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Dopo alcuni anni dalla sua prima testimonianza per Lunàdigas, Nalan, giovane attivista trans, ripercorre più dettagliatamente la storia di sua madre, segnata da violenze, matrimoni forzati e continue lotte per la sopravvivenza. Attraverso il racconto della propria infanzia tra abbandono, orfanotrofio e traumi, rielabora il rapporto complesso con lei, trasformando rabbia e dolore in comprensione. Oggi, grazie al video-attivismo, Nalan afferma un messaggio di autodeterminazione, cura e possibilità di guarigione collettiva.

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Ecco la trascrizione completa del video:

NALAN: «Ciak uno. OK. Ciao.
Oggi è la prima volta davanti alla telecamera, generalmente lavoro dietro le quinte, occupandomi da tanto tempo di montaggio video. In realtà, non lo facevo da un po’. Ho dovuto cambiare un po’ post-pandemia. Ora ho ripreso a girare video con la mia fidata fotocamera.
Mi chiamo Nalan, alcune persone, alcuni dei miei amici mi chiamano con il nome assegnato alla nascita. Va bene, non è un gran problema per me, ovviamente preferisco di gran lunga che utilizzino Nalan, che amo di più. Vorrei esprimere il mio affetto per chi lo fa, ma qualcuno ha scelto un nome per me alla nascita e posso capirlo.
Riesco più o meno a comprendere e a vedere la sofferenza vissuta, sia da coloro che l’hanno causata sia da parte della mia storia, e cerco di lenire questo dolore dentro di me il più possibile. E così facendo, sto scoprendo la mia identità transgender. Non mi identifico come uomo o donna transgender, mi definisco semplicemente come persona transgender. Mi sento al di fuori di tutte dualità, fin dall’inizio ho sempre trasceso da questo binarismo. Voglio dire, sono sempre statǝ trans e continuo ad esserlo.
Ho incontrato Lunàdigas nel 2020 quando ho partecipato al QueerFest ed è lì che ho visto il documentario che mi ha molto colpito. Pensavo di poter raccontare la storia di mia madre, ma vorrei cominciare raccontando un po’ di me. Vorrei parlarvi un po’ della mia relazione con il video. Dal 2014 o 2015, da quando ho preso la videocamera con cui sto registrando ora, mi occupo di video-attivismo. Cerco di usare il video come strumento, faccio del mio meglio per utilizzarlo per persone trans, donne e animali. Cerco di dire qualcosa alla gente facendo dei video e lo faccio anche attraverso la pittura: cerco sempre di comunicare qualcosa, perché in fondo tutto ruota attorno alla comunicazione. Voglio raccontare cosa è successo e mentre racconto cerco di trasmettere quel peso nel modo meno traumatico possibile. Non so esattamente come far percepire questo peso nello stomaco. Penso che sia un dolore collettivo, che ci accomuna tuttɜ, penso che tuttɜ provino qualche forma di dolore, dovremmo scegliere bene le parole quando condividiamo e dovremmo fare attenzione al nostro tono di voce. Penso che dovremmo prestare la massima attenzione, perché ognuno è perfetto a modo suo.
Mia madre è una donna pazza, ma in qualche modo, è riuscita a trovare la sua strada in molti luoghi e situazioni, grazie alla propria volontà. È una donna che è riuscita ad affrontare i problemi della sua vita: ecco perché la rispetto tanto e le voglio molto bene. In realtà non ci siamo visti per molti anni. La sua storia è questa, ovviamente, queste cose le ho sentite da lei. Non ho avuto da lei permesso o approvazione per raccontare la sua storia, ma so che non sarà un problema se racconto queste cose. Lei dice: “Se facessero un film su di me, ne verrebbe un film fantastico”! Innanzitutto vorrei ricordarvi che non è una storia felice, una storia di lotte, ma è la storia di mia madre, e ha il potenziale per essere una storia felice, per diventare una storia meravigliosa e speciale.
