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Sociologia Della Maternità

Sociologia della maternità

Davide De Sanctis, Sara Fariello, Irene Strazzeri, Sociologia della maternità (Mimesis, 2020)

Davide De Sanctis, Sara Fariello e Irene Strazzeri affrontano il tema della violenza ostetrica e, attraverso una riflessione indipendente sia dalla visione essenzialista della maternità sia da una lettura esclusivamente medico-scientifica, denunciano condizioni diffuse di regressione dei diritti delle donne.

Recensione di Claudia Mazzilli

In Sociologia della maternità (Mimesis, 2020) Irene Strazzeri e Sara Fariello (con il contributo di Davide De Sanctis, autore dell’appendice) affrontano il tema della violenza ostetrica attraverso una riflessione indipendente sia dalla visione essenzialista della maternità sia da una lettura esclusivamente medico-scientifica, dimostrando che è ormai inappropriato parlare di Gender gap e dovremmo piuttosto parlare di backlash, cioè di un vero e proprio regresso dei diritti delle donne, sminuzzati e compressi: medicalizzazione esasperata della gravidanza, depressione post partum e difficoltà a conciliare vita e lavoro sono al centro di questa indagine.

La medicina neoliberista, orientata al fatturato e non più alla tutela dei diritti del cittadino, ha preso in carico non solo l’individuo malato, ma anche l’individuo sano, per conquistare nuovi segmenti di mercato. Se l’ospedale medievale era un luogo di cura e carità per malati, poveri, emarginati, in cui si ascoltava la sofferenza, quello di oggi è l’ospedale fabbrica, il grande magazzino delle prestazioni, in cui la voce del paziente è il più possibile silenziata. Ad esempio, le campagne culturali per la diagnosi precoce (che porta profitto a ogni prestazione) hanno indebolito o sostituito le politiche per la tutela dell’ambiente, esasperando la responsabilità individuale del singolo nel preservare la propria salute, a prescindere dal contesto ambientale, che non garantisce uno stile di vita sano; così le case farmaceutiche investono più nel marketing che nella ricerca scientifica; in base alla stessa logica, i singoli organi del corpo sono separati dal tutto, con abuso di interventi chirurgici superflui, realizzati per aumentare l’operatività della struttura. Tutto questo condiziona anche la gravidanza: un eccesso di ecografie, una media di 190 analisi diverse, diete, esercizi pre-parto, parti cesarei divenuti routine (quasi che le ferite del cesareo segnino per la donna un rito di passaggio alla vita adulta…) hanno fatto del parto non un evento naturale ma una malattia, gestita con protocolli rigidi e troppo standardizzati.

