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Nella sede del Centro Donna di Scutari, cinque donne riflettono sulle rispettive esperienze personali confrontandole con la cultura e lo stato di diritto dell’Albania. Parità tra generi fuori e dentro il matrimonio, maternità, lavoro, politica, eredità: i cambiamenti in atto in Albania non corrispondono ancora ad acquisizioni compiute da parte della società civile. Testimonianza realizzata per il progetto Archivio delle donne del Mediterraneo con il contributo di Mediterranean women’s fund – Fonds pour le femmes en Méditerranée.

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Ecco la trascrizione completa del video:

ANA: «Io personalmente sono cresciuta educata che devo pulire la casa, rispettare i vecchi, non parlare con i maschi che non sono tuo marito. Cosa che mi ha portato a essere, diciamo, una donna educata, con mentalità patriarcale. Patriarcale. Poi dopo che sono venuta al Centro Donna normalmente ho iniziato a riflettere, forse quello che mi aveva detto mia mamma non era vero, non era giusto, per dire. Così, piano piano, ho iniziato a lavorare con me stessa e a pensare diversamente che cioè io sono Ana, non sono una che piacere a mio marito, ai miei parenti di lui o miei, cioè faccio quel che penso che è giusto. E questo è venuto gradualmente, finché adesso penso che non solo io, ma la maggior parte di noi e di altre donne, possiamo decidere per noi stesse. Invece per la nuova generazione anche se dicono, anche se fanno vedere che hanno dei diritti, escono quando vogliono, anche con gli amici e tutto, io penso che non è così.»
DENADA: «Diverso da te, io ok, sono cresciuta anch’io con – diciamo – l’opinione, con l’educazione di mia madre che sì, io devo fare non tutto, però ci sono lavori che io devo fare perché sarò la signora o la responsabile dei lavori a casa; però la mia famiglia era più aperta, io non dovevo, diciamo, cambiare tanto davanti alla mia famiglia. Però sapevo che non era così per altre donne. Io sono entrata al Centro Donna sapendo che forse potevo dare un piccolo contributo per cambiare la vita delle altre donne e anche la mia vita perché io conoscevo una realtà, però non conoscevo le realtà di tutte le donne e le realtà oppure la libertà delle altre donne che non ho mai conosciuto prima.
Sì, è vero che in questi ventuno anni sono cambiate tante cose e direi che sono cambiate non soltanto per la volontà dello Stato, migliorando le leggi; la società civile è statà più presente, le donne hanno cercato di più i loro diritti.»
KUJTIME: «L’Albania è più aperta in questo momento perché tutti abbiamo visto il mondo, siamo legati…»
DENADA: «… abbiamo visto di più. Anche se è cambiata la legge o è migliorata l’implementazione della legge, sono sicura che c’è ancora tanto da fare perché fuori, ma anche vicino a noi, ci sono tante donne che sono vittime di violenza e che…»
ANA: «… hanno bisogno di aiuto.»
DENADA: «E crescono con questa mentalità. Non solo lontano, perché più lontano andiamo da Scutari e anche nelle zone rurali, questa mentalità è più presente, però anche qui davanti, vicino a noi, la mentalità è presente specialmente… nelle famiglie molto vulnerabili.»
ROZETA: «Io volevo intervenire perché il mio caso forse è un po’ diverso. Io sono nata e cresciuta in un’altra… come si dice, diciamo in una realtà completamente differente, perché mi sono sposata nel ’96 venendo da una realtà diversa che però quando mi sono sposata realmente non capivo. Ero al settimo cielo. Era il mio sogno della vita, era l’amore della mia vita. Era un compagno della mia classe all’università, che vedevo ogni giorno. Però quando mi sono sposata comunque all’inizio non capivo molto la situazione dove vivevo perché non conoscevo neanche la mentalità e la realtà della città di Scutari. Io con voi l’ho accennato diverse volte comunque perché a me piace questa mia riflessione interna perché raccontando questa mia storia comunque si capisce un po’ perché voi vivete in questa storia e non lo capite, vi sembra tutto normale. Invece per me comunque non era normale questo ruolo della famiglia, il ruolo dei suoceri, il fatto che dovevo chiedere il permesso, che dovevo chiedere se loro erano d’accordo che andassi a vedere i miei, o uscire con le mie amiche, addirittura anche il fatto di non lavorare. Per me è stato cambiare la vita totalmente quando mi sono sposata qui.