A sedici anni, credo, mia madre è diventata supplente. A quei tempi, penso fossero gli anni 70, quando finivano il liceo, in Turchia i giovani potevano lavorare come insegnanti, nelle scuole del paese. Anche mia madre inizia a insegnare. In quel periodo aveva un buon rapporto con suo padre, poi suo padre muore e sarà sua madre a portare avanti la famiglia. Lo dico perché in quel periodo le ragazze venivano vendute ad altri e mia madre viene venduta quando aveva sedici anni per l’equivalente di 16.000 lire turche nella valuta di quel periodo. L’hanno venduta a un uomo sulla quarantina o cinquantina, come seconda moglie, perché la prima moglie dell’uomo, non so se l’avesse comprata o che rapporto avesse con lui, non poteva avere figli, penso per motivi fisiologici. Quindi, come seconda opzione, l’uomo decide di comprare una ragazza. Mia madre viene allontanata dalla scuola dove insegnava e viene inviata a questa persona come moglie.
Sto parlando della cultura della regione del Mar Nero, la cultura della parte settentrionale della Turchia, delle sue parti più interne, sto parlando di zone rurali lontane dalla città. Almeno il luogo in cui è nata mia madre e dove ha passato la sua infanzia, un luogo montuoso e difficile da raggiungere. Da lì viene spedita in una città chiamata Tokat, e lì arriva a casa come sposa. Ci sono usanze molto strane e interessanti di cui mia madre mi ha parlato, esistono usanze seguite quando una sposa arriva in casa. Per un po’ di tempo, non so esattamente quanto duri questo periodo, per tre mesi o giù di lì, durante questo periodo non puoi parlare, soprattutto in presenza del suocero. Solo se il coniuge ti chiede qualcosa allora puoi rispondere, anzi a quel punto è un tuo dovere. Quando dico “il suo dovere”, il dovere di mia madre era quello di servire il marito, che implicava anche fare i lavori domestici. Naturalmente anche la prima moglie vive nella stessa casa. Vivono insieme, fanno le pulizie, le faccende domestiche, lavorano nei campi… Quella donna insegna molto a mia madre, in un certo senso ha un rapporto che la lega a mia madre.
Nel corso degli anni, dà alla luce tre figli: due femmina e un maschio, o almeno questo è il sesso assegnato alla nascita. Comunque mia madre dà alla luce la primogenita a diciassette anni, la prende in braccio, cioè prende in braccio un “bambino” il cui genere assegnato è femminile. Il “mio primo amore”, dice mia madre quando ne parla. Poi dà alla luce Fatoş, il suo secondo figlio. Ho conosciuto mia sorella maggiore solo quando avevo quattordici anni. Non sono stato a conoscenza della loro esistenza per molto tempo, perché quelli che sto raccontando sono eventi legati al primo matrimonio di mia madre. Dopo Fatoş, nasce un altro bambino che si chiama Ömer. A un certo punto penso che mamma venga mandata via, oppure non lo so, forse dovrei chiedere a mia madre. Comunque è andata via, forse non poteva sopportare la situazione, non poteva vivere così. Non sono sicurǝ che sia fuggita, ma è possibile che abbia deciso di farlo. Sì, sì, ha deciso di fuggire, perché, a quanto ha detto, ha portato con sé Fatoş, il secondo figlio. Lo ha preso ed è tornata a casa della madre. La bambina invece fu tolta a mia madre e rimandata al padre.
