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Federico, musicista di Porto Torres, racconta come la nascita della figlia abbia trasformato la sua vita, rendendolo più consapevole e determinato. La paternità lo ha spinto a valorizzare il turritano nella sua arte e a dare un nuovo senso al proprio percorso. Riflette infine sulle difficoltà contemporanee che frenano la nascita di nuove famiglie in Sardegna.

Questa testimonianza è stata raccolta all’interno del progetto “ANNOTU – Archivio partecipato in lingua sarda” con il contributo della Fondazione di Sardegna.

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Ecco la trascrizione completa del video:

FEDERICO: «Mi chiamo Federico Marras, ho quarantun’anni, sono nato a Sassari ma sono cresciuto a Porto Torres. Mi hanno battezzato al mare, a Balai, come dico sempre. Sono diventato padre a trent’anni circa, mia figlia Adelasia oggi ha dieci anni. Non è stata una cosa ragionata, è successo. Io non penso mai troppo, vivo la mia vita un po’ alla giornata, e vale lo stesso per mia figlia: non è stata programmata, è arrivata, ed è la cosa più bella che mi sia mai successa fino ad oggi.
Ho sempre voluto una figlia, farmi una famiglia, sposarmi, perché io vengo da una famiglia un po’ tribolata, e quindi ho sempre pensato di cercare, in qualche modo, di porre rimedio all’origine che ho avuto, cercando di creare un rapporto con mia figlia che fosse più importante, più concreto.
Diciamo che non avevo voglia di morire “vagiano”, scapolo. Ho sempre pensato di farmi una famiglia, di avere una figlia. Posso dire che c’è stato un prima e un dopo, è cambiato tutto da quando è nata mia figlia. Sembra quasi che io non sia più la stessa persona, che questa persona che ero prima di diventare padre sia qualcuno di cui mi ricordo, un ragazzino, ma non sono io. La genitorialità mi ha proprio cambiato dal profondo.
E anche il mio lavoro è molto cambiato da quando è nata mia figlia, perché ho messo a fuoco meglio ciò che dovevo fare. Lavoro nello spettacolo, faccio musica, seguo una scuola di danza, insomma sto in un settore non proprio stabile, anzi che vive di alti e bassi, di momenti di precariato. Però, a differenza di tanti altri, con l’arrivo di mia figlia non ho mollato, e anche se questo lavoro è, come dire, un po’ per aria, lei mi ha dato ancora più forza per continuare a farlo.
Poi ci son tati tanti altri cambiamenti, uno su tutti la lingua. Fino a dieci anni fa scrivevo in italiano, prima ancora in inglese. Quando è arrivata mia figlia ho capito che la dimensione più importante da raccontare agli altri è quella del cuore, quella della lingua dei genitori, della lingua nostra. Perché certi racconti, certi pensieri, si possono esprimere solo con la lingua nostra. Non si può fare in altro modo. E così ho cominciato a studiarla, questa lingua, che ho sempre sentito e parlato per la strada fin da quando ero piccolo, ma sempre un po’ ad orecchio, diciamo. Ho cercato di studiarla, di approfondirla, e di usarla nei miei componimenti, tanto che nel 2020 ho pubblicato un disco di canzoni in turritano, che ha avuto un bel po’ di riconoscimenti, sempre dalle nostre parti, a Hollywood ancora non mi hanno invitato. A Sorso sì, però, e anche in Gallura. In Sardegna, insomma. A dirla tutta anche in Italia. Anche se è strano pensarlo, le nostre cugine italiane amano questa cosa delle lingue regionali, dialetti li chiamano. Che poi la differenza tra una lingua e un dialetto è se c’è un esercito dietro, questa è una citazione. La lingua è qualcosa di istituzionale, qualcosa che va di pari passo col potere, con la politica, con gli Stati. Invece i dialetti stanno appresso al popolo, alla cultura, che poi attraverso i secoli diventano l’Italia, la Francia, che ne so. Ma prima di tutto c’erano le comunità popolari che parlavano le lingue proprie.