Al contrario, dalla letteratura medica dei secoli passati apprendiamo che fino al XIX secolo le donne non “avevano”, ma “aspettavano” un bambino: la semplice scomparsa delle mestruazioni era una condizione necessaria ma non sufficiente perché la donna fosse considerata incinta. Solitamente le donne si rendevano conto di essere incinte molto più in là, da un movimento del feto o da un sintomo riconoscibile (donne molto prolifiche si accorgevano di essere incinte perché, ad esempio, cambiava la loro sudorazione, o riconoscevano dei cambiamenti corporei, come nelle gravidanze precedenti). Compito del medico era ascoltare: già Ippocrate insisteva sull’importanza decisiva di interpellare le donne, perché solo loro potevano sapere quel che sarebbe successo. Per noi invece, ossessionati dal controllo diagnostico sul futuro, è difficile comprendere il senso di questa attesa. Il sapere delle donne è stato oscurato, un sapere non certo infallibile ma neppure privo di valore, se l’ostetrica americana Martha Ballard, nello Stato del Maine, tra il 1785 e il 1812 non perse nessuna delle sue 814 partorienti assistite!  Si passa quindi dall’esperienza della levatrice (che era innanzitutto una donna di fiducia, una comare, nel senso di co-madre) all’intervento del barbiere-chirurgo, dotato dei ferri del mestiere, e poi al ginecologo maschio, soprattutto dopo l’invenzione del forcipe da parte di Peter Chamberlen, con  la conseguente trasformazione del parto in un intervento chirurgico a partire dal Seicento: alla donna è imposta la posizione supina per partorire, e non quella che ciascuna partoriente consideri più idonea (bassorilievi e sculture di antiche civiltà, non a caso, raffigurano la donna partoriente in piedi, accovacciata o seduta, non supina). Il modello cartesiano, basato sulla scissione mente-corpo, rafforza la visione del corpo come oggetto e del corpo della donna come mero contenitore del nascituro. Questa concezione, già presente nel mondo classico a partire dalle Eumenidi di Eschilo, cristallizzata in Aristotele e successivamente rafforzata dalle tecnologie che consentono di vedere l’embrione fin dai primi stadi di vita come se fosse autonomo e indipendente dal corpo della madre e dal suo benessere, trova nuovi e problematici esiti nella gestazione per altri (GPA), nella quale il corpo e i suoi organi sono degradati a beni patrimoniali e a merce di scambio sul mercato neo-capitalistico: anche a questo tema il libro dedica un’accurata riflessione, tra Medicina, Sociologia e Diritto, concludendo in modo convincente che non si può distinguere tra GPA altruistica e commerciale, non solo per l’opacità dei contratti stipulati tra gestante, genitori intenzionali e cliniche, ma anche perché “non esiste alcun diritto al dono”: il dono, peraltro, in qualsiasi cultura serve a rafforzare il legame relazionale tra chi lo riceve e chi lo fa. Chi donerebbe qualcosa (un figlio) a rischio della salute e della vita, offrendo tale dono a persone che vivono a migliaia di chilometri con cui non intrattengono e non intratterranno alcuna relazione?

Le autrici precisano di non volere con questa ricerca delegittimare le tecnologie diagnostiche e chirurgiche né demonizzare i progressi della Scienza o ritornare tout court al passato; intendono piuttosto mettere in dialogo la Medicina con la Sociologia, la Psicologia e gli Studi di genere, in favore di una visione interdisciplinare e globalmente umanistica della salute e del parto. L’esperienza della gravidanza e del parto può infatti contemplare occasioni in cui si percepisce indifferenza, solitudine, mancanza di ascolto, forme sottili di violenza, perlopiù invisibilizzata (perché interiorizzata e dunque accettata come “normale”), fino alle manifestazioni più eclatanti di violenza e discriminazione, che le femministe hanno cominciato a denunciare a partire dagli anni Settanta, quando il pensiero della differenza sessuale ha spinto le donne verso la riappropriazione dell’esperienza del parto e dei saperi connessi al corpo, da vivere in maniera più libera, consapevole e autodeterminata.

In Italia nel 1972 a Ferrara alcuni collettivi femministi avviarono la campagna “Basta tacere”, allo scopo di condividere testimonianze di abusi e maltrattamenti durante la gravidanza e il parto; questa campagna ha dato vita nel 2016 all’Osservatorio sulla Violenza Ostetrica, un ente multidisciplinare gestito da madri. Sono del 2014 le prime indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) volte a eliminare forme di violenza sulle gestanti, che si intensificano quando le donne appartengono a una minoranza etnica o vivono altre condizioni di fragilità economica o marginalità sociale (donne prive di un compagno, donne detenute, donne affette da HIV, minorenni ecc.). Nascono le prime reti per l’umanizzazione del parto (in Brasile nel 1993, in Argentina nel 2004, nel  2006 a Porto Rico e nel 2007 in Venezuela), i primi protocolli sul consenso informato e sulla privacy (il dovere di non condividere informazioni sulla salute della paziente con terze persone, compreso il coniuge, i genitori o altri familiari) e altre campagne miranti a migliorare non solo i servizi medici ma anche la cultura dei diritti umani nell’ambito dell’istruzione pubblica e della promozione alla salute, anche attraverso il collegamento tra servizi sanitari e servizi di assistenza legale.

