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Lunàdigas. Cenni A Uno Sguardo Antropologico.

Lunàdigas. Cenni a uno sguardo antropologico.

Guido Orange con la sua testimonianza ci regala uno sguardo antropologico sulla scelta di non avere figli, tra opinioni personali e analisi dei meccanismi sociali e delle ragioni storiche che ancora oggi fanno percepire la mancata maternità (ma anche per certi versi la mancata paternità) come una condizione contro natura.

1. Attorno alla questione dell’avere/non avere figli si concentrano molte delle questioni fondamentali del vivere e dell’essere: essere filosofico, antropologico, religioso, se non altro nella sua dimensione temporale (diacronica o dinamica): la mia/nostra discendenza, come proiezione verso il futuro (sia della specie umana che della mia etnia e mia personale), quasi in contrapposizione – e a volte non è un paradosso – alla generosità di una proiezione disinteressata verso gli altri. I figli segnano la scansione del tempo storico, epicamente misurata in generazioni; sono l’affermazione dell’esistere traslato nel tempo, che solo nei figli e nei figli dei figli oltrepassa e dunque in qualche modo vince la morte.

Ovviamente la formalizzazione culturale – dalla ricchezza espressiva dell’Antico Testamento della Bibbia giudaico-cristiana a quella dei poemi pre-omerici fino ai grandi autori della letteratura classica e contemporanea – ci aiuta a parlare dell’avere figli, del rapporto padri/figli, delle scelte connesse a tali temi senza dover creare figure nuove. Per restare nella cultura giudaico-cristiana la vicinanza tra Dio e gli uomini si rende comprensibile proprio nel rapporto tra Dio padre e suo figlio Gesù.

Tuttavia l’epoca attuale, caratterizzata da una salutare secolarizzazione e da una costante e sistematica rimessa in discussione di punti solo apparentemente fermi che ci vengono dal passato, ci obbliga a interrogarci anche sulle questioni connesse al generare figli in un modo più personale, legato alle mie scelte e a quelle di ciascuno di noi, riconsiderando daccapo (e sottoponendo a vaglio critico) tutta quella vasta gamma di aspetti che necessariamente accompagnano il mettersi in atto della fisiologia riproduttiva della specie umana – il mio ruolo di padre, madre, figlio, figlia, con tutto il carico di aspettative, responsabilità, relazioni che tra padri/madri e figli si vogliono stabilire e quelle che davvero si stabiliscono – aprendo la strada a molte possibili diverse risposte individuali, diverse anche da quelle collettive e – soprattutto – da quelle attese, ponendo in nuova luce l’aspetto della scelta individuale deliberata e consapevole che, non senza sforzo, si emancipa e cresce, fino ad assumere la capacità di porsi in una relazione matura, direi dialettica, con il portato collettivo (della specie, dell’etnia e di quello strumento intermedio della vita sociale che chiamiamo famiglia).

2. Non mi è per niente facile pensare alle ragioni di chi decide di non avere figli. E di chi lo fa come l’espressione di una scelta deliberata (dunque non come risultato della non programmabilità della propria vita o per effetto di circostanze specifiche come l’assenza di un partner, sterilità/impotenza, ecc.).

Per me la libera scelta di non avere figli è un atto anomalo, che si pone al di fuori della normalità e che proprio per questo tocca sul vivo – forse anche in un modo apertamente provocatorio e destabilizzante – una delle questioni più centrali dell’esistenza adulta sia dell’uomo che della donna, punto focale e di incrocio tra loro di almeno quattro aspetti distinti ed importanti della vita: (i) la finalità biologica della sessualità, (ii) l’organizzazione della famiglia, (iii) una riconsiderazione (esaltazione) della mia condizione di figlio e (iv) il superamento della morte – riorganizzando ciascuno di essi secondo una logica originale e atipica e mettendo così allo scoperto il tema della mia identità nei confronti delle forme usuali della vita umana.

Se davvero il fatto di non avere figli è una mia libera scelta (per quello che questo significa) e non – come a volte può capitare, di una giustificazione che do a posteriori di come è andata la mia vita – significa che ho deciso (con la piena consapevolezza delle conseguenze di un simile atto, il coraggio e la forza d’animo per misurarmici e, probabilmente, per un particolare ordine di priorità cui intendo orientare le mie scelte) di dare un significato “diverso” da quello ritenuto corrente a ciascuno degli aspetti di cui ho detto:

  • innanzitutto alla mia sessualità, accentuandone il carattere di separatezza dalla funzione riproduttiva. Tale distinzione è stata e resta ancora uno degli assi portanti dell’emancipazione femminile, della laicizzazione della vita, della modernizzazione dei costumi (anche dei maschi). È anche un gesto di coraggio, forse anche di estrema sincerità, che cerca una maggiore chiarezza esistenziale. Oltre a fronteggiare e sfidare una costruzione culturale molto pesante e paludata, sulla quale è arroccata la versione corrente della morale (ci si sposa per avere figli), la scelta di non averne ridefinisce in modo sostanziale i rapporti con il mio partner, di certo accrescendo il valore intrinseco dell’affettività che intercorre tra me e lui ed azzerando, consapevolmente, la possibilità che la nostra intesa amorosa possa servire da base per generare ed accogliere dei figli (che sono – nel nostro caso potrebbero essere ma non sono – l’espressione e il frutto del nostro amore); di conseguenza la sessualità che intercorre tra noi sarà più libera, bella e ricca in sé, più giocosa, generosa e disinteressata in questa sua dimensione orizzontale, anche perché priva (privata) di quelle finalità diverse da sé stessa, che tendono a renderla strumento di trasmissione della vita. Non è un aspetto privo di molteplici conseguenze psicologiche, relazionali, pratiche: il sesso inteso come una relazione di godimento e piacere che nasce, ha luogo e si conclude tra noi due e solo tra noi due, il perimetro del benessere che genera resta cioè circoscritto a nient’altro che me e te, con la possibilità di percorrerlo ed approfondirlo senza dover tenere in considerazione il suo possibile significato per altri soggetti (ad eccezione, ma sarebbe tutto un altro discorso, della nostra capacità di avvantaggiarcene per una nostra migliore relazione comune con gli altri);
  • se davvero decido di non avere figli vuol dire che decido, scientemente e volutamente, di interrompere alla mia generazione il ripetersi di quelle relazioni fondanti che sono i rapporti padre/figlio, madre/figlio, genitori/figli da cui si origina la dimensione trans-generazionale, schema di riferimento normalmente organizzato attraverso la famiglia, sul quale si basa il meccanismo della crescita e formazione dei nuovi esseri umani, processo necessario per tramandare la discendenza umana. Con una simile rinuncia ridefinisco sostanzialmente il mio ruolo sociale, demandando ad altri la funzione genitoriale. Scelgo cioè di non impegnarmi a mia volta nella creazione di nuove persone, attraverso la definizione iniziale dei loro rapporti interpersonali. Non ingaggio partita su questo piano. O anche, come spesso avviene, la riassumo ma in altre forme, di solito meno dirette e coinvolgenti, nei confronti di figli non miei, che non ho generato fisicamente, in diversi contesti formativi ed educativi (scuola, associazionismo, praticantato professionale). Se scelgo di assumermi responsabilità come educatore di figli altrui, imposto la relazione trans-generazionale su basi di libera scelta, gratuità, responsabilità non diretta. In ogni caso non avendo figli preferisco sottrarmi a un “ruolo” genitoriale che non sento come obbligatorio e, di conseguenza, imposto la mia vita senza aprire tale fronte di relazione;
  • senza avere figli do anche un valore ultimativo alla mia relazione con mio padre e con mia madre. Restando – e scegliendo deliberatamente di restare – per tutta la vita solo il loro figlio/figlia, l’elemento discendente, dipendente (relativamente più determinato che determinante) della relazione. Certamente non mi privo di un mio margine di manovra, ma comunque sempre e solo in relazione a un padre/una madre che mi pre-esistono. Una scelta volontaria di restare figlio/figlia a vita, senza mai assumere in prima persona anche la ulteriore responsabilità di genitore (ed eventualmente di nonno/nonna). Il che mi porta necessariamente a organizzare memoria, affetti, rielaborazioni di relazioni trans-generazionali in una dimensione più circoscritta, unidimensionale, orientata verso il passato, e pertanto meno aperta a quella ridefinizione, implicita nel farsi novità, futuro, proiezione verso il dopo del mio rapporto con un figlio/una figlia, alla costruzione di tale relazione dalla parte del genitore rispetto al figlio;
  • è infine atipica, fuori della “normalità” del vivere, la dimensione temporale che viene definita dalla mia scelta di non avere figli. Il senso della mia vita senza figli si rapporta maggiormente all’arco della sua sola durata, concludendosi con la mia morte, senza avere dunque gli obblighi di lasciare eredità, morali o materiali che siano (insegnamenti, esempi, modelli), a persone di mia diretta discendenza. È una prospettiva del tempo – e del rapporto con esso – profondamente diversa dal desiderio di sopravvivere in qualche modo, incentrata su punti fermi molto più concreti, assai distanti da quelli del padre/madre che sa di poter affidare alla sua discendenza almeno una parte del senso della sua esistenza, una proiezione di sé oltre la fine della propria vita. Scegliendo di non avere figli io – magari per il fatto di non sentirmici portato, adatto, indicato ad averli, non volendo assumere tale responsabilità – decido di affidare ad altri (tanto, si può dire, ce ne sono sempre abbastanza, la storia umana non si esaurisce di certo nella mia) l’impegno a far proseguire la vita umana nel tempo. Rinuncio così all’affermazione “proprietaria” di un mio specifico contributo alla discendenza, a proiettarmi oltre attraverso mio figlio. Rinunciando a questa dimensione acquisto la libertà di impegnare la mia vita per sé stessa, per il suo valore intrinseco, per il mio mettermi in gioco qui ed ora, senza rinvii.