Mi ha salvato molto il lavoro. Io dicevo, anche quando mi è successo di parlare in altre occasioni, che mi sentivo a metà, una metà che doveva fare il ruolo della nuora, il ruolo della moglie per mio marito. Poverino, lui stava – come si dice – tra due fuochi perché non lo capiva. Mi conosceva molto bene perché eravamo da quasi dieci anni insieme, tra il fidanzamento e l’innamoramento, comunque era un lungo periodo. Però allo stesso tempo non poteva entrare [interferire] nella mentalità della sua famiglia, che anche lui non conosceva così profondamente perché ha sempre avuto l’amore dei genitori. E questo ha creato molte tensioni durante il nostro matrimonio. No,
tensioni che si parlavano, però si capivano perché [ti dicevano]: “tu sei diversa, noi avevamo immaginato un’altra moglie per nostro figlio, non è il modello che noi abbiamo cercato”.
E questo secondo me è il cambiamento della mentalità, però la vita è così: non so perché sono qui, perché ho sposato lui, non so ancora oggi dare una risposta, il perché non lo so ancora. Poi dopo dodici anni di convivenza insieme, ho avuto l’occasione, ho preso una decisione che non si poteva più proseguire. Ragionando adesso erano già troppi dodici anni. E poi lì da lì secondo me è iniziata la mia vita con la mia famiglia, con i figli che già erano cresciuti, uno di dodici e l’altro di cinque anni. Li ho conosciuti dopo che sono andata via da questa famiglia, fatta di persone brave però c’erano delle dinamiche che non mi andavano bene.»
DENADA: «Tua madre com’era? Tu eri una donna libera, davanti a tuo padre lei era libera? Lei decideva senza chiedere, usciva senza chiedere, diciamo oppure lei ti ha cresciuto così non essendo però così libera?»
ROZETA: «Io dopo che sono cresciuta, li ho conosciuti perché con quello che mi succedeva andavo subito da loro e gli dicevo: come mai mi avete cresciuto diversamente da queste persone che ti fanno tutte queste barriere? Io sono molto curiosa e per questo ho fatto molte scuole, formazioni; addirittura quando il mio primo figlio aveva quattro anni, sono andata a Torino a fare il master. Immaginate che ho lasciato un figlio piccolo. Se ci ripenso oggi dico che era una follia, però in quel momento ero molto curiosa, comunque volevo sapere. I miei genitori non hanno mai capito come erano questi tipi di famiglia perché noi, non dico che siamo diversi, però non capivano questa situazione, questa forza che avevano dentro, perché anche quando mio fratello si è sposato, era l’unico maschio, doveva stare con loro ed è stato solo tre anni, mi pare, tre anni e mezzo, e loro hanno accettato che andasse via, gli hanno comprato la casa; non è che l’hanno accettato con molto piacere, però non ci sono stati conflitti, erano molto pacifici.
La mia mamma era una donna molto buona, tranquilla, è stata molto vicina a noi. Il mio babbo era sempre fuori, comunque un po’ più forte. E allora mia mamma era in famiglia, ha cresciuto i figli, per diversi anni, per una decina – quindicina d’anni non ha lavorato perché eravamo quattro figli. Aveva tanto da fare. Dopo ha cominciato a lavorare. Diciamo che lei… mio pare era una figura un po’ forte, non è che le impediva… noi siamo tre sorelle, siamo cresciute, ci siamo formate fuori, non c’era bisogno di dire “non andare qui e là”… per quello non capivo. Era molto importante però imparare, sapere, fare diverse cose: oltre a imparare le lingue, fare sport perché forse anche durante il regime l’organizzazione dei bambini era un po’ più… si facevano più attività. Sì, forse era anche quello. Non avevamo neanche tempo per pensarci troppo. Forse non erano loro, era il sistema. Poi c’erano tante biblioteche con libri, non lo so, tante attività. La domenica era una giornata libera, dovevamo andare ai campi di mais, a pulire il palazzo, non lo so. Era molto un altro sistema.»
