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Rosa Luxemburg

Brano tratto da Monologhi impossibili. Le esclusive rivelazioni di 35 mitiche Lunàdigas, (Arkadia Editore) di Carlo Antonio Borghi, dedicato a una delle più grandi filosofe e rivoluzionarie di sempre, Rosa Luxemburg.

Una rosa è una rosa, una rosa, una rosa, dice Gertrude Stein. In poche parole, ha messo tutto a posto. Di quella rosa, si sente anche il profumo. Mi piace. Michelangelo Pistoletto, aveva intitolato Silenzio Rosa un’enorme pittura murale collettiva, alla Biennale di Venezia del 1978. Pennellesse da imbianchino e grandi secchi di vernice rosa. Non era dedicato a me ma mi è tanto piaciuto. Io c’ero a dare mani di vernice rosa sui muri ma nessuno mi ha vista. Alla fine della performance, sulle pareti rimaneva una enrosadira, come quella rosatura tipica delle Dolomiti.

LUX, era il nome di un sapone celebre ai tempi del vostro boom economico. Lux il sapone delle stelle. Io non ho conosciuto il boom e neanche quella saponetta di bellezza, ma l’idea mi piace. Quelle stelle insaponate erano: Dorothy Lamour – Joan Crawford – Judy Garland – Cheryl Ladd – Elizabeth Taylor – Audrey Hepburn – Marilyn Monroe – Raquel Welch – Demi Moore – Sara Jessica Parker – Catherine Zeta Jones – Rachel Weisz – Anne Hathaway e Jennifer Lopez.

Ho fatto questa premessa, perché chi vi parla ora è Rosa Lux. Essere rosa è una buona cosa, forse la migliore cosa possibile. La mia rosa è una rosa rossa, come la bandiera rossa. Sto parlando di quella rosa che si trova in fiore sul corpo di una donna, in posizione strategica, politica e privata al tempo stesso. Questa mia rosa, non è mai fiorita in germogli e figli suoi. Quindi chiamatemi Rosa Lux. Al momento funziona meglio di Luxemburg. Fila via liscio e mi fa pensare al nome di una diva del cinema o di un’artista. Si può fare anche di più, per esempio chiamarmi Rosa X. A questa X, se ne possono aggiungere un paio d’altre, almeno due, per fare Rosa XXX, alla Pasolini di Petrolio. Prima o poi, ognuna di quelle X avrà un significato preciso o una faccia conosciuta.

Anche io lo so, ma non ho tutte le prove. Pier Paolo Pasolini scriveva poesie in forma di rosa, come la sua famosa Supplica a mia madre. Il mio corpo si è dissolto quando avevo 48 anni. Rapita, fatta prigioniera e uccisa da chi non poteva sopportare l’idea del comunismo come diffusa prospettiva per tutta l’Europa. Ludwig Mies Van Der Rohe, aveva architettato per me e per lo Spartachismo, un magnifico monumento, a Berlino. Una specie di mausoleo o di cenotafio ma molto moderno. I nazisti l’hanno raso al suolo.

Lui stesso, aveva dovuto espatriare negli Stati Uniti, così come tutti gli artisti della Bauhaus, perseguitati dal nazionalsocialismo. Io non ho superato il secondo decennio del Novecento ma anche se avessi potuto vivere più a lungo, non avrei lasciato l’Europa come hanno fatto Gropius, Albers e tanti altri che poi sono diventati architetti e artisti celebri. È stata la socialdemocrazia nazionalista a farmi fuori, in una Germania che era ancora guglielmina.

Il mio vero nome era Rosaria. Era un po’ troppo vicino all’idea del rosario che le donne credenti sgranano nelle chiese, così l’ho accorciato in Rosa, una specie di nome d’arte anche se la mia sola arte è stata la teoria e la pratica politica. In Polonia, dove sono nata, il cattolicesimo imperava e ancora impera nelle città e nelle campagne.

Io, da subito, mi sono sentita attratta dall’idea del socialismo rivoluzionario. Agli inizi del Novecento, gli artisti più comunisti sono stati i surrealisti e lo sono stati anche di più dei cubisti e dei dadaisti e, manco a dirlo, dei futuristi. Intendo dire di Breton e Aragon, di Buñuel e Dalì, di Artaud e Max Hernst. A parte Ėjzenštejn, il film più antiborghese e rivoluzionario lo ha girato Luis Buñuel: L’Age d’Or.

