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Letizia, artista multidisciplinare d’origini fiorentine, innovatrice di linguaggi tra suono, immagine, performance, ragiona sulla tradizione delle lunàdigas artiste: freak come tutte le donne senza figli, grazie alla loro creatività, sono state spesso più portate a significarsi al di fuori dell’esperienza della maternità. Parlando di alcuni suoi lavori, Letizia riconosce nell’esperienza dell’arte la prima eredità che può lasciare indipendentemente dai figli.

« In Italia oggi essere una donna senza figli oggi, ieri ancora di più, ma mentre non dovrebbe forse essere un tema lo è perché di fatto ti senti una Freak. Freak, lunàdigas hanno più o meno lo stesso significato, traslato nel contemporaneo si potrebbe dire così. Sei freak perché non hai una dimensione, non hai una famiglia, soprattutto è una questione di famiglia e ovviamente la famiglia si fa quando ci sono dei figli. Magari non hai un compagno fisso, magari non hai la scansione della giornata, ti devi alzare alle 7 perché devi mandare i bambini, fare colazione e poi devi portarli a scuola e poi andare a riprenderli è una parte della giornata che per te non esiste, una parte della giornata in cui se hai un lavoro fisso vai a fare il tuo lavoro fisso dopo hai tutto un mondo di possibilità che una donna sposata e con figli potrebbe avere, ha in certi casi, ma spesso non ha. Si crea così, secondo me, una donna non inquadrabile che probabilmente in Italia ancora è meno inquadrabile: non ci sono territori da esplorare per una donna senza figli e quindi è una battaglia continua, ogni giorno devi lottare, forse non proprio lottare, perché comunque cominciamo ad essere diverse, però ti devi ridefinire in questa maniera. Ti devi ridefinire che cosa sei se non sei una mamma? che cosa sei che non sei una moglie? Devi essere qualcosa di molto forte e di molto autosufficiente altrimenti non è facile.
A parte che non sempre è una scelta quella di maternità, ovviamente ci sono casi in cui lo è, a me piace sempre pensare, penso, che in realtà non sia quasi mai una scelta, sia una cosa che ti capita; lo capisci dopo che è stata una scelta probabilmente a ritroso guardi e hai detto quella scelta non l’ho fatta, quell’altra non l’ho fatta e quindi è diventata la scelta di non avere una famiglia, per quello una donna si deve ridefinire perché è talmente segnata la strada della famiglia e dei figli – magari le donne sposate o con un figlio adesso mi odieranno – ma sembra molto molto più facile, sembra molto più facile o meno complicato con se stessi. Ti devi ridefinire davvero se non hai figli e se non hai una famiglia, devi avere qualcosa di forte da fare o da portare avanti, da essere perché non sei, specialmente in Italia, non sei una mamma e non sei una moglie.

Rilevo tante differenze, veramente una differenza fondamentale è nel ruolo della famiglia in Italia, che non è soltanto la famiglia quella dei genitori dei figli, abbiamo come sappiamo tutti un concetto vasto di famiglia che è sempre presente in qualsiasi, diciamo.

Nel mio caso, incontri persone che fanno il mio stesso lavoro, soprattutto all’estero, che si devono in qualche maniera ridefinire giornalmente e quindi è più semplice e trovi più persone come te, dico in Italia perché in Italia non c’è tra l’altro la possibilità, sempre i soliti discorsi: non ci sono i soldi, non ci sono le istituzioni che ti aiutano, non ci sono… è secondario, si lotta per la famiglia si lotta perché la famiglia possa avere più possibilità, quindi si lotta per il matrimonio gay, non si lotta mai per le donne senza figli, diciamo non si lotta mai per questa strana, anche pericolosa, poi vabbè parliamo delle streghe parliamo di tutto… quello che c’è intorno, la letteratura che c’è intorno è vastissima, comincia dalla notte dei tempi quindi, ovviamente in un paese diciamo dalle tradizioni solide come l’Italia, è ancora più difficile scardinarle e fare qualcosa di nuovo, è una cosa normalissima se vedi il contesto italiano.

La mia famiglia è una famiglia tradizionale, che proprio in questo suo essere tradizionale, mi ha indicato quello da non fare, probabilmente. Io penso così, è stata anche una reazione la mia, ovviamente, una ridefinizione, cioè non vuoi essere quella cosa lì, che poi non era neanche troppo sbagliata però te nasci con delle pulsioni, quelle pulsioni erano di staccarsi un po’ da questo modello. Ho una sorella che, pur nelle differenze, ha rifatto una famiglia tradizionale, diciamo con addirittura tre figli, noi eravamo due, quindi sì per me è stato un distacco grosso dal solco familiare ma nessuno mi ha mai chiesto niente, di questo devo ringraziare i miei genitori, nessuno mi ha mai forzato in niente, non hanno mai messo ii naso nelle mie scelte, il caso di … sì ho avuto come tutte degli uomini che volevano fare una famiglia, ma mai in maniera pressante anche perché io svicolo anche dalle situazioni di legame… devo dire che oltre a svicolare delle situazioni di legame con il figlio che è qualcosa che crei te, che è il carne ed ossa e poi va lontano, svicolo anche dalle situazioni di legame duraturo, diciamo. Svicolo? non l’ho fatto finora.

