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Io Lunàdiga, Tu Lunàdiga, Suora Lunàdiga (in Italiano E In Inglese)

Pensare all’esser madre e al senso materno, in termini spirituali           

 

 

di Nicole Rubano per Lunàdigas

“Sposa di Dio”, “madre di tutti”, “fratelli”: ma quindi anche in Chiesa c’è una famiglia? Nella “casa” di chi dedica la sua vita a Dio, chi ne fa parte, non sembra sfuggire a peculiarità specifiche basate sul genere. In effetti, la società, che include anche l’universo ecclesiastico, è dominata da schemi di patriarcato latente diffusi in ogni tipo di gruppo socio-culturale. Nello specifico, nella Chiesa, suore e preti mantengono la performatività del maschile e del femminile nei ruoli che ricoprono nel proprio percorso spirituale.

Seguendo l’immaginario sociale della donna, la suora è considerata parte del matrimonio con Dio, assumendo il ruolo di moglie e serva al cospetto di princìpi divini a lei superiori. In aggiunta, è riconosciuta, insieme alla figura della Madonna, come riferimento materno per tutti i fedeli, quasi a voler riempire la sua mancata riproduzione con un fine ultraterreno. L’immaginario sociale dell’uomo, invece, si manifesta nei ruoli del prete. Egli è l’unico protagonista dei riti religiosi pubblici, presentandosi come mediatore diretto tra i fedeli e Dio, escludendo il genere femminile. A chiudere il cerchio è, infine, la figura dei fedeli stessi, a cui ci si appella come “fratelli” durante la celebrazione, generalizzando l’intero pubblico come appartenente alla categoria maschile; allo stesso modo, la società parla di “uomini” anziché di essere umani.

Tali premesse sono fondamentali per delineare il ritratto della ‘suora lunàdiga’, perché mostrano dettagli rilevanti della vita religiosa femminile. Nello specifico, la suora sceglie il matrimonio con Dio e adotta, spiritualmente, tutti i fedeli, rinunciando all’atto procreativo, ma non alla maternità vera e propria. Infatti, la protezione materna si realizza prendendosi cura del convento o della comunità religiosa di riferimento. Molto probabilmente, ciò spiega perché la non-maternità di una suora non è sottoposta a giudizi morali esterni: la rinuncia alla procreazione è irrilevante rispetto alla scelta di diventare una madre spirituale e, per questo, la suora non è percepita come una donna incompleta.

Eppure, è così difficile ammettere che una donna sceglie tanto di seguire la vocazione divina quanto di rinunciare alla maternità, come conseguenza della sua decisione? A questo punto, si aprono due strade interpretative.

La prima, più terrena, rivela come la scelta di non essere madre sia presa volontariamente dalla suora, fin dal noviziato, per ragioni personali ed intime, come succede per tutte le lunàdigas. Al contrario di una ‘comune’ donna childfree, però, una suora lunàdiga ha la necessità di giustificare la sua decisione con le definizioni morali che il contesto religioso richiede. Nella realtà dei fatti, tuttavia, lei resta una donna senza figli che autonomamente sceglie per sé un ruolo individuale e sociale.

Invece, la seconda interpretazione, metafisica ed astratta, riconosce alla non-maternità di una suora un significato che non può essere classificato secondo i ruoli familiari proposti dalla società. La teologa Perroni parla di un “Dio a-familiare” e le tre suore gli attribuiscono “sia mascolinità che femminilità”, suggerendo che né Dio né le persone prescelte come sue mediatrici – preti e suore, inclusi allo stesso modo – hanno un’identità e un ruolo di genere. In altre parole, i servi di Dio sono destinati a svolgere un ruolo che prescinde il maschile e femminile, la maternità e la non-maternità e, allo stesso modo, la paternità e la non-paternità. Così, la rinuncia alla procreazione non è una scelta: essa non è contemplata fin dal principio nelle vite di chi è coinvolto nel mondo divino e religioso, per motivazioni che non hanno a che fare con il sociale ed il reale.

Queste due prospettive possono essere entrambe condivisibili: esse rappresentano valori personali a cui ognuno si sente legato in modo differente. In effetti, non necessariamente una lunàdiga condivide solo l’interpretazione terrena della non-maternità di una suora. Al contrario, Marinella Perroni dimostra che si può essere lunàdigas, laiche, ma anche fedeli al Regno ultraterreno e a-familiare enunciato dalla Chiesa.

E poi, sapete cosa?! Verrebbe quasi da dire che quel Dio, senza genere e performatività, sia divinamente queer!

Lunàdigas? Parliamone!

Un appuntamento per pensare e per parlare: non perdete le testimonianze dell’Archivio Vivo di Lunàdigas.

Le immagini sono tratte da testi di Hildegarde von Bingen 

I am Lunàdiga, You are Lunàdiga, Nun is Lunàdiga

Thinking about being mother and maternal, in a spiritual way

“Wife of Jesus”, “mother of all Christians”, “brothers”: and so, has the Church got its own family, too? In the ‘house’ of who dedicates an entire existence to God, no one seems to escape specific peculiarities based on gender. In fact, society, including the ecclesiastic universe, is dominated by patriarchal structures within every socio-cultural group. In other words, in the Church, nuns and priests keep their performativity of masculine and feminine in their spiritual path.

On the one hand, following female social role, a nun is considered part of the marriage with God, being a mother and a servant of divine and superior principles. In addition, she is recognized, together with Mary, as a maternal support for the religious community, filling the lacked reproduction with a metaphysical aim. On the other hand, male social role is performed in a priest’s functions. He is the ‘leader’ of public rituals, being the only direct mediator between the community and God – thus, excluding any female role. Finally, the community in itself is referred as “brothers” at the beginning of the mess, generalizing the public as a male category. In the same way, society speaks of “mankind” rather than “humankind”.

These premises are fundamental in order to define a ‘lunàdiga nun’, because they offer some details of female religious life. Specifically, a nun chooses the marriage with God and the spiritual adoption of believers renouncing to procreation but not to maternity. In fact, she exercises a kind of spiritual protection on the convent and the religious community. Probably, this explains why a lunàdiga nun is not morally judged. The lacked procreation is irrelevant compared to the spiritual motherhood she exercises, and so the idea of “an uncomplete woman” disappears.

However, why is it so difficult to admit that a nun chooses to not be a mother as a consequence of following her divine vocation? Here, it seems that we have two interpretations of the story.

The former – more secular – shows that since novitiate, a nun voluntarily becomes childfree for personal reasons, as for any other lunàdiga woman. Then, she justifies her decisions with the religious moral which surrounds her. Nonetheless, she is still a childfree woman who has chosen an individual and social role for herself.

Contrarily, the latter interpretation – abstract and metaphysical -, recognizes to ecclesiastic non-maternity a special meaning, out of any social role. The theologist Perroni theorizes a “non-familiar God” and the three nuns meant him to be “both masculine and feminine”, showing how religious actors have not gender roles. In other words, God’s servants should not be linked to masculine and feminine, maternity and non-maternity, as well as paternity and non-paternity. It is not about renouncing to procreation: people involved in metaphysical roles have different aims in society.

These two interpretations are both credible since represent personal, deep values. In fact, it must not be taken for granted that a lunàdiga woman must surely be secular and reality-based concerning maternity issues. Indeed, Marinella Perroni shows that it is possible to be lunàdiga, laic, but also believer of divine principles.

And then, you know what? It seems that this God, without gender and performativity, is divinely queer!

Lunàdigas? Let’s talk about it!

A rendezvous to think and to talk. Don’t miss Lunàdigas’ Archivio Vivo.

 

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