Io non l’ho potuto vedere. Quando era in prima visione a Parigi, ero scomparsa da undici anni. Ora, lo vedo da quassù e ne godo. In Russia, all’arte rivoluzionaria ci pensavano i suprematisti, i costruttivisti e i raggisti. Purtroppo, anche nella grande Madre Russia, la rivoluzione politica e artistica si era tanto centralizzata e burocratizzata da spegnere ben presto tutte le intenzioni di innovazione.

Nessuno prima mi aveva mai chiesto il motivo che mi ha spinto a non fare figli. La risposta è semplice: non ho mai avuto un momento 62 63 di tempo, impegnata come ero in elaborazioni teoriche e nell’attivismo militante. Bisognava ragionare, discutere, riunirsi e manifestare in piazza. Non c’era neanche il tempo di respirare.

A letto ci andavo solo per dormire. Al sonno non si può rinunciare, questo sì, anche quando ti ritrovi in guerra. La guerra che ho conosciuto è stata la Grande Guerra, quella che ha partorito la Rivoluzione d’Ottobre. È passato un secolo.

Forse, non dovrei tanto parlare di politica qui con voi altre Lunàdigas, che vi ritrovate così concentrate sulla condizione delle donne senza figli.

Vorrei non uscire fuori tema ma la lotta rivoluzionaria per me è la faccenda che sta al fondo di tutte le altre storie individuali e collettive. Qui il tema è la prole. Averla o non averla. Con o senza. Mi viene da dire che la parola prole è l’incipit del sostantivo proletariato e dell’aggettivo proletario.

Certo, meno figli si fanno e meno classe proletaria si può ritrovare in giro, per organizzare lotte di classe contro i padroni. Mentre parlo, mi chiedo se la prole possa essere un plusvalore simile a quello della produzione industriale e mercantista. Ci devo pensare ma già vedo che si tratta di un problema di organizzazione del lavoro, anche in camera da letto e nell’alcova, così come in fabbrica tra i lavoratori.

Fare un figlio è un certo lavoro. Tirare su i figli comporta impegno, fatica e dedizione, per di più senza orario. Io non ho contribuito, da questo punto di vista, con carne della mia carne ma le madri di famiglia mi sono sempre state care. Alle madri proletarie toccava di fare un doppio lavoro, il lavoro in fabbrica e il lavoro in casa come madri di famiglia.

Sono nata in Polonia, quando questa terra faceva parte dell’Impero Russo. Era il 1871. Erano passati ventitré anni dalla pubblicazione del Manifesto di Karl Marx. Nel 1889, i Lever avevano messo in produzione quel sapone Lux di cui dicevo prima e tanti altri prodotti per la cura cosmetica del corpo.

L’università l’ho fatta a Zurigo e lì ho conosciuto i miei primi compagni, quelli che poi sono diventati compagni di partito. C’era tanto da studiare sui sacri testi, per prepararsi all’attività politica e all’idea della rivoluzione permanente dopo aver superato l’ipotesi moderata del riformismo sociale.

Anche nei vostri anni Settanta la tiravate lunga e tardi con riunioni di collettivi politici ma poi facevate baldoria, con le vostre ragazze compagne militanti. C’erano le femministe accanite. C’erano le brigatiste armate e pronte al combattimento. Le brigatiste non facevano figli, così come le Amazzoni del Mito. Con la mia storia personale di donna si fa in fretta.

Dopo l’università, mi sono risolta a un matrimonio di comodo, con un uomo che si chiamava Gustav Lubeck. Così ho potuto prendere la cittadinanza tedesca e trasferirmi a Berlino, per darmi da fare in politica. Di quel marito finto, ho perso subito le tracce. Non conservo memoria di una speciale luna di miele. La luna di miele era il momento nel quale una ragazza doveva perdere la verginità e risolversi al concepimento.

Nella restante ventina d’anni che mi sarebbero rimasti da vivere, ho avuto due fidanzati. Uno era Leo, l’altro era Konstantin, ma non c’è tanto da dire. Due uomini che non potevano star dietro alla giornaliera frenesia della mia militanza. Volendo, la parola militanza farebbe rima con la parola gravidanza ma non nel mio caso. Mi avevano affibbiato un soprannome antipatico: Rosa la Sanguinaria.