ANA: «Ragazze, va bene il diritto di uscire e di decidere, diciamo un minimo. Non so voi, però io del primo figlio sono rimasta incinta, mi hanno messo incinta. Dopo quattro anni di matrimonio, avevamo diciotto anni…»
DENADA: «Hai aspettato quattro anni?»
ANA: «Scusa, quattro mesi, non anni. Cioè non sapevo niente sulla maternità, su niente. Poi il secondo figlio, ho chiesto io di farlo perché volevo finire questo lavoro, questo obbligo. Poi il terzo, diciamo è andata metà e meta. Abbiamo deciso insieme.»
KUJTIME: «Perché hai voluto solo due bambini?»
ANA: «Era il numero perfetto, in teoria. Però la prima volta che ho riflettuto su questa cosa… perché fino a in quel momento neanche ci pensavo, era una cosa normale che il marito ti potesse lasciare incinta, era una cosa sua, anche se tutto il lavoro lo facevo io, tenere in pancia, partorire e dare vita, occuparsi di tutto… la prima volta che ci ho riflettuto è stato nel 2018. Lavoravo con una ONG italiana, come rappresentante del Centro Donna, e lì c’era una ragazza che un giorno ha detto: io ho deciso di non fare figli. Noi ci siamo visti tra noi e abbiamo detto: “Dio Santo, ma lei è pazza”. E io le ho chiesto: “ma che vuol dire? Questa decisione non deve esistere”. E lei mi ha detto: “no, ho deciso così perché voglio vivere la mia vita, senza altri impegni. Poi se faccio un figlio, vivrei per lui, non vivrei più per me stessa”. Io ho detto che era una cosa che non doveva esistere, ho detto le mie opinioni, però tante volta dal 2018, soprattutto quando i miei figli hanno dei problemi che di mi producono stress, penso a questa ragazza. Forse aveva ragione.»
ANNA: «Io appena ho compiuto quattordici anni, sono andata insieme alle suore a fare volontariato nei villaggi intorno a Scutari. I miei genitori sono stati forti, specialmente la mamma che lottava sempre per me. Erano i parenti che le dicevano: “Ah Giuseppina, stai attenta con la figlia perché è giovane, perché la mandi con gli italiani che non li conosce e diventerà suora, stai attenta”! E la mamma, che era forte, diceva: “State voi tranquilli che io sono sicura. Conosco mia figlia perché l’ho cresciuta. Le puoi andare avanti” e sempre ci diceva: “Vivete per la vita, per voi, per te stessa. Non devi vivere per gli altri, per la mentalità… perché qui da noi c’era la mentalità per cui, anche se sono cresciuta in città, la gente ti prende sempre in giro, chiacchiera dietro le spalle, ma io sono sempre stata forte come mia mamma.
Per me ogni donna che diventa mamma ha un regalo, il dono di diventare mamma. È vero che è una scelta, ma è anche un dono, un regalo, perché ci sono anche delle donne che per una occasione o per altro motivo non hanno figli; altre scelgono di non diventare mamme…. Ma comunque è bello.»
DENADA: «Ma pensi che le donne sono libere di scegliere se vogliono essere madri, specialmente quelle che hanno un marito, che sono sposate, sono completamente libere di decidere se vogliono essere madri qui in Albania?»
ANA: «Ma anche lei che dice che è stato così bello, perché è bello perché tutte lo abbiamo passato, com’è possibile che non hai fatto due, tre quattro figli?»
