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Dopo dodici anni dal primo cerchio registrato dalle nostre telecamere, Lunàdigas ritorna a Firenze e documenta un secondo cerchio raccogliendo nuove testimonianze sul rapporto con la maternità tra desiderio, rifiuto e incertezza. Le donne raccontano percorsi diversi in cui la scelta di avere figli si intreccia a lavoro, relazioni e condizioni di vita. Un viaggio attraverso una visione plurale e non normativa della maternità e un affondo sulla gestazione per altri.

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Ecco la trascrizione completa del video:

CLAUDIA: «Roberta, ti ricordi? L’ultima volta che abbiamo preparato l’otto marzo con la guida della Giulia, perché lei ha sempre tante idee per andare in piazza, allora abbiamo fatto un cerchio che ci siamo presentati e lì è ritornato fuori del cerchio di sole donne. Al Melograno c’è un po’ questa cosa, chi vive qui come donna ha quasi l’obbligo di partecipare alla cena delle donne. Questa cena delle donne la facciamo quasi da vent’anni e abbiamo dato questa storia del cerchio, che è una cosa che hanno introdotto un po’ Ennio, gli americani nativi e queste cose così, che tu hai il bastone e lo fai circolare.
Per me appunto un luogo protetto delle donne, un cerchio appartiene molto alla mia cultura di donne degli anni 70, come tu dici, perché c’è un senso, perché tu appunto affronti delle tematiche e non devi fregartene che devi fare la bella o la brutta o così e si parla dell’utero e di tutte le nostre appunto menate, come ci pare a noi e purtroppo quando c’è la presenza dell’uomo è sempre diverso. E questa è una cosa molto naturale, molto importante, io mi ci trovo benissimo protetta e poi appunto ho sempre avuto, ho scelto, ho sempre vissuto nelle comunità miste e poi ho due figli maschi, ho il compagno leggendario, però appunto quello ogni tanto non ci deve essere e basta, e lo deve capire e lo deve… ha sempre accettato, capito? Così. E poi il cerchio per me è una cosa importante perché abbiamo imparato che… anche io ho molta capacità di parlare, di chiacchierare, di blaterare, la Giulia, poi chi c’è, però c’è anche sempre persone che non dicono, non ce lo fanno, non dicono niente, non perché non ce l’hanno dentro, perché noi siamo più plateali, più importanti, cioè più importanti, ci sentiamo più importanti o ci viene… mille idee e così, allora questa cosa del cerchio… a parte il cerchio è sempre una cosa protettiva, il cerchio magico e magari tu fai in mezzo anche qualche arcigogolo bellino e così, e poi sì, appunto ognuno è… anche chi vuole sempre mettere in dubbio quell’altro aspetta e poi dopo tu dici: “bisogna avere pazienza, bisogna vivere nel momento, bisogna vivere, lasciare il tempo che scorre”. Veramente è una cosa sorprendente che in questi anni che facciamo la cena delle donne abbiamo imparato bene di farlo, perché siamo un cerchio, siamo molto bravi. Per me è una cosa utilissima e poi io devo dire, sai io i cerchi li faccio dappertutto, li faccio anche intorno alle mie aiole, con i sassi, è importante, sempre!»
GABRIELLA: «L’energia è circolare, per questo il cerchio è importante in America, perché l’energia circolare non si spezza.»
VIRGINIA: «Bisogna fidarsi e affidarsi.»
GIULIA: «Partendo da questo cerchio di Lunàdigas che ho visto ripreso nel 2012, che mi era piaciuto molto, perché appunto venivano fuori delle cose molto interessanti e che erano anche divertenti, quindi questo aspetto un po’ delle riflessioni su appunto come vengono viste le donne che non hanno figli dalle donne che hanno figli, sono tutta una serie di rimbalzi identitari in conseguenza di questa cosa… Comunque allora io non avevo figli e poi dopo invece l’ho avuto e devo dire che appunto come cosa è stata scelta e sì, posso dire che non è che mi sono pentita né niente, però sicuramente pone delle… La Nina mi ricorda che ho un figlio, mi sembrava di avere detto sì, comunque se non è stato chiaro sì, un figlio maschio, vabbè quindi in questo senso qui io trovo che è vero per esempio una cosa che veniva fuori e che a me mi ha colpito molto in Lunàdigas è che sì, il figlio diventa una priorità assoluta rispetto alla vita di una donna. Una priorità assoluta perché c’è la responsabilità di avere messo al mondo un’altra persona e in questa società spesso non hai lo spazio per viverti questa priorità assoluta in maniera rilassata e per questo ti spingono spesso ad avere una dinamica molto nevrotica rispetto a questa esperienza. E questo lo trovo un’ennesima, come si dice, ruberia fatta a danno delle donne da parte del capitalismo. Nel senso noi si deve riuscire a fare tutto, tutto e anche di più. Nel senso noi si deve fare i figlioli, si deve allevarli bene e si deve lavorare, si deve fare i soldi, si deve avere gli amanti, si deve essere belle, si deve avere l’orgasmo per forza e tutte queste cose sembrano il successo massimo, invece però, avendo ventiquattro ore una giornata, tutte queste cose, io personalmente, alla mia età adesso di quarantadue anni così, mi pare veramente stressante.