Allora c’è una tradizione di donne che possiamo dire libere, poi anche il concetto di libertà, non è che non fare figli ti porta la libertà, sei anche – come si diceva prima – è anche forse è più complicato. Quindi sei anche meno libera di fare le sue scelte, devi sempre, in qualche maniera, giustificarle o essere talmente forte della non giustificazione delle tue scelte che ti può costare molto, quindi questa tradizione che io vedo nella musica soprattutto nella musica americana, afroamericana che è quella a cui mi sento più vicina, però mi viene in mente il tuo Monteverdi cioè questa donna che non si vede madre, che si vede generatrice di qualcosa cosa che magari non è un’altra vita, magari una vita culturale o artistica, una creazione d’altro tipo, c’è sempre stata e sempre ci sarà, mi vien da dire, ed è sempre stata guardata, ammirata secondo me molto spesso è una cosa che è strana, diversa, distante ma che vedi come una cosa che ti intimorisce nel senso etimologico, cioè che ti attira anche; quindi queste donne hanno fatto nei secoli delle musiche bellissime, hanno scritto poesie bellissime, vedo tanta musica bellissima per Lunàdigas.
Molte Lunàdigas nel tempo sono state musiciste, artiste. Ci sono delle musiciste degli anni Venti, Marini, Alberta Hunter che hanno portato alla ribalta nei loro dischi questo concetto, questo personaggio della donna forte, assertiva, che non ha bisogno di uomini ma che se li prende quando vuole e che senz’altro non è dipendente da niente e da nessuno e sicuramente non fa figli. Loro sono le poetesse che mi sono venute in mente per prime, ma c’è una tradizione di poetesse di musiciste, di cantanti che trasmettono questa forza, questa individualità, questa singolarità che le distacca dalla concezione altre donne, ma ci sono anche tante artiste che sono mamme, io non le voglio mettere in due piatti della bilancia diversi, fatto sta che molte donne che hanno deciso di non fare figli e di non avere legami, molto spesso sono delle artiste o sono delle persone che vogliono creare qualcosa di alternativo – come dicevo prima – altre musiche… pensavo anche a Monteverdi, alla sua idea del solo: quando la voce sola si stacca dalla polifonia, anche questo è un concetto di singolarità espressa con forza e anche questo a parte tutta la questione delle voci femminili e maschili in ambito barocco insomma anche questo mi sembra una possibilità, un socialismo possibile per illustrare questa idea delle lunàdigas, ma poi ci sono tante cantanti jazz, mi viene in mente perché è il bacino da cui pesco più volentieri ma insomma le rocker degli anni ’60, Janis Joplin, mi sembrano tutte delle lunàdigas, delle gran lunàdigas.

[Su Stabat basta mater di L. Renzini] Allora quella è uno dei miei primi lavori, io credo che sia  del 2003, 2002, primi lavori video audio, in cui avevo, mi sembra che partecipavo a un concorso, VIDEO MINUTO a Prato; avevo fatto un processamento allo Stabat Mater di Pergolesi, audio, e avevo creato, mi era venuta questa idea, siccome era una specie di fader, che faceva come realmente fanno le orecchie quando le tappi, questo era, questo effetto elettronico sullo Stabat Mater che in realtà non avevo fatto io, ma uno con cui collaboravo, Lorenzo Brusci, l’idea era quella di restituire col suono e con l’immagine questo gesto qui, che ognuno può fare e sente interno e esterno, interno e esterno, per cui, una sensazione forte da un punto di vista, che tutti possono provare facendo così, in più ci avevo messo sopra,  questa idea del pianto del bambino, che quindi, se anche lo chiudi o apri lo senti comunque lo stesso, per cui, tutto, mi ero fatta tutto un film su questa idea, in realtà il processamento applicato allo Stabat Mater di Pergolesi, io faccio così e il pianto del bambino è mixato sopra ma non segue lo stesso processamento, per cui, mentre te vuoi chiudere e aprire, chiudere e aprire, lui comunque esiste sopra, questa era un po’ l’idea poi, vabbè, Stabat basta era un giochetto linguistico e in qualche modo, e lì, avevo, non è che avessi l’orologio biologico urlante però comunque, mi è venuto, in realtà non è che proprio l’ho pensato, è venuto più un’idea formale, che poi è diventata anche un’idea semantica.

Secondo me chi fa delle scelte un po’ radicali, come faccio io, nell’arte e anche nei modi di vita viene automaticamente tolto dall’idea ‘va bene quello può fare la famiglia, quello può fare i figli’ per cui me lo chiedono ma non in questo modo ‘quando li fai figli’? forse non me lo chiedono proprio, ecco questa è la verità! Rifacendo il percorso penso che è come se sapessero già la risposta, in realtà poi non è così. Dipende sempre dagli ambienti, da che livello di formalità c’è in quel salotto, io poi sono una persona abbastanza aperta che forza anche un po’ le situazioni, che entra dentro degli argomenti che possono anche essere tabù, sento il tabù in certi ambienti che poi di solito sono anche ambienti che hanno anche altri tabù, non proprio precipuamente quello.