ANNA: «E’ una giusta domanda. Mio marito ha lavorato sempre fuori città per più di quattordici anni. Lui usciva di casa lunedì e rientrava venerdì sera. E così ho cresciuto i bambini da sola. Anche io lavoravo. Con la bambina, l’ho lasciata dopo tre mesi e sono andata al lavoro. La bambina è cresciuta con i nonni e io non vedevo giusto fare altri figli che venissero cresciuti dai nonni.»
DENADA: «Sono un’avvocata, incontro molte donne diverse, capisco molto che le donne non sono libere per le loro scelte. Non sono libere di decidere se vogliono sposarsi, se vogliono avere dei figli o quanti figli avere. Non posso dire che tutte le donne non sono libere, però la maggior parte sono frustrate dall’opinione della famiglia: avere un marito, poi quando si sposano di avere dei figli, perché se tu non fai figli c’è la paura che tuo marito divorzi. Io lo vedo con le donne che incontriamo nel nostro lavoro. Anzi, credo che è molto presente anche l’aborto selettivo.»
ANA: «Sì, abbiamo tanti casi di donne che facevano l’ecografia e dopo che vedevano che era una figlia, andavano ad abortire perché avevano già tre figlie. C’è un nostro caso, che sa anche Kujtime, un caso del quartiere dove lavoravamo: lei aveva tre figlie e il marito aveva detto “no, non puoi farne più”, però lei rimaneva incinta per l’idea di trovare il maschio. Così ha fatto tre aborti. Poi l’ultimo le hanno fatto l’ecografia e le hanno detto che era una figlia. Quando ha fatto l’aborto è uscito che era un maschio e lì c’è stato un casino terribile del marito verso i medici.
Voi siete, diciamo, della città, tutte e quattro. Io vengo dalle zone rurali. Anche se conoscete delle donne, è diverso conoscere ed è diverso essere [donne delle zone rurali]. Io penso che nelle zone rurali nessuna donna, o diciamo neanche cinque donne, possono parlare per prendere questa decisione. Cioè tu fai i figli quando il marito vuole fare i figli, o quando succede “un incidente”, come lo chiamano loro.
C’è un detto che io ho sempre odiato però che per me dimostra benissimo la mentalità delle zone rurali. “C’è la donna a letto e il tabacco sopra la tavola. Non c’è bisogno di chiedere permesso”. Che vuol dire? Se lei sta a letto con te, puoi fare l’amore, puoi fare figli, puoi fare tutto quel vuoi.»
TESTIMONE: «La questione dei diritti riproduttivi delle donne non può essere slegata da altre questioni. Per esempio Anna parlava delle donne delle campagne, delle montagne, diciamo delle aree periferiche: non hanno uno stesso accesso alle risorse. Pensiamo ancora a questa legge tradizionale dell’eredità per cui sono solo i maschi che ereditano. Le donne non ereditano in molte situazioni. Quindi com’è possibile? Non possiamo slegare un concetto di libertà da leggi tradizionali che di fatto negano nella sostanza la possibilità di libertà delle donne perché non hanno accesso alle risorse, non hanno accesso anche a un’autonomia lavorativa e quindi di fatto l’autonomia o comunque la propria vita è legata a scegliersi un marito e fare dei figli. Quindi stare dentro a quella logica lì. Allora io credo che su questo… cioè voi avete molti elementi da dire e mi piacerebbe su questo se potete dire delle cose.»
DENADA: «Di essere consapevole dei tuoi diritti e del fatto che il tuo corpo appartiene a te. Le decisioni appartengono a te. Molte donne non sono responsabili riguardo a questo, perché è mancata tutta l’informazione riguardo ai diritti. Però questo diritto è vero che non è legato soltanto con la consapevolezza, però è legato anche con altri servizi perché noi sappiamo che nelle zone rurali ma rurale manca quasi tutto, manca il trasporto, mancano i servizi sociali, mancano i servizi sanitari. Le donne non sono soltanto non consapevoli dei diritti, però non hanno neanche accesso ai questi servizi perché avere accesso vuol dire che tu puoi parlare con un medico riguardo alla tua salute, puoi discutere con altre donne riguardo a quello che pensi e come tu prendi le decisioni, di essere economicamente forzato per prendere decisione che hanno a che fare con te stessa, perché non sei d’accordo con quello che gli altri ti stanno proponendo.»
