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Margherita, attivista e scrittrice, racconta di quando scoprì, dopo anni di esami e ospedalizzazioni dolorose, di non poter avere figli con il marito. Una condizione vissuta senza tabù, non come menomazione ma come stimolo per esercitarsi a vivere “come piace a me”.

« Io, senti, non ho scelto di non avere figli, anche se, come dire, mi rendo conto che il desiderio di avere figli è un fatto istintivo, naturale, nella natura delle creature, indipendentemente. È quasi un fatto animalesco: il bisogno di trasmettere. Però io non è che me ne preoccupassi particolarmente, se non che mi piaceva l’idea di avere dei figli e che li volevo avere con mio marito, volevo vedere che veniva fuori da noi due. Non avrei mai fatto un figlio così, solo per dire: “ho un figlio”. No, lo scopo era quello che mi piaceva averlo.
Niente ci abbiamo provato, e questo figliolo non veniva, quindi naturalmente, che succede, la donna va a farsi vedere. Vado da dei medici e in genere tutti mi dicono che non c’è niente di straordinario, però bisogna indagare. Mi hanno sfrugonato il corpo per almeno cinque anni, mi hanno torturato, probabilmente mi hanno fatto far da cavia, perché non riuscivano a capire come mai io non potessi avere figli visto che tutto era regolare. E allora mi hanno fatto prove sopra prove, son stata alla maternità internata, per fare delle analisi anche dolorosissime, dove dovevano addormentarmi; poi venne fuori un medico che disse: “e no, lei c’ha la tubercolosi ovarica quindi è per quello che non fa figli”. Te non puoi capire che colpo, oltre a questa angoscia, sempre; angoscia, perché ormai ero nel giro, quando entri nel giro vuoi farle tutte. E poi mi manda a fare le analisi in maternità, fa tutte le analisi – anche dolorose, perché prima erano molto più dolorose, ora no, ma allora erano molto più dolorose, dall’isterografia alla ginecografia – poi tutto trionfante: “Signora, no no, lei è sanissima”. Ecco, io avrei preso il letto e glielo avrei tirato dietro.
Ma pensa che mentre mi visitava faceva vedere ai giovani, ai giovani studenti, mostrava come avevo io questa tubercolosi ovarica: io lì così sul travaglio e lui gli spiegava questa mia tubercolosi ovarica. Quindi cosa avrà visto, non si capisce, comunque questa fu. Poi dopo tutto questo rigirìo, si doveva fare l’amore con il campanello, con l’orologio: no, a quell’ora, a quell’altra – perché c’erano tutte queste teorie – farlo a un’ora farlo a un’altra. Le ho fatte tutte, perché ormai volevo arrivare in fondo. Poi si arriva in fondo, che ormai non sapeva più quello che farmi. Però si sbatacchiavano, come mai, come mai, e mi dice: “sarebbe disposto suo marito a farsi un’analisi?”
“Ora vu me lo dite?”
Sicché mi marito dice: “senz’altro!”
Perché allora non si provava neanche a chiederlo. Perché, come chiedere a un uomo di farsi un’analisi per vedere se era in grado di fare figli; una donna appunto, la si sfrugona, ma un uomo… Sì, ma io: “mio marito non c’ha mica problemi, eh?”
Fatta l’analisi e hanno scoperto che era una cosa per cui io potevo avere figli per conto mio, lui per conto suo. Sterilità incompatibile, per incompatibilità. Per cui, però, dice, per il momento non ci sono cure che possono risolvere questo problema. E così fu. Al che io, forse sarà anche perché ne uscii, perché ne uscii disfatta da questa esperienza per tutto quello che mi fecero – più che per il problema dei figlioli, per tutta questa fatica di fare tutte queste prove, alti e bassi, aspetta forse sì forse no, insomma una cosa – mi è durata per tanti anni. Quindi è stato quasi liberatorio da un certo punto di vista. Alla fine ho detto senti, io ho accudito tanti fratelli, tante sorelle – poi ho accudito tanti nipoti per ragioni familiari, a me i bambini non sono mai mancati, il rapporto con i bambini non mi è mai mancato – quindi niente, non si può avere figli. Perché mi dicevano: “ma vai su in Svezia, trovati un bel biondone, fatti un figlio e te lo porti in casa”, e il mio marito era d’accordo, eh? Lui mi diceva: “purché mi porti un figlio tuo a me mi va bene”. Capito? Per dire. Poi telefonai a Bologna, poiché era il primo anno che Bologna aveva messo la clinica di fecondazione artificiale e presi l’appuntamento. E poi non ci sono andata, perché ho detto: “no guarda, a questo punto io non posso più seguitare a farmi sfrugonare”; incertezze, eccetera. Ho detto: niente.

