Nella cornice di un teatro, dopo la proiezione del film “Lunàdigas ovvero delle donne senza figli”, un gruppo di donne di diverse geografie si trova a condividere le proprie storie personali, aprendo il dibattito sui molteplici modi di agire la maternità.
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Ecco la trascrizione completa del video:
LARA: «Quando Susi mi ha invitata a partecipare a questo progetto Lunàdigas, io subito mi sono detta “cavolo, una cosa così privata… noi sabaudi metterci così a nudo a raccontare una cosa così privata”… E poi mi sono buttata, mi sono buttata perché ho detto: “ma quando io ero piccola, quando ero ragazzina, io avrei voluto ascoltare delle storie e avrei voluto ascoltare delle donne che mi raccontavano perché non hanno avuto figli”. E quando ho pensato, ho detto: ma io cosa desideravo?
Mi è venuto in mente… io mi chiamo Lara, la mamma mi ha dato questo nome perché amava il dottor Zivago, sono nata a maggio del ‘68… E quindi ho pensato di andare a prendere in cantina un mio quaderno dove c’erano “I temi di Lara”, perché era il tormentone “Il tema di Lara”. E ho cercato di ritrovare il desiderio. Io ho detto: ma quando ero piccola, cosa desideravo? E allora vorrei leggervi (ma proprio ero sintetica da piccola) queste poche righe che si intitolavano “Tema: quando sarò grande”. Qui la maestra ogni tanto mi dava bene, benino, malino, ma insomma… io scrivevo: “quando sarò grande voglio sposarmi e avere tanti bambini, anche se so già che mi faranno un po’ arrabbiare, ma solo qualche volta però. Vorrei una casa grande dove stare insieme e volerci bene. Mi piacerebbe con un furgone fare tanti viaggi e scoprire il mondo e poi un giorno tornare a casa”. Ecco, questo era il mio tema. Oggi io sicuramente faccio parte di quella categoria che ha girato un po’ il mondo, ma non sono sposata e non ho bambini. E allora mi sono chiesta: ma cos’è successo in questi quarant’anni (adesso io ne ho quarantasei)? E ho cercato di ripercorrere un po’ alcuni momenti della mia vita che oggi così volevo condividere, raccontare con voi. Uno in particolare è quando io ho sentito che questo non era il mio desiderio; che io avevo intorno nella mia famiglia, nella mia scuola, nel mio ambiente, donne tutte sposate, tutte madri; che io guardavo, si guardava molto la televisione allora, serie in cui non so… “La famiglia Bradford”, quindi il furgone, oppure “La famiglia McKenzie”, tutti con tanti bambini. Ma quel mio desiderio era quello che poi ho scoperto dopo che i sociologi chiamano un “desiderio socialmente costruito”. Io non avevo altre donne a cui ispirarmi, altre donne che non erano madri. E allora ho cercato un po’ nella mia, come dire, formazione dell’identità (quando sei adolescente ti chiedi chi sono, chi mi piace), ho cercato di fare un percorso per essere il più possibile fedele a me stessa, a quello che ero io. Io non ho avuto figli perché non li ho desiderati. Non solo, ma nel mio un po’ percorso è stato anche importante a un certo punto incontrare delle amiche, che sono le badhole video, che è una parte della mia identità molto importante, con cui cerchiamo di raccontare proprio storie di donne che non erano raccontate. Cioè, io ho scoperto che c’erano tantissime cose che esistevano, ma che erano invisibili, che non venivano raccontate. Ancora oggi mi chiedo forse un po’ il perché.
Provando quindi a dirvi chi sono, un’altra cosa che ho dovuto anche demolire perché era socialmente costruita era che io non desideravo un Principe Azzurro. Io ho sempre desiderato forse una principessa, non necessariamente rosa, ma una principessa. Questo mi era chiaro, rispetto al mio desiderio, che secondo me è un aspetto molto importante della nostra vita. E allora da piccola anche questa favola non mi era raccontata. Non c’erano mai principesse che amavano principesse, però ancora oggi mi chiedo perché. E quindi questo è il mio pezzo che volevo condividere con voi, insomma, di differenza di quello che per me è stato un percorso importante di riscoperta, insomma, a partire dal quadernetto dei temi di Lara.»
FRANCESCA: «Allora io non ho studiato, non mi sono preparata, non sono stata brava come Lara e soprattutto non ho pensato. Però accade, no? Non ho pensato prima di venire qua, però forse un po’ potrei essere riconosciuta come una di quelle donne [del film]. Fino a poco tempo fa ho vissuto con tre gatti e sono pazza dei miei nipoti ed è verissimo e adoro viaggiare. Però non mi sono mai percepita come strana per questo. Non ho figli. Non perché non li abbia voluti, così, forse… non mi sono neppure mai chiesta perché. Questo forse è il punto. Non mi sono mai chiesta perché non ho figli. Adoro i bambini, adoro i giovani, adoro anche gli adulti e è capitato. Quando ero bambina ho scritto anche io dei temi e non desideravo di avere dei figli, desideravo viaggiare fin da quando ero piccola e l’ho fatto. Desideravo fare teatro fin da quando ero piccola e l’ho fatto. E quindi va tutto bene, finito così. Questo è un po’ un pezzo di storia. Comunque aggiungo che sono cresciuta in una famiglia numerosissima e con una madre straordinaria che si è occupata di noi, che ha anche faticato molto perché per lunghi periodi è stata da sola e ho tante sorelle, anche fratelli. Ho sorelle che hanno avuto figli, fratelli che ne hanno avuti e fratelli che non ne hanno avuti. E un po’… non so, non credo neppure che questa mia esperienza abbia un po’ inciso nelle occasioni della mia vita. Ecco, perché vivo il non essere madre come un insieme non di occasioni perse, ma accadute.»
LARA: «Nella mia famiglia la prozia che non era sposata era un po’ sfigata. Cioè c’era un po’ questa cosa che aleggiava del “non si sa bene, sola, senza marito, senza figli”. Era un po’ un personaggio in ombra.»
FRANCESCA: «Eh, ma sono cambiati tempi. Adesso la zia non sposata, è fighissima. Ragazzi vogliono andare sempre da lei. E poi, e poi quando crescono e diventano adolescenti, si fanno anche tante fantasie e io lascio che se le faccio, no? No, perché, insomma, crea un po’ il personaggio, no?»
MARTA: «Posso farti una domanda, Francesca?»
FRANCESCA: «Sì.»
MARTA: «È sempre stato costante questo non desiderio negli anni? O c’è… non so, ci sono stati delle trasformazioni, degli episodi, dei cambiamenti?»
FRANCESCA: «Allora, è vera questa cosa. Perché poi, per altro, ho tante amiche che hanno vissuto fortemente il senso, il desiderio della maternità, e c’è chi è riuscita a realizzarlo e chi no, e so, e quindi rispetto questo, so che per molte donne è stato un problema, anzi, IL problema.
È una cosa che io non ho vissuto su di me, però non mi sono sentita diversa per questo. È sempre stato, non ho mai desiderato un figlio da sola, l’avrei desiderato comunque con un compagno. Probabilmente ci sarebbe stata l’occasione, penso, solo una volta nella mia vita, però in quell’istante ho sentito che non era il momento, passato quello è andato, però non mi sono mai disperata per questo. E con questo non voglio dire che sia un merito o un demerito, perché è proprio rispetto, sensibilità molto diverse che un po’ ci caratterizzano.»
SARA: «Vengo dall’Egitto, sono da ventisette anni qui in Italia, e per la nostra cultura fare i figli è una cosa naturale. Non si dice: io desidero o non desidero, decido o non decido. Chi si sposa sa che dopo il matrimonio la cosa più naturale è di fare figli. Si fanno i figli subito, anzi se una è in ritardo di un anno che non è ancora rimasta incinta, i familiari diventano un po’ ansiosi e anche noiosi. Entrano nella vita della copia e dicono “come mai non sei andata dal medico, dobbiamo sapere perché sei in ritardo, desideriamo i nipoti”.»
