skip to Main Content
Io Lunàdiga, Tu Lunàdiga, Etica Lunàdiga

Le implicazioni morali della non-maternità

di Nicole Rubano per Lunàdigas

Il femminismo liberale ha sempre discusso dei diritti di uomini e donne secondo la dicotomia della sfera pubblica e sfera privata. Ad oggi, si pensa che, nel pubblico, sia stata raggiunta l’uguaglianza di genere, grazie alle leggi, per cui tutti gli individui sono liberi ed emancipati nella vita sociale-collettiva. Eppure, rimangono tutt’oggi irrisolti dei problemi privati che vengono trasferiti nel pubblico, tramite giudizi collettivi, manipolazioni politiche, dibattiti discriminatori.

L’aborto, per esempio, è uno dei casi emblematici in cui, la libertà privata della donna, viene riformulata, nella sfera pubblica, come un terreno da restringere, limitare e sanzionare. Anche una donna che sceglie di abortire poiché lunàdiga – quindi per una libera scelta di non realizzare la maternità – è soggetta a questa riformulazione, come se la sua libertà privata facesse paura alla collettività pubblica.

È già noto quanto, l’accanimento sulla non-maternità, non sia solo il pregiudizio di qualche madre che avrebbe voluto dei nipoti dalla propria figlia; al contrario, è parte di una definizione pubblicamente costruita sul ruolo della donna quale genitrice, donatrice di vita, protettrice della famiglia. Tutto ciò presuppone un’etica della donna, un’obbligazione morale su cosa fare per la collettività; inoltre, più uno Stato è legato alla concezione cristiana della famiglia, più quest’obbligazione diviene sacra ed inviolabile. Nel concreto, ciò implica ostacoli alla sterilizzazione tubarica, alla contraccezione intensiva e all’aborto, riscontrabili nell’obiezione di coscienza da parte del medico.

Questo tipo di morale è paradossale in un certo senso, poiché la legge si è uniformata alle esigenze delle cittadine rendendo leciti interventi come la legatura delle tube – dal 1978 – e il progresso medico-scientifico si evolve per rendere questi interventi efficaci e non eccessivamente invasivi. Tuttavia, l’approvazione bioetica è inesistente.

Al Centro Orlando di Bologna, la riflessione delle partecipanti tocca un tema delicato sulla contemporanea società capitalista, definibile col motto “produco ergo sum”. Essere produttiva, per una donna Lunàdiga, sembra una pretesa ancora più legittima e sacrificale: donare i propri ovuli, donare la gestazione, donare le cellule staminali derivate dal proprio feto abortito. Tutto per ovviare la colpa di stare al mondo senza generare qualcosa in cambio. Così, nel momento in cui si parla di commerciabilità anziché di dono, la bioetica si schiera contro la donna, sostenendo che la possibilità di vendere le cellule staminali del feto abortito sia un incentivo ad abortire per lucro.

Nuovamente, la donna è attaccata e obiettata: se non è parassita improduttiva, allora è avida sfruttatrice del feto. Eppure, se anche ci fosse il rischio di un eccessivo lucro sull’aborto, non viene considerata la reale problematica: la diseguaglianza socio-economica che, tutt’oggi, nel pubblico, penalizza le donne, ancor di più nei paesi sottosviluppati. Se una donna è disposta a lucrare sul proprio corpo – come anche nel caso della prostituzione – la società non deve giudicare immorale il suo atto, bensì le condizioni pubbliche in cui ella vive. Infatti, se tutte le donne vivessero in condizioni socio-economiche migliori, non ci sarebbe alcun rischio di un incremento degli aborti per soli fini economici.

Il beneficio economico di cui necessitano alcune donne, al contrario, è proprio la chiave con cui le politiche welfare possono evitare la commerciabilità del corpo e del feto – che sia quest’ultimo vivo o no, a seconda delle interpretazioni bioetiche. Questo, non solo risolverebbe le dispute astratte tra filosofi, ma, soprattutto, assisterebbe materialmente e psicologicamente, i percorsi delle donne in procinto di abortire, donare ovuli o compiere gestazioni per altri. Nessuna di queste azioni è, per chi la vive, una vincita alla lotteria; anzi, l’eventuale compenso economico, non compenserebbe neanche lo stress psicologico ed emotivo vissuto dalla donna.

Quindi, nel caso in cui il puro fine economico incentivi a proseguire questi interventi, si dovrebbe offrire maggior assistenza, anziché giudizi e obiezioni. Quindi, alla donna non va’ solo riconosciuta la libertà, pubblicamente, ma anche l’opportunità di esercitarla, universalmente.

Lunàdigas? Parliamone!

Un appuntamento per pensare e per parlare: non perdete le testimonianze dell’Archivio Vivo di Lunàdigas.

Vai al video relativo al Centro Orlando di Bologna.

Lascia un commento

avatar
  Subscribe  
Notificami
Back To Top