Siccome io ero molto attiva politicamente, ero attiva socialmente, lavoravo come una matta, dissi: “senti, se non posso avere figli, vuol dire che godrò del fatto di non avere questo problema e cercherò di avere una vita come mi piace a me”, insomma – naturalmente un figliolo ti limita, non è che tu puoi fare la sera le riunioni, tornare a mezzanotte, il tocco, quindi ti limita molto – non avendo questa limitazione vuol dire che vivrò la vita che voglio vivere. E così non ho avuto grossi problemi per questo fatto, li ho avuti per come mi hanno trattato più che per il fatto in sé. Anche perché poi ho sempre avuto questi figlioli intorno, quelli di mia sorella, quelli di mio fratello, che ho accudito e anche un po’ tirato su; non mi è mancata la gioia del rapporto con i bambini, perché secondo me è una cosa molto bella. Per cui non è che io abbia mai sentito una cosa come sentirmi mezza donna, sentirmi disperata perché non avevo fatto figlioli. Tanto che ogni volta che ci si chiedeva: “ma voi non avete figlioli?”, noi: “no perché a noi non ci vengono”. Non ho mai avuto tabù, ho sempre denunciato la cosa come una cosa normale, non mi ha buttata nella disperazione.
Ti dirò, ora che sono vecchia qualche volta penso: “chissà come sarebbe se avessi un figlio – perché vedo i nipoti insomma – e mi chiedo se avrei avuto un figlio grande come lui o come lei, chissà come sarebbe stato”, allora cerco di immaginarmi il figliolo che avrei avuto, se fossi riuscita a dargli quello che volevo. È più ora che sento questa mancanza. Che poi verso i quarant’anni mi disse la mia ginecologa: “guarda Margherita ci sono se vuoi delle cure che forse ti permetterebbero di avere un figliolo”, allora le dissi: “guarda, adesso forse è meglio se lo fai tu perché io a quarant’anni…”. Poi adesso pensandoci andrebbe bene, ma allora mi sembravano tanti. Poi avevo paura di ricominciare tutta la storia dei dottori, sicché dissi: “non me ne importa nulla, sono arrivata a questo punto e seguiterò ad andare avanti così”. Quindi così l’ho vissuta io.
Assolutamente no, non mi è mai interessato niente. Lo dicevo tranquillamente perché non ho mai sentito una menomazione. Ho sentito che mi è venuta a mancare una esperienza, forse era una bella esperienza e l’avrei vissuta volentieri; mi avrebbe dato tanto su un piano ma probabilmente mi avrebbe tolto tante cose su un altro terreno. Ho cercato di compensare, di decidere cosa mettere sopra – è chiaro, quella è una esperienza particolare, unica, me ne rendevo conto. E non mi sono mai sentita imbarazzata, non ho mai cercato di trovare scuse, l’ho sempre detto tranquillamente.

Avevo due fratelli, uno è morto; ce ne ho uno di dieci anni più giovane di me e una sorella di quattro anni più giovane di me. E mia sorella ha fatto come un coniglio: ce ne ha tre ma poverina ha avuto anche degli aborti. Mia mamma anche, eravamo quattro figli, uno le è morto, quindi a casa mia… sono l’unica. E per forza, è subentrata la figura di mio marito con il quale avevo questo problema, altrimenti li avrei fatti anche io. Casa mia è piena di figlioli ma non sono mai stata vista come una menomata. Hanno sempre visto me che non ho mai pianto sul latte versato, ho sempre cercato di prendere quello che potevo dalla vita: mi piaceva andare al cinema, al teatro, in vacanza – dove a volte mi portavo dietro anche i figlioli. Però diciamo che sei limitata in tante cose e io invece non mi sono fatta limitare in niente: le amiche, andare a mangiare una pizza fuori, molta attività politica… quindi probabilmente anche loro hanno visto che non ero lì incantucciata a piangere perché non ho avuto figli, quindi l’hanno accettata come una cosa normale. Anzi gli ho fatto comodo perché li ho aiutati a risolvere un po’ di problemi, quindi meno male che non ce li avevo io altrimenti quello sarebbe stato un problema.

Intanto ci sono discriminazioni anche quando le donne dicono che vogliono fare un figliolo, perdono il lavoro, quindi figurati. E ovviamente sono più malviste perché hanno più problemi perché magari si ammala il figliolo e devono stare a casa. È chiaro che sono discriminate le donne, sono meno disponibili a una carriera, perché il fatto di avere figli frena, e non è che ci sia la sensibilità di dire: “va bene questa vale, posso mandarla avanti, che m’importa se c’ha i figlioli, se un giorno sono malati rimarrà a casa”. Invece si fanno i conti: “no questa non mi può dare delle garanzie, io vorrei farle fare quello che intendo farle fare”, questo certamente. Vai avanti e fai carriera perché ti vogliono tutta per loro, quando hai dei figli tutta per loro non puoi essere; cosa stupida perché quella può essere una persona che vale, che se sta un giorno a casa mica rovina niente.