STELLA «Anche qui è così!» [ridono]
SARA: «Comunque non è una decisione, ma una cosa naturale. Non si decide di fare figli. Si aspetta perché dopo il matrimonio si sa che la cosa naturale è di fare figli. E dopo tutti questi anni che sono qua, la cosa è cambiata anche nel nostro Paese. Ma non è decidere di fare figli o non farli. Ma è decidere di ritardare un po’ di fare figli perché forse per studio, forse per una vita migliore, forse perché ci sono altre aspettative… ma non ho mai sentito una donna che ha deciso di non fare i figli e si è sposata. Se una non è sposata non può fare figli. Non è una decisione, ma proprio naturalmente se non è sposata non può fare figli. È questa la differenza. Io, siccome sono una donna di questa cultura, mi sono sposata e dopo quindici giorni sono rimasta incinta. E per me è una cosa naturale. Non ho pensato: cosa faccio? Io sono qui straniera, non ho famiglia, non sono ancora solida in questa società, non so come muovermi, non so parlare l’italiano… tutte queste domande, non mi sono venute in mente perché so che è una cosa naturale. Allora ho accettato. Non ero spaventata ma non ero così felice perché non so quale destino mi aspettava. Ma per me era una cosa naturale, per cui l’ho vissuta serena. Non ho avuto problemi, non ho avuto ansie, non ho avuto preoccupazioni… ancora non avevo una casa, ero ospite da familiari di mio marito che erano qua prima di lui, non sapevo quanto costano i figli, non conoscevo neanche la moneta, quanto costava la vita qua, per cui non ero preoccupata se potevo comprare o no il latte per i figli, se avrei avuto latte o no… per me era tutto naturale. Per quello sono vissuta veramente serena malgrado tutti i problemi che ho passato. Dopo che ho avuto la figlia, non sapevo neanche come nutrirle. Credevo che se non avevo il latte, potevo dare il tappo rosso. Non sono andata da nessuna pediatra perché credevo che tutto doveva essere naturale. Non ho avuto questa mentalità di andare dal medico, di farla seguire da una pediatra e tutto questo. Forse anche in Egitto era così, ma io, siccome ero la più piccola della mia famiglia, non ho mai vissuto la crescita di un bambino. Per questo non sapevo cosa si doveva fare per un bambino. Nessuno mi aveva insegnato. Allora, dopo sei mesi, davo il latte tappo rosso, mia figlia cresceva, diventava così cicciona, bella… tutti mi dicevano: “cosa le dai da mangiare?” “Niente, le do il tappo rosso”. Una volta un’amica italiana, sposata con un egiziano che era amico di mio marito, era venuta da me: “ma cosa fai con questa figlia che cresce così bene?” “Niente, le do il tappo rosso” [ridono] “Cosa? Il tappo rosso? No! Non vai dalla pediatra?” “No” “Non fai questo?” “No” “Allora devo portarti dalla pediatra”. Mi ha portato dalla pediatra e mi ha fatto spaventare perché io in quel momento mi sono sentita che stavo facendo qualcosa di sbagliato, che non riuscivo a crescere mia figlia bene perché non do la pappa, non do il frullato, non compro la carne… tutto questo. Allora, cosa ho fatto? Sono uscita di casa per comprare tutte queste cose di pappa dei bambini perché dovevo recuperare tutti questi mesi che non avevo dato la pappa. Credevo così che sicuramente avevo fatto male per mia figlia, ma adesso potevo iniziare a fare il bene. Piano piano mia figlia diventa più cicciona [ridono]. Allora è cresciuta bene, anche se finora è un po’ più cicciottella degli altri. È cresciuta molto bene. Dalla seconda ho imparato e allora ho cercato di aiutare anche le altre donne quando mi chiedevano, prima ancora di fare il corso di mediazione: “voglio andare dal medico, voglio andare dalla ginecologa, voglio andare dal pediatra…” Allora le accompagnavo perché non volevo che passassero quello che ho passato io. È vero che l’ho passato bene, tutto sereno, però dopo un po’ mi ero spaventata tantissimo di non aver seguito tutte le indicazioni che ogni mamma deve seguire qui in Italia. Ho fatto la seconda per scelta perché volevo che la prima non fosse sola perché veramente correva per la strada per cercare di giocare con gli altri bambini. E le mamme si spaventavano, tiravano i bambini e se ne andavano via. Mi sentivo malissimo perché volevo che i miei figli socializzassero, giocassero con gli altri bambini. Allora ho detto: “qui devo fare un altro figlio o figlia”. Nella mia infanzia ho sempre sognato di avere due figli: un maschio e una femmina. Non è successo così. Ho fatto la seconda figlia. Ero felice, contenta, tutto a posto. Poi nella nostra cultura il maschio è importante: “devo fare un maschio” perché noi abbiamo tutto il diritto di famiglia e anche l’eredità… che se non hai un maschio ci sono delle complicazioni nell’eredità, che tutti i familiari possono essere eredi se uno ha qualcosa. Allora ho detto “il maschio per la nostra società è importante”, è meglio fare un maschio. La terza ho deciso io di farla. È venuta femmina. [ridono]. Ah Signore, allora basta così! Tre bastano e avanzano, sono contenta, riuscivo a organizzare il mio tempo, con le collaborazioni che facevo come co.co (collaborazioni di progetto), riuscivo a gestire la mia famiglia, il mio lavoro, decidevo anche in quale orario potevo lavorare e così andavo bene avanti. E poi sono rimasta incinta, per uno sbaglio. Tutti dicono che non ci sono sbagli. Sì, ci sono. Se usi e qualcosa non funziona, ci sono. Sono rimasta incinta per la quarta volta e qui veramente è stato un dramma. Ho pianto tantissimo perché ho capito che veramente ero in difficoltà, che non riuscivo più a gestire la vita come una volta, che ero da sola; da sola voleva dire che non avevo i miei familiari, perché c’erano i familiari di mio marito – c’erano i fratelli con le mogli che abitano lontano – ma non è come avere i propri familiari. Allora mi sono sentita qui, per la prima volta, in solitudine. Ho pianto tanto, solo che non potevo abortire perché io credo e so che l’aborto è una cosa negativa per il mio credo e allora ho deciso di continuare la gravidanza. Ho avuto la quarta figlia. Femmina. Ho pianto tantissimo perché in tutto questo non ho avuto il maschio. Mio marito diceva: “perché piangi? Sono quattro bellissime figlie. Io sono felice, contento” perché di solito non è l’uomo che vuole il maschio. Per me è stato veramente il mio desiderio di volere un maschio, non il suo. Allora lui mi ha consolato tanto, diciamo, in questo mio destino di avere quattro femmine. Era felice, contento e questo mi ha aiutato molto ad accettare. E adesso per me la più piccola è la più cara, la più vicina, la più affettuosa e io non voglio dire la più intelligente, ma proprio ha qualcosa di particolare. [ridono] Ha qualcosa di particolare e per quello tengo tanto a lei. Voglio a tutti bene e la maternità per me è una cosa… è vero, non ho pensato, non ho deciso, ma per me è una cosa bellissima.»