E quindi in questo senso qui… in Lunàdigas c’era l’ultimo, mi sembra, dialogo molto carino, nel documentario dove c’era appunto una donna che diceva all’altra donna, una donna che non aveva avuto figli, che probabilmente era la sua compagna, che diceva all’altra donna che aveva avuto figli, che diceva, eh però veramente quando poi l’altra decide di avere figlio, te poi per sempre sarai il secondo punto, non sarai mai più il primo, perché il figlio prende questo spazio di priorità rispetto proprio a te. Infatti rispetto al rapporto… io l’ho trovato molto impattante rispetto al mio rapporto con le altre persone della mia vita, nel senso che, “ah scusa devo andare, cioè stiamo parlando, scusa devo andare, cioè il bambino piange”, chiuso tutto, cioè poi non si è più vista, fine, nel senso, no? O anche rispetto alle scelte, quello poi diventa molto faticoso dire: “guarda però questa persona non è adatta a stare con il mio figliolo, quindi non ci posso nemmeno stare insieme io”. Oppure il figliolo molto geloso per dire, che ne so, di un partner, una partner nuova? problemi, no? Difficoltà, quindi tutto questo, certo tu dici: “mah”? Però effettivamente, come diceva la signora che aveva avuto il figliolo, diceva, eh però effettivamente è una cosa anche molto bella, che ti fa crescere. Effettivamente sì, secondo me sì, è diventato per me un rapporto con questa persona che cresce sempre di più, molto bello anche, cioè un rapporto molto forte, proprio anche fisico, no? di sangue, questa convivenza continua, che poi effettivamente… I figlioli condizionano, condizionano la tua dinamica lavorativa, ma appunto, perché la dinamica lavorativa è messa in una maniera tremenda, che non hai tempo. Appunto io recentemente pensavo: ma perché non c’è il congedo per appunto il periodo mestruale, cioè ma quando uno ha le mestruazioni, te devi produrre ogni giorno dell’anno, cioè potrà esserci cinque giorni al mese e te, oh dai, pigliati ‘sti giorni e sarai una persona migliore, più equilibrata, potrai magari non avere la sofferenza fisica… per dire, ora recentemente ho riflettuto su questo aspetto qui, però appunto anche la maternità ti obbliga delle scelte: “allora vado a mandare il figliolo alla scuola quella lì, allora non posso lavorare perché non ho tempo per fare tutte e due le cose, ah devo decidere che lavoro fare in conseguenza del figliolo, posso fare o non posso fare”, cioè e poi alla fine ti dilania sempre. Mi piace molto dare questo piccolo input su questo tema della maternità surrogata che ho ricevuto da poco, che è rispetto alla legge del diritto della famiglia che hanno fatto nuova a Cuba. A Cuba hanno fatto questo sforzo pazzesco di elaborare un nuovo codice delle leggi che regolano la famiglia e hanno fatto una roba del futuro. Noi non ci possiamo mai immaginare e non ci arriveremo mai in tempi di non prima cento anni. Invece loro sono belli arrivati. E sulla maternità surrogata loro cosa hanno messo? Non hanno messo che è vietata. Hanno messo e hanno spiegato che cosa può essere in una società sana la maternità surrogata. “Ok, io sono una amica tua, da tanti anni conosco tutta la tua problematica per avere il tuo figliolo, so che te veramente tu lo vuoi, io mi sento in condizione di fare questa cosa per te, allora veramente lo faccio per te di fare questo figliolo”… per te, capito? E questo lo trovo sensato, cioè diventa una cosa che proprio a livello umano… io ti faccio questo grande regalo del mio tempo, del mio corpo per renderti felice. Fine. Lì è vietato ovviamente farlo per soldi, verrà assolutamente, come dire, verificato che sia una dinamica relazionale stabile, perché poi ci sono tutte le conseguenze successive. Quando nasce il figlio, il figlio poi dopo chiederà: ma chi è la mia madre biologica? E quindi sensatamente se quella madre biologica è una persona vicina alla madre che poi diventerà quella… allora non si creano particolari problemi. Quindi questo io ho trovato una risposta molto interessante e anche appunto alla banalizzazione orrenda che viene fatta poi invece dal capitalismo e di nuovo riesce a tirare fuori lo sfruttamento e i soldi anche in questo tipo di cose.»
LISA: «Io sono Lisa. Sono mamma di due ragazze ormai grandi, di ventuno e diciotto anni e diciamo che ho fatto praticamente la mamma e mi direi anche parecchio da sola per i primi anni di vita, perché comunque sia ho scelto di lavorare part-time per potermi dedicare a loro. Sicuramente non mi pento di questa scelta perché mi ha dato tanto e mi ha dato anche tante opportunità, però oggi che sono grandi, un pochino sto riflettendo sul fatto che io comunque avendo un lavoro part-time per dedicarmi alla famiglia in qualche modo non sono pienamente autonoma o autosufficiente e oggi lo vedo come un limite sinceramente.»
VALENTINA: «Io ho tre figli e il primo l’ho fatto a trentacinque anni e credevo di… non volevo figli, nel senso io fino a trent’anni pensavo di non fare figli perché non mi sentivo adatta, non mi piacevano i bambini. Poi ho conosciuto una persona, che è tuttora la persona che mi è accanto, e siamo stati sette anni senza fare figli, nel senso abbiamo vissuto, e poi ho cominciato: ho fatto il primo, ho fatto il secondo, ho fatto anche il terzo. Sono molto contenta di aver fatto i figli perché io non so se… penso che sia un istinto proprio… del corpo. Avere figli io almeno l’ho vissuto sulla mia persona come una cosa fisica, come quando uno ha un dolore o una sensazione o un’emozione. Io ho scelto di lavorare, io faccio un lavoro che mi piace, molto, sono molto contenta e vado felice a lavorare tutte le mattine però io ho scelto di lavorare part-time perché dal momento che ho messo al mondo dei figli volevo stare dietro ai miei figli. Volevo seguirli, volevo andare a prenderli a scuola, volevo essere presente nella loro vita fin da piccoli, quindi economicamente sicuramente un po’ meno però è stata una scelta.