ANA: «Pensate al 2005. Mio marito è andato a fare la richiesta per la legalizzazione della casa e dopo tanti anni senza una risposta vado a chiedere nell’Ufficio e dico: “voglio un’informazione per queste legalizzazioni delle case”. E lui: “dice chi sei”? Io rispondo: “Sono Ana Mila. Ma la richiesta l’ha fatta mio marito, Luigi Mila”. E lui dice: “No, non lo puoi ottenere questa informazione”. “Ma perché”? “Perché è stato lui che l’ha chiesta”. A me è venuto a gridare forte, anche se le leggi ti fanno parte di questa eredità, se l’hai fatto dopo al matrimonio, all’istituzione manca… diciamo non manca… C’è questa mentalità maschile, cioè non è che puoi dire alla moglie: “non ti do informazione perché lui l’ha fatto”. Noi abbiamo diciamo mancanza di sensibilizzazione, non solo diciamo delle donne o delle persone che ricevono servizi, ma anche da quelli che li forniscono, c’è proprio una mentalità maschilista dappertutto.»
ROZETA: «Si dice che nella nostra cultura il marito ti dà lavoro. Tante donne, tante ragazze che non si sposano, si considerano come sfigate, comunque come le persone che non sono piaciute a nessun uomo. Loro di per sé sono buone, brave, sono arrivate comunque è una loro decisione. Ancora oggi una ragazza o una donna che a una certa età non trova marito, viene giudicata. Potrà avere degli amanti, però se non viene sposata, è considerata sfigata dalla famiglia, dalla società, dovunque si ritiene che gli manchi qualcosa.
Addirittura l’altra settimana, ero in un’iniziativa e vedevo cinque ragazzi che stavano parlando di una ragazza di trent’anni che era la loro collega, era ingegnere. Comunque dicevano, “il ticket a lei non va più bene, perché non è bella neanche per noi per avere delle relazioni perché ha compiuto trent’anni”. Immagina una ragazza a trent’anni che è ingegnera, ha tutto, un’indipendenza e il mondo maschile la considera una che non ha più interesse. Immagina a che livelli siamo noi, siamo la carne per far piacere ai maschi.»
DENADA: «Patrimonio dal marito. Ma se andiamo anche dalla famiglia di origine, questo è molto presente non soltanto nelle zone rurali. Un po’ sta cambiando qui nelle zone urbane, che anche le donne possono prendere l’eredità dei genitori, però anche qui è molto presente, diciamo, la mancanza non di informazione, ma la mancanza di volontà di dividere la proprietà tra i figli e le figlie.»
ANA: «In pratica non succede mai che una figlia prenda la proprietà dai genitori.»
ROZETA: «Mio fratello era tutta la mia vita. Ha dieci anni, dodici anni più di me, mi ha cresciuto, era il mio migliore amico. Però sulla questione delle proprietà anche lui che ha vissuto fuori, che ha fatto carriera e lavora come direttore in un cosa… ha lavorato, vive molto bene, comunque viaggia in tutto il mondo, comunque sia quando è venuto per la proprietà da dividere con le sue sorelle, io lì ho capito come è profonda questa cosa del fatto che le figlie quando sono sposate sono andate via e lui era lì, anche se non ha vissuto con i miei genitori per di più.»
DENADA: «Immagina se son troviamo il coraggio noi che lavoriamo tutto il giorno e siamo presenti, che conosciamo le leggi e sappiamo che questo è un diritto, non è una cosa che stiamo chiedendo perché lo vogliamo, ma è un diritto riconosciuto dalla legge; immagina com’è possibile che lo possano chiedere le donne delle zone rurali.»
ANA: «Anche se lì so questi diritti, mai potrò andare a prendere parte della casa di mio padre a mio fratello.»
DENADA: «Se tu avessi una figlia cosa faresti?»