Facciamo una precisazione: la lingua che parlo io è il “turritano”, che è la maniera migliore per chiamarla. Il turritano è il sistema linguistico che mette dentro il sassarese, il portotorrese, il sorsese e lo stintinese, ed è anche parlato nella Nurra. Ognuna di queste città chiama la propria lingua sorsese, portotorrese, sassarese, ma tutte assieme si chiamano “turritano”. In turritano, per definire una persona che non fa figli, c’è una parola che ho già usato, e che è “vagianu”. Il “vagianu”, o “vagiana”, è una donna o un uomo che non ha avuto figli, che non si è sposato, insomma che non ha fatto una famiglia.
A casa mia hanno fatto tutti figli, tranne mio padre. Mio padre non ha figli, una cosa un po’ strana da dire, ma è così. Io ho due padri: quello che mi ha messo al mondo, che parla logudorese, che frequento e amo, e poi un altro, quello che mi ha cresciuto e che parla questa lingua. Il mio maestro di lingua madre, di portotorrese. Si è sposato con mia madre dopo la mia nascita e non hanno più avuto figli, sicché mi ha fatto da padre nonostante fosse “vagiano”, per via della donna che ha sposato quarant’anni fa, mia madre. Quindi si possono crescere figli anche da “vagianu”, diciamo così.
I bambini sono regali, sono doni. Penso che ci siano momenti in cui è più facile fare di questi regali, e altri momenti in cui invece non è possibile. Momenti determinati dalla ricchezza, dalla fame e dalla povertà. La Sardegna ha tanti problemi, oggi le persone non riescono a veder bene il futuro, mancano di prospettiva. E quindi hanno paura di mettere al mondo figli, con ragione. Però penso che meno figli ci sono, più è la miseria. In Sardegna questo lo paghiamo caro, perché non c’è lavoro, per tutti i problemi che ci sono, è una terra rapinata da tutti quelli che passano, questo dice la nostra storia.
C’è stato un momento in cui meno avevi e più figli facevi. Cioè, erano i poveri a far figli. Perché i figli erano mano d’opera, lavoravano fin da piccoli. Oggi che il lavoro è sempre più digitale, effimero diciamo, la mano d’opera non serve più, non c’è più bisogno di bambini che a dodici anni aiutano nell’orto, in casa, che portano denaro perché non si sa dove andare a prenderlo questo denaro.
Oggi si fa prima a star soli, si spende meno. Da soli è meglio, perché prima ancora dei figli non ci sono più famiglie, i rapporti tra l’uomo e la donna sono molto cambiati, sono sempre più difficili e problematici. Penso che questa difficoltà scaturisca proprio da questa paura che ci ha preso a tutti della vita, del lavoro, di cosa mai succederà nel futuro, perché non ne abbiamo idea. E così ci blocchiamo, appassiamo, presi da questo spavento, e pensiamo che star soli possa essere il modo giusto per tirare a campare.»

Turritano:

FEDERICO: «Eu mi ciamu Federico Marras, v’aggiu quarantun’anni, soggu nadu in Sassuri ma soggu crisciddu in Porthu Torra, m’hani battisgiaddu in Balai, cumenti diggu sempri eu. E m’è tuccaddu dibintà babbu candu v’abia trenta trentun’anni, me figliora, Adelasia v’ha dezz’anni.
No è isthadda una dicisioni pinsadda, è suzzessu, acchì eu no pensu mai troppu, tendo sempri a fa a la zurradda, dimmu cussì, ni la vida, e la mattessi cosa fozzu in casa, no l’aggiu programmadda chistha figliora, è giunta, ed è isthadda la cosa più bedda chi mi sia suzzessa, finz’a oggi.