Mia madre poi va in sposa a mio padre. Viene fatta salire su un autobus. Mio padre paga nuovamente 16.000 lire, con un vaglia postale inviato a mia nonna. Praticamente hanno venduto mia madre ben due volte! Mia madre sposa mio padre e va a vivere a Çanakkale. A quel tempo, papà viveva in un villaggio bellissimo, dove le donne si sostenevano e si facevano del bene a vicenda. Mio padre in quel periodo si occupa di pastorizia. Poi dopo un po’ sono natǝ io, e fino ai tre anni il nostro rapporto non era troppo male. Poi naturalmente, le cose cambiano. Mia madre comincia a subire violenza da parte di mio padre, inizia ad essere maltrattata, e inoltre ha un crollo psicologico dopo la mia nascita. Prova più volte ad andarsene, ma ogni volta che ci prova, mio padre la riporta a casa. Viene picchiata con tanta violenza da finire ricoverata in ospedale. Lui promette ogni volta che non accadrà mai più, che non la picchierà mai più, ma continua così e alla fine… anche se è difficile, divorziano e io vengo affidatǝ a mia madre, anche se mio padre si rifiuta categoricamente di darmi a mia madre. Ricordo una volta, dopo un’udienza, in mezzo alla strada, mio padre che picchia mia madre… Ricordo che mi porta via da mia madre, mi portano da loro e mi lasciano in quella casa. Ricordo di essere statǝ abbandonatǝ a me stessǝ. Mia madre se ne va da lì, poi ritorna, si riconcilia con mio padre e lui la fa tornare. Iniziamo a vivere insieme in una casa, in un posto lontano dal nostro villaggio, dai nostri conoscenti e dai nostri parenti. Ricordo un episodio, anche mia madre lo ricorda meglio di me: mio padre mi viene a prendere e chiude mia madre a chiave dentro casa. Io sto partendo con mio padre, viaggeremo con autobus e macchine e vedo che mio padre ha paura che mia madre mi porti via. Se mia madre mi avesse portatǝ via, la famiglia sarebbe andata in pezzi. Penso che sia una paura del genere, anche se non ne sono sicurǝ, però è una paura di mio padre, non dovrebbe riguardarmi. Mi porta via e lascia mia madre chiusa in casa. Mia madre racconta che non c’è niente da mangiare in casa, che è completamente sola, chiusa a chiave, e trascorre molto tempo da sola a casa.
Sta lì sempre sola ma poi succede qualcosa: al piano di sotto c’è un gruppo di persone, ci sono degli uomini, persone riconoscibili come uomini, al lavoro con i loro camion e animali, che vanno avanti e indietro trasportando pelli di animali. Si rendono conto che mia madre è in una brutta situazione e la aiutano dandole del cibo o qualcosa del genere, le portano qualcosa da mangiare, e poi le dicono: “Sorella, ti stanno tenendo prigioniera, possiamo portarti via se hai un posto dove andare”. All’inizio mia madre non sa cosa pensare. La famiglia di mia madre è composta da suo fratello e la sua famiglia. Ci sono due donne, zia Ayşe e zia Necmiye, che io chiamo zie, le donne che amavo di più fin da quando ero bambinǝ. Vengono in mente a mia madre, e lei dice: “La moglie di mio fratello vive a Istanbul. Ho degli amici lì. Posso andare da loro, se mi portate”. Loro le dicono di prepararsi e che sarebbero passati a prenderla in serata. Mamma dice che va bene. Si fa sera, arrivano, prendono mia madre con il camion, la portano fino a un certo punto, la lasciano al terminal degli autobus e chiedono a mia madre se ha i soldi per comprare un biglietto del bus. Mamma dice: “Non ho soldi”. “Non c’è problema”, dice l’uomo. L’uomo le dà i soldi del biglietto. Mia madre dice: “Che Dio ti benedica. Addio”. Sale su un autobus alla stazione. Da una stazione di provincia mia madre va per la prima volta a Istanbul, fa la prima esperienza di andare nella metropoli. Mi piaceva molto ascoltare questa storia, mi ci riconosco. Diciamo che tutte le porte erano chiuse, lei era sola e senza speranza, e poi si trova alla stazione degli autobus di Esenler, a Istanbul, da sola. Poi improvvisamente arriva un amico di suo padre che lavora per un’azienda di autobus nel terminal del posto. Va da lui e gli dice: “Sono Emine, tu sei amico di mio padre”. Lui le dice: “Sì, ti riconosco, tu sei la figlia di Salih”. Chiama un taxi per mia madre che gli dà un indirizzo. Prende il taxi, perché con l’autobus è complicato, perché hanno nomi diversi (Istanbul ha un lato europeo e uno asiatico). Lui diceva che doveva attraversare e lei non capiva cosa significasse. Mia madre mi ha raccontato che quella persona l’ha fatta salire su un taxi, le ha pagato la corsa, lei aveva l’indirizzo ed è andata.