Oggi sappiamo che sono moltissime (troppe!) le donne che hanno percepito abusi o maltrattamenti durante la gravidanza e il parto, con numeri e statistiche che variano nei diversi Paesi del mondo. Si spiegano così le depressioni post partum, che non possono essere ricondotte a un’eziologia puramente ormonale o psichiatrica, ma vanno intese in un quadro composto da molteplici variabili. Dai dati empirici e dalla letteratura scientifica sul tema risulta che esistono tre tipi di condizione post partum: il baby blues (una tristezza transitoria, che colpisce il 50% delle neomamme nella prima settimana, perlopiù senza effetti, e che tuttavia va riconosciuta per evitare che diventi cronica e peggiori); la DPP (una patologia depressiva ancora poco studiata, caratterizzata da perdita di interesse per le attività quotidiane, faticabilità, autosvalutazione e senso di colpa: colpisce tra il 5% e il 40% delle donne) e la psicosi puerperale. I primi sei mesi di vita di un bambino sono infatti i più critici, con un “lavoro di maternità” che comporta non solo impegni pratici di accudimento, ma anche compiti psicologici e relazionali che possono implicare smarrimenti e angosce. Molto dipende dalla rete di sostegno che circonda la donna: parenti, amici, figure professionali di facilitatori, non sempre fornite dal Servizio pubblico.

Gli antropologi, dal canto loro, evidenziano che nelle società pre-industrializzate non esiste alcun fenomeno assimilabile alla depressione post partum, perché nella famiglia non nucleare sono presenti altre “figure allevanti” oltre alla madre, oppure perché esistono riti prolungati di accudimento e cura che accompagnano la transizione sociale della donna al ruolo di madre. Non può essere che a una mamma, oggi, si chiede semplicemente troppo? Nella famiglia nucleare, infatti, sulla donna incombono da subito troppi obblighi domestici (prendersi cura della casa, del marito, eventualmente degli altri figli) accanto al carico costituito dal nuovo nato, con i compiti psicologici e pratici insiti in questo “lavoro di maternità”. Moltissime donne lamentano di essere dimesse troppo presto dall’ospedale dopo il parto (anche a causa dello smantellamento del Welfare), quando sono ancora sofferenti per i punti causati dall’episiotomia o dal cesareo, o per le emorroidi e l’incontinenza urinaria causate dallo sforzo del parto, o per le mastiti o le ragadi al seno che rendono l’allattamento difficile da gestire, molto diverso dalle immagini di appagamento e felice comunione tra madre e figlio che vediamo su riviste patinate e che abbiamo purtroppo interiorizzato. Dalla mistica dell’istinto materno innato deriva la conseguenza che una madre trova difficile comunicare il proprio malessere perché teme di essere giudicata: dovrebbe essere la persona più felice del mondo, con un neonato tra le braccia; se non lo è, è pazza o malata. Lo scarto tra maternità vissuta e maternità sognata è un’esperienza ordinaria, anche quando non approda a esiti estremi come il figlicidio.

La riluttanza ad analizzare le cause sociali della DPP comincia a essere superata solo negli anni Ottanta, con il modello sviluppato dai sociologi G.W. Brown e T. Harris, che individuano quattro fattori di vulnerabilità: essere orfane di madre dall’infanzia, non avere una buona relazione con il partner, essere madre di tre o più figli e, questione attualissima, essere casalinga a tempo pieno, il che fa della donna una reclusa, con nessuna possibilità di “staccare” dalla propria maternità, relativizzandola e socializzandola fuori dell’ambiente domestico, in contesti relazionali da cui è possibile ottenere gratificazioni compensative. Tutti questi fattori di stress sono circostanze non eccezionali e molto diffuse.

