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Daniela racconta della sua vita, della sua famiglia e della sua scelta di non avere figli pur avendo valutato la possibilità della procreazione assistita. Ricorda alcuni preconcetti legati a questa sua decisione ascoltati in società e sul luogo di lavoro; riflette sui legami con i suoi cari e sull’eredità.

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Ecco la trascrizione completa del video:

Io mi chiamo Daniela, ho 57 anni, ho sempre fatto un lavoro autonomo, mi sono sempre occupata di formazione, di insegnamento, di piccoli progetti di ricerca e ho lavorato sempre con un gruppo di amici con i quali abbiamo condiviso un lungo percorso lavorativo; attualmente sono dipendente di una agenzia formativa, mi occupo di progetti finanziati dal Fondo Sociale Europeo, in questo momento lavoro molto con i ragazzi delle scuole.
Sono cresciuta in un piccolo paesino di montagna, sino all’età di 14 anni, poi sono venuta a Firenze per studiare e ci sono rimasta. Sono sposata da tantissimi anni, dal ’78, non so bene fare il conto, e non ho figli.
Io me lo sono chiesta tante volte come mai, perché la scelta è stata una scelta. È stata una scelta perché ho interrotto due gravidanze, quindi è chiaro che è stata una scelta. L’ho scelto io con mio marito che mi ha lasciata decidere. Ogni tanto gli dico: “hai fatto bene”, perché quella volta lì probabilmente me la sono elaborata da sola.
Mi ricordo la seconda volta, era un’età giusta e sapevo che se non lo facevo in quel momento lì non lo avrei più fatto. La scelta è stata difficile, ma improvvisamente mi è scattata. Improvvisamente mi sono sentita – uso una parola forte – quasi liberata da una cosa che sentivo come un grosso peso dal quale non sapevo come uscire. Poi improvvisamente mi si è aperto un mondo e ho detto: “no no, non lo voglio”. Insomma non è facile, sono state anche scelte complicate.
In più c’è un contesto sociale che quando ti vede giovane, bella, con una situazione di coppia stabile… per esempio, nel mio paese tutti hanno pensato che avessi avuto dei problemi, che non potessi avere bambini. C’erano le madri delle mie amiche mi trattavano da poverina come se…
Io non ho mai spiegato nulla; non è che mi pesava, lo vivevo come: “guarda che cosa buffa, si va subito a pensare… non si pensa mai: forse l’ha scelto”.
Questo anche sul lavoro.
Sino a che ho avuto 45, 50 anni, magari sembravo un po’ più giovane, anche sul lavoro mi chiedevano: “ma lei non ha famiglia?” e io dicevo: “sì, ho un compagno, un marito”. Oltretutto ho una famiglia impegnativa perché ho il mio babbo anziano, fino a poco tempo fa avevo la mia nonna, quindi la consideravo una grande famiglia.

Per chi invece mi conosce mi ha sempre chiesto – perché mia madre è morta di parto che aveva 39 anni e il mio fratellino che ha quindici anni meno di me l’ha cresciuto la mia nonna, ma io me ne sono occupata, lo portavo in vacanza con me, tutti i sabati andavo su per stare un po’ con lui sino a quando… tuttora che lui si è separato ha un bimbo di 6 anni, è come se fossi una zia molto grande del bambino, che ha i nonni che hanno la mia età perché la sua mamma è un po’ più giovane – per cui, questa cosa: “chissà quanto ha pesato che la mamma è morta di parto“. Io a questa cosa ci ho pensato tanto, certo che ha pesato su tutta la famiglia come un macigno: ogni volta che i miei fratelli hanno avuto i bambini mio babbo era terrorizzato da questo evento. Avrà inciso sicuramente, ma l’ho vissuto come dolore della perdita della mia mamma, chiaramente molto forte, che alle volte ritorna. Una cosa molto viva, però non ho mai attribuito a questo evento… anche se forse questo evento avrà pesato molto sulla mia scelta.