All’improvviso arriva in un posto dove ci sono altre due donne e immagino che si siano abbracciate, perché, come diceva mia mamma, lei ha vissuto lì a lungo e nessuno le ha detto di andarsene o cose del genere. Si sono presi cura di lei finché mamma non ha trovato un lavoro, in modo che si sentisse al sicuro.
Poi mia madre incontra qualcuno, iniziano a vivere insieme, hanno una relazione e vengono a prendermi al villaggio, perché mia madre ha sempre pensato a me, e ha sempre pensato di portarmi a Istanbul. Ho vissuto con mia madre per circa tre anni, poi ha iniziato ad avere problemi di salute e a un certo punto ha deciso di lasciarmi in un orfanotrofio. Per riassumere la questione: mia madre è venuta a prendermi dove mi aveva lasciato insieme all’uomo che ha sposato dopo mio padre. Era la prima volta in vita mia che vedevo Istanbul, ho avuto modo di visitare la città. È stato un viaggio molto lungo con mia madre. Ricordo che c’era il suo terzo marito che aveva sposato in quel periodo, e un’altra donna che era sua sorella. Mi hanno portato via da lì, credo che avessi sei anni. All’inizio, quando arriviamo a Istanbul, andava tutto bene. Dopo un po’, mia madre si separa dall’uomo a causa di una grave incompatibilità. Mia madre voleva lasciarlo perché c’erano stati episodi di violenza. C’è stato un episodio violento, non entrerò troppo nei dettagli, in seguito al quale mia madre trascorre molto tempo in ospedale. Altre persone, altre donne, si sono prese cura di me. Poi mia madre è stata dimessa dall’ospedale ed è guarita. Dopo aver vissuto con lei per un periodo, mi ha detto: “Al momento non posso prendermi cura di te, né fisicamente né economicamente. Non ho la forza di prendermi cura di te, sto pensando di mandarti in orfanotrofio. Cosa ne pensi”? Mi ha fatto una domanda molto diretta. Penso che avessi otto o nove anni e io le ho detto: “Va bene mamma. Voglio che tu stia bene. Io posso andare lì. Tu puoi restare qui. Quando ti sarai ripresa mi verrai a prendere”. Dopo di che sono andatə in orfanotrofio e sono statə abbandonatə lì, anche se aveva detto che sarebbe venuta a prendermi dopo sei mesi.
Ci sono alcuni personaggi in questa storia, per esempio mio padre, o il terzo marito di mia madre, che suscitano determinate emozioni in chi ascolta, come l’odio, per esempio, o la rabbia. Al punto in cui sono arrivatə ora, non provo questi sentimenti per nessuno, perché da un’altra prospettiva, posso vedere ciò che ha vissuto mio padre, o ciò che ha vissuto l’altra persona. È stato molto difficile anche per me, avendo vissuto tutto questo. Fortunatamente, ora posso raccontare queste cose senza odio né rabbia e posso spiegarle.
