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Sex Work Is Not Work

Sex Work is not work

AA.VV., Sex Work is not work (Ortica, 2023)

Se essere lunàdigas significa difendere la libertà di fare o non fare figli in nome dell’autodeterminazione dei corpi, una riflessione sul concetto di “scelta” si impone anche a proposito del sex work e delle sex workers. Mercificare il proprio corpo per il piacere altrui può essere un lavoro? Può essere una libera scelta? È giusto depenalizzare o legalizzare questo mercato, che oggi va oltre la tradizionale prostituzione di strada e nei bordelli e si è allargato alle piattaforme digitali, pericolose per chi è minorenne? Chi si oppone alla legalizzazione del cosiddetto sex work lo fa per gretto moralismo sessuofobico?

Recensione di Claudia Mazzilli

Se essere lunàdigas significa difendere la libertà di fare o non fare figli in nome dell’autodeterminazione dei corpi, una riflessione sul concetto di “scelta” si impone anche a proposito del sex work e delle sex workers. Questa terminologia sanificata (coniata da Carol Leigh nel 1987, titolo del suo libro bestseller) è diventata popolare ed è stata adottata persino in documenti delle Nazioni Unite e di Amnesty International, per sostituire le parole prostituzione e prostituta, percepite come dispregiative e stigmatizzanti. Ma mercificare il proprio corpo per il piacere altrui può essere un lavoro? Può essere una libera scelta? È giusto depenalizzare o legalizzare questo mercato, che oggi va oltre la tradizionale prostituzione di strada e nei bordelli e si è allargato alle piattaforme digitali, pericolose per chi è minorenne? Chi si oppone alla legalizzazione del cosiddetto sex work lo fa per gretto moralismo sessuofobico?

A tutte queste domande rispondono in modo decisamente negativo le autrici (studiose e attiviste) del libro collettivo Sex work is not work (Ortica, 2023, con introduzione di Silvia A. Garatti), che preferiscono chiamare prostituite le donne messe sul banco della macelleria del sesso a pagamento: non è solo aggiungere una i col puntino sopra; significa insistere sul significato passivo, sul fatto che la donna è oggetto di scelte altrui, e non soggetto di una scelta libera.

Le parole contano: dire manager o pappone o magnaccia non è la stessa cosa (oppure scrivere violazione del contratto invece di stupro). Il linguaggio sanificato restituisce dignità allo sfruttamento, più che alle donne vittime di tratta (così va chiamata, a prescindere che sia “tratta transfrontaliera” di donne straniere clandestine o sfruttamento locale, come puntualizza Julie Bindel nel secondo capitolo).

Parte importante del problema sono gli uomini che consumano i corpi delle donne. Qualsiasi narrazione riguarda sempre la prostituita, colpevolizzata e/o vittimizzata: perché la prostituzione è al centro del patriarcato, mentre gli uomini-clienti è raro che siano oggetto di ricerche. Un’indagine approfondita, più unica che rara, è stata quella di Riccardo Iacona, noto giornalista di Presa Diretta (Rai3) e autore di un libro sul tema (Utilizzatori finali. Sesso, potere, sentimenti. Il lato nascosto degli italiani, Chiarelettere, 2014): perché non troviamo file di donne in attesa di consumare sesso a pagamento con ragazzi (maschi). La differenza sessuale, dunque, ci dice tanto sulla prostituzione. In Italia esistono due milioni di clienti: non sono né uomini anziani che soffrono la solitudine né ragazzi ancora impacciati con le donne, come vorrebbero certe narrazioni edulcorate. Sono uomini che hanno fidanzate, mogli, figli e figlie; sono utenti consapevoli della situazione di disagio, povertà e violenza delle prostituite: questi consumatori finali comprano uno stupro a pagamento, a volte scrivono “recensioni” razziste o si scambiano commenti sull’oggetto/servizio acquistato. Se la prostituita manifesta piacere si sentono truffati, perché hanno pagato per comprare il proprio piacere, non per darlo.

Il 63% delle donne prostituite ha subito abusi da bambina, il 73% ha subito violenza durante la prostituzione, il 64% è stata minacciata da un’arma (ma le prostituite uccise non rientrano nelle statistiche dei femminicidi, a tal punto sono state reificate!); il 75% si è trovata senza fissa dimora, l’89% sostiene che se potesse lascerebbe la prostituzione. Dov’è dunque la libera scelta? Depressione, inclinazione al suicidio, disturbo da stress post-traumatico, dissociazione, rischi sanitari, abuso di sostanze possono essere considerati alla stregua dei rischi di un qualsiasi altro lavoro?

Le sopravvissute alla prostituzione, come la scrittrice e fondatrice della ONG abolizionista Rachel Moran, affermano che la prostituzione è la “scelta di chi non ha scelta” e i concetti di autodeterminazione e consapevolezza, applicati a questo ambito, sono fuorvianti e offensivi.