Secondo me indipendentemente dai figli è meglio lavorare meno, è un po’ scontato, e lavorare tutti ma lavorare decisamente meno e io lavoro meno rispetto a una persona che lavora otto ore al giorno e mi stanno addosso adesso a lavorare perché i figli li ho grandi e mi dicono: “perché non lavori otto ore al giorno”? Certo, perché poi non sono otto, diventano nove, diventano dieci, diventa il sabato mattina e io non ho nessunissima intenzione. Io sto proprio bene così, anzi ora i figli sono grandi, mi posso dedicare anche a tutto il resto finalmente. Mi sono resa conto invecchiando io e crescendo loro, che si può… perché col senno di poi è più facile, che si può stare con i figli anche in maniera diversa, meno… hanno bisogno anche di meno. I figli possono aver bisogno anche di meno, cioè è una… è culturalmente dentro di me, o quantomeno non voglio dire di noi, ma dentro me che io dovevo essere presente, dovevo fare, dovevo essere attenta, non perdermi niente, sono anche una abbastanza organizzata di carattere, ma… però i figli non hanno bisogno. Nel crescere, mi sono resa conto che avrei potuto anche essere meno presente e loro sarebbero stati… se la sarebbero cavata lo stesso e non gli sarebbe mancato niente. Io sarei stata forse anche un pochino più serena, perché è faticoso, perché è veramente faticoso stare dietro ai figlioli, proprio impegnativo.»
SALEHA (tradotta da CLAUDIA): «Mi chiamo Saleha, ho ventun’anni. Non penso ancora, non sono ancora in una fase della vita che penso a fare i figli. È una cosa importante nel mio pensiero il fare figli o non fare figli, posso immaginare di non farli come posso immaginare di farli, ed è una cosa importante. Me lo devo immaginare con un partner ma anche con una comunità.
Qui si entra nel secondo tema del lavoro. Ci sono molte donne il cui lavoro è tirare su i figli. Sono all’inizio del mio studio, che mi richiede impegno e so che se dovessi fare figlioli questo sarebbe un impedimento e allora appunto per me ora ho questa idea che voglio studiare, voglio realizzare questo poi boh verrà dopo la storia dei figli. È tutto nel futuro.
Questa è troppo bellina… la parola in tedesco “la mamma in prestito”. Allora sì, okay questo lo devo tradurre perché lei dice: per me è una grande meraviglia sul livello scientifico che una cosa del genere sia possibile, è una possibilità incredibile e potrebbe anche essere l’idea che per una donna… potrebbe essere una possibilità di lavorare, perché è una cosa che mi riesce, che mi viene bene, io do il mio utero per fare figli e questi sono pensieri che sono molto appunto stravolgenti però c’è questa possibilità dice lei, vero Giulia ho tradotto bene più o meno? Sì, poi ha detto anche che la storia economica è pericolosa. Allora dice, ha fatto accenno a qualche Hollywood star che si fa il figliolo in prestito, però non mi sento di dire veramente… “devo sapere di più”, ha detto lei. Grazie.»
YOYO (tradotta da CLAUDIA): «Mi chiamo Yoyo e ho ventun’anni, e da quando io ho tredici anni penso alla gravidanza come una cosa bellissima e importantissima, non tanto avere i figlioli ma proprio questo miracolo di crescere i bambini in pancia. Non so se questo è condizionato dalla società in cui vivo o se è una cosa naturale, ancora non capisco.»
CLAUDIA: «È la mia famiglia che ha detto: “ma te hai studiato, potevi anche fare carriera e così, potevi fare questo, c’hai delle capacità”… però io, avendo tutto questo bagaglio delle donne che hanno sofferto della contraddizione, ho detto: “no, io faccio questo e basta”. E poi ho preso anche, appunto, bambini in affidamento, la Sonita, ho allargato questa missione di fare la mamma. E sì, e ora da quando sono andata a Cecina, ho incontrato un libro molto… di un collettivo napoletano che hanno scritto sulla condizione delle donne, del capitalismo e così. E loro scrivono che, allora, le donne… la capacità delle donne della riproduzione, di fare figli, è una cosa che ha sempre servito al capitalismo. È una cosa, appunto… e io sono una anticapitalista, proprio militante, però ho fatto un grandissimo servizio al capitalismo: ho fatto tre figlioli, ho preso una in affidamento che la società ha risparmiato tantissimo sicché è proprio una cosa tremenda, che, appunto, in questi due anni, che ora mi sono ritirato al mare e ho studiato e ho detto: “madonna, che ho fatto”. E ci sono a volte anche, che io dicevo: “sì, perché io ho molta capacità di comandare”, e il mio compagno Massimo mi diceva “ma tu dovevi diventare la dirigente di un ospedale di che ne so, di un posto di bambini, di cento bambini e così”… E non, appunto, di essere libera, di essere mamma e di accumulare altre cose. E questo, sì, è vero, però io ho la lettura molto forte della mia generazione, delle tre donne che mi hanno preceduto e io non potevo fare altro. È così. E poi su, appunto, l’utero in prestito io non ne so niente. Cioè, io ho la nipote che sta con la compagna che ha fatto due figlioli e, appunto, non so esattamente come l’ha fatto. Ma non posso fare dei moralismi su queste cose. Ho altre cose che mi preoccupano.»