Non va idealizzata neppure la condizione della madre multitasking, un’equilibrista che eroicamente tenta di conciliare lavoro e maternità, in particolare in Italia. Mentre alcuni Stati (come la Svezia) hanno messo in atto politiche di de-familizzazione (congedi lunghi anche per i padri; servizi all’infanzia) e altri (ad esempio la Francia) promuovono politiche sociali di familismo sostenuto (congedi e servizi a favore delle madri), in Italia il modello è quello del familismo di default, in cui lo Stato è quasi del tutto assente e i servizi di cura gravano totalmente sulle madri o sulla rete parentale (i nonni). E ovviamente le madri sono sempre colpevoli: colpevoli di essere “egoiste” se non accudiscono i figli per fare altro, colpevoli di “mammismo” se si immolano alla cura della famiglia e dei figli! Eppure, senza il lavoro domestico delle donne (gratuito e invisibile) qualsiasi economia occidentale arriverebbe al collasso nel giro di pochi giorni.

Per quanto riguarda l’occupazione/occupabilità lavorativa in Italia, sono ormai moltissime le ricerche che evidenziano le difficoltà delle donne a tornare occupabili dopo la nascita di un figlio. Non deve stupire che non sia stata ancora debellata la piaga delle dimissioni in bianco al momento della gravidanza: la legge 188/2007, sostenuta dal ministro del lavoro Cesare Damiano appunto per contrastare le dimissioni in bianco, fu poi abrogata dal ministro Sacconi del successivo governo Berlusconi. L’andamento ondivago delle leggi nostrane si commenta da sé, se si ricorda che la clausola del nubilato per la lavoratrice fu abolita già in epoca prefascista, ma fu poi dichiarata nuovamente legittima dal Consiglio di Stato nel 1952, finché la legge n. 7/1963 introdusse il divieto di licenziamento per matrimonio o gravidanza. Non dimentichiamo, d’altronde, che la Costituzione italiana all’art. 37 sancisce l’uguaglianza formale e sostanziale di lavoratrici e lavoratori, ma ribadisce la “funzione essenziale” della donna nell’ambito della famiglia, rinsaldando la divisione sessuale del lavoro.

Secondo il Global Gender Gap Report (un rapporto annuale che calcola le disparità di genere a livello globale in base a 4 parametri: salute, istruzione, partecipazione al mercato del lavoro, rappresentanza politica) dal 2006 al 2016 l’Italia è scivolata dal 50esimo all’82esimo posto proprio a causa dei dati sull’occupazione femminile (se poi analizziamo anche le condizioni di salute, precipitiamo al 123esimo posto…). Le donne non lavorano o lavorano poco se hanno figli, e lavorano sempre meno in rapporto al numero di figli; gli uomini invece, beneficiando dello spazio lasciato libero dalle colleghe, hanno maggiori opportunità di carriera quando diventano padri, a causa della divisione sessuale del lavoro che struttura in maniera profonda le nostre società, nelle quali i tentativi di sostenere la paternità responsabile con congedi e altri incentivi risultano spesso inefficaci, non solo per i limiti dei dispositivi legislativi ma per la resistenza culturale a immaginare il papà che fa il “mammo”.

Backlash, dunque, non Gender gap: perché il dominio degli uomini, ma anche l’assoggettarsi delle donne, sono il frutto di una violenza simbolica, che si esercita in modo invisibile e ripetitivo, non sempre nella forma eclatante della violenza fisica, attraverso modalità di comunicazione della conoscenza e di rafforzamento degli stereotipi che impediscono di vedere le relazioni di potere e di modificarle.

Per approfondire:

https://www.lunadigas.com/riflessioni/litalia-per-diventare-un-paese-per-madri-deve-uccidere-il-mito-della-maternita/

https://www.lunadigas.com/riflessioni/ilaria-maria-dondi-libere-di-scegliere-se-e-come-avere-figli/

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