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È Un Giorno Triste Quello In Cui Il Nazionalismo Diventa Il Male Minore

È un giorno triste quello in cui il nazionalismo diventa il male minore

Claudia Mazzilli legge Confine. Viaggio al termine dell’Europa (EDT edizioni 2019) di Kapka Kassabova

Kapka Kassabova è una splendida lunàdiga cresciuta a Sofia, in Bulgaria, ma le sue origini affondano (letteralmente) nelle acque del lago di Ohrid, il cui perimetro è diviso tra i confini della Repubblica della Macedonia del Nord, della Grecia e dell’Albania. Da bambina, Kapka trascorreva le vacanze sul Mar Nero, sulla “Riviera Rossa”, da cui a nuoto era possibile raggiungere la Turchia: una spiaggia bulgara vicina alla barriera elettrificata il cui filo spinato, durante la Guerra Fredda, puntato verso l’interno e non verso l’esterno, sembrava voler vietare di uscire, invece che dissuadere a entrare. Dopo la caduta del Muro di Berlino Kapka è emigrata in Nuova Zelanda e attualmente vive in Scozia.

Abbiamo deciso di recensire Confine. Viaggio al termine dell’Europa (EDT edizioni, 2019; traduzione dall’inglese di Anna Lovisolo), un reportage narrativo che ha vinto numerosi premi letterari e giornalistici, un’opera coraggiosa che decostruisce il concetto stesso di frontiera, denunciandone l’artificialità, a partire dalla descrizione del confine tra Bulgaria, Grecia e Turchia, nei luoghi boscosi che gli antichi chiamavano “Tracia”, dove il mitico cantore Orfeo si cimenta in un’ardua sfida sulla soglia tra la vita e la morte. Quel confine separava i paesi del Patto di Varsavia (la Bulgaria) dai membri della NATO (Turchia e Grecia).

Ormai quarantenne, Kapka attraversa quelle terre liminali nei Balcani meridionali, un confine meno militarizzato e meno rigido rispetto ai tempi della sua infanzia, ma che ancora costituisce una cicatrice purulenta e sanguinante nelle attuali rotte migratorie (soprattutto dalla Siria) e nelle crisi ambientali croniche, tra paesaggi sfregiati, ecosistemi sottoposti a sfruttamenti intensivi, siti archeologici violati dal saccheggio, i cui reperti spesso viaggiano in valigette diplomatiche di cellule di Stato insospettabili (gli ori dell’ultimo zar bulgaro del XIV secolo o i tesori dei successori di Alessandro Magno).

Guerre balcaniche, due guerre mondiali, Guerra Fredda e guerre calde non sempre esplicitamente dichiarate, guerre civili, attraversamenti per spionaggio e contrabbando, colpi di Stato, “scambi di popolazioni” (le popolazioni bulgare costrette a trasferirsi in Turchia e quelle pontiche di lingua greca costrette a trasferirsi nei dintorni di Salonicco) e “cambio dei nomi” (ad esempio per cristianizzare i turchi indigeni, come avvenne nel 1986, quando in Bulgaria, per effetto della denatalità, la popolazione islamica, retaggio di cinque secoli di mescolanze ottomane, si avvicinò al 10% della popolazione totale). E ancora: deportazioni ed esodi più o meno forzati (compreso il “filo ebraico” sefardita – gli ebrei espulsi dalla Spagna alla fine del XV secolo e ormai insediati qui – “sfilato dal complesso arazzo etnico dei Balcani”, come scrive con eloquente metafora Mary Neuburger in Balkan Smoke). E soprattutto: controllo delle frontiere, in nome di una purezza della nazione da ribadire, da correggere, da ripristinare nella lingua e nelle genealogie, ma a cui le popolazioni in qualche modo sempre sfuggono, volontariamente o involontariamente. Semplicemente per natura. Perché in natura i confini non esistono: in questi cieli ogni anno passano cinquantamila cicogne, nelle loro migrazioni stagionali; attraverso queste terre scorrono fiumi, come il Veleka, nelle cui acque da tempi immemorabili le donne immergono le icone come le loro antenate offrivano ai lavacri le immagini di dee più antiche, dee di culti locali refrattari a estinguersi nonostante il cristianesimo, l’Islam o il materialismo dialettico del dogma sovietico. Costruendo il suo racconto a partire dalle testimonianze orali per restituire il punto di vista e l’immaginario dei suoi interlocutori (con un metodo d’indagine che si riconosce in Erodoto e in Ryszard Kapuściński), Kapka lascia affiorare dalle parole degli abitanti una percezione dei luoghi e una concezione della propria identità e delle proprie radici assai diverse da quella della Storia Ufficiale (o meglio delle Storie Ufficiali, perché ogni nazionalismo ha poi riscritto la Storia a modo suo). “È un giorno triste quello in cui il nazionalismo diventa il male minore” (p. 143). E quasi ogni famiglia è consapevole di avere una identità meticcia. Villaggi in cui metà dei partecipanti alla messa pasquale è musulmana, tra canti e preghiere che mescolano il greco e il bulgaro antico: gente che si sente sia bulgara sia greca sia turca sia macedone sia albanese. Ma anche romeni, russi, armeni.