MARA: «La cosa che sento tanto oggi è, forse, cioè… perlomeno per me, tanto accanimento, troppo accanimento. Lo vedo fra le mie amiche che stanno facendo tutti… insomma, parecchie di loro che hanno intrapreso percorsi per poter avere figli, che sono, secondo me, emotivamente e psicologicamente devastanti. E forse è un po’ andare… lo vedo un po’, lo vedo un po’ andare contro natura questa cosa. Però, insomma sono scelte che uno fa. L’istinto materno, insomma, è tuo, è una cosa tua e non… è ingiudicabile, insomma. E niente, detto questo, cioè, io, se penso di morire senza averlo provato, senza aver provato quell’esperienza che per me è unica al mondo, mi fa paura. Cioè se penso di non avere figli, di non provare quella cosa lì che deve essere una cosa pazzesca, cioè, per me deve essere una cosa che non si racconta davvero… Questo un po’ mi spaventa, però ora come ora, sono… veramente non lo so. Non lo so se desidero un figlio, se non lo desidero. Non so… per un certo verso, cioè, lo fai un po’ anche, forse, egoisticamente a volte per non sentirti sola perché sai che lui sarà tuo tutta la vita ma non sono neanche tanto d’accordo su questo. C’è poco di tuo, cioè, in questa vita, secondo me, insomma, è tutto libero e quindi boh. La cosa che mi lascia un po’ perplessa davvero oggi è che sempre più ragazze, sempre più donne hanno problemi ad avere una gravidanza desideratissima, cioè… e sempre più donne davvero vanno incontro a dei problemi grossi, insomma, che poi inevitabilmente questa cosa ha un risvolto anche con il tuo compagno, cioè, è una cosa che va a gravare sul tuo… sulla relazione, insomma, si apre, si aprono poi tante parentesi.»
GABRIELLA: «Io sono Gabriella e, diciamo, vengo da un’esperienza di tossicodipendenza, ho iniziato molto presto a fare uso di eroina e ho contratto nel frattempo l’epatite B e l’epatite C. Dico questo perché penso che mi abbiano condizionato poi anche nella scelta comunque, almeno per i primi anni, di avere un figlio perché, a parte, vabbè, il problema anche della tossicodipendenza, quindi non ero abbastanza responsabile per portare avanti una gravidanza… Ho abortito perché appunto non mi sentivo in grado di portarlo avanti. Però anche in quei tempi lì il SERT e i medici ti facevano un po’ di terrorismo rispetto alla gravidanza che non eri in grado di portare avanti e che comunque potevi infettare il bambino. Quindi diciamo che io per un po’ me lo sono un po’ accantonato questo pensiero, questo istinto di maternità. E questo penso mi abbia condizionato, in parte. Poi sicuramente appunto uscendo dalla tossicodipendenza ho avuto anche un compagno che comunque non mi dava abbastanza stabilità, anche lui, quindi… non mi veniva voglia di mettere al mondo un figlio. Poi dopo ho trovato un altro compagno e quando abbiamo deciso di provare ad avere un bambino, per me era un po’ tardi perché avevo già quarantadue anni e quindi ero andata un po’ là con i tempi. E allora abbiamo un po’ provato, questo bambino non veniva, quindi ci siamo rivolti anche a un centro. Ho fatto degli esami, appunto avevamo visto che comunque ero un po’ in là con l’età quindi avrei dovuto affrontare tutto il percorso di inseminazione, di varie cure ormonali, cosicché non mi sono sentita ad affrontare perché a quel punto lì non aveva voglia. E devo essere sincera che adesso io sono anche contenta comunque di essere una donna senza figli perché me la sono sempre vissuta bene questa cosa. Se forse all’inizio mi può aver condizionato, ma sicuramente per come sono fatta anch’io, forse avevo bisogno anche di essere una donna libera. Infatti amo viaggiare, ho viaggiato tantissimo e a volte mi piace uscire quindi sono sempre fuori. Ho questo stile di vita quasi da quando avevo vent’anni, quindici anni. Sono sempre fuori, io in casa non riesco a starci, quindi un figlio sicuramente mi avrebbe impedito di essere quella che sono adesso.
Adoro le mie amiche che hanno figli e ultimamente appunto ero in viaggio con due donne e una fra l’altro aveva un bimbo di un anno e mezzo, mi sono affezionata tantissimo a questo bambino e ho scoperto veramente la bellezza di avere un bimbo tutti i giorni accanto per un mese perché non mi era mai successo, anche perché tante mie amiche non hanno figli perché tante amiche anche provengono un po’ dalla mia stessa situazione. Ho iniziato diciamo più da grande ad avere amicizie con i figli, quindi per me è stata anche la prima volta che ho avuto un bambino vicino e quindi ho scoperto la bellezza. Però io sono felice così e non rimpiango niente. Viaggio, esco e penso che comunque… non lavoro, faccio lavori saltuari, quindi non sono nemmeno nell’ambiente lavorativo, ho avuto una vita diciamo un po’ particolare, ho lavorato poco, quindi anche nell’ambiente lavorativo non mi sono mai chiesta se potevo avere problemi, non potevo avere problemi, dove lavoravo c’erano donne che non avevano figli, insomma è stato un po’ così. E rispetto alla maternità surrogata io penso che ci deve essere libertà di scelta. Purtroppo ci sono situazioni dove appunto le donne lo fanno per soldi, però quello non mi sento appunto né di giudicare né di… sinceramente anch’io non mi sono mai fatta troppe domande, penso che sia giusto, però penso anche che sia giusto casomai fare delle leggi che diano la possibilità di adottare in maniera più semplice, perché comunque di bambini ce n’è tanti nel mondo. Alla fine è vero che uno vuole il bambino con lo sperma del compagno, però bisognerebbe anche riuscire a uscire un po’ da questo fatto qui che ci sono tanti bambini nel mondo e se ci dessero la possibilità di adottarli forse chissà l’avrei adottato anche a quarant’anni.»
