La giornalista Arjola racconta la sua storia di madre emancipata rispetto alla tradizione albanese e si confronta con l’amica Ana sull’esistenza di termini albanesi che indichino le lunàdigas, ossia le donne che non vogliono avere figli. In Albania non esiste uno specifico termine perché è inammissibile che una donna sposata non desideri la maternità.
Testimonianza realizzata per il progetto Archivio delle donne del Mediterraneo con il contributo di Mediterranean women’s fund – Fonds pour le femmes en Méditerranée.
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Ecco la trascrizione completa del video:
ARJOLA: «Io sono Arjola, sono di Scutari, in Albania. Ho quarantasei anni e ho due figli, una femmina e un maschio. Lavoro come giornalista in una televisione pubblica, qui in Scutari.
Adesso mio marito non vive più con me diciamo da nove anni. Ero… quand’è che l’ho deciso? Ma… Mi sento completa da sola, con e anche senza i figli, perché mia figlia si è sposata, mio figlio va all’università e lavora, forse lui emigrerà. Per me va bene così.
Sono una donna forte, una donna che ha sopportato di tutto. Ho avuto famiglia fin dall’inizio, da quando avevo vent’anni. L’ho creata da sola, con mio marito, ovviamente, però sono sempre stata consapevole di quello che stavo facendo, anche se ero molto giovane.
Quando ho avuto la prima figlia, non era legale l’aborto. In realtà… dei medici ti potevano aiutare se volevi abortire, ma non ho deciso di avere un aborto, non era neanche nei miei pensieri di abortire. Era un sogno per me, non capivo nulla, sapevo solo che stavo diventando mamma. Era questa l’idea meravigliosa di avere un figlio. Il mio bisogno di avere molto amore, di dare amore, di ricevere amore, di dare vita a una creatura meravigliosa. Mi sono pentita dei problemi con la mia salute, dopo il secondo figlio. Non sapevo cosa avrebbe portato dietro il mio secondo figlio. E di questo mi sono pentita. Evviva, mio figlio è meraviglioso, però ho pagato un grande prezzo, la mia vita.
Io credo che noi donne dobbiamo vivere con la verità, perché non è un peso. La verità non è un peso, il pentimento non è un peso e fare le nostre scelte non è un peso, è un diritto. Siamo creature anche noi.
Nella cultura albanese se vuoi sposarti devi diventare madre, bisogna creare la tua famiglia subito. Questa mentalità esiste ancora. Se il primo figlio è un maschio, significa che hai avuto successo, hai portato avanti la tradizione, che puoi portare avanti il cognome, ereditando le radici. Pensano che le radici passino solo attraverso i maschi e non attraverso le femmine, il che non è assolutamente vero.
Ci sono voci contrarie? Senza dubbio, c’è una parte che pensa che non avrei dovuto avere due o tre figli e qualcuno si domanda perché ho avuto figli con tutte le privazioni che ne comporta. All’inizio c’è sempre del pregiudizio, anche tra le persone che vivono nel mondo dell’arte, perché sono molto legati all’embrione materno, perché la parola “madre” è molto radicata nella cultura albanese e non solo, e le parole “donna” e “ragazza” originano da lì. Se vuoi essere madre, devi separare i ruoli di figlia, moglie e madre. Non è che non vediamo le ragazze. Con mia figlia, probabilmente, sono stata una delle mamme più emancipate. Non ero d’accordo che si fidanzasse da giovane anche se aveva trovato il compagno di vita, e ha deciso di sposarlo. Anche se non ho influenzato la sua scelta, le persone intorno a noi hanno un’enorme influenza, e questo è una cosa che noi dobbiamo continuare a cambiare. Ci vuole molto lavoro per cambiare. Credo ci vogliano decenni per cambiare un tale termine, il termine “ragazza” deve significare “ragazza” o deve rimanere “donna” e basta e lasciare che sia la donna a scegliere se essere madre o no.
Per quanto riguarda l’eredità, c’è da molto tempo in Albania qualcosa che è stato tramandato dalla cultura primitiva, ovvero che un maschio dovrebbe ereditare tutto ciò che ha un genitore. Ci sono tuttora aree in cui il figlio eredita tutto. Alle ragazze che si sposano viene data una dote, una piccola ricchezza, magari in denaro o in gioielli costosi, e pensano di avere tutto coperto così.
Oggi, almeno nella città di Scutari, le cose sono cambiate perché le leggi sono cambiate, le persone sono più istruite, soprattutto quelle che sono più emancipate capiscono che le cose sono cambiate. Mentre io come persona, sono stata emancipata da quando sono nata e lo sarà finche sarò viva. Ho diviso le cose tra noi tre equamente, a partire dalla casa in cui viviamo (attualmente vivo con mio figlio e non con la figlia). Ma qualunque altra cosa abbiamo nella nostra proprietà l’ho divisa equamente, capendo che sono tutti uguali ai miei occhi. A me non importa chi è maschio o chi è femmina: sono entrambi figli miei, entrambi sono nati da me, per entrambi il mio cuore soffre. Ecco perché meritano tutto uguale.»
ANA: «Ciao Arjola.»
ARJOLA: «Ciao Ana.»
ANA: «Come stai? Da noi c’è un temine che può descrivere le donne lunàdigas, donne che non fanno figli per una loro scelta?»
ARJOLA: «Allora, per le donne che non possono fare figli noi usiamo la parola “shterpë,” ma non si usa per le donne che non vogliono fare figli. Non credo che abbiamo una parola per le donne che non vogliono fare figli, perché non fa parte della nostra cultura non avere il desiderio di fare un figlio. Noi dobbiamo assolutamente fare un figlio!»
ANA: «Anche io non ho mai sentito o incontrato una donna sposata che però decide di non fare figli. Mai sentito!»
ARJOLA: «Ci sono queste due categorie: le donne che non possono fare figli, “shterpë,” e le donne che fanno figli. Ma non…»
ANA: «O le donne che non si sposano.»
ARJOLA: «O le donne che non si sposano.»
ANA: «Per quelle sappiamo la ragione.»
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