Quando una coppia non aveva figli era perché la donna non era in grado di farli, e quindi c’era un atteggiamento dispregiativo, all’epoca senz’altro. Quello che mi meraviglia è che questo atteggiamento fosse anche nei medici, nei primari della maternità, capito? Perché se invece di fare tutte quelle pasticche, prove, analisi di tutti i colori, mi avessero detto subito: “ma si controlla come stanno tutti e due”, io evitavo. Che poi mi buttò giù, stetti male, mi venne l’esaurimento, ma non per il figlio, per tutto questo fare, insomma, per tutta questa cosa, che fu una cosa pesantissima. Invece no, capito, non gli passò neanche per la contracassa del cervello di chiedere se il mio marito l’era, se voleva farsi le analisi; invece ora non c’è problema, ora lo fanno, lo fanno a tutti e due e buona notte.

Mio marito è più addolorato di me, perché lui proprio li avrebbe voluti tanto tanto i figlioli. Anche io li avrei voluti – si erano fatti i conti, se ne facevano tre, si sarebbero portati in tutti i posti dove saremmo andati noi: se si va a un museo, se si va ad ascoltare la musica, se si va a un comizio devono restare con noi. Mio marito l’ha presa peggio di me, non che l’abbia dato a vedere: lui ha un carattere molto ameno, brillante, non è che si ripiega, però lui ha sofferto molto questa mancanza. Io credo che l’abbia sofferta più di me.

Mi preoccupa tantissimo dove andranno a finire tutte le mie cose. Ho tanti libri, ho tante cose in casa accumulate nel corso della vita… ma io c’ho tanti nipoti e pronipoti, e sono quelli a cui ho dedicato il mio libro. Una mi dice: “zia non ti preoccupare, i libri li prendo tutti io”; un’altra mi fa: “io invece prendo questo, prendo quest’altro”, sicché li lascerò a loro, li ridistribuiranno tra loro. Vorrei vuotare la casa e vivere in stanze alla giapponese. Mi pesa questo affastellamento di oggetti che non ho il coraggio di buttare via; mi pesa, mi fa ansia, lo sento addosso proprio. E poi ho pensato anche: “quando vedranno questa casa piena piena quanti accidenti mi manderanno”. Penso che farò un testamento di questa roba, che se la devono distribuire, che non la devono buttare.
La casa di una donna con i figli è una casa tanto meno ordinata; chiaramente, giustamente. Come ti ripeto io non lo posso giudicare perché io li ho sempre avuti in casa i figlioli, quindi avevo la vivacità di averli per casa. Ora attaccato al muro ho quello che i miei pronipoti mi mandano, sui fogli a quadretti, il disegnino, ho cose appiccicate sul muro, quindi tu quando vieni in casa mia vedi che c’è qualche bambino che gira. Ora i miei nipoti sono già uomini e donne, quindi ho i pronipoti e ho anche i trisnipoti, capito. Però è chiaro che a casa di mia sorella non si sapeva come muoversi a volte: con tre figlioli, immaginati quando andava a lavorare. A casa mia c’era più ordine, siamo in due: si va a lavorare e si torna. I figli creano movimento, anche disordine, ma bene. È più vitale una casa con dei figli.

Io non la capisco. Sarò una persona insensibile ma io non la capisco questa fissazione nei confronti degli animali. Posso capire che uno dice:” guarda, c’ho un gattino, c’ho un canino”- a parte che io non voglio neanche quello, io voglio essere libera, non voglio avere cose che mi legano, per cui non posso andare fuori, non posso andare a una riunione, non posso andare con la mia amica perché magari c’ho da portare fuori il cane – per l’amor di Dio, è un egoismo, me ne rendo conto, però io così mi sento.
“Ma sai, mi dà tanta compagnia”: ma io non sono mica mai stata sola, sono sempre stata con la gente, tra la gente; non ho bisogno di compagnia, quando torno a casa ho bisogno di stare tranquilla. A me un animale addosso che mi lecca mi dà un po’ noia, sarà un difetto mio.