ROSA: «Mi sono resa conto che indipendentemente dal fatto che burocraticamente non l’avrei potuto fare, non lo possono fare tutti, non lo possono fare tutti. Io penso di non essere stata educata all’adozione e un po’ questo va a lavorare poi sul fatto che, chiamali borghesi, chiamali quelli che hanno i soldi e se lo possono permettere, che se non hanno figli se li comprano alla Coop questi figli, se li vanno a comprare. Esatto… perché io penso che siamo in una cultura che non educa ad amare l’altro individuo che non fa parte di te. E mi rendo conto che non è facile, anch’io farei fatica, avrei fatto fatica e tu sei solo. Secondo me ci vorrebbe una cultura… insegnare, insegnarlo a scuola, a conoscere, come dire, a sentire anche altri che non sono i tuoi fratelli che possono essere i tuoi fratelli.»
ROBERTA: «Io sono Roberta e ho scoperto che sono una Lunàdiga, un po’ in tema così. Io non lo so… sempre da piccola, avevo mia nonna sempre che mi diceva: “non ti sposare, non fai figli perché poi dopo sei costretta a fare la schiava tutta la vita, divertiti, va di qua, va di là”… e insomma sì, e quindi niente, è stato un po’ così, pure anche con il mio primo fidanzatino ufficiale, diciamo è capitato nel mentre che il mio fratello più grande ha messo incinta la ragazza e si è dovuto sposare, quindi ho appena avuto questa storia la mia mamma mi ha portato al ginecologo la prima volta : “prendi la pillola”. Quindi questa cosa dei bambini è sempre stata un po’ così, tipo un mostro, non so cosa poteva succedere, tutti fanno figli, io non lo devo fare però… E poi non lo so, ho avuto sempre persone che non mi hanno dato grande affidamento, quindi da sola non mi andava proprio, pure di farlo così a prescindere non ho mai avuto questo bisogno, anche perché poi… boh, sono sempre stata un po’ pazzarulla, quindi mi è sempre piaciuto godere della mia libertà, così… anche scappavo dalla comitiva, mi immagino dalla famiglia perché mi dava sempre fastidio di aspettare gli altri, oppure avere questa cosa fissa di doverti dedicare per forza a un qualcosa, sempre e comunque, e quindi quella è una cosa che un po’ mi spaventava.
Certo da una parte c’è pure la mancanza perché dici sempre: “chissà cosa potrebbe essere venuto fuori, oppure come ti puoi mettere in quella situazione”… poi non so, a un certo punto della mia vita ho proprio fatto una scelta di cambiare totalmente tutto e a ventisette anni ho deciso di fare l’università dopo aver fatto una vita abbastanza normale, era una cosa che mi sentivo che volevo fare come esperienza e quindi poi dopo ho approfondito un po’ la mia passione artistica per il teatro e quindi sono stata tanti anni così in questo mondo così coinvolgente, e quindi per me era proprio una cosa… non ho avuto neanche molte relazioni sentimentali perché per me era una cosa che mi portava via dai miei obiettivi, quasi una perdita di tempo da una parte, oppure una cosa troppo impegnativa. Non riuscivo mai a trovare il mio spazio in una relazione, e questo mi ha sempre bloccato da una parte perché comunque… boh, sentivo di giustificarmi per voler fare delle cose e questa cosa non mi è mai andata granché. E quindi ho scelto di vivere liberamente tutta la mia esistenza un po’ con alti e bassi però dai, sono abbastanza felice diciamo. Non si raggiungono certi apici però si viaggia nella curiosità del mondo, ecco mi piace un po’ così.»
LORENA: «Io mi chiamo Lorena, non ho avuto figli, ho quarantuno anni, compiuti da poco. Non è stato semplice questo accettare di non aver avuto figli, per una serie di motivi, perché innanzitutto amo molto i bambini, ho lavorato tanto con i bambini, ho una predisposizione alla comunicazione con loro, per cui ho anche, diciamo, una formazione in ambito teatrale del clown, quindi mi trovo spesso più comoda nel linguaggio dei bambini che sono più semplici e funzionano… hanno una loro logica nella quale io mi trovo più facilmente rispetto a quella degli adulti. Non ho avuto figli non perché io l’abbia scelto. Semplicemente molti anni fa rimasi incinta della persona sbagliata, mi resi conto che non era quello che volevo, avere un bambino in quel modo, con quella persona, in quelle modalità, quindi decisi di fare un aborto. Quando poi stavo con la persona con cui effettivamente desideravo generare la vita, diciamo… dopo pochi giorni da che avevamo preso questa decisione, tipo decidiamo: “sì facciamo un bambino insieme, sì anch’io lo voglio fare”, dopo tre giorni è venuto giù il mondo, per cui ci siamo lasciati, per cui dici “forse non era destino, forse non era destino”, poi insomma mi è stato proposto mille volte, “io ti fecondo, io ti fecondo”, oddio, dovessi essere proprio… dovevo essere probabilmente una madre modello agli occhi degli altri, però io ho sempre un po’ avuto questa convinzione che un bambino dovesse nascere da un amore, cioè comunque da una sinergia tra due persone, quindi non ho mai sentito il desiderio come donna di produrre un bambino perché “io devo produrre un bambino, perché sennò non sarò realizzata come donna, perché sennò non avrò dato un senso alla mia presenza in questo mondo”. C’è stato un momento della mia vita, verso i trentacinque, che era poi quando volevo effettivamente fare questo bambino, in cui questa paranoia si è avvicinata a me. Questo senso di dire in qualche modo “non sono, non sono completa e non sono realizzata come persona e come donna se non farò un figlio”, perché di fatto le mie amiche iniziavano ad avere figli, perché di fatto da figlia unica sentivo che dare un figlio ai miei genitori significava dare un senso alla loro vecchiaia, quindi sentivo anche tanto questa responsabilità di riempire la vita dei miei genitori di un qualcosa che desse senso, no? E quindi questo aspetto psicologicamente… forse ho accusato più quello l’aspetto di non aver dato ai miei genitori la possibilità di diventare dei nonnini carini, piuttosto che non la mia personale realizzazione, perché poi in realtà spesso mi confronto con donne che hanno quasi la mia età, che non hanno avuto figli, magari che hanno qualche anno meno, che ancora sono lì che “oddio sono gli ultimi anni che lo posso fare, no lo devo fare adesso, ah questo fidanzato lo lascio perché non mi può dare dei figli, ne devo trovare un altro”… conosco gente che ha proprio troncato relazioni d’amore positive, semplicemente perché “io ho trentott’anni, devo fare i figli, li vuoi fare? No, e allora io ti lascio”. Ne hanno preso un altro, l’hanno usato come fecondatore e poi arrivederci e grazie.