Tutto è cominciato con l’orfanotrofio, mia madre mi lascia lì e io comincio ad aspettare. Mia madre doveva venire a prendermi all’orfanotrofio dopo sei mesi. L’orfanotrofio è un luogo molto difficile, a un certo punto è come se lo Stato diventasse un tuo genitore e questo a volte può essere molto duro. In realtà non voglio dire che fosse accettabile, ma da solo lì puoi imparare alcune cose. E quando mia madre non è venuta a prendermi alla fine dei sei mesi, ricordo di aver provato per la prima volta una forte rabbia nei suoi confronti, perché sarebbe dovuta venire a prendermi e non poteva essere lì per me quando avevo più bisogno di lei. Guardandola dal suo punto di vista era una novità nella sua vita: per la prima volta cominciava a essere sé stessa. Quando veniva a trovarmi di tanto in tanto aveva un bell’aspetto. E siccome lei sembrava stare bene, ovviamente anch’io mi sentivo meglio. Se mia madre stava migliorando, significava che a un certo punto sarebbe venuta a prendermi da lì. Invece si è risposata! E non ha sposato una persona cattiva, ha sposato una brava persona, ma in qualche modo non voleva includermi. Penso di poterlo capire, almeno in parte.
Questa non è più solo la storia di mia madre. Si trasforma in una storia su me e mia madre. Anche se potrebbe sembrare una storia di rottura, non la sento come una separazione, in questo momento, perché ora vedo chiaramente che mia madre non ha scelto di darmi alla luce. Proprio come non ha scelto di dare alla luce gli altri suoi figli. Ha fatto del suo meglio con ciò che le è stato dato, ma ad un certo punto si è ricordata di sé stessa e si è risposata. Forse è stato il suo modo di lottare, forse un suo modo di vendicarsi degli uomini o della società. Forse una forma di vendetta per essere stata costretta ad avere figli. Nessuno dovrebbe essere costretto a farlo. E per me è davvero importante capirlo. Ok. Nessun problema. Anche io amo mia madre.
In seguito, ho cambiato orfanotrofio dove alloggiavo. Ho cambiato molte scuole durante quel semestre, ho conosciuto molti insegnanti, ho conosciuto molti amici. Sicuramente anche mia madre in quel periodo aveva relazioni con molte persone diverse. A me andava bene tutto questo. A un certo punto ho smesso di vedere e parlare con mia madre, perché durante l’adolescenza si prova molta rabbia. Ero furiosə, soprattutto dopo un episodio di violenza sessuale che mi è capitato. Avevo chiamato mia madre e le avevo chiesto di venirmi a prendere. È venuta anche con il marito, ma non mi ha portato via. Questo mi ha fatto arrabbiare di più, ha aumentato il mio risentimento verso di lei in quel periodo. Ma chissà con cosa lottava in quel periodo? Voglio dire, dopo gli anni in orfanotrofio, quando tutto è finito, ero in grado di reggermi sulle mie gambe e quando non ce l’ho fatta più sono andatə da mia madre. Lei mi ha detto chiaramente che avrei potuto restare lì ma che avrei dovuto trovare un lavoro per contribuire alle spese di casa e ho accettato. Abbiamo vissuto insieme per un po’, poi ad un certo punto abbiamo litigato di nuovo, poi abbiamo rifatto di nuovo pace, ma siamo rimasti separati per otto o nove anni.
C’è stato un lungo periodo in cui non ci parlavamo né vedevamo mai, un periodo che ci ha davvero logorato entrambi. Ma poi abbiamo fatto pace di nuovo. Questa è la nostra storia. A proposito, ora ci riparliamo, ci sentiamo al telefono. A proposito, si è risposata di nuovo. Penso che si sia sposata un altro paio di volte. Con “sposarsi” intendo che è andata a vivere con la persona con cui aveva una relazione. Sono sicurə che convivere le abbia insegnato molto. Ho avuto l’opportunità di incontrare alcuni di questi uomini, ho potuto constatare come fossero in grado di trasformarsi a vicenda. E continuo a constatarlo ora, d’altra parte.