RENATA: «Mi piacerebbe avere… Lo dico in senso di ammirazione, davvero, la leggerezza, nel senso bello di questo termine, con cui tu hai portato la tua maternità e con cui lei ne ha parlato. Perché io continuo a sentire una mancanza, una ferita profonda. Una delle ultime notti, avevo ventotto anni, in cui assistevo mio padre, mi sono detta che non avrei mai fatto un figlio per non esporlo a un dolore così grande. In quel momento stavo con un compagno, con un uomo, con cui avevamo pensato e progettato un figlio. Dopo qualche mese da questo lutto, quest’uomo dice “basta” e se ne va, sparisce. Quindi, si accumula un’altra cosa, perché con lui davvero sentivo che questo progetto era possibile del figlio. Per una fortuna, per un caso, ma come dicevi te “l’errore, il caso forse non esiste”, ho incontrato il teatro, o meglio, ho incontrato un gruppo di persone tra cui una persona estremamente convinta di fare teatro, per me lei è l’essenza di quello che per me è il teatro, di quello che è essere donna all’interno del teatro, insomma di una mente e di un cuore fervido e appassionato, e questo gruppo di persone, con cui a Bologna poi abbiamo messo insieme questa compagnia di teatro di ricerca che si chiamava Laboratorio Teatro 4, il teatro e queste relazioni m’hanno salvato la testa e la vita, sicuramente. Però io questa mancanza ho continuato a sentirla. Sono stata molti anni da sola, nel senso senza un uomo, non da sola. Perché, in realtà, sono stati anni fervidi di incontri e relazioni, ho lasciato il posto di lavoro sicuro nello Stato, mi sono lanciata in questa avventura teatrale umana, fortissima perché allora l’accezione di gruppo era sì artistica ma era anche di condivisione della vita, delle idee, degli stati d’animo, dei percorsi, delle scelte, anche radicali, che si andavano facendo. Poi, come accade, dopo molti anni insieme, anche perché sono state fatte scelte, figli, eccetera, il gruppo si è [sciolto], ha preso altre strade. Poi con alcuni di loro, ovviamente, l’amicizia e la sorellanza sono rimaste estremamente profonde. C’è stato un momento molto lungo in cui, quando una mia amica rimaneva incinta, io non andavo neanche a trovarla, perché l’idea di non poter avere una pancia, di non vivere questa trasformazione fondamentale, naturale, perché vengo da una famiglia contadina in cui era naturale fare figli… insomma, esistenzialmente era molto forte. Ovviamente c’era tutta un’altra Renata, che era quella del: “Rompo con lo schema famigliare, non posso fare la vita di mia madre anche se le voglio bene, sono figlia di operai e non posso studiare ma io voglio studiare”, quindi, ovviamente, è chiaro che non è che dici: “volevo solo un figlio”, c’erano anche tutte le altre cose. Però, per quella naturalità che lei diceva, io sentivo di essere, non tanto socialmente, ma esistenzialmente una diversa. E tuttora è così per me. È una condizione esistenziale diversa, migliore o peggiore non lo so, diversa. Via via, nel tempo, andavo dal ginecologo che diceva: “Ma no, ma tu figurati, tu sei fatta per far figli!” non potevo neanche dire di avere problemi fisiologicamente. Sicuramente, la chiusura del rapporto con quest’uomo con cui immaginavo, sognavo, pensavo il figlio… E per sei o sette anni non ho avuto relazioni in cui – voglio dire – investire a quei livelli e con l’idea, come diceva lei, che per me va fatto in due. Poi ci si può separare, possono succedere mille cose, ma io ero figlia di una coppia, siamo in tre, che si è anche amata molto, per cui… non mi sentivo, potevo anche farlo da sola come molte mie amiche e rispetto le scelte di ognuno, come dicevi tu, di ognuno, ci mancherebbe, ma non tanto perché pensassi di non riuscire ad allevarlo da sola, perché vengo da donne toste, da donne braccianti, per cui non mi spaventava questo, ma l’idea di togliere… cioè, non lo so, di far nascere un figlio senza che ci fosse un’altra figura insieme a me, cioè che lui, che lei avesse due figure di riferimento e poi sceglieva con chi stare e con chi non stare, ci si poteva separare come nella vita accade. Però, di mettere un figlio in questa precondizione non me la sono sentita. Non so se infondo, forse, li ho anche non voluti? Questo io me lo sono chiesta, non mi sono ancora data una risposta, ormai il tempo biologico, ovviamente, non c’è; non mi va, come non mi andava allora, di sottoporre il mio corpo a una serie di situazioni per avere comunque un figlio a sessant’anni perché mi manca. Non me la sento, perché lo condannerei a rimanere orfano molto presto, e perché dargli quel dolore se già allora mi sono detta: “Non voglio fare figli per non esporli a questo dolore”? E quindi sono questa contraddizione molto forte. Però, fino a quando sentivo che potevo farne, ero anche abbastanza in pace, abbastanza tranquilla che prima o poi, in maniera naturale, sarebbero arrivati. La cosa a cui ho pensato molto due estati fa quando è morta la mia mamma, e questo ha aperto delle altre cose, è stata che, proprio in quel momento della mia vita, quando appunto mio padre moriva, il mio compagno mi lasciava, ho incontrato il teatro, il secondo spettacolo che abbiamo fatto con questo gruppo era dedicato a Sylvia Plath. Era tratto dal radiodramma “Tre donne” di Sylvia Plath e io ero la voce che faceva i figli. Però non ne ho avuti. Per ora basta.»
ZITA: «Io da piccola volevo essere mamma, pensavo sempre “quando crescerò voglio diventare mamma, subito”. Ai miei vent’anni ho trovato un grande amore e con lui ho fatto tre figli. A ventitré anni avevo tutti e tre, nessuno programmato ma tutti molto desiderati e amati. Dal momento che sapevo che ero incinta ero felice, molto. E poi, quando sono rimasta incinta della terza, lui è arrivato da mia mamma e ha detto: “la tua figlia non smette, è di nuovo incinta” e sorride. Ma ero veramente felice perché volevo avere tanti figli, il mio sogno era avere tanti figli. Ho potuto con queste tre figlie continuare a fare… perché sono una mamma… Io dico sono una mamma non tanto tipica come mamma perché non mi piace cucinare, non mi piace molto curare la casa, cioè è curata la mia casa, ma non posso stare dentro casa a fare la donna di casa, la casalinga, non potrei mai. Quindi piuttosto i miei figli cucinano per me. E ho avuto la fortuna di avere anche un marito che cucinava per me, fidanzati che cucinavano per me. Così. Dopo dieci anni che avevo tre figli ho avuto il quarto figlio, lì ho stoppato perché la vita non è facile. Per quindici anni ho vissuto anche da sola con questi figli, mai per un momento ho pensato perché li ho avuti, al contrario, per me è molto naturale, come diceva lei, rimanere incinta, avere… Non ho mai pensato: sarà difficile, non sarà difficile, avrò, non avrò, cosa farò, come farò. No, perché io penso che le cose ti arrivano e tu riesci a vivere quello che devi vivere o fare. E io ho sempre cercato di fare del meglio possibile per dare il meglio ai miei figli, come lo faccio ancora. Mi emoziono. Per me la cosa meravigliosa è avere la pancia e il bambino, è impossibile stare vicino a una donna e non toccarle la pancia. Se sono vicina mi vieni da toccare e dare un bacio perché è un momento molto molto speciale e sacro per me. Avere questo bebè dentro di te che cresci, che si muove, eccetera, è una esperienza meravigliosa. Comunque ho sempre saputo rispettare anche le scelte. Se una donna dice non voglio avere, non mi interessa, è tutto. Io lo trovo bello. Se tu non hai voglia, non farlo. E se hai voglia, cerca di farlo, anche se non hai trovato il grande amore, oppure aspettando quello giusto, giusto è quello che arriva nel momento che è arrivato. Prendilo, facci il figlio, ho vissuto così e ancora penso così. E a quarantatré anni sono diventata nonna. [ridono] È stato più bello ancora perché essere lì in sala di parto e vedere tua figlia è un’emozione grandissima e ora ho 5 nipoti. È molto bello. Molto bello e anche come nonna sono molto atipica perché non portano compiti a casa quando sono con me e non cucino per loro. Noi mangiamo qualcosa di… improvvisiamo, andiamo, compriamo così. E quando sono con me sono in vacanza, sono piccoli ma dicono così: “quando possiamo venire da te a fare vacanza, vavà? Vavà vuol dire nonna perché questa vavà corre nel parco, salta, fa capriole e tutto. Sono così ancora e spero di arrivare oltre perché voglio diventare bisnonna, bisnonna, mia mamma è trisnonna. Quindi penso che ci arriverò. Sono molto felice di essere mamma anche se ho vissuto molti momenti difficili perché essere mamma, mamma di quattro figli non è facile. Anche quando sei da sola, chiamano sempre solo te per tutto, per ogni cosa, ma per me vale la pena. È un sogno realizzato. E sono sempre ottimista davanti alle difficoltà. Penso che una mamma trova tutto questo. Essere mamma vuol dire le cose… anche se ti trovi momenti che non sai cosa può capitare, poi ti vieni sempre la soluzione di quei momenti difficili.»
FRANCESCA: «Posso dirti una cosa?»
ZITA: «Sì.»