Ogni comunità di queste terre di confine ha le proprie storie di attraversamenti disperati, per le più varie ragioni: amori travagliati, renitenza alla leva, incomprensioni familiari, scarsa mobilità sociale. Non solo bulgari (la maggior parte), ma anche tedeschi della DDR, cecoslovacchi, polacchi, ungheresi, ceceni, che ritenevano più semplice attraversare queste oscure foreste e questi vigneti invece che il sorvegliatissimo Muro di Berlino. Molti uccisi e sepolti in fosse anonime, altri arrestati (e altri che ce l’hanno fatta). Il pastore che saluta un altro pastore oltre il confine, in un gesto semplice di istintiva ed elementare umanità, e viene arrestato come un traditore. Perché durante la Guerra Fredda era nella Tracia centrale che si concentravano gli eserciti di Grecia, Bulgaria e Turchia, perché quell’area costituiva il corridoio più ovvio per un’invasione.

I turchi si preoccupavano dei sovietici e dei greci, i greci dei sovietici e dei turchi, mentre i bulgari si preoccupavano di tutti quanti. Zona militare per mezzo secolo, questo era il punto in cui un’ideologia finiva e ne iniziava un’altra. (p. 133)

Un libro che proponiamo immaginando che una parte della nostra comunità possa recepirlo distrattamente perché non parla di genitorialità, di famiglia e di figli. Ne siamo consapevoli. Ma aspettatevi qualche sorpresa.

In questo viaggio, in cui Kapka si pensa “cittadina del mondo” eppure sente riannodarsi i legami con la propria terra di origine (attraverso correnti sotterranee che la riconnettono alla mistica dei luoghi, non certo secondo identità nazionali pure, artificiali e posticce), la scrittrice incontra altre donne libere e giramondo che si dedicano allo studio e alla ricerca: Ioanna, cresciuta ad Atene, studentessa di letteratura anglo-americana a Belgrado, fino a quando gli Stati Uniti non avevano bombardato la città durante il conflitto in Kosovo. Come molti altri studenti, non aveva concluso gli studi e per un po’ aveva fatto l’insegnante a Salonicco, finché si era resa conto di non essere tagliata né per quel mestiere né per la vita familiare fatta di pranzi domenicali con i parenti acquisiti davanti a un orizzonte sempre più limitato. Ioanna era stata sposata con un avvocato di città a cui piaceva avere il futuro già tracciato. «Avevo trent’anni e all’improvviso ho capito che non stavo vivendo la mia vita. Ne avevo una generica già vissuta da milioni di donne»” (p. 309).

Kapka comprende perfettamente cosa provano queste donne:

Sì, lo capivo, perché dagli sguardi dei locali che bazzicavano i bar mi rendevo conto che non riuscivano a collocarmi: non ero una moglie madre e non ero una puttana, perciò che cos’ero? (p. 310)

E poi l’incontro con Zora.

Zora aveva quarantuno anni, la stessa età mia e di Ioanna. «A vent’anni ho preso coscienza, a trenta mi sono sposata e prima dei quaranta ero già vedova», disse prosaicamente […] Lei e il marito non avevano avuto figli. Sarebbe stato bello, ma non si può forzare la natura, disse, e si può anche attraversare la vita senza lasciare traccia, non credi? (pp. 319-324)

Attraversare la vita liberamente, come un mondo senza confini, senza pretendere di lasciare nei figli la traccia di una propria (inesistente) purezza e di un’identità al servizio dei nuovi nazionalismi. È qui, in questi brevissimi e fulminei passaggi, che l’opera di Kapka Kassabova lascia brillare una visione radicale, femminista e decoloniale, nella quale noi donne siamo libere di non generare figli che prolunghino un concetto di nazione tremendo, astratto, omologante, al servizio di nuove e terribili guerre o cortine di ferro.

Claudia Mazzilli

 

 

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