Non avere figli è un comportamento ben noto, che è sempre esistito, basato sulla negazione di qualcosa di apparentemente essenziale, per sostenere invece l’affermazione (in particolare su basi religiose o di primato della professione e della ascesa nella carriera di talune gerarchie) di un altro e diverso modo di vivere, minoritario e ugualmente legittimo. Astenersi (in negativo) dall’avere figli può essere in qualche modo paragonato al decidere di non compiere uno degli atti “normali” della vita, come mangiare e bere e avere relazioni sessuali finalizzate alla procreazione, per sostenere invece (in positivo) l’affermazione di una determinata causa. Un simile comportamento ha – o quantomeno può avere – un valore “costruttivo” di scelta, di affermazione di qualcosa d’altro, sostenuto attraverso la deliberata negazione di un comportamento comune.

Essere genitori non è più sentito come un obbligo sociale (come in passato) ma una libera scelta, individuale e da assumere con il proprio partner, da compiere solo se ci si sente portati.

In ogni caso la scelta di non avere figli è un comportamento che si sta diffondendo e affermando, di cui (ed è certamente un bene) si parla molto di più e più liberamente di prima – metà delle donne senza figli sarebbero childfree by choice; la non-paternità è ugualmente diffusa (anche se meno messa a fuoco, in linea del resto con la maggiore difficoltà di elaborare sulle scelte maschili) – anche per gli evidenti aspetti demografici e socio-economici del fenomeno della denatalità occidentale e delle specifiche forme di vita (welfare, assistenza alla maternità, giovani coppie, genitori-single, famiglie, ecc). In tale contesto si afferma anche il principio di responsabilità secondo cui essere genitori non è più sentito come un obbligo sociale (come in passato) ma una libera scelta, individuale e da assumere con il proprio partner, da compiere solo se ci si sente portati. (Qui si potrebbero affrontare anche, ma si tratta di riflessioni che vanno in altre direzioni, il tema della paternità/maternità a prescindere dal partner, che apre a sua volta la questione dei diritti dei figli ad avere un padre e una madre, quello delle adozioni anche monogenitoriali e delle procreazioni assistite).

Chi non segue l’atteggiamento corrente si deve in qualche modo sentire in obbligo di giustificarsi se non addirittura scusarsi, avere motivazioni da opporre e la forza d’animo di assumere una posizione controcorrente.

4. Non avere figli è dunque una scelta diversa altrettanto lecita – che suona come un dire di no, in modo consapevole, almeno per quanto riguarda me, alla ripetizione (e accettazione) del solco tracciato dalla tradizione atavica (culturale, filosofico-letteraria, consuetudinaria) che finora, nella maggior parte dei casi, è stata considerata incontrovertibile, da seguire indipendentemente da cosa si pensa al riguardo, contro la quale pochi e poche avevano finora avuto la determinazione di riconoscersi e dirsi apertamente contrari. Pesava in questo senso il condizionamento della morale corrente, con la quale nella maggior parte dei casi si riproduce il nostro esistere collettivo: indipendentemente dalle inclinazioni personali, chi non segue l’atteggiamento corrente si deve in qualche modo sentire in obbligo di giustificarsi se non addirittura scusarsi, avere motivazioni da opporre e la forza d’animo di assumere una posizione controcorrente. Tutto ciò non vale più in modo assoluto, in larga misura è venuto meno l’autogiustificarsi dei comportamenti comuni, diventa più lecito e richiede meno coraggio dissentirne senza sentirsene penalizzati.

Il progresso della libera scelta di non avere figli – e di sostenerne apertamente le ragioni – sembra infatti essere entrato, anche se da poco, nella gamma delle opzioni socialmente accettabili. Se non voglio non vengo più stigmatizzato a priori, o almeno molto meno di prima.