FRANCESCA: «Ma io credo che sia tu così, ottimista, al di là del fatto che sei mamma, sei una mamma ottimista perché ci sono anche le mamme che non sono così. Una cosa mi ha colpito: dici, hai detto “perché è naturale”, “è naturale”, anche tu dicevi “è naturale”. Secondo me è naturale essere mamma, è naturale non essere mamma. È più frequente essere mamma e magari è meno frequente non essere mamma, ma è naturale anche non essere mamma. Ci sono, no, queste lunàdigas, ci sono in natura.
Non so, è naturale… allora è sempre lo stesso discorso, forse di chi dice è naturale innamorarsi del sesso opposto, non vorrei aprire un altro discorso, però è naturale anche innamorarsi del proprio sesso. La natura è molto varia, ci sono delle situazioni che si presentano con maggiore frequenza e secondo me è naturale un po’ tutto, è naturale essere madre, è naturale non esserlo, è naturale soffrire per non essere diventata madre ed è naturale anche magari non soffrire oppure soffrire per esserlo diventata, madre. Forse, invece, io sono molto felice perché qui per esempio vedo due madri meravigliose bellissime, no?
Zita e Sara, perché avete raccontato anche delle storie veramente belle, ricche, piene, però nella vostra storia secondo me l’essere diventata madre non è frutto di un processo naturale, di un processo culturale che fortunatamente vi è piaciuto, in cui siete state bene, magari poi l’avete scelto, può essere (adesso io non voglio fare la maestrina), però sono qua che rifletto. Vedo tante storie diverse e quando si dice “è naturale”, mi lascia sempre un po’ perplessa questa cosa e invece mi chiedo: perché no? Questa è una domanda che mi sono fatta, ma non per me in generale, ma perché si mettono al mondo dei figli? Questa veramente è una domanda che mi sono fatta: perché ci sono delle donne e poi probabilmente anche degli uomini, ma questa cosa non l’ho verificata troppo perché non l’ho cercato, che proprio hanno bisogno di avere dei figli? E ci sono delle donne che fanno una difficoltà estrema per avere dei figli, perché magari ci sono dei problemi di natura proprio fisiologica o perché ci sono dei problemi di natura culturale o sociale che ci impediscono poi di avere dei figli, bisogna fare dei percorsi stranissimi, allora mi dico: perché? E poi ho pensato… questa è una domanda che mi sono fatta per tantissimo tempo, mi sono fatta quando per esempio delle mie amiche della mia età, parlo di qualche anno fa, desideravano avere dei figli, ma per esempio essendo delle coppie lesbiche avevano difficoltà a averli e una di queste impazziva e voleva a tutti i costi averli e io dicevo: ma accidenti, ma ha un senso soffrire così tanto, andare contro il mondo, contro la società per riuscire a farlo? Come posso esserle vicina io in questa storia, non capisco tutto questo suo delirio, no? Quindi ci ho riflettuto tanto e poi alla fine a una risposta sola, non sono arrivata. Credo che ci siano davvero mille motivi per cui alla fine alcune di noi desiderano follemente avere dei figli e che dipende anche molto dall’età, a volte avviene in maniera molto più rapida e spontanea come quando si è giovani ed è così per l’amore, e quando invece ci si innamora da adulti è una cosa già molto più rara e più complessa, più ponderata e lo stesso forse è per la maternità di una donna, cioè quando una donna adulta ormai decide di avere un figlio. Non lo so. Per esempio questa è una domanda che estenderei: uno vuole un figlio perché vuole lasciare qualche cosa? perché vorrebbe raccontare qualche cosa? Forse… vorrebbe raccontare un storia? Vorrebbe che la propria storia continuasse, fosse raccolta almeno per alcuni tratti da qualcuno, e poi avesse un seguito? Perché per esempio questo è un desiderio che ho: lasciare pezzi della mia storia, però li lascio qua e là, qua e là. Se poi sono persone giovani meglio ancora perché mi sembra di avere qualcosina in più da dare mentre da chi è più grande di me ancora ho voglia tanto di prendere.»
MERCEDES: «A parte che sono convinta che nel mondo ci sono tante forme di esserci e che la maternità o è una cosa istintiva oppure molto intellettualizzata, perché una persona che dice: “Io ho scelto di non essere madre, di non avere figli” vuol dire che ha intellettualizzato questo in qualche maniera. Racconto la mia storia perché io, sicuramente molto condizionata da una famiglia tradizionale, mi aspettavo che avrei avuto figli, infatti mi piaceva molto. Io sono stata educata in una scuola di suore, allora mi ricordo che le suore proprio ti mettevano [in testa] anche questo. Quando tu uscivi dalla [scuola] media, prima di andare all’università, perché si fanno dieci anni e poi si subito incominci a inserirti all’università, uscivamo che avevamo già preparato il corredino per il bambino, quindi il lenzuolino, i vestitini. Era un’illusione il figlio. Se tu poi avevi l’innamorato, l’illusione era già fatta. Ti immaginavi di sposarlo… Io ero innamorata di un ragazzo, anche lui educato dai gesuiti, allora ci immaginavamo tutto, ma poi non è successo poi nulla. Cos’è successo poi? Con gli anni, con l’università, conosco un italiano, io ero in politica e anche lui, e decidiamo di vivere insieme. Questa convivenza era molto difficile per mia madre da accettare, e decidiamo, io sono peruviana, di andare in Cile: Allende, l’unità popolare, ecco… c’era tutto questo fermento. Io vivevo con lui ormai da un anno, e c’era il golpe… mentre era così, tutte le ragazze che in quel momento vivevano in Cile non pensavano ai figli! Io dicevo: “Ma perché non hanno figli questi qua?” Viene il colpo di stato, noi torniamo qua in Italia, dopo siamo catapultati in Centro America e i figli non venivano. Io dicevo “Che strano!”, io dicevo a mio marito: “Perché? Sarai tu che stai male? Non lo facciamo bene?” E lui mi diceva, italiano, piemontese, riposato, metodico: “Non preoccuparti, è così, se non viene, non viene!” Quando lui mi diceva questo, io dicevo: “Ma perché? Io vorrei avere un figlio, guarda la fulana, ha il suo bambino, che bello che è!” Allora, lui sicuramente ha intravisto in me un po’ di tristezza, di nostalgia per il figlio, e mi dice: “Senti, se non viene, possiamo adottarlo, che dici?” Eravamo in El Salvador. Tanta povertà, tanti bambini. Vedevamo poi i bambini che chiedevano l’elemosina, piccolini così. “Possiamo adottare…” e allora mi mise quest’idea di comunque esercitare questo senso materno adottando un bambino, e abbiamo adottato un bambino, bellissimo. Bellissimo. Un bambino i cui genitori erano andati al monte, perché erano guerriglieri. Questo bambino era rimasto con la nonna, la nonna era gravissima e allora mi hanno contattato delle suore che conoscevo: “Mercedes, c’è questo bambino, che dici?” “Subito!” Parlo con mio marito, dice sì. Abbiamo adottato questo bambino. Io, comunque, ho fatto qualche cura, però mio marito mi diceva: “Se non è successo, sarà per un qualcosa che non vengono i figli!” Poi abbiamo avuto questo bambino e lo abbiamo fatto crescere, siamo venuti qua in Italia, la mia suocera lo vedeva un po’… Diceva: “Va bene”, l’aveva accettato, sapeva che era adottato. Poi, dopo io mi ero dimenticata di tutto, il bambino, Paolo, aveva sette-otto anni e rimasi incinta! E ho accettato questo bambino. Sono stata molto felice, ho detto: “Questo è un dono della natura!” perché io pensavo che non avrei avuto figli. Però, non ho avuto questo desiderio assoluto di maternità. Io dicevo “Se viene, viene”, io avevo più la voglia di averlo, mio marito mi diceva: “Se non vengono, pazienza! Andiamo avanti così. Sarà per un qualcosa.” Ecco, questa è la cosa in relazione all’adozione. Io credo che sì, che una persona può esercitare comunque il suo senso di maternità, adottando. È anche molto bello. Perché non necessariamente uno deve pretendere: “Il figlio è mio, me lo tengo io!”, la possessione no. Un’altra cosa che io ho sperimentato è che ci sono persone che fanno figli per risolvere i problemi personali. Allora, avere figli anche per avere la capacità di educarli, di crescerli, questa, per me, è una cosa anche bella. Comunque, sono convinta… Adesso, per esempio, è bellissimo! Si vedono coppie dello stesso sesso con bambini. Io sono aperta a tutto! Ci sono tante forme di stare nel mondo! E di soddisfare questo istinto, questo desiderio.»
