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Donne Che Allattano Cuccioli Di Lupo. Icone Dell’ipermaterno

Donne che allattano cuccioli di lupo. Icone dell’ipermaterno

Adriana Cavarero, Donne che allattano cuccioli di lupo. Icone dell’ipermaterno, Castelvecchi, 2023.

Adriana Cavarero scavalca le rappresentazioni luminose – e tutte patriarcali – di maternità oblative ed esplora il lato oscuro, esuberante e viscerale del dare la vita e del nascere.

Recensione di Claudia Mazzilli

La maternità, questo idillio.

Ecco la rappresentazione luminosa – e tutta patriarcale – che Adriana Cavarero aggira, indagando invece il lato oscuro, esuberante e viscerale del dare la vita e del nascere.

Alla maternità oblativa della Madonna con bambino, Cavarero preferisce la relazione madre-figlia, esplorata in un altro suo libro (Nonostante Platone, già recensito da Lunadigas) nella coppia Demetra-Kore, ma anche nel rapporto tra Antigone e Giocasta (non a caso la filosofa Marìa Zambrano, nel suo testo teatrale La tomba di Antigone, identifica utero e tomba). Il rapporto tra Antigone e Giocasta è “tremendo”. Giocasta è una iper-madre inquietante, perché madre di Antigone ma anche madre di Edipo padre di Antigone, a causa dell’incesto.

Ogni relazione madre-figlia resta essenziale, “anche se la figlia non dovesse mai essere gravida e non dovesse mai partorire” (p. 17). Dunque, contro le astrazioni del pensiero patriarcale, è nel corpo materno che avviene l’origine della nostra singolarità incarnata.

“Parlo del sentirsi madre al prezzo di espellere un frammento vivo del proprio corpo”, come scrive Elena Ferrante (La frantumaglia, edizioni e/o, 2016, p. 216), “parlo del sentirmi figlia come frammento di un corpo intero e ineguagliabile”. Perché, attraverso la maternità, la donna apprende non solo che siamo tutti carne della stessa carne, a prescindere dalla specie di appartenenza, ma la carne, nella comunione cosmica del vivente, si differenzia sempre in una carne singolare (sono riflessioni di Emanuela Coccia, Metamorfosi, siamo un’unica, sola vita, Einaudi, 2022, p. 5).

L’esperienza del parto (parola che è etimologicamente prossima a “parte”, e dunque ci parla di questa differenziazione nell’individuale e nel contingente) e della cura dell’infante ci fa scoprire l’animalità umana, ma anche l’animalità cosmica che supera il bios e partecipa della zoé infinita e inumana (o non solo umana) della rigenerazione continua del vivente. Senza, con questo, inferiorizzare la donna animale rispetto all’uomo spirituale, anzi tenendo in scacco il paradigma antropocentrico, che è sempre androcentrico. Siamo ormai oltre Simone de Beauvoir, che parlava della maternità come di una maledizione naturale, che attraverso la riproduzione vincola fatalmente la femmina umana alla Natura e alla Vita, ossia alle funzioni naturali, dando invece all’uomo il privilegio biologico di potersi dedicare ad attività creative.

Senza timore di avventurarsi in un discorso politicamente scorretto, alla ricerca delle icone dell’ipermaterno, Cavarero percorre la storia della filosofia (che da Platone, con la maieutica, con il generare idee e discorsi, si appropria del “generare femminile” in un gioco ventriloquo che però cancella il corpo femminile). Cavarero rilegge il mito (l’iper-prolificità di Niobe e la sua hybris) e il teatro tragico classico, rintraccia legami con il dionisismo e prima ancora con i culti della Grande Dea, riabilitando Marija Gimbutas, la cui eredità tuttora è ingiustamente marginalizzata nel mondo accademico.

La filosofa attraversa la scrittura delle narratrici moderne e contemporanee che hanno valorizzato un approccio esperienziale al biologico (Clarice Lispector, Elena Ferrante), raccontando un materno non rassicurante né addomesticato, un materno traboccante di vita, non sottomesso a stereotipi religiosi e sociali, che genera ma anche rifiuta di generare (Annie Ernaux che ne L’evento racconta l’aborto). Perché, scrive Cavarero citando Fanny Söderbäck e la sua rilettura di Julia Kristeva e Luce Irigaray, “il punto non è che tutte le donne siano o debbano essere madri, bensì che tutti gli esseri umani, almeno finora, sono nati da madre” (p. 28).

Culmine ragionativo dell’opera è il capitolo che le dà il titolo, tratto da un verso di Euripide: “le donne che allattano cerbiatti e cuccioli di lupo” sono le baccanti, che abbandonano lo spazio domestico e porgono le mammelle gonfie di latte a cuccioli di animali selvatici, in un’effervescenza nutritiva che le coglie immerse nella natura a sua volta prodiga di latte, vino e miele zampillanti dalla terra, senza bisogno della techne agricola antropocentrica, in un paradiso alimentare che non è oleografico, ma è travolgente, attraversato da ebbrezza estatica, eccedente ogni limite, compreso il limite che separa umano e animale non solo quando le baccanti sono nutrici di cuccioli animali, ma anche quando divengono sfrenate cacciatrici che, nella loro furia venatoria anche qui priva di techne antropocentrica, uccidono e smembrano a mani nude Penteo, scambiandolo per un leone, nella massima confusione tra umano e animale.

“L’immagine di Agave che squarta il figlio a mani nude e ne issa fieramente la testa su un bastone sembra comunque sorpassare i limiti di qualsivoglia rappresentazione misogina del materno, anzi, sembra sorpassare segnatamente i limiti di quella “maternità senza limiti” che proprio le baccanti euripidee impersonano. Spingendo l’ipermaterno oltre la sua costitutiva iperbole, il racconto viene così a toccare qualcosa di inaudito, qualcosa che va ben al di là dei consueti canoni della misoginia. Con lo smembramento di Penteo assistiamo al delirio di una iper-maternità che, per quanto già eccessiva, per così dire, eccede il suo stesso eccesso” (p. 67).

“Lungi dal collocarci al vertice di un’immaginifica gerarchia dei viventi, l’esistenza della nostra specie ha caratteri casuali, precari e transitori come quelli di tutte le specie: l’animale umano poteva non comparire sulla Terra e, plausibilmente, prima o poi si estinguerà” (p. 114).

Adriana Cavarero perviene così a una zoo-ontologia del materno “che riscatti la fenomenologia corporea della maternità dalle finzioni che l’hanno censurata o falsificata con stereotipi edulcorati accecanti” (p. 27). Inoltre riconosce al materno una funzione conoscitiva che apre spazi di riflessione sul nostro essere viventi tra i viventi, fino a spingersi verso quella che la filosofa chiama una “ecologia radicale”.

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