Il punto sta quindi oggi nel definire un modo comune per consolidare il fatto che non si tratta più di associare necessariamente ad una simile scelta un carattere negativo, di sfortuna, di riduzione e menomazione rispetto a un esito e un destino visto come scontato (il tema di come viene affrontata la infertilità maschile e femminile, il ricorso alle adozioni come compensazione di tale “mancanza” anziché come scelta), come invece è stato in passato ed ancora è per i molti che compiangono la privazione di chi non ha figli.

Si tratta forse di riflettere di più e meglio anche sul tema del non sentirmi portato/portata ad avere figli, non averne la predisposizione, non essere interessato/a ad impegnarmi in questo senso e non per questo a sentirmi menomato, ridotto, incompiuto. Non tutti hanno né debbono necessariamente avere la vocazione ad essere genitori.

Riconoscere la naturalità della scelta di non avere figli senza ricorrere solo a simili giustificazioni deve invece ancora crearsi appieno la sua area di legittimazione, la sua solidità intrinseca di scelta possibile ed accettata.

5. Ma – come già accennato – quando rifletto sulla scelta di non avere figli lo faccio riferendomi solo a una scelta in negativo (non avere qualcosa) oppure penso che con questo diniego si voglia piuttosto fare più spazio nella propria vita per affermare qualcosa di diverso? E, se non mi sento di avere la vocazione a fare il genitore, che cosa voglio invece cercare di affermare? Cosa posso dire a questo proposito (sia pure nell’ambito di un discorso condotto solo a questo livello di genericità e indeterminatezza)?

Se ho una vocazione religiosa tutti mi comprendono più facilmente: per un sacerdote, monaco, suora che si dedicano a una vita mistica, di contemplazione o anche solo di attività pastorale (che in molti casi esclude il matrimonio, la famiglia, la prole), la scelta deliberata di non avere figli viene accettata. È un qualcosa di conosciuto in tutte le religioni (anche nel senso inverso, di religiosi che abbandonano la scelta intrapresa perché in un momento successivo sentono invece prevalere l’urgenza dell’amore e, spesso, dei figli ad esso connesso, rinunciando ai voti che avevano assunto).

Oppure, con altrettanta se non addirittura maggiore facilità, si giustifica una affermazione individuale, una libera scelta di dedicarsi a una carriera professionale, artistica, di lavoro, fortemente motivante e nella quale non si vogliono ritagliare gli spazi, le energie, il senso necessario per praticare la genitorialità.

Riconoscere la naturalità della scelta di non avere figli senza ricorrere solo a simili giustificazioni deve invece ancora crearsi appieno la sua area di legittimazione, la sua solidità intrinseca di scelta possibile ed accettata.

Si tratta di una scelta laica, che rivendica il diritto a far prevalere – e ad esaltare – il proprio io qui ed ora, che si concentra e si gioca tutto su sé stessi, in questa generazione e solo su questa, nel tempo presente, circoscritta e definita nell’arco della propria vita, definendo di conseguenza i propri rapporti familiari, nel senso di non voler creare una propria famiglia, se non eventualmente per la sua dimensione orizzontale, più limitata, della sola vita di coppia maschio/femmina e determinando di non volere avere una propria discendenza, rinunciando cioè alla creazione di un “noi” esteso a dei figli, mediante una struttura familiare riprodotta ancora una volta al livello della propria generazione.

Una scelta ancora piuttosto difficile da far accettare tranquillamente, contraria al “senso comune”, con la quale si vuole evidenziare l’essersi voluti distaccare per scelta, “in positivo”, in piena e libera coscienza dal ragionamento corrente, dalla “normale” e dunque “naturale” funzione biologica della riproduzione. Quale è il senso di una simile scelta?

Mentre è assai facile e probabile finire con l’essere (ancora) considerati come degli egoisti, delle persone non disposte ad offrirsi e giocarsi in quella relazione squilibrata, impegnativa, generosa, irreversibile, scomoda e paziente – ma indubbiamente anche confortante, generatrice di senso, di auto perpetuazione e di proiezione nella propria prole – che è la genitorialità (nei suoi molteplici aspetti).

Cosa ci si guadagna allora dallo scegliere deliberatamente di non avere figli? Che prospettiva si assume nei confronti della vita e della sua durata? Non è facile parlare della propria vita e del suo stesso senso. Di certo, come detto, non avendo figli si assume anche un diverso e forse più positivo e coraggioso atteggiamento nei confronti della morte, accettata (indipendentemente dalla presenza o assenza di fede) con maggiore consapevolezza.

La gestione del tempo quotidiano e delle risorse, le decisioni di vita che si compiono sono certamente influenzate da una simile scelta: con o senza figli (e nipoti) “miei” la mia vita assume di certo un diverso significato.

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