Dico… boh, io mi sono confrontata con questa cosa, no? Anche un po’ dentro di me, anche un po’ con i consigli che poi queste situazioni, queste donne, queste amiche in queste situazioni ti chiedono, no? E io sono sempre stata un po’ come nel sentore che quando i figli si vogliono fare a tutti i costi in questo modo, sono fatti per realizzare qualcosa che manca dentro la donna, ma non sono fatti per, veramente per loro stessi, no? E quindi questa cosa non, non mi è mai risuonata. Non penso, cioè… che i figli siano la realizzazione di te come persona. Cioè, i figli, dal mio punto di vista, poi magari sbaglio, però si fanno per loro, si fanno per amore, quindi ho questo ricordo di una frase molto bella che mi insegnò… di un datore di lavoro che ebbi, per cui facevo educazione ambientale proprio con i bambini, che diceva che per gli indiani d’America il genitore era un po’ come l’arco che tende, che si tende per permettere alla freccia di andare il più possibile lontano da lui. E quindi… magari avendo maturato prima un’esperienza lavorativa con i bambini e poi avendo studiato comunque teatro, il clown, quindi il percorso dell’autenticità, è che… guardo i bambini in questo modo qua, no? Quindi ho questa consapevolezza che alle volte la generazione dopo è destinata a fare qualcosa che tu non hai fatto e che ha la possibilità di portare qualcosa a sua volta nel mondo, no? Quindi, un po’ perché sono figlia unica, quindi magari mi si imbroglia dentro la matassa di quello che tu puoi fare per i tuoi genitori, quindi c’è questo senso che il genitore si aspetta da te qualche cosa, il genitore si aspetta una cura per la vecchiaia, tutta una serie di robe… quindi sono molto dispiaciuta di questo atteggiamento verso i figli che sono qualcosa che ha a che vedere con il genitore e non con loro stessi. Quindi di fatto io a me stessa chiedo di non essere così egoista e piccola da pensare che un figlio abbia a che vedere con me, con me solo come donna, no? Questo ce l’ho abbastanza forte e ce l’ho abbastanza chiaro. Non sento di aver perso la mia maternità solo per il fatto di non aver avuto figli perché comunque conservo questo amore per la crescita degli individui come persone consapevoli e cerco di darlo ai bambini delle persone che ho intorno, ai bambini delle amiche, che sono tanti, quando do lezioni a dei bambini di giocoleria o di teatro, quando ho fatto laboratori e anche ho questo sogno di lavorare con l’infanzia negata.
Il discorso della maternità e del lavoro, allora… non avendo avuto figli non posso rispondere per dati certi. Di fatto avendo scelto una formazione in campo artistico, andando molto contro quello che era la genealogia del mio albero, quindi facendo tutto questo lavoro da sola, perché non ho precedenti nel mio albero di donne che abbiano né lavorato né scelto percorsi professionali che potessero rispondere a loro stesse, quindi ho nell’albero donne che hanno cresciuto cinque bambini più o meno a testa. Mia madre, che gli era stato sconsigliato di fare figli per un problema fisico, però lei ha deciso di farlo lo stesso perché nella sua mentalità, per quello che era il suo albero, probabilmente non fare figli significava non essere niente e quindi lei comunque… un po’ anche perché voleva riempire la vita di questo matrimonio, un po’ perché voleva darsi un senso come essere umano su questo pianeta, ha sfidato la sua salute, poi in realtà ha messo in pericolo, rischiava di rimanere in sedia a rotelle, però ha deciso lo stesso di fare una figlia, che sarei appunto io.