Secondo me rapporto con i bambini è abbastanza, cioè io mi sento abbastanza soddisfatta, non voglio dire che essere zia è uguale a essere madre, guai!, però mi piacciono tanto i bambini, non è che non mi piacciono, non è che ho deciso di non farli perché non sento un desiderio e non ho neanche deciso di non farli. Non penso che si debba decidere se farli o non farli, penso che bisogna anche sentirsi nel momento, il fatto che bisognerebbe decidere mi sembra un po’ uno snaturare e non ho nemmeno paura di aver rimpianti quando poi non si può più farli, perché poi non è che sono ossessionata dei legami di sangue. La mia battuta tipica è ‘poi me ne compro uno’ poi magari però mi dispiacerà, questo io non lo posso sapere, ma per come ho vissuto finora, non sono una tipa che rimpiange troppo. Spero di non rimpiangere questo.

In realtà è tutto molto mio, non ho riferimenti anzi direi che mancano, se devo fare un’analisi sociologico politica, mancano riferimenti di donne, mancano a me, probabilmente ce ne sono, dico di donne quotidiane con cui condividere queste cose. Io condivido molto questo tipo di ragionamento con le mie amiche che hanno figli ad esempio, perché non vedo una grossa, almeno nelle mie amiche o in molte persone che conosco, non vedo troppo questa divisione realmente nelle cose; ovviamente sono divisioni pratiche, nella vita, io posso farmi tutti gli aperitivi che voglio e loro hanno il bambino, la mattina io posso dormire e posso fare le 5 di mattina sveglia, sono proprio differenze pratiche di abitudine di vita, poi in realtà quello che si pensa … io lo so che per avere un figlio bisogna sacrificare delle cose e averne delle altre per ora e credo che sempre non ho voluto sacrificare certe cose per delle altre.

Io continuamente esprimo idee, sono una puericultrice, no, cerco di ascoltare sempre poi io le capisco anche le mie amiche che diventano isteriche, c’è il momento che scoppiano, penso anche che io giudico un sacco e penso che è facile giudicare quando, appunto vai a letto all’ora che vuoi, ti alzi la mattina quando vuoi, non hai da portare a scuola, non hai tutta la vita organizzata però quello credo sia un’indole, che puoi riconoscere anche in altri tipi di legami: la coppia, la famiglia intesa come i propri genitori, sono nuclei che ti danno tanto ma che ti legano o ti costringono a delle modalità che io non rifiuto, le amo, ma so che non, per ora penso e ho saputo, che non le posso seguire per lungo tempo, che non le posso avere come unica forma. Ovviamente un bambino lo devi avere e quello poi rimane lì, non è passibile di cambiamento veloce, ecco una cosa come quella.

[Su Il Ballo delle ingrate_Museo Marini di Firenze di L. Renzini] Scelte non convenzionali della donna e per questo tutta la teoria delle ingrate, che poi è una teoria che è nella letteratura da Cervantes a Von Kleist cioè la ninfa, l’amazzone, la tipologia di donna che non cede all’amore, l’opposto dello stilnovo che devi corrispondere per forza, no!, e quindi, non corrispondo, non penso di essere una metà che va riempita con quell’altra metà, oppure di essere un quinto che va riempito con 3 figlioli, cioè questo essere un po’ più, guardarsi dentro, un po’ più come individui è una cosa che io sento sin da quando veramente ho l’età della ragione per cui la forza, credo, sia dell’individuo, indipendentemente maschio, femmina, io credo di essere un po’ così nel bene e nel male, comunque poi si sa, sono personaggi un po’ sovraesposti e per questo poi si dice l’artista; in realtà è anche molto faticoso essere sempre un pochino fuori dagli schemi, c’è tanta solitudine a volte però, per ora io non son riuscita a far dei compromessi.

Non a caso ho detto che ho i nipoti perché comunque io sento molto questo trasferimento anche di conoscenza di indole, di emozioni anche verso i miei nipoti. Credo che ci siano altre forme d’amore che non quelle convenzionali e io questo l’ho sempre creduto anche nei rapporti tra uomo e donna, donna e donna, uomo e uomo, per cui penso anche che sia possibile avere un tipo di rapporto non convenzionale con la generazione dopo e quindi puoi lasciare delle cose… forse anche perché appunto faccio questo lavoro allora magari pensi che puoi lasciare delle cose, anche se ti hanno vista cinque persone, magari a quelle cinque persone gli lasci delle cose. Quindi ci sono varie forme di lasciare delle eredità secondo me non soltanto quella del sangue e de… credo, poi son tutte cose che non penso tanto per cui … però mi piace ragionarne ».

 

 

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