Eu da sempri abìa vuruddu una figliora, fammi una famiria, una figliora e una muglieri, che è impurthanti lu mattessi, dimmu cussì, parchì eu vengu da una famiria un poggu trabagliadda, e tandu aggiu sempri pinsaddu di zirchà di, in calchi manera, di punì rimedio a la famiria mea e all’origine chi aggiu avuddu, zirchendi invece di crià una famiria, un rapporthu propriu cu me figliora chi fussia più impurthanti, più concreto.
E di cussì è suzzessu, dimmu cussì, la paraura è vagianu, no abìa gana di murì vagianu, aggiu sempri pinsaddu di fa una famiria, di fa una figliora. Lu chi possu di è chi v’è isthaddu un prima e un daboi, dimmu cussì, è ciambaddu tuttu da candu è nada me figliora. Pari guasi che eu no fussia, no soggu più la passona chi eru, e chi chissa passona chi eru prima di dibintà babbu, sia calchi d’unu che eu m’ammentu, chi aggiu cunnisciddu, un pizzinnu, ma no soggu eu. È una cosa chi m’ha ciambaddu propriu da lu prufondu, chistha genitorialità.
Si, chistha, candu è nada me figliora puru i lu trabagliu vi so isthaddi tutta una serie di ciambi, ma parchì aggiu pigliaddu, aggiu posthu a foggu meglio lu chi abìa di fa. Eu trabagliu i lu spettacolo, fozzu musica, sigu una ischola di danza, tandu un settori, dimmu così, no propriu di ferro, anzi, chi ciamba, chi vi so mamenti di difficulthai, di precariato. Ma, a differenza di althri chi cunnosciu, cu la venudda di me figliora, eu no aggiu ciambaddu rasgioni, e puru si chisthu trabagliu è un poggu all’aria, dimmu cussì, a me m’ha datu ancora più rasgioni pa sighì a praticallu.
E tandu vi so isthaddi di li impurthanti ciambi, unu su tutti la linga. Eu finz’a dezz’anni fa cumpunìa in italianu, prima ancora in ingresu. Candu è giunta me figliora, eu aggiu cumpresu chi la dimensioni più impurthanti da cuntà all’althri è chissa di lu cori, è chissa di la linga di lu babbu, di la mamma, di la linga nosthra. Parchì zerthi conti, zerthi rasgioni, si poni di solu cu la linga nosthra. No si po di in althra manera. E tandu aggiu pigliaddu a isthudià chistha linga, che aggiu sempri intesu, chi aggiu sempri fabiddaddu in carrera, finza da candu soggu minori, ma sempri un po’ ad arecci, dimmu cussì, e invece aggiu zirchaddu di isthudialla, di approfundilla, e di imprialla i li componimenti mei, tant’è chi i lu 2020, mi pari, 2021, aggiu isciddu chisthu trabaglia in turritanu, un album di canzoni, chi è giuntu a piglià un beddu poggu di riconoscimenti, i li logghi nosthri, a Hollywood no m’ha invitaddu ancora nisciunu, ma in Sossu sì, e puru in Gaddura, insomma i la Sardigna. A dilla tutta puru in Italia, puru si unu po pinsà chi no sia pussibili, inveci li nosthri surrasthri italiani amani chistha cosa di li linghi regionali, eddi li ciamani dialetti, chi poi la differenza tra una linga e un dialettu è si v’è un esercitu a dareddu, chistha è una citazioni. La linga è calchi cosa di isthituzionali, calchi cosa chi ha sempri, chi anda sempri un pari a lu puteri, a la politica, a chissi chi so gli stati. Inveci li dialetti sighini chissi chi so li populi, sighini chissi chi so li culthuri, chi poi i l’anni, andendi, i li seculi, so dibintaddi l’Italia, la Franza , lu chi voi, ma prima di tutto, prima ancora, v’erani li comunidai populari chi fabiddavani li linghi d’eddi propri. Allora, femmu una precisazione intanto: la linga chi fabeddu eu è lu turritano, chi è la manera migliori pa ciamalla. Lu turritano è lu sisthema linguistico chi poni drentu lu sassaresu, lu porthuturresu, lu sussincu, lu sthintinesu ed è puru fabiddadu i la Nurra. Ognuna di chisthi ziddai ciama la propria linga sussincu, purthuturresu, sassaru, ma tutt’umpari si ciamani turritano. In turritano pa ciamà un ommu o una femmina chi no fa figliori, si tratta una paraura chi aggiu già impriaddu e chi è “vagianu”. Lu vagianu, la vagiana, è una femina, un ommu chi no ha avuddu figliori, chi no s’è cuiubaddu, no ha posthu su famiria.
