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Le Cattive Di Camila Sosa Villada. Una Recensione Di Claudia Mazzilli

Le cattive di Camila Sosa Villada. Una recensione di Claudia Mazzilli

La scrittrice argentina Camila Sosa Villada racconta i paradisi e gli inferni delle donne trans in Le Cattive

Crudo, esplicito eppure fiabesco, Le Cattive (Edizioni SUR 2021, con traduzione di Giulia Zavagna) è un romanzo orgogliosamente ibrido quanto può esserlo chi nelle classificazioni di bassa lega (quelle dei bagni pubblici) non è né maschio né femmina; è un romanzo meticcio quanto lo è la cultura argentina, dove “i neri massicci e sensuali portavano con sé la loro sofferenza di schiavi. Gli asiatici piccoli ed eleganti portavano la loro ancestrale saggezza di fronte al dolore. Gli Uomini Senza Testa facevano la coda sul marciapiede…” (p. 192). È una storia a cavallo tra Spagna o Italia e nuovo continente, “la storia felice e pornografica di un paese in cui gli uomini per bene lavorarono la terra e i nipoti degli immigrati popolarono la patria, e tutti loro insieme, gringos, neri, indios e meticci, tutti quegli uomini sarebbero bruciati pubblicamente sul rogo solo per essere andati a letto con una trans” (p. 215); è un romanzo, anche dal punto di vista letterario, al crocevia di molti sottogeneri, perché contamina autofiction e narrazione epica tipica del realismo magico latino-americano.

Dove l’io narrante è una prima persona singolare, prevale la crudezza della solitudine: il romanzo di non formazione di un ragazzo povero, cresciuto tra una madre succube e tradita e un padre perfettamente aderente al machismo latino, che va e viene e torna e tradisce e picchia e minaccia. Minaccia soprattutto il figlio per il fatto di non essere come lui: un figlio che in una tana suburbana segreta già nasconde il rossetto, i vestiti da donna e i tacchi e poi, una volta reietto, è condannato a prostituirsi per sentirsi donna e per sbarcare il lunario. Così Camila vive a modo suo, come tante trans, la sua metamorfosi unica e irripetibile e approda nella casa tutta rosa della zia Encarna, una trans di 168 anni, la mater orphanorum di tutte le trans del Parco Sarmiento, augusta, magnifica, risoluta, lurida e santa, fragile e forte quanto Ursula in Cent’anni di solitudine di Marquez o Dona Flor e Teresa Batista negli omonimi romanzi di Amado.

Così nel romanzo, fin dall’inizio, all’“io” si alterna il “noi”: le trans. Nel “noi” chi legge è cooptatə e chiamatə a integrarsi nel branco delle Cattive, a partecipare sul marciapiede alla fiera ambulante delle loro carni ambigue (depilate con ostinazione, gonfiate di silicone o di liquido motore o anche solo dalla spugna di seni posticci). E così chi legge solidarizza con il mal d’amore di tutte e ciascuna, condivide la malinconia cronica delle altre reiette senza più casa, esulta per la gioia di un pranzo di Natale non sperato, in cui le trans festeggiano tutte insieme come una famiglia, e a ciascuna tocca in dono un tovagliolo con le proprie iniziali ricamate: il nome da donna che si è scelta da sola e non quello maschile subìto alla nascita.

Chi legge si commuove per la fatica delle metamorfosi e delle retrometamorfosi più o meno allegoriche, perché c’è chi si trasforma ogni notte di luna piena in una lupa mannara, c’è chi scopre sul suo corpo piume di uccello fino a rimpicciolirsi in un volatile e chiudersi in una gabbietta, chi muore suicida, chi diventa verde e deperita e muore di Aids, chi è camaleonte, maschio di giorno e donna trans di notte – per opportunismo di classe o per codardia o per responsabilità sociali e familiari -, chi semplicemente non sopporta la propria erezione né di diventare stempiata:  il peccato di essere nata maschio e di rivedere nello specchio il volto terrificante e censore del proprio padre. Ma il noi, pur alternandosi all’io, non lo sostituisce perché avanza la solitudine della morte, nella forma dei lampioni e dei poliziotti che illuminano e mettono in fuga le Cattive, in una definitiva diaspora dal Parco Sarmiento:

“Siamo isolate. Il nostro legame era la frequenza con cui ci vedevamo, ma si indebolisce in mancanza di uno spazio condiviso. La società non può vederci insieme, per questo ci hanno cacciate dal Parco. Siamo nell’anticamera della morte, sulle rive del fiume Lete, e già ci obbligano a bere il primo sorso di quelle acque” (pp. 185-186).

E soprattutto: ogni riga dell’opera denuncia i numeri dei femminicidi (come femminicidi vanno conteggiate le morti violente delle trans, se loro stesse si sono volute donne). E ogni riga denuncia anche il familismo mostruoso, tossico e aberrante delle famiglie apparentemente perfette con la mamma e il papà in cui si consumano violenze, stigmatizzazioni, profezie che si autoavverano. Di contro, ogni riga invoca un’utopia di affetti: legittima, redime e tiene a battesimo le tante forme di genitorialità vicarie o di omo-parentalità o di mono-parentalità contro cui è facile puntare il dito in nome di un concetto astratto e ipocrita di famiglia.

Qui è il nucleo più delicato e dolceamaro di questa storia: zia Encarna trova un neonato tra i rifiuti, battezza il bambino con il nome “Splendore dello Sguardo”, lo cresce come suo, gli procura dei documenti per poterlo tenere con sé, lo iscrive a scuola, lo accompagna a scuola travestendosi da uomo, e il bambino la chiama mamma in casa e papà in pubblico, senza mai sbagliare, e disegna sé stesso fra una mamma e un papà, la zia Encarna uomo e la zia Encarna donna.

“Io pensavo a come l’amore si disintegra in ogni famiglia, ma quei due non erano una famiglia; il titolo di famiglia non bastava per loro. A unirli era un amore molto più grande, era tutta la comprensione di cui un essere umano è capace” (p. 189).

Ma anche la commedia rappresentata nel modo più perfetto e gioioso (“perché la vita da trans è una festa”, non si stanca di ripetere Sandra, una di loro, anzi una di queste noi…) è scoperta e smascherata da chi è bravo solo ad annusare le lenzuola altrui, convinto che siano più sordide delle proprie:

“L’infanzia non è compatibile con le donne trans. Per quella gentaglia, l’immagine di una trans con un bambino fra le braccia è un peccato capitale” (p. 16).

Questo è Le Cattive, romanzo quasi autobiografico di Camila Sosa Villada (La Falda, 1982), che è stata prostituta e venditrice ambulante e che, dopo gli studi di Comunicazione e Teatro, è riuscita a diventare attrice, cantante, scrittrice. Le Cattive è in corso di traduzione in molti paesi e ha ottenuto il Premio Sor Juana de la Cruz 2020, un premio che porta il nome di una suora. E ci piace immaginare che Camila abbia aggiunto anche Sor Juana al Pantheon di santi e dee citati nel libro (la Vergine Maria, la Difunta Correa, San Cayetano, la lupa di Romolo e Remo, streghe e spiriti invocati dalla sciamana paraguayana Machi Trans). Senza scandalo e senza sacrilegio.

 

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