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Io Lunàdiga, Tu Lunàdiga, LGBT+ Lunàdiga

Pensare al senso materno, oltre l’identità di genere e l’orientamento sessuale

di Nicole Rubano per Lunàdigas

Si potrebbe far presto a pensare che l’orientamento sessuale non c’entri nulla con lo stigma subito dalle donne childfree: poi arrivano le madri. Al momento del coming out, ogni lato della vita di una donna non eterosessuale converge in un disastro dovuto al fatto che non ci si può riprodurre. Ebbene sì, il problema della società etero-normata non è l’oscura (?) vita sessuale che le coppie LGBT+ hanno nel privato e – udite, udite – nemmeno l’amletico dilemma di “chi è il maschio e chi la femmina”. Alla fine, ciò che conta davvero per la società è che una persona LGBT+ non può procreare in modo naturale, come conseguenza del suo orientamento sessuale.

Non è un caso se nei dibattiti tradizionali sull’omosessualità, spesso quest’ultima viene considerata anormale poiché non è riconducibile a fini procreativi naturali. In effetti, è tutto interconnesso da una catena consequenziale per cui l’essere umano deve adempiere la funzione vitale riproduttiva e deve farlo tramite una relazione eterosessuale, come la natura suggerisce. Per questo motivo, la comunità LGBT+ va due volte “contronatura”, mettendo in discussione tanto l’assunto sulla etero-normatività, tanto quello sul necessario compimento della funzione procreativa.

Così, ecco il via all’escalation: lunàdiga etero, lunàdiga lesbica, lunàdiga bisessuale, lunàdiga transgender. In ordine crescente, dalla meno alla più eretica, indecifrabile e deviata agli occhi di tutti. Il concetto sembra suggerire che se proprio si è lunàdiga, quantomeno si potrebbe cercare di essere eterosessuale; mentre, se si è LGBT+, almeno ci si può sforzare di formare una famiglia con dei bambini. Invece, essere contemporaneamente lunàdiga e LGBT+ è un vero disastro! Si stima che per ogni lunàdiga LGBT+ che compie le sue scelte di vita seguendo la propria natura e i propri valori, viene rievocato un rogo medievale dall’altra parte del mondo (sì, tipo il butterfly effect, reinterpretato nell’era salviniana).  

Una volta evidenziato come la società lega il giudizio sulla sessualità col giudizio sull’essere lunàdiga, si può, poi, analizzare il modo in cui la stessa comunità LGBT+ reagisce a questa interconnessione. Come evidenzia il cerchio di discussione di Torino, alcune persone non eterosessuali non si privano dell’esperienza genitoriale e sventolano fiere la bandiera della famiglia arcobaleno. Per gli studi di genere, questa è una positiva dimostrazione di modelli genitoriali che superano gli schemi patriarcali del materno e del paterno quali “il padre capofamiglia” o “la mamma chioccia”. Così, le famiglie arcobaleno, in cui non coesiste un maschile ed un femminile, possono riformulare i propri ruoli educativi in modo libero e progressista.

Sebbene questa sia una vittoria per il movimento LGBT+, si rileva un problema quando la genitorialità arcobaleno è uno strumento di normalizzazione ed accettazione sociale. In altri termini, c’è il rischio che, per evitare gli elementi “contronatura” citati prima, una coppia LGBT+ tenda ad enfatizzare la normalità del proprio orientamento sessuale mostrando di essere egualmente capaci di formare una famiglia.

È esattamente qui che il dibatto di Lunàdigas offre alcune riflessioni alla comunità arcobaleno, evidenziando che non bisogna dimostrare di essere “produttivi” per far parte della società. Al di là dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere, la riproduzione non è uno passo obbligatorio per nessuno. È importante, quindi, promuovere modelli LGBT+ che non siano basati sullo “stampino etero-normativo” e sul fine riproduttivo; ed in questo, l’attivismo sociale di Laura Grasso, in Sardegna, può contribuire col dialogo ed il confronto.

Di ritorno, la comunità LGBT+ offre a Lunàdigas un motivo in più per portare avanti la causa delle persone childfree secondo un’attitudine più gender-neutral. Per prima cosa, infatti, si sottolinea come lo stigma della non riproduzione non riguardi solo donne eterosessuali cis-gender, ma anche donne cis-gender lesbiche, cis-gender bisessuali e transgender. In secondo luogo, si fanno convergere delle tematiche che sono accomunate da uno scopo comune, ovvero, in questo caso, quello di superare le aspettative della società su chi essere, chi amare e con chi diventare genitori.

Soltanto puntando su un associazionismo inclusivo e solidale, capace di movimenti childfree e LGBT+ sotto l’ombrello più grande del femminismo contemporaneo, si possono far valere le giuste cause in modo efficace. In fondo, non c’è nulla di più condivisibile della difesa della libertà. Di tutti.

Lunàdigas? Parliamone!

Un appuntamento per pensare e per parlare: non perdete le testimonianze dell’Archivio Vivo di Lunàdigas.

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