LARA: «Noi Badhole facciamo questa battuta pensando all’essere figli: “Cosa c’è di peggio di avere una madre? Averne due!” [ridono] Ma nel senso che, un po’ ironicamente… poi, per carità… anche un po’ per sdrammatizzare con molta enfasi quella che, oggi, in Italia, viene molto enfatizzata, cioè la mamma che si deve sacrificare, tutta questa enfasi… Sicuramente sono d’accordo, anche un po’ per il mio lavoro. Io ho una formazione da assistente sociale e sociologa, anche. Lavoro nei servizi sociali e un concetto molto importante è quello della maternità sociale. Cioè, io vedo tante mamme che non ce la fanno, che sono sole, con una situazione sociale e anche familiare che non le aiuta nell’essere mamme. E allora c’è bisogno di zie, c’è bisogno di mamme affidatarie, c’è bisogno di un concetto, secondo me, ancora poco esplorato ma molto importante, perché per me, per esempio, è una forma enorme di amore che è proprio quello della maternità sociale. Cioè, non l’hai fatto tu quel bambino, non è biologicamente nato da te, però tu puoi mettere a disposizione veramente il tuo materno e, su quello, fare delle operazioni di riparazione, di dono, d’amore, di maternità che, lo vedo anche nel mio lavoro, sono grandiose! E sono molto potenti. È una parte che noi, come donne, sono d’accordo con quello che dicevi tu, Francesca, possiamo sentire di avere e realizzare anche senza un figlio biologico. Come la tua esperienza, molto bella.»
MARTA: «Anch’io sono una madre non naturale. E ora sono anche una madre part-time, perché io ho adottato un bambino e poi mi sono separata. Il processo, in realtà… a ventisei anni io avevo questo desiderio molto forte di maternità. Credo che non fosse tanto il desiderio di maternità, quanto una mia caratteristica di volontà, “volere, volere, volere” qualsiasi cosa. E però poi l’uomo che ho incontrato era un uomo sterile, nel senso che dopo un po’ abbiamo scoperto la sua sterilità e immediatamente io, dopo pochissimo, ho detto: “Io voglio, voglio, voglio questo bambino!” E quindi, dopo un anno e mezzo, abbiamo adottato questo piccolo. E mi sono accorta che la mia relazione con il desiderio di maternità nascondeva tutto un percorso di consapevolezza di me stessa che sto pagando ancora adesso sulla mia pelle. Nel senso che quella che per me era naturalezza era una totale inconsapevolezza di chi ero e di che cosa volevo veramente. Dopo un anno che avevo adottato questo bambino, ho iniziato a… avevo anche un forte senso di “legame” con la sua madre naturale, cioè di pensiero comunque costante con la donna che lo aveva partorito. E mi ricordo che il giorno in cui Marco è arrivato, mia sorella aveva partorito da poco suo figlio e io stavo facendo un seminario di teatro. La sera, mia madre mi telefona e mi dice: “L’Arianna ha avuto le doglie, vieni a Genova, scendi, corri.” Io ho fatto il viaggio in treno e non so perché, ormai ero tranquilla, ho pianto tutto il viaggio. Sono arrivata a Genova ed ero distrutta. Ma non davo una ragione, era l’ora esatta in cui mio figlio, Marco, è nato. Questo l’ho saputo venti giorni dopo, mi hanno telefonato e hanno detto: “C’è un bambino, lo volete?” E quindi io ho sentito di avere sentito il dolore di questa donna che, comunque… che stava partorendo un figlio e lo lasciava. E quindi ho iniziato a scrivere, già scrivevo comunque di professione, e nello scrivere la storia di una giovane donna che abbandona un figlio mi sono messa nei panni di questa donna. E ho partorito, scrivendo, perché l’ho fatta partorire, l’ho fatta giovane, inconsapevole, totalmente randagia, non ho indagato sulle motivazioni profonde in realtà di questo gesto, però mi sono accorta che proprio c’era un… Cioè, che io ero lei! Io col mio desiderio fortissimo di maternità ero lei che abbandonava il figlio, non c’era proprio separazione. Nel frattempo, però, la maternità mi aveva permesso per la prima volta di scrivere davvero un romanzo. Con i suoi ritmi, i tempi del bambino che andava all’asilo tre ore al giorno, cioè tre ore al mattino, poi dormiva due ore il pomeriggio… E quei tempi erano perfetti, io per sei mesi mi sono permessa di fare quello che veramente… Cioè, la maternità mi ha permesso, in realtà, poi di trasformare e realizzare veramente la mia professione. Poi mi sono accorta, quando il libro è uscito, che un sacco di donne madri venivano da me a dirmi: “Ma sai che io questo personaggio di Anna non lo trovo tanto cattivo?” perché poi aveva avuto, invece, molte risposte violente la storia di una donna che abbandona un bambino, giovane, che non è stata violentata, che non è disadattata, non è ferita… Cioè, come fai ad abbandonare un figlio? E, invece, io poi sentivo molte donne che mi dicevano: “In effetti, io delle cose che prova Anna, di rifiuto di questo bambino, le ho sentite dopo il parto di mio figlio pur non avendolo abbandonato”. Quindi, questo… E io anche! Pur avendo adottato e voluto tantissimo questo bambino, per me poi è stato difficilissimo. Non è stato tutto così bello. Per quanto mi abbia proprio costretto, e ancora adesso mi costringe, a riflettere su me stessa e comunque sulle mie responsabilità e a fare questo percorso di consapevolezza, di avvicinamento sempre di più a chi sono, di scoperta di chi sono. E poi, da neanche un anno, mi sono separata e quindi adesso sono nella possibilità di nuovo di avere un figlio. Quando mi sono separata ho pensato, lo so, è un pensiero terribile, perché io amo mio figlio, ma ho pensato: “Se non avessi Marco, io sarei libera in questo momento”. Ho proprio sentito che avevo costruito una trappola per me. Allo stesso tempo, sono qui per lui. So comunque… del fatto di che cosa vuol dire confrontarsi con questo. Un’altra cosa per concludere: sempre più vicina a me stessa, tempo fa sono andata da una persona che fa le mappe dei bisogni con i tarocchi, con le carte. A un certo punto, c’è una struttura per cui ogni parte della tua vita corrisponde a una carta, non so il lavoro, l’amore, il bisogno di vita, ciò che ti sostiene, e lei tira fuori la carta del “nido”, cioè la maternità, e mi ha detto: “Ma tu sei madre! Tu sei la grande madre!” perché c’era la luna, che è la carta del femminile: “Perché ti continui a interrogare se se sia giusto che non hai avuto un figlio, non l’hai avuto, che ce l’hai, non è naturale… Tu ce l’hai! Accetta questa cosa, per sempre. Perché tu sei madre”. E lì mi sono messa in pace. Adesso non lo so cosa può succedere ancora nella mia vita, però so che sono madre comunque.»