ANA: «Farei lo stesso, è così profonda l’elaborazione del cervello che mi hanno fatto, che non so…»
KUJTIME: «Io penso che i giovani in questo momento sono cambiati tanto rispetto a noi, alla nostro mentalità. Sì sono più indipendenti.»
ROZETA: «Pensano più a se stessi.»
ANNA: «… specialmente quelli che lavorano. Invece per quelli giovani che non lavorano è un po’ più difficile perché i genitori li costringono a stare con loro. Gli dicono: “Ah, allora voi non lavorate, state con noi e non avete il diritto né di comprare casa né di alzare la voce”. Chi non lavora e ormai è grande, non sto parlando dei minorenni ma di quelli che hanno oltre diciotto anni, non ha nessun diritto. La situazione è un po’ difficile. Direi che dipende anche dalla situazione economica, non sono nella mentalità o la legge.»
ANA: «Ma è normale se uno non è capace di andare a vivere da solo e vive con me, è normale che le regole le metto io.»
ANNA: «Sì, ma c’è anche la mentalità che la famiglia deve tenere il maschio in casa. “Tu sei il maschio della famiglia e devi stare con noi. Prendi la tua sposa e vieni ad abitare con noi”. Io, per esempio, ho vissuto con i miei suoceri per sei anni. Dopo sei anni ho visto che era un po’ difficile perché era rientrato dall’Italia anche mio cognato ed era un po’ difficile stare tutti assieme.»
DENADA: «Tante donne sono cresciute in varie posizioni. Se andiamo al Parlamento abbiamo più donne, se andiamo al consiglio comunale abbiamo più donne, anche direttrici in varie istituzioni. Io penso che in questi anni abbiamo più donne, però, a dire la verità, per come la vedo io, questo non è soltanto per tutto il percorso che le donne hanno fatto per arrivare fino a lì. Io vedo che lo Stato ha visto l’uguaglianza di genere, questa metodologia di avere più donne in vari Ministeri, in varie Istituzioni, come un passo più facile per realizzare… per arrivare a diversi punti che hanno a che fare con rispettare la Legge e essere parte dell’Unione Europea dell’Albania.
Anche se adesso abbiamo la legge con le varie quote in diverse posizioni, anche se sempre è considerato che no donne non siamo quote, io penso che questa legge è molto importante perché se non fosse per quelle co-quote, le donne non potrebbero essere in quelle posizioni, anche se penso che, in vari momenti, forse non ci rappresentano molto bene, non fanno di tutto per migliorare la vita delle donne, non migliorano così tanto le legge; però per noi è importante che abbiamo adesso più donne e poi possiamo anche chiedere di avere più donne che hanno più voce a nome delle altre donne. Non so come la pensiate voi in questi anni.»
ANA: «Io penso, almeno anche dal punto… perché ogni pensiero per me parte dal quel che vive la persona, poi da un’opinione generale. A me hanno fatto lasciare la scuola media superiore al secondo anno, mio padre con il mio fidanzato.»
DENADA: «Hanno fatto bene, infatti.»
ANA: «… però mio padre mi ha fatto il lavaggio del cervello che non ho capito, cioè a cosa ti serve? Poi dopo, quando ho cresciuto i figli e ho iniziato a lavorare al Centro Donna, vedevo che anche quelli che facevano le pulizie avevano la scuola media superiore e io non ce l’avevo, così ho deciso di iscrivermi. Ho fatto fatica perché avevo i figli, il lavoro, mio marito che mi diceva: a cosa ti serve? e altro. E ho finito anche l’università. Questo lo dico per dire che le donne, anche per arrivare a finire la scuola, fanno molto più fatica di un maschio. Anche andare, anche prendere gli appunti e tutto. Invece quando prendono una posizione, mi dispiace tanto però la maggior parte delle donne cambiano. Non so cosa succede, soprattutto nelle posizioni politiche, perché le donne poi pensano come gli uomini.»
DENADA: «La politica le cambia.»