E poi io ci ho riflettuto tanto perché insomma mi sono stati anche dati dei feedback rispetto a una gravidanza fatta con qualcuno che ti dice “tu non dovresti avere figli perché corri dei rischi di questo tipo, ma lo sai che…” poi mi è stato detto guarda che questa donna aveva paura mentre era in gravidanza che tu potessi avere delle conseguenze. Poi io di fatto l’ho elaborato con il tempo, in questo modo: lei aveva paura però lo ha fatto lo stesso, quindi il suo amore è stato più grande della sua paura, che psicologicamente è una cosa che mi dico quando mi devo dare forza, il suo amore è stato più grande del suo limite e della sua paura. E quindi tornando al tema lavorativo, di fatto io già di mio sono precaria perché poi non sono mai riuscita più di tanto a stare dentro dinamiche di lavoro che mi potessero essere veramente aliene a livello animico, quindi dopo un po’ ritorna forte la chiamata che comunque qualche cosa in cui posso mettere tutta me stessa mi ci vuole.
Mi domando, se avessi avuto un figlio, avrei accettato di correre i rischi che continuamente corro, che metto solo sulle mie spalle e sulla mia pelle? E ogni tanto guardo le mie amiche che hanno figli e per un lato c’è una sorta di, tra virgolette, invidia della motivazione, nel senso che una madre per dar da mangiare a suo figlio si arrampica anche su una montagna rocciosa con lo strapiombo di sotto, quindi che quando non ci sono soldi una donna che deve dar da mangiare a suo figlio si inventa i lavori, veramente è sorprendente quello che può fare una madre per suo figlio. E quando invece uno è solo con se stesso si concede più tempo, si concede delle scuse diverse, mentre invece quando una persona deve badare ad un’altra, veramente puoi essere un carro armato per come arrivi a quelle che sono le cose pratiche che servono. E quindi appunto niente, non mi sarei permessa la vita che mi sono e mi sto permettendo con tutto questo spazio di ascolto per me stessa.
Rispetto al tema dell’utero in affitto, ne ho sentito parlare poco principalmente per la questione delle donne indiane che ovviamente per un discorso economico affittano questi uteri a queste donne europee che invece non riescono ad avere figli. E vabbè così lo vedo comunque legato a una dinamica di classe, quindi in quel caso lì non lo… cioè lo percepisco come un desiderio borghese se devo dire la verità. Nel senso che poi se… cioè perché tu vuoi a tutti i costi fare un bambino se questo bambino non arriva fino al punto da doverlo allevare dentro il corpo di un’altra persona quando potresti… appunto ci sono tantissimi bambini che hanno un’infanzia negata, quindi poi in realtà un figlio – ne sono convinta, non è solo il figlio tuo biologico ma è, tra virgolette, anche quella persona a cui tu dedichi il tuo tempo, la tua conoscenza, il tuo amore, la tua cura per permettergli di crescere e diventare una persona bella e consapevole in questo mondo che possa seminare a sua volta qualcosa di bello. Quindi così non mi risuona questo accanimento rispetto alla genetica… quindi il figlio è mio se ha i miei cromosomi e quelli del mio compagno. Se uno ha il desiderio di prendersi cura e di dare amore a qualcun altro e di crescere qualcosa, può farlo senza ricorrere a tutti questi artifici che di fatto sono il prodotto di una società borghese che te li concede perché uno stato di natura non avrebbe di questo tipo di cavilli. Quindi la mia umile e modesta opinione mi posso sbagliare nel rispetto di tutti.»
VIRGINIA: «Vabbé dai, tanto oramai. Poi si fa dopo. A chiudere il cerchio. Allora sono Virginia, ho trent’anni e due figlie. Sono la terza figlia e ho sempre pensato che avrei avuto figli. Li ho sempre voluti fin da giovane, poi avevo già da giovane una relazione fissa, li avrei fatti subito. Per fortuna non li ho fatti perché ho fatto tante altre cose e sono stata ben contenta di averle fatte. Poi ho fatto la prima figlia quando il momento era giusto, quando era per me arrivato il momento di considerare anche il mio intorno, le mie possibilità, fare un ragionamento un po’ più complesso oltre al fatto istintivo di dire “sì, voglio un figlio”. Nemmeno perché amo i bambini, no… non avevo niente a che vedere con i bambini. Voglio un figlio, basta. Voglio che il mio corpo passi attraverso la gravidanza, sentire questo cambiamento, questa forte esperienza. Non ho mai avuto rapporti con bambini perché essendo la terza non ho avuto bambini più piccoli di me e quindi non lo so. Quindi era anche tutto un po’ una novità. Comunque sta di fatto che avendo trovato il posto e il momento adatto ero abbastanza sicura nel dire “ora faccio un figlio” e anche il compagno che “sì, sei la persona giusta a cui posso donare il mio seme per fare un figlio, sì, ci sto, va bene”. E quindi, niente, la prima figlia e quindi sì, è stato tutto molto… molto… non è che avevo grandi immaginazioni, grandi aspettative su questo, era solo una cosa che volevo da dentro, che mi sentivo e che è stato un po’… sì, come me la sentivo, nel senso… ha soddisfatto le mie aspettative, ecco nel solo fatto di farli. Poi, da lì in poi, da quando nascono in poi, è un un altro mondo perché c’è da rapportarsi a un’altra persona, c’è da crescerla, c’è da… oltre a soddisfare i bisogni, che quello è un istinto e per me forse questa era anche la naturalità della cosa, del mio istinto… cioè assecondare queste cose, non so, dormire, dare la tetta, soddisfare tutti i bisogni, così poi crescono e ci sono ancora altri bisogni e questo sarà ancora un futuro a venire, che non ho idea, di cui non ho idea. Poi va bene, dopo la prima figlia, una