Credo di essere stata una Rosa coraggiosa, così com’era stata coraggiosa la Rosa di Federico Garcìa Lorca: La rosa non cercava la rosa, immobile nel cielo cercava altra cosa.

Il corpo di Federico Garcìa “Rosa” era stato fucilato da una squadraccia fascista e poi gettato in una fossa comune. Della sua rosa comunista e omosessuale non si è ritrovato nulla.

Io Rosa, ho dato la vita per la causa della rivoluzione proletaria. Io Rosa, trovo nelle rose la consolazione per l’incompiuta rivoluzione. Sono Rosa, siamo rose e sebben che siamo donne paura non abbiamo.

Rifarei tutto quello che ho fatto, passo dopo passo. Riscriverei tutto quello che ho scritto punto per punto, nella ricerca di tutte le vie possibili capaci di dare al proletariato e alle masse una speranza di autogoverno reale e solidale. La mia immaginazione femminile l’ho dedicata tutta a una possibile figurazione della rivoluzione, come forma di liberazione totale dallo sfruttamento della classe operaia e contadina.

Se la Rivoluzione d’Ottobre avesse preso piede anche nel resto 64 65 d’Europa, pure voi nel vostro tempo vi sareste trovati meglio. Nel vostro tempo capitano stranezze che neppure noi comunisti militanti e internazionalisti ci saremmo potuti figurare.

A Mosca, proprio davanti al Mausoleo di Lenin in Piazza Rossa, i Vuitton avevano eretto un padiglione a forma di baule o di borsone, per farne un centro commerciale. Una borsa è una borsa, una borsa, una borsa – avrebbe detto Gertrude Stein, se avesse visto quello scempio. Per fortuna, era stato sbaraccato.

Lenin, nel 1909, mi aveva mandato una copia del suo libro Materialismo ed empireocriticismo. C’era una sua dedica autografa per me, ma non credo che fosse l’incipit di un corteggiamento. Con lui abbiamo discusso molto e anche litigato a proposito della sua idea fissa sulla autodeterminazione dei popoli.

Io ho sempre desiderato che la vera rivoluzione potesse acchiappare anche la Polonia, la Germania e l’Austria. Sarebbe stato un bel contagio.

Nella vita delle donne, le borse hanno una grande importanza. Voi Lunàdigas sostenete che le borse delle donne senza figli siano diverse dalle borse delle donne che figli ne hanno fatto. Parlo delle borse della spesa e anche delle borse da passeggio. Io non perdevo tempo né con le une né con le altre. La borsa di una donna è come una casa portatile. Ci sono dentro camere, bagno e tutto il resto. Pochette, sofà e separé non hanno mai fatto per me.

Di cucina e di ricette non ho mai saputo un granché, a differenza di quella Alice B. Toklas famosa come cuoca e come amante di Gertrude Stein. Trovate l’una e l’altra nel loro doppio monologo.

Se i miei femori non fossero stati tanto malandati, forse sarei riuscita a scappare da quell’agguato mortale. Quelli che mi hanno aggredita per strada a Berlino, non erano scippatori. Non mi hanno chiesto o la borsa o la vita. Oltretutto non avevo una borsa al braccio.

Puntavano dritti al mio corpo rivoluzionario e l’hanno fatto fuori. Ancora nessuno sa dire come abbiano fatto esattamente. Io lo so ma non ve lo dico. Sarebbe troppo cruento. Erano tipi socialdemocratici integralisti, integralisti e fanatici come quei monaci parabolani che avevano fatto a pezzi Ipazia di Alessandria.

Nel 1897, mi era stata concessa la cittadinanza tedesca. Succedeva tre anni prima dell’inizio del Novecento. Ormai ero una donna in rivoluzione. Dicendo questa parola magica mi viene in mente che l’unica rivoluzione che abbia fatto il suo corso è stata la rivoluzione sessuale, quella che ha avuto a che fare con la liberazione del corpo, intendendo per corpo soprattutto quello delle donne. Io, quella liberazione non l’ho conosciuta.

Non so se di me donna si potesse dire che avevo una bella figura o una bella presenza. Potevo anche piacere ma per me non è mai stato un chiodo fisso.

