o difettosa, qualunque strada sceglierò di percorrere. Nessuno dovrebbe permettersi di far sentire qualcuno inadeguato.

Io sono io, non l’ipotetico figlio che forse un giorno avrò, come che quasi che averne comporti acquisire un valore aggiunto, fornire al mondo la prova che sono una donna autentica e non un mero fantoccio.

Preferirei milioni di volte un mondo costituito da pochi figli cresciuti da buoni genitori, capaci di essere consapevoli e liberi, che questo, nel quale ci si deve sentire intrappolati in una scelta soltanto “perché è così che si fa”.

Lascia un commento

  Subscribe  
Notificami
Back To Top