per me non poteva bastare, perché un po’ anche lì, non so, un’altra. E lo sapevo, cioè non so, così come una cosa… non so se perché mia madre ha avuto tre figli, allora io anche… i miei fratelli, no, no, io sì, importante. E quindi un’altra figlia e di nuovo stare dietro a questa dinamica dei figli e di crescere un’altra vita, quindi di stare dietro a tutti i bisogni di un’altra vita oltre alla tua, cioè perché poi allo stesso tempo te devi andare avanti con la loro e con la tua… E qui si lega, sì, forse il discorso lavorativo che è… cioè probabilmente per me questo è il lavoro, cioè questo è il lavoro. Ora è stare dietro ai figli, stare dietro ai figli e imparare come si fa, perché nulla è dato per certo e non è una conoscenza che ti insegnano a scuola, non è una cosa che si tramanda, non so, mia mamma ha fatto in una certa maniera, sua mamma ha fatto con lei in tutt’altra maniera, cioè della serie: mia nonna con lei ha lavorato, ha lavorato sempre e loro, le figlie, si adeguavano; mia mamma non ha mai lavorato, cioè lavorava prima e poi non ha lavorato per stare dietro ai figli, poi ne ha sofferto perché non ha lavorato e dopo aver avuto tre figli e quindi una pausa lavorativa di tanti anni per stare dietro ai figli, comunque, riprendere a lavorare era una cosa difficile, reinserirsi nel mondo. Quindi io mi trovo un po’ nel mezzo perché lavorare per me non è… cioè è un desiderio che ho, di cui ho bisogno, per uscire fuori anche dalla dinamica familiare, dinamica di impegno, fare qualcos’altro e esci fuori senza nessun accollo e vai a lavorare. Però allo stesso tempo non… cioè mi sento il peso e dire “no, io ho fatto figli, ora ci sto insieme, cioè non è che li accollo a qualcun altro perché io voglio fare un’altra cosa”, no? Se non in date situazioni che però non sono così semplici, se non hai un contesto dietro che ti supporta e io ce l’ho però comunque… E quindi sì, sono un po’ nel mezzo in questa cosa. Non voglio aspettare di essere totalmente fuori dal mondo del lavoro per re-iniziare a lavorare quando non so proprio come fare, deve iniziare, chi chiamare, però allo stesso tempo… cioè le situazioni in cui tu puoi andare con figli e dici: “no, guarda mi porto un figlio dietro, sta tranquillo”, “no, no, grazie”, nella media. Cioè, puoi far la babysitter, puoi farne poche altre.»
GIULIA: «La Lorena diceva questa cosa dei nonni, no? Cioè diceva i miei genitori forse avrebbero… cioè mi è venuto questo desiderio di fare il figlio anche per loro, no? E quindi questo secondo me diventava un po’ lo stesso concetto della maternità… dell’utero in affitto, nel sento, cioè le donne, nella società patriarcale sono abituate sempre a avere questa cosa, qualcuno che gli dice “oh mi fai figliolo per questo e questo e quest’altro motivo”… quindi cioè che poi a noi ci sconvolga tanto questa cosa della maternità surrogata, come si può dire appunto l’utero in affitto, secondo me la cosa più tremenda è più lo sfruttamento da un punto di economico, come dici te, no? Di dire, è una cosa brutta, perché esistenzialmente diventa un po’ alla stregua appunto di vendere il proprio corpo per prostituirsi nel senso… è un’alienazione della tua anima da te per far un lavoro in una certa maniera perché il corpo sente e quindi… però appunto allo stesso tempo, ci sono donne che hanno fatto i figlioli appunto per fare piacere ai genitori, per fare piacere al partner e tutte cose così che poi spesso sono ritrovate viceversa che questo figliolo usciva da loro e che in realtà diceva ma “chi cazzo è questo”… cioè non per forza, l’idea, io sono d’accordo assolutamente con le femministe moderne nel senso della Beauvoir, ma perché noi si deve partire dall’idea che la maternità sia un istinto naturale? È una cazzata, è una cosa inventata culturalmente da un certo tipo di società e poi appunto noi si ragionava molto su questo aspetto nostro culturale, cioè noi viviamo in una società capitalista, atomica, individualista dove io come donna vivo da sola e mi faccio la mia scelta di fare il mio figliolo, mentre invece c’è tante altre società e culture, migliori secondo me della nostra, dove appunto questa scelta non è per forza io da sola faccio questa cosa, io e il mio partner facciamo questa cosa… cioè io nella comunità posso fare questa cosa, cioè che poi dal appunto di vista naturale è anche veramente più realistico così per gli esseri umani, cioè fare un figliolo da sola, cioè in natura come l’essere umano non è che tu vada tanto lontano… invece se lo fai in un gruppo sì, perché quando c’è un figliolo in realtà che se ce n’è uno solo e se ne fa uno alla volta, poi c’hanno questo accudimento lunghissimo che più o meno, non è che camminano come gli erbivori dopo un’ora, ci mettono tanto cioè nel senso… quindi tu te lo devi portare appresso, è fragile, insomma una quantità di… e però appunto te, giustamente come dicevano, hai un po’ questo problema di dire: “e io? quando tocca a me, no”? Cioè sempre una cosa che non si dice mai ai corsi preparto è che poi te quando avrai il figliolo appena nato, non saprai mai come fare a farti la doccia, per dire cose tu dici “come”? Non saprai mai come fare a cucinare nemmeno, magari sì appunto perché tu sei fortunata hai il compagno marito bravo o la compagna e così, però insomma nemmeno più di tanto perché anche quello si impatta tanto sul rapporto e non è detto che… io per esempio quando ho avuto il mio c’è stata una fortissima polarizzazione di genere dire “ma come adesso tocca tutta a me? Cioè ma te praticamente non servi a nulla”?»

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