Sì sì, sono proprio fiorentina, nel libro lo racconto. Mio babbo e mia mamma erano a Milano perché il mio babbo dovette scappare dal Fascismo, insomma c’è tutta una storia molto pesante nella mia famiglia, però la mia mamma non li faceva a Milano i figlioli, veniva a farli dalla sua mamma, quindi io sono nata o alla Maternità o al Pitti dai miei nonni. Mia sorella alla Maternità, me lo ricordo perché mia mamma ebbe problemi, ma se non c’erano problemi si facevano anche in casa molto. Mio fratello più piccolo è nato sulla costa San Giorgio dove si stava quando nacque lui… noi fiorentini proprio, di Ponte Vecchio.
È una impressione più che una parola, ma mi sembra ci sia stato un termine, ma adesso non ricordo. Non frigida… una cosa popolare era “eddiccento”: quella ha l’eddiccento, voleva dire che non poteva avere figlioli. Si, poi naturalmente le donne che non avevano figli sono sempre state poi viste come disgraziate e anche colpevolizzate perché non c’era solidarietà. Cioè non è che una donna che aveva figli era contenta di averli e sentiva verso quella che non ne aveva un senso di solidarietà, di capire magari che poteva soffrire, no, c’era quasi come una colpa nei confronti di quelle che non avevano figli. E sai, ci è voluto il femminismo per far scattare qualcosa tra le donne. Purtroppo se in una famiglia c’erano dei problemi non era mai colpa dell’uomo, era sempre colpevolizzata la donna. Anche in un matrimoni che si rompeva – a parte che prima se ne rompevano pochi, stavano piuttosto lì a farsi picchiare, non erano condizioni di venir via. Anche quando vedevano che era colpa del marito sempre a dire: “eh però anche lei insomma”. Ci sono voluti gli anni Settanta; quando ero giovane io, anni Quaranta, Cinquanta, è sempre andata così. Anche se mia mamma invece è sempre stata il contrario: aveva un grande senso di solidarietà verso tutti, non ha mai giudicato nessuno e ha sempre cercato di capire cosa c’era dietro a un atto, anche di quello che andava in galera, anche di quello che non stava nelle regole. Non ha mai giudicato, non ci ha mai fatto giudicare, ha sempre detto: “bisogna capire cos’è che ha portato quello o quella a fare quella cosa”. Questo è stato un insegnamento grandissimo per me perché non c’era maldicenza nei confronti di nessuno, come invece poi accadeva.
Io ho vissuto molto in un ambiente politico della Sinistra, molte cose le avevo superate e venivano fuori una certa solidarietà, una certa comprensione, non ho vissuto discriminazioni. E nei luoghi di lavoro no, magari l’avranno pensato ma io non mi sono mai sentita colpita da nessuno. Anche perché io non avevo problemi a dirlo quindi li spiazzavo. Non dicevo: “ah, non li ho voluti”, dicevo: “non si possono fare insieme”; lo dicevo apertamente, in maniera da non creare imbarazzo, lo dicevo in maniera spontanea perché proprio la vivevo così. Di conseguenza gli altri non è che ti chiacchierassero a dosso, avendo saputo quello che era.

A me è cambiato con tutte quelle prove, che dovevo far l’amore alle sei di mattina, una cosa micidiale, mi ha fatto venir meno il desiderio; poi, una volta tornati nella normalità, non avevo il pensiero di: “speriamo sia la volta bona”, in quei tali giorni del mestruo, quelle date ore. Dopo anzi è stato liberatorio, uno faceva all’amore tranquillamente. E poi avevo la preoccupazione di farne uno solo, pensavo: “me ne faranno tante e poi mi faranno fare solo un figliolo”. Ero terrorizzata dal figlio unico perché io avevo questi fratelli, queste sorelle e sono stata tanto contenta di averli, della mia famiglia. Ecco, io vedevo figlioli unici per disgraziati, e li vedo ancora. Non me la sono mai levata dalla mente questa storia. Poi pensavo: “pigia pigia e me ne fanno fare uno!” Preferivo non averne che averne uno, ma guarda te! Io penso che questa casa aperta, vivace, piena di figlioli, che per questa esperienza mi sarebbe piaciuto averne, almeno tre. Anche due insomma… e poi io lo vedo. Ho un nipote dalla parte di Luciano che è figlio unico, gli è morto il babbo – il fratello di Luciano è anche più giovane di lui, è morto di tumore allo stomaco. Dopo di che la mamma è andata in ciampanelle perché non ha retto a quello shock, e questa creatura sola deve accudire questa mamma che non cammina più, gli ci vogliono tre persone per alzarla, bisogna imboccarla. E l’ha tenuta finché ha potuto, poi l’ha messa in questo posto, dove sta bene e si va sempre a trovarla. Però insomma, lui va in vacanza e viene via per andare a trovarla, e ne vedo diverse di queste situazioni. Allora mi dico: “avevo ragione a dire che un figlio unico è un disgraziato”.

Tu mi hai chiesto cose che ho vissuto, mica ho problemi. Non sono riservata di regola, non ho riservatezza. Ti ho detto, ho scritto un libro sulla mia famiglia e sui problemi della mia famiglia, ho messo in piazza quello che ho passato. Perché uno deve avere problemi, la vita è la vita, ci sono tutta una serie di concatenazioni che ti fanno agire così o reagire cosà; se sono come sono dipende anche dalla vita che ho avuto. Così è, se vi pare! ».

 

 

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