ANTONELLA: «A me piacerebbe raccontarvi un piccolo aneddoto che è successo quest’anno a novembre, se non ricordo male, sì, era novembre, era la Festa delle Luci. Questa festa che celebriamo a Torino sul Po richiama una festività indiana, dove io di solito porto le mie ragazze, le mie allieve di danza indiana a esibirsi, a fare queste danze indiane, appunto. E, in quell’occasione, c’erano diverse persone che io conoscevo fra cui quest’allieva di Yoga che era lì con la figlia, la quale, finita l’esibizione delle ragazze, dice alla mamma: “Mamma, certo che penso che Antonella abbia veramente una casa molto grande!” e la madre la guarda e le fa: “Ma perché, Nina, Antonella deve avere una casa molto grande?” e lei dice: “Perché con tutte queste figlie!” E quindi poi, Camilla, la mamma, mi ha raccontato questa cosa ed è stato così, un bel momento perché ogni tanto avevo già fatto questa riflessione su cosa vuol dire, su come anche i bambini, la voce della verità, ti percepiscono, il fatto che sicuramente, anche se in modo parziale, perché non sei lì a vederli in ogni momento, però io credo che gli allievi, che siano della scuola di scuola di Francesca, gli allievi di danza, le persone che, in qualche modo, come insegnanti, accompagniamo in un percorso di vita siano, in qualche modo, un po’ figli. Questo, insomma, mi ha fatto bene anche, perché io non ho mai partorito, non ho mai avuto figli naturali, adesso sto tra l’altro vivendo un’esperienza molto forte, che mi è arrivata così, senza che io la cercassi, perché sto vivendo un’esperienza di affido con una bambina già cresciuta, infatti qualcuno mi dice: “Non l’hai partorita, ha già undici anni, è pure bellina, quindi…”»
TESTIMONE: «Ma c’è.»
ANTONELLA: «Ma c’è! Sì che c’è! E devo dire che, insomma, è stato un momento forte, perché mi è stato chiesto, io non l’avevo cercata, non ho mai avuto questo desiderio di avere un affido. Non ho mai rifiutato la maternità, nel senso che non sono arrivati figli… Così. Non ho neanche avuto tanto tempo di pensarci, perché ho una vita molto attiva, viaggio molto, quindi, ogni tanto, la battuta era: “Avessi un figlio me lo dimentico nel carrello della spesa, oppure dietro le quinte!” Però, appunto, nel momento in cui mi è stato chiesto, mi sono proprio fermata. Mi sono fermata e ho detto: “Ohibò!” “Che faccio adesso? Dico di sì o dico di no?” Questo ha voluto dire per me, innanzitutto, dire: “Quanto ci posso star dentro? In che modalità?” Quindi sono stata molto onesta nel dire: “Io in questo momento dico di sì perché l’alternativa era un’alternativa tragica per questa bambina”, perché voleva dire finire in una casa-famiglia e non c’erano alternative in quel momento. Però io ho proprio detto: “Io ho una vita che mi nutre molto, a cui sento che, se dovessi rinunciare, farei casino, farei casino con la bambina” perché sì. “Allora, se è possibile riuscire a gestire tutto questo insieme, dico di sì. Vediamo se si riesce.” E da questa sincerità, in realtà, è nata un’esperienza di “rete”, secondo me molto bella, che è quello che, probabilmente, manca spesso invece in situazioni più normali, apparentemente, in cui però si è soli. Invece, questa dichiarazione nel dire: “Io ho questi tempi”, tempi fisici e di energie emotive che sento di poter dare fino qua… E quindi si è creata proprio una rete fra diverse persone che stanno sostenendo il percorso di questa bambina, che sta facendo grandi progressi, che sta crescendo bene nonostante insomma la vita l’abbia abbastanza messa alla prova. Ed è molto bella questa rete, questo sodalizio che si sta creando, perché ci si parla! E questa, secondo me, è un’altra cosa molto… che, almeno nella mia esperienza di figlia, è mancata. Cioè, io avevo questi due genitori che non si parlavano. Io credo che quella sia la tragedia più grossa che uno possa vivere! Mentre queste persone che sono attorno a questa bambina, che non l’hanno partorita, come me, come l’altra affidataria diurna che copre le ore in cui io lavoro o il papà stesso, così molto umilmente ci si sta confrontando. Ci si sta dicendo: “Ok, allora, mo’ qua che si fa?” “Guarda che io ho osservato questo, oggi la bambina mi ha dato questo rimando… Come facciamo a crescerla, a darle un supporto?” E stiamo parlando molto anche con lei ora, perché io all’inizio, anche sul verbale, mettevo molti paletti. “Come mi chiamo io?” Cioè, i suoi rimandi erano molto evidenti, mi diceva: “Io voglio che tu sia la mia mamma”, molto chiaramente, e da lì il mio ruolo di dire: “Tu una mamma ce l’hai, comunque, quindi io sono, non so, una zia?” Stiamo trovando dei nomi, allora quello che è uscito fuori è “mamma-bis”. E va bene, sono la “mamma-bis”, ok! E questa “mamma-bis”, in realtà, è uscita fuori anche di recente con un’altra bambina non partorita, “bambina” per dire, ha vent’anni, che è la figlia del mio ex compagno con cui io ho vissuto undici anni, quindi noi quando ci siamo incontrati la fanciulla aveva otto anni, adesso, appunto, ne ha ventuno, e mi telefona anche se io e il mio ex non stiamo più assieme, abbiamo una bellissima relazione però, e lei mi telefona, mi mette a parte di problemi e di cose eccetera. Proprio recentemente è successa questa cosa: due ore di telefonata perché lei era molto in crisi col padre, per cui io in questa posizione di: “No, ma sai, guarda che comunque…” e, a un certo punto, ho un po’ sorpassato il limite e le ho detto: “Guarda, Agnese, te lo sto dicendo come un’amica, una sorella maggiore!” e lei mi stoppa e mi dice: “No, come una mamma-bis!” quindi di nuovo questa cosa che ritorna della “mamma-bis”, per cui beccati questa! Quindi, non so, secondo me è proprio da ampliare questo discorso di cosa significhi essere madri, che cosa vuol dire essere sterili. Io non credo di essere sterile, non lo so, non l’ho mai verificato, però anche con mia sorella spesso abbiamo affrontato questo discorso della sterilità. Ci sono persone sterili che, magari, hanno cinque figli ma che sono profondamente sterili perché non nutrono magari questi figli, non hanno progetti. E io, invece, non ho avuto figli biologici eccetera, però non mi sento… anzi, non mi sento assolutamente un “ramo secco”, ma proprio tutto il contrario! Anzi, un sacco di fiori, un sacco di vita. Poi dico solo più questo: perché anche rispetto all’avere la pancia, al vivere questo momento sicuramente magico, io mi sono resa conto grazie alla mia amica indiana, Veshali, che è un po’ una sorella, anche con lei non abbiamo gli stessi genitori ma siamo sorelle, che vive qua in Italia adesso da diversi anni e che mi ha fatto dei doni incredibili in questi anni, perché per la prima ecografia della sua prima bambina l’ho accompagnata io dalla ginecologa e piangevo come non so cosa, perché, appunto, lei mi ha permesso di esserle vicina in questo bel momento bellissimo e, durante la gravidanza, lei mi ha messo a parte di questa cosa, dicendomi: “Ma in Italia, caspita, essere incinta però sembra una malattia!” e io a dire: “Raccontami un po’, che cosa sarebbe successo se avessi avuto la gravidanza in India?” E lei dice: “Ma guarda, per esempio, una delle tante cose, la Cerimonia dei Fiori che avviene al settimo mese.” Per cui iniziamo a parlare di che cos’è questa cerimonia del settimo mese: “Guada, ci sono tutte le amiche che si ritrovano attorno alla futura madre, intrecciano ghirlande di fiori, si fanno canti, preghiere, si brucia incenso, eccetera eccetera, e poi si adorna la futura madre di queste ghirlande sui polsi, la corona nei capelli, la ghirlanda attorno al collo eccetera… e, da quel momento in avanti, le amiche, le sorelle, tutta la cerchia di donne si occupa di questa futura mamma come di una dea! Perché è una dea!” Cioè, è la vita! È lei che porta la vita. Quindi lei non cucina più, non può neanche lavare i piatti, ovviamente, è portata come una dea. Quindi abbiamo detto: “Ok, mo’ lo facciamo.” Eravamo un po’ in ritardo perché ci abbiamo messo un po’ ditempo, quindi per la prima, Elisa, l’abbiamo organizzato a sette mesi e mezzo, abbiamo appunto creato questa rete di amiche, abbiamo fatto la Cerimonia dei Fiori e da lì è diventata una tradizione, per cui le amiche italiane appena erano incinta dicevano: “Allora al settimo mese, ragazze, pronte!” ed è una tradizione che sta andando avanti, che io trovo bellissima e che è un momento emozionante dove, non so come dire… anche se non ce l’hai tu la pancia, vivi quel miracolo insieme e te ne rendi conto! Cioè, io credo che la cosa fondamentale sia rendersi conto di questo. Poi, che la vita nasca qui o qui… Cioè, la celebrazione è quello, no?»