“Alle donne la disponibilità e agli uomini il controllo”, e quindi “il dovere della donna di lasciarsi contaminare, il diritto dell’uomo di non essere contaminato”, conclude in modo lapidario Ilaria Baldini, tra le coautrici del libro. Nel primo capitolo, Ilaria Baldini difende la legge Merlin, che chiuse non solo le case di tolleranza, ma un’intera storia nera e antica, di cui fanno parte anche le strutture semi-carcerarie previste dal Regolamento Cavour (le donne con sifilide o altre malattie veneree erano ricoverate in quello che era chiamato “sifilocomio”). La legge Merlin ha portato a compimento il percorso abolizionista intrapreso dalle prime femministe, attive nei movimenti risorgimentali (di queste antenate, quasi cadute nell’oblio, ci parla in un bel capitolo Francesca Vecchierelli). Questa legge (che evidentemente non è ben conosciuta da chi la considera responsabile di aver gettato le donne sulla strada e di aver favorito lo sfruttamento criminale della prostituzione) di recente è stata difesa dalla Corte Costituzionale (sentenza 141/2019), che ha ribadito che il corpo della donna non può essere oggetto di regolamentazione pubblica e di commercio, perché questo lede i principi di uguaglianza e ogni diritto umano, scolpiti nella Costituzione.

Eppure scivolare nel mito del sex work è stato facile persino per una ricercatrice universitaria in sociologia come Daniela Danna, che nel terzo capitolo ci racconta di aver accettato senza discuterla la retorica del sex work legalizzato, consapevole e autodeterminato, affrontando il tema in un modo che in seguito ha riconosciuto errato: la studiosa ha così rivisto le proprie convinzioni, in un continuo lavoro di approfondimento, rivolto in particolare al fallimento delle politiche di decriminalizzazione e/o legalizzazione (in Germania e Nuova Zelanda, ad esempio) e alle politiche di segno opposto in Svezia, dove nel 1998 si approvò la norma, votata da una maggioranza di socialdemocratici e verdi, contro i clienti della prostituzione (ma non contro le prostituite, già di per sé vittime di un disequilibrio di potere).

Le autrici rivendicano l’indisponibilità e inviolabilità dei corpi (come per altre questioni, quali la maternità surrogata), opponendosi alla sua mercificazione e alla sua frantumazione/macellazione (utero in affitto, orifizi a noleggio…) nei biomercati del neoliberismo. I numeri parlano: la prostituzione in Europa muove 15 miliardi di euro, ma una prostituita deve avere almeno 6 rapporti sessuali al giorno prima di cominciare a guadagnare per sé, oltre che per chi la sfrutta.

“Noi non abbiamo un corpo, noi siamo un corpo”, scrive Silvia Guerini: siamo anche relazione, non solo corpo, e prostituirsi significa alienarsi fisicamente e psicologicamente dall’atto sessuale per tentare di sopravvivere a una pratica disumanizzante ripetuta molte volte al giorno; quel che si vende è la propria dignità.

Anche Roberta Trucco precisa cosa intende per corpo: “io intendo per realtà fisica e corporale quella realtà che non si limita a ciò che vediamo e tocchiamo ma a tutto ciò che muove l’invisibile dentro di noi – la biologia dei nostri corpi – e fuori di noi – le relazioni che instauriamo, il cibo che mangiamo, l’aria che respiriamo, gli odori e i suoni che ci avvolgono, etc. […] perché sono convinta della profonda connessione che c’è tra biologia e biografia”.

Il mestiere più antico del mondo? Non è la prostituta ma la sciamana, scrive con esilarante ironia e con rigore storico Luisa Vicinelli, traduttrice di Heide Goettner-Abendroth (la massima esperta al mondo delle società matriarcali del passato e di quelle ancora esistenti). Risacralizzare i corpi, contro la profanazione che li considera macchine del sesso, macchine della riproduzione, macchine da allevamento. Tale profanazione è all’origine del patriarcato, nato 5.000 anni fa, quando i primi uomini allevatori si allontanarono dalla visione sacra (cioè inviolabile) della vita e della natura per sfruttare le potenzialità sessuali e riproduttive delle donne e degli animali.

L’obiettivo di dare garanzie sindacali e sanitarie alle sex workers, legalizzandone lo sfruttamento (e lo stupro), è per le autrici del libro una risposta troppo povera rispetto alle proporzioni del problema. E con le parole di Luisa Vicinelli concludiamo: “Siamo delle “diasporate”, divise nelle case, nelle classi, nelle rivoluzioni e restaurazioni, nelle correnti, nei gruppi, a confondere la riduzione del danno con la visione necessaria affinché le cose cambino”.

 

Per approfondire:

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Antistigma
Antistigma
1 anno fa

Non ho letto questo libro (lo farò appena possibile), quindi il mio commento si riferirà non a questo libro nello specifico ma al discorso abolizionista – che potremmo anche chiamare proibizionista – in generale, che ho avuto occasione di approfondire da altre fonti. Il discorso abolizionista filerebbe se: al contempo, e non in subordine e di sfuggita, denunciasse che nelle società patriarcali anche tanti fidanzamenti e matrimoni sono prostituzione; al contempo, e non in subordine e di sfuggita, denunciasse che nelle società capitaliste anche tanti lavori, seppure non coinvolgano i genitali, sono prostituzione; se si fondasse sul protagonismo politico delle… Leggi il resto »

Last edited 1 anno fa by Antistigma
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