ANA: «Sì, è una cosa che non capisco, non accetto, ma vedo che gli uomini, quelli che prendono le decisioni, scelgono le donne che possono andare verso le loro decisioni. Ho paura che anche questo succede perché da lì loro scelgono quelli che si possono manipolare.»
ROZETA: «Questo lo vedo così anch’io. Comunque le donne che sono specialmente nella gerarchia politica, sono tutte scelte dagli uomini e sono scelte da questi modelli che vanno bene a loro. Comunque non è una decisione loro, anche se hanno fatto un percorso sono sempre al servizio degli uomini. Sto parlando di casi concreti, di quello che vedo. Perché se una donna come noi che ha fatto il suo percorso, arriverà fino a un certo punto però i nostri modelli non vengono accettati da parte della nostra società che è comunque è una società patriarcale molto forte. E lo vedo. Forse queste donne secondo me sono come dice Ana, sono molto arroganti, non fanno le cose per le donne, dimenticando il loro percorso di vita interno.
Abbiamo avuto delle occasioni anche qui, delle dirigenti che sono venute dalla società civile. E quando vai lì e chiedi qualcosa non ti considerano proprio. Comunque ti mettono in dubbio anche se sono dalla parte delle donne perché hanno supportato le donne vittime di violenza. Questo per me è stato uno shock forte. C’è ancora uno stereotipo di donna dirigente che non supporta le altre donne. E questo a me non piace, non va bene.»
DENADA: «Però le sfide che hanno le donne che fanno carriera, credo che siano abbastanza grandi e più grandi di quelle degli uomini, perché la violenza contro le donne che sono in varie posizioni importanti e più presente con le donne.»
ANA: «Violenza psicologica?»
DENADA: «Violenza psicologica, online scrivono di tutto, cercano su di te qualsiasi cosa della tua vita soltanto per offuscare la tua figura, la tua presenza. Credo che non sia così facile coprire queste posizioni e forte è questa la ragione che in quei posti ci sono non le donne più capaci, quelle più agguerrite…»
ROZETA: «Sì sì, non esiste la meritocrazia, questa è la prima cosa. E la seconda è che se una donna ha avuto le sue storie, ti prendono in giro, non dicono che è brava ma dicono che ha avuto tot. Amanti. Invece se un uomo è ina una posizione di dirigente e ha avuto, per esempio, una storia personale, questo si considera ancora un valore.»
DENADA: «Però penso che in tutti questi anni le cose sono cambiate. E le cose sono cambiate in bene, anche se noi forse non siamo molto d’accordo con le donne che ci rappresentano al Consiglio comunale oppure al Parlamento, perché come dice anche Ana, loro cambiano perché la politica le cambia. La politica cambia non soltanto le donne ma anche gli uomini perché la guerra da vincere non è facile. E io dico che quello che è importante è che adesso almeno abbiamo più donne e possiamo chiedere di avere donne forti che ci rappresentino davvero.»
ROZETA: «Secondo me non è che la politica le cambia molto, è la nostra formazione, il nostro essere interno che deve ancora formarsi per trovare queste figure veramente che seguono la meritocrazia e considerano il loro ruolo e il loro posto, parlo anche dei posti dirigenti, ma anche come rappresentanti nel Consiglio comunale, assumendo la responsabilità del dover rappresentare anche altre donne. È ancora molto superficiale questa cosa, secondo me. Non viene come una parte della rappresentanza ma come un “io”, “loro”. Io lo vedo così. Ho voluto tante volte prendere parte della decisione, siccome ho lavorato molto nella società civile, mi è piaciuto, tante volte ho avuto proposte di entrare in politica in diverse fasi della mia vita, anche nel Consiglio comunale o anche a livelli alti, come deputato. Ho impiegato molto tempo a riflettere su quello perché lo so che questa trasformazione è molto forte perché devi seguire le regole. E non sei più libero. Questo mi ha portato a tirarmi indietro. E dico che c’è ancora tanto da fare perché la donna possa rappresentare in questi organi decisivi ed essere un modello e non una pupa, una fifone, una di poco cervello e invece prendere e fare il suo lavoro con molta responsabilità.»

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