Vorrei dire che alla fine della nostra separazione, dopo un lungo periodo di circa otto anni, ho iniziato a fare video attivismo, a realizzare video. Ho incontrato “Pembe hayat” (La vita rosa), ho incontrato il QueerFest, ho conosciuto Lunàdigas attraverso questo festival cinematografico e ho capito più chiaramente, realmente, che il punto non è se mia madre abbia torto o ragione. È una sua scelta. Anche la mia identità, compresa quella di genere, grazie a questo mezzo si è trasformata in un’esperienza formativa. Quindi, considerando tutto questo, alla fine ho accettato tutto questo. Ho detto a mia madre che sto bene, l’ho guardata bene e siamo a posto. Ecco. Adesso sto bene.
Attualmente sto proseguendo con la realizzazione di riprese video e continuerò a farlo. E credo che tutto andrà per il meglio. Mi auguro ad un certo punto che riusciremo a parlare di cose che prima non condividevo con mia madre. E forse potrò spiegare le cose più chiaramente, potrò raccontare…
Da qui mando il mio affetto a tutti e voglio dirlo anche a mia madre, quando guarderà questo video: “rendi bello ciò che tocchi, tu hai fatto del tuo meglio, è stata solo troppa manipolazione emotiva! Ti consiglio di evitare troppi drammi. Ti amo per quella che sei, non perché sei mia madre”. Ora riesco a raccontare questa storia senza piangere, parlandone con calma, senza sentirmi in colpa e per questo vorrei congratularmi con me stessə.
Le persone hanno il diritto all’auto-determinazione, nessuno deve essere costretto a stare insieme a qualcuno o a sposarsi, seguendo i desideri delle loro famiglie. Nessuno merita di vivere così, ognuno è perfetto e meraviglioso a proprio modo, soprattutto mia madre. Ognuno è speciale a modo suo, nessuno dovrebbe essere costretto a fare nulla né ad avere un figlio. Non dovrebbe essere consentito. Le persone possono avere figli se lo desiderano ma quando li hanno devono sapere che sono una cosa molto speciale. E nessuno merita di essere costretto. Nessuno lo merita. Nessuno.
Vorrei che tutta questa pressione e ingiustizia cessi il prima possibile, vorrei che finisca in tutto il mondo e che si costruisca una vita più bella, più unita e più libera. Vorrei costruire un mondo nuovo e allo stesso tempo proteggere gli animali e l’ambiente che ci circonda. Dobbiamo proteggere gli alberi e la natura, consapevoli che ne fanno parte anche loro. Penso che sia giusto continuare così, per quanto mi riguarda. Spero che questa forma di dominio finisca, in modo che nessuno sia obbligato a sposarsi e continuare la relazione. E anche se ci si sposa, non significa che la relazione debba continuare. Nessuna donna deve essere obbligata ad avere figli se non lo desidera.
Non so se “avere figli” sia la parola giusta. Forse è meglio “dare alla luce”. Possiamo capire il momento in cui una storia finisce, oppure il momento in cui si attraversano delle fasi buie, fumose e tortuose. Possiamo però guarire noi stessi. Possiamo rinascere, l’abbiamo sempre fatto e continueremo a farlo. Se il tema è l’amore, possiamo insegnarci a vicenda ad amare, e laddove abbiamo dimenticato come farlo, possiamo aiutarci a ricordare come si ama.
Possiamo proteggere gli animali randagi in difficoltà, possiamo aprire le case a chi è più bisognoso, se abbiamo la possibilità. Spero che insieme troveremo la forza, dentro di noi, per combattere tutto questo. E sicuramente nessuno dovrebbe essere costretto al matrimonio e nessun bambino dovrebbe essere lasciato in questa situazione.
Non siamo proprietà di nessuno. Noi esistiamo, e continueremo a esistere e a lottare, in tutte le situazioni di conflitto. Continueremo a prendendoci cura gli uni degli altri e a guarirci. È un processo che continuerà così e so che a un certo punto arriverà un momento positivo, un punto di guarigione per tutti noi, si trasformerà in un processo di guarigione e impareremo ad amare in questo modo.»

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