ANNA: «Io devo dire che sono estasiata da tutti questi racconti che avete fatto nei quali poi, alla fine, ho trovato dei pezzi miei un pochino dappertutto. Chissà perché, poi… Io sono una donna senza figli e ho sempre pensato… Mi è piaciuto venire qua perché volevo condividere questa cosa e sentire le storie degli altri, perché io ho sempre pensato per i fatti miei, naturalmente, in maniera molto indipendente. La cosa che mi ha colpita e che mi risuona ancora nelle orecchie sono le donne che hanno detto: “Io ho figli perché per me è stato naturale.” Rispetto anche a me, che mi metto tra quelle che non ne hanno avuti, che ho sempre pensato ai diecimila orari, con ‘sta testa, e sento che questa naturalità dell’avere figli, tutto sommato, riallacciandomi a quello che dicevi prima tu, cos’è poi naturale? E poi un istinto, perché se no senza l’istinto di fare figli la nostra specie si sarebbe esaurita completamente! Io credo che sia questa poi la prima cosa. Io ritengo di pensare troppo, l’ho sempre fatto. Sicuramente, quando ero in un’età in cui potevo fare dei figli non pensavo “Faccio un figlio” o “Non faccio un figlio”. Io non ci ho mai pensato, non ho mai detto: “No, io i figli assolutamente non li voglio!” non l’ho mai pensato. Lì ero un po’ come una nave in mezzo al mare che non sapeva bene cosa fare di se stessa. Quindi, io credo di aver avuto un problema molto grosso su di me, perché proprio non sapevo dove collocarmi. Sicuramente, se non ho avuto figli è perché io, istintivamente, non mi sono mai messa nella condizione di farli. Andando a cercare poi, alla mia veneranda età, il perché e il per come, ho capito tante cose e anche il perché non mi ero mai messa nella condizione di farli. Passavo da storie amorose molto sicure però, per me, molto facilmente pilotabili, dove io potevo scappare quando volevo a innamoramenti stile feuilleton, di questi “diavoloni”, uomini quasi sempre sposati, che mi facevano soffrire, coi quali avrei fatto venti figli pur di tenerli incatenati lì! Quindi mi ritrovo nell’espediente che diceva lei per andare a tappare un qualcosa che poi non era il reale desiderio mio di avere figli. Quindi, insomma, ho navigato in questi marosi fino a quarant’anni, quando poi ho conosciuto mio marito, quello che è l’attuale marito. E lì c’è stata una svolta veramente grossa della mia vita. Però io avevo quarant’anni. Non che a quarant’anni non si possa far figli, perché ormai è abbastanza comune averli a quell’età, però lui aveva già tre figli e quindi, ovviamente, ne abbiamo parlato. C’era un problema. Io mi sono adattata, devo dire, a questa cosa perché, se io ho desiderato avere un figlio da una persona, era proprio da mio marito, l’attuale mio marito, perché è la persona che ho scelto per accompagnarmi nella vita con la quale sono felice ancora oggi e con il quale avrei voluto vedere una creatura fatta di me e di lui. Abbiamo deciso insieme di non avere figli perché appunto sarebbe stato complicato. Di mezzo diciamo si è messo anche un problema mio di malattia che ha fatto sì che tutto questo si mettesse in mezzo per fermare questa cosa. Io non ho patito il fatto di non aver avuto figli. Sicuramente, però, questo lascia dentro di me un vuoto che non è incolmabile, nel senso che io non ho mai pensato: “Ecco io mi realizzo per forza avendo un figlio” Io credo che ci si possa realizzare in altri modi e qui mi ricollego a chi ha detto: “Non devi essere per forza la madre biologica.” E quindi io ho avuto una grande occasione di avere questi tre figli di mio marito perché attraverso di loro ho imparato un sacco di cose, innanzitutto. Io figlia unica, quindi già questi tre in casa più mio marito, tutta questa gente! Dover condividere le mie cose… Era terrificante! E quindi loro mi hanno insegnato anche che l’amore non è così a senso unico, ma che si può dividere fra tanti senza che nessuno ne rimanga orfano o stia male. E mi danno, tutt’oggi, tantissime cose perché… Beh, io li ho conosciuti piccoli, adesso sono dei ragazzi ormai grandi, e poi ho trovato questo modo anche mio di dare agli altri, perché io lavoro da un commercialista e mi trovo ad andare ad “allevare” le persone negli uffici contabilmente, queste cose qua, e anche lì io ho tutte le mie pupille, queste ragazze a cui insegno il lavoro e che vedo crescere, vedo entrare orgogliosamente nel mondo del lavoro, vedo che a loro io do molto spazio ed è una cosa per me molto bella e poi a qualcuna, ovviamente, mi affeziono di più perché le sento più simili a me. Quindi, io credo che ci sia una realizzazione anche di questo tipo, assolutamente. Io la sento molto forte, per me è anche molto importante. Sicuramente un pezzettino mi manca, come donna perché io credo che avere un figlio, lo penso personalmente, sia una bellissima esperienza, e che, comunque, sia da fare anche perché a me pare un miracolo, se ci penso. Mi pare anche una cosa che mi renda fortissima: io posso creare un altro essere umano. E, al contempo, c’è anche il dato, quello che dicevi tu, della continuità tua sulla terra che io vado a tappare dicendo: “Ma sì, queste ragazze si ricorderanno di me, diranno che ho insegnato loro a lavorare”, e i figli di mio marito diranno… io mi chiamo Anna, ma loro mi chiamano “Inni” per un vecchio gioco che facevamo parlando tutto con la “I” o con la “O” e allora la “I” era la più bella e io diventavo “Inni”, e ci ricordiamo di “Inni” che faceva questo e quello, infatti io gli dico, magari quando gli rompo le scatole su qualcosa in casa: “Poi vi ricorderete di me, perché direte che facevo sempre così…” Tipo non gli lascio fare le fette grosse di pane. Dico: “Non fate i fettoni!” Quindi diranno: “Inni diceva sempre di non fare i fettoni di pane!” e la trovo comunque una cosa carina. Sono piccole cose ma che, comunque, vanno a rimettere a posto la propria carenza, almeno nel mio caso specifico, ecco.»
STELLA: «Tutte quante hanno dato un’immagine della maternità e di questa pancia meravigliosa. Io, quando sono rimasta incinta… Innanzitutto, ha funzionato così: Mi chiama mia sorella e mi dice… Anzi, io la chiamo e le dico: “Ciao, senti, volevo chiederti”, perché io ho due nipoti che sento miei figli, perché me li sono cresciuti, e lei mi dice: “Lo so, vuoi dirmi che sei incinta” e io: “No, proprio no! Ho mal di pancia” e lei: “Eh, perché funziona così!” e io: “No, guarda, ho le tette grandi così, mi devono arrivare le mestruazioni” e lei: “Ma io l’ho sognato!” Qui altro che Egitto, eccetera! Cioè, proprio non ci siamo! “Ma io l’ho sognato!” Lì mi è venuta l’idea che, effettivamente, poteva essere. Per cui, vado a comprare questo test. E, anche lì, non mi è venuto in mente di andare all’ASL, prendere il test, perché in realtà so adesso che è disponibile… Quindi sono andata in farmacia e mi hanno detto: “Quanti ne vuole?” -“Quanto costa?” – “14 euro.” “Allora facciamo che uno è quello buono!” Perché assolutamente non c’è nessuna informazione sull’ASL, sulle varie possibilità, eppure, voglio dire, l’ho avuto a trentadue-trentatré anni, non è che proprio fossi una ragazzina. Quindi faccio il test: positivo. Porca troia! Cercato, non cercato, pensato, non pensato? Nessuna idea. Va bene! Passo la parte di quando sono andata all’ospedale, l’accoglienza che ho avuto nel momento in cui ho avuto questo aborto e il medico mi parlava di percentuali. Io ero lì piena di sangue, ovunque, una placenta devastata, con il medico che mi diceva: “Signora, la smetta di piangere perché è statisticamente provato che, nel 70% dei casi, la donna alla prima gravidanza abortisce” Quindi io ero nel mio dolore con questo che mi martellava… Va beh, lascio stare questa parte qua! Per cui, a un certo punto, questa pancia comincia a crescere. Sono stata un mese sul divano poi ho detto: “Se questa creatura deve stare, sta, se non deve stare, non sta. Una gravidanza così non la voglio.” Mi alzo. Quindi, la gravidanza ha cominciato a partire, questa creatura ha deciso di stare. Io andavo a fare gli esami… Ho cominciato a prendere chili, ho preso trenta chili! Per cui io sono arrivata a ottantuno chili. Cioè, mia sorella mi faceva le foto per mandarle agli amici perché sembravo un ippopotamo! E, quando andavo in ospedale, io vedevo delle coppie così: “Amore! Oddio, che bella cosa!” “Bellissima!” Io gli avrei dato fuoco! Alle mamme, ai papà… Tutto questo amore per forza… Io questa pancia, che nessuno ti aveva detto che poi ti venivano le smagliature qua, qua, qua! Enorme! Tutti che ti guardavano come se fossi… Eravamo tutte con la stessa agenda verde! Quindi tutte uguali. Io, fortunatamente, non l’ho fatto, mi sono rifiutata, però beverone che ti fanno bere, un litro… sei torturata! Poi stai lì con la vescica che pompa e tu stai lei e c’erano a queste che gli veniva il senso di vomito, la nausea… Io ero tutta sfatta. Però devi essere felice! Cioè, tu hai la pancia, sei incinta, e quindi: “è una cosa tanto meravigliosa!” Puoi dire: “Sti cazzi, che due coglioni questa roba grossa! Non riesco a muovermi!”? Poi a me mi si era tutto qua addormentato, per cui io, gli ultimi tre mesi, alle tre di notte ero così, sveglia coi miei ottantuno chili così. A luglio! Ho partorito a settembre, non ce la facevo più! Ma non potevi dire alle altre donne: “Sai che c’è? Ma te veramente fai? Cioè, a te questa cosa qua che poi…” Io poi mi sono anche emozionata, è stato veramente tantissimo bello, per tutta una serie di cose… bello! Però, anche lì, l’autorizzazione a dire: “Anche no!” Dev’essere sempre tutto pieno di amore?»
TESTIMONE: «Beh, ma dipende anche da come fai la gravidanza. Io, per carità, sono quella che non ho…»
STELLA: «Ma io me la sono cavata benissimo! Capisci che ora peso 49 chili… Però non puoi essere autorizzata a dire che ti stai scassando… No? Sono esagerata? Che non va tanto bene! Che dopo un po’: che palle! Non puoi dirlo alle altre donne, perché c’è questo amore nell’ospedale, c’è questa tenerezza nell’ospedale: “Che bello!” Vi racconto questa perché è bellissima. A un certo punto, mi cade un biglietto. Ero al sesto mese, in ospedale, quindi raccolgo il biglietto e vedo due cionfe così di piedi a una ragazza, così, due piedi “di porco” così, e dentro la mia testa dico: “No! Se divento così, uccidetemi prima! Mai a me succederà!” Per cui, raccolgo il biglietto. Lei, veramente, aveva due piedi inguardabili e portava le infradito, perché tu arrivi a ottobre cazzo, che le caviglie non entrano più da nessuna parte e non si sgonfiano! Ma lo vogliamo dire? Per cui, io raccolgo questa roba qua e dico: “No, a me non mi succederà mai!” e invece? 39 di piede sono arrivata, io porto il 37. Non mi stava più niente! Mia sorella e i miei mi fotografavano perché sembravo un animale, però non puoi dirlo perché devi essere felice. Vogliamo parlare dell’allattamento? Prendo sta bimba e tutti: “L’allattamento è meraviglioso, cioè, è una cosa… Oddio, allattare il bimbo? che bello! Guarda, è la cosa più bella del mondo!” Cioè io acchiappo, attacco… Che cazzo! Mi sono girata e ho detto: “Scusami, ma…”, c’era una ragazza che era al terzo, “Ehm… Questo… Come dire, è una roba che… Se mi uccidete mi fa meno male! Cos’è?” e lei: “Guarda, è normale, poi si fa il callo…” “Si fa il callo? Sulla tetta?” “Si fa il callo, vai serena!” Di nuovo: “Ma a me non me l’ha detto nessuno! Così potevo scegliere”. “Il callo? Sulla tetta?” Con questi capezzoli che sanguinano! Allora, c’è un rimedio brasiliano, per cui io andavo in giro con le noci che sì, asciugavano, ma mi si piantavano qua. Va bene! Panciera sì o panciera no? Va beh… Però, ecco, non solo non si parla dell’aborto, non si parla neanche della condizione in cui non puoi neanche dire che quella condizione, forse, non è sempre così bella anche se la gravidanza va bene! Magari ci stai anche male in quel corpo lì, perché non sei più padrona. Senza contare che non esisti più, per cui ti si avvicinano e dicono: “Ciao! Come stai?” e tu dici: “Mi devi per forza toccare?”, hai questa pancia che, ormai, tutti non fanno altro che toccare la pancia! E tu non sei più padrona, perché non puoi dire: “Guarda, a me darebbe anche un po’ fastidio che tu stai sempre…” per cui, incontri gente per strada che “pam, pam, pam”! Vogliamo parlare, non so se lo sapete, dei peli che nascono sulla pancia? Tu ti guardi e dici… Ho detto a mia sorella: – “Scusami, ma tutti ‘sti peli?” – “È normale, sono gli ormoni!” E quelli che ti fanno il ciondolo per vedere se è maschio o femmina? Perché io non ho voluto sapere se era maschio o femmina. E io non ho fatto quasi nessuna ecografia! Cioè, c’è tutto un mondo che si muove là dentro e che veramente non si può dire. Perché, comunque, devi essere anche carina, devi essere per forza felice, devi esserlo per forza. Io sono felice, cioè, mia figlia è il mio Buddha! Io ringrazio la creazione che me l’ha mandata, perché mia figlia mi illumina. Io, quando ho partorito, dopo 24 ore di inferno, in cui io, a un certo punto, ho chiedevo pietà a Dio, veramente, però è stata un’esperienza… Io sono uscita da lì… Avevo il desiderio che fosse un’esperienza fra donne per cui ho chiesto al mio compagno se aveva il desiderio di stare con me, perché altrimenti io lo avrei fatto con le amiche. Perché era una cosa che io sentivo. Io lì ho sentito, ed è questa l’esperienza che vorrei che le donne provassero, perché per me mia figlia non è stata il punto di arrivo, è stata un’esperienza, una tappa, cioè io ho sentito che Dio è donna. Credetemi, cioè questa roba qua: Dio è donna. Cioè, a me non me la toglie nessuno questa roba qua. A volte, vedo mia figlia dormire e dico: “Oddio, l’ho fatta io!” Cioè, questa cosa qua l’ho fatta io! Ed è stata la curiosità di vedere cosa potesse venir fuori da me e il mio compagno. Io ho attraversato anche il pensiero che non sarei mai voluta diventare madre quando abbiamo rischiato perché lei è stata male, abbiamo rischiato una grossa malattia, per cui in questi corridoi dell’ospedale dove mi hanno detto: “Signora, venga con me” io mi sono fatta questo corridoio in ginocchio e ho detto: “No! Mai più! Io non voglio essere madre, mai più” perché quel dolore lì è… è indicibile e non è descrivibile, quindi dalla parte di chi non è donna io dico che sì, ho provato anch’io quel pensiero lì, di non volerlo essere. E… Eh?»
TESTIMONE: «Di chi non è madre?»
STELLA: «Sì. Di non volerlo essere anch’io. Ho attraversato anch’io quel desiderio, nel dire: “Mamma mia, se avessi scelto, avrei scelto di no.” Se mi avessero detto: “Diventerai madre, ma dovrai passare di qua” io avrei detto: “Lasciamo stare, tieniti tutto!” Per quanto riguarda la crescita di mia figlia, siccome io non ho sentito mai l’istinto, ho sentito un grande amore ma mi sono fatta anche un sacco di pianti e non abbiamo dormito per tre anni