In casa hani fattu tutti figliori, dimmu cussì, ma no babbu meu. Babbu meu no v’ha figliori, che è una cosa un poggu isthrana di dì, ma è di cussì. Eu v’aggiu dui babbi: unu chissu chi m’ha posthu i lu mondu, chi fabedda logudoresu, chi amo, chi veggu sempri, e poi n’aggiu un althru, chissu chi m’ha crisciddu i li dì, e chi fabedda chistha linga, È lu masthru meu di linga madre, dimmu di cussì, porthuturresu. Eddu s’è cuiubaddu cu mamma quarant’anni fa, e no hani più avuddu figliori, tandu eddu ha fattu da vagianu ha fatto da babbu a chisthu pizzunnu chi si è avuddu pa chistha femina chi è mamma ci ha cunnisciddu quarant’anni fa. Tandu si podini puru criscì figliori da vagianu, dimmu di cussì. La paraura parò è chistha, “vagianu”.
Li pizzinni chi nascini so rigali, so doni. Eu pensu chi vi siani mamenti in cui è più faziri fazzi di chisthi rigali, e mamenti chi inveci no è pussibili. Chisthi mamenti so determinaddi da la ricchezia o da la fami, da la pobarthai. La Sardhigna è una terra con un bè di difficulthai, vi so passoni chi no sani, eu pensu chi aggia avè a chi fa cu la nosthra prospettiva, chi no v’è, chi no vidimmu. E tandu li passoni hani timori di fa figliori, a rasgioni, e tandu eu pensu propriu chi mancu siani li figliori più v’è la fami. E tandu in Sardhigna chisthu lu paghemmu caru, parchì no v’è trabagliu, pa tutti li prublemi chi vi so, è una terra chi è sempri rapinada da tutti li chi passani, i l’isthoria è sempri isthaddu cussì.
V’era un mamentu chi mancu n’avisthi e più n’avisthi figliori. Cioè, li passoni più pobari erani chisthi chi faziani più figliori. Parchì li figliori erani mano d’opera, trabagliavani da pizzinni.
Oggidì chi li trabagli so sempri più digitali, oggi chi li trabagli so sempri più effimeri, no seivi più la mano d’opera, no seivini più li pizzinni chi a dodiz’anni t’agiuddani i l’orthu, o a fa li trabagli di casa, o a purtha dinà puru in casa parchì no sai propriu indì andà a agattalli chisthi dinà. Tandu fai prima a isthattinni a la sola, acchì tuttu costha di mancu. A la sola è megliu ancora, parchì prima ancora di li figliori chi no vi so, no vi so li famiri, no vi so li rapporthi fra la femina i lu masciu, fra l’ommu i la femina, chi so sempri più diffiziri e ipasimaddi propriu. Acchì pensu che chistha difficulthai poi n’escia da chisthu ipasimu, a rasgioni, chi z’ha pigliaddu a tutti, di la vida, di lu travagliu, di chissu chi suzzedi dumani, acchì no n’avemmu idea di lu chi suzziadarà dumani. E tandu zi cancaremmu, zi cariginemmu, pigliaddi da chissu ipasimu e pinsemmu di isthà a la sola po assè la soluzioni giustha pa tirà a campà.»

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