Ai miei tempi, erano i treni a tenere unita l’Europa, anche se questa era divisa in nazioni contendenti e pronte a farsi la guerra. Anche la rivoluzione sembrava marciare come un treno in corsa ma poi si è fermata su un binario morto.

In fondo, anche io sono stata una specie di monaca, anche se antagonista e rivoluzionaria. “L’ornamento è delitto”, diceva Adolf Loos architetto, nel primo dopoguerra. Lo pensavo anche io e non mi sono mai ornata di orpelli o gioielli. La rivoluzione è una forma di alterazione della condizione sociale generale.

Nessuno mi ha mai chiesto se io sia stata lesbica. Non risponderei in ogni caso. È una mia zona d’ombra come quella della rinuncia alla maternità. Dico solo che le mie zone d’ombra sono ben rosse di un rosso carminio e canino, come quello delle carnose rose canine. Ombre rosse. Non è facile addentrarsi. Sono come nebbie. Nebbie rosse, come il deserto quando è rosso.

Anche il sol dell’avvenir non riesce a infiltrarsi e a fare luce completa.

Forse, sto facendo filosofia o poesia.

Chissà se le donne Lunàdigas invecchiano peggio o meglio delle donne che sono state madri, per una o più volte nel corso della loro vita lavorativa e riproduttiva. Lascio a voi l’ardua sentenza.

Nel 1899 avevo dato alle stampe Riforma sociale o rivoluzione. Una bella alternativa. Ho dato la mia preferenza alla seconda delle possibilità ed è stato come partorire con soddisfazione di tutto il corpo, utero compreso, per quanto fosse chiuso come un’ostrica. Non saprei decidere se l’idea seminale della rivoluzione parta dalla testa o dalla pancia.

Sono stata molto amica di Luise moglie di Karl Kautsky il mio grande compagno di militanza marxista integralista. Con lui ci ve- 66 67 devamo spesso, per discutere e programmare azioni politiche. Con lei ci scrivevamo lettere, da donna a donna. Mentre scrivevo a lei, pensavo a Konstantin Zetkin ma con affanno e tormento. Lui è stato un mio fidanzato ma non ne vorrei parlare. Ho sempre detestato il revisionismo riformista. Roba da donnette con borsette.

Ho sempre creduto nella forza di quella creatività incarnata nel corpo delle masse operaie. Una forma di maternità collettiva, a suo modo.

C’era la guerra in trincea, quando ho fondato la Lega Spartachista, dalla quale poi è nato il Partito Comunista Tedesco. In quel periodo, sono stata incarcerata, per i motivi che potete immaginare. Stando in galera, ho elaborato un’altra antinomia, partorendola in Socialismo o Barbarie.

Era la metà di gennaio del 1919, quando mi hanno sequestrata e assassinata. Succedeva dopo uno sciopero che sembrava una vera rivolta e sommossa di popolo.

Novanta anni dopo, “Der Spiegel”, annunciava, a titoli cubitali e capitalisti, che il mio corpo assassinato non era il cadavere sepolto al cimitero di Berlino. Il mio vero cadavere comunista si troverebbe all’Istituto di Medicina Legale dell’Ospedale Charitè, sempre a Berlino. La prova sarebbe che questo cadavere nascosto conserva il mio femore malformato congenito. È la mia firma autografa.

Intanto che si indaga e si rovista nella mia vita, ogni anno a metà gennaio, sfila un grande corteo in memoria di me e di Karl Kautsky.

A cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, avrei avuto l’età giusta per avere un figlio. Ero trentenne, ben istruita e determinata. Non è capitato o non l’ho voluto far capitare? Magari, sarà per un’altra volta, quando ci rimetteremo in strada per una nuova rivoluzione. Temo che succederà in quel vostro futuro, neanche tanto remoto, quando i figli li faranno i robot e gli androidi, amandosi algoritmicamente.

Grazie, per tutte le vostre lunatiche cose e per tutte le vostre rose. Le rose non bastano mai. Ve ne mando un altro paio. Sono rose di Dino Campana, anche lui poeta in forma di rosa.

In un momento / Sono sfiorite le rose / I petali caduti / Perché io non potevo dimenticare le rose /

Le cercavamo insieme / Abbiamo trovato delle rose / Erano le sue rose erano le mie rose.

State in campana anche voi, perché ci risarà bisogno di noi rose lunatiche e rivoluzionarie… prima o poi.

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