Mi sono sempre sentita discriminata? No, ma questo senso di indagare, quasi come un sospetto, di voler capire, di volerti penetrare per capire come mai, questo sì, l’ho sentito tante volte sia sul lavoro, veramente molte volte. Oppure anche chiedere di più, anche in famiglia: “tu sei quella che non ha figli, sei quella che, anche rispetto al lavoro di cura dei genitori, è più libera”; sei quella disponibile che può dare, che non può ricorrere al fatto che ‘oggi non posso perché ho la recita della bambina’. Da questo punto di vista anche un po’ sul lavoro: un po’ viene anche spontaneo a me, rispetto a colleghe che hanno figli piccoli, dire: “dai faccio io”, a volte c’è chi si approfitta di questa situazione, è capitato.
Per quanto riguarda me a volte mi sono sentita dire questa cosa della sterilità, non direttamente, ma ricorre frequentemente. Poi della poca generosità, molto egoista, oppure a volte sai, quando ho fatto politica: “forse vuol fare politica, forse vuole avere meno vincoli”. Queste le cose che ho sentito, magari riportate, non dette direttamente però, sì.
Qualcuno al mio paese ha detto: “anche quella è un ramo secco”. Un’immagine bruttissima, come se non aver dato vita, non essere stata in grado di dare la vita, come un ramo secco non produce foglie, non produce frutti, fiori.
C’è questa tendenza a non voler parlare dei propri figli con chi non ha figli, anche quando hai rapporti intensi, oppure non chiedere un consiglio perché ti considerano quella che non sa niente sul fronte dei figli, questo mi è successo tante volte.

Come mancanza non la sento mai, però penso sempre, quando ritrovo le cose in casa, a chi lascerò. Lascerò ai miei nipoti anche perché mio fratello, quello che è coetaneo mio, ha due figli, uno molto grande di 32 anni e la bimba di 14. C’è questa grande distanza tra i due ma i rapporti tra me e loro sono molto belli, anche se poi ci si vede poco perché ognuno ha la propria vita. Però mio fratello racconta poco della nostra famiglia, della mamma, ha molto rimosso la cosa della mia mamma; racconta poco della nonna, e allora ogni tanto mi viene anche voglia di appuntare, di scrivere, di mettere via le foto, di ricercare proprio per lasciarle a loro. Infatti al bambino piccolo di mio fratello minore, che invece vedo in questo frangente della sua separazione, molto spesso racconto, soprattutto della mia nonna perché per noi è stata una figura molto molto importante, che lui non ha conosciuto. Questa cosa mi piace, poi ogni tanto è lui che mi chiede; però capita anche con gli altri nipoti, anche se quello grande naturalmente è un uomo, ci sono altre dinamiche. Lui la nonna l’ha conosciuta bene quindi ha i suoi ricordi. Questa cosa di lasciare i miei ricordi, il fatto che non ho figli non mi ha disturbato, no. Però oggi, mentre pensavo che mi dovevo organizzare per venire qui, mi era venuta un po’ di ansia perché io a questa cosa è chiaro che ci ho pensato in un modo che a me ha fatto sempre stare bene, che non mi ha mai creato problemi. Però trovo che sia anche molto difficile da dire, forse perché ho un pregiudizio, penso che gli altri pensino che non è naturale decidere di non avere figli. È difficile verbalizzarlo, molto difficile e la paura di stamani era anche questa. Come si racconta?

Poi certo che la politica, il femminismo per me hanno inciso molto perché mi hanno dato questa forza di capire bene che cosa volevo. Sì, sicuramente. In quel periodo, a parte che eravamo giovani e quindi non si poneva il problema del limite, mi ricordo che si è cominciato a parlare di fecondazione assistita. Io ho sentito un sospiro di sollievo, ho pensato: “forse ho ancora un po’ di tempo” – perché erano anni quando poi si è presentata la gravidanza che poi ho interrotto, e ho avuto qualche pensiero come ‘ora devo mettermi lì e capire se realmente lo voglio fare, non lo voglio fare’. È quell’appuntamento tremendo con l’età biologica che da 36 anni in poi inizi a dire: “mah, forse”. Poi quando è arrivato questo grande cambiamento, questa possibilità, devo dire che mi ha anche aiutato a pensare: “forse ho ancora tempo, forse posso pensare”, però tutte le volte che ci riflettevo dicevo: “no, via tra due anni ci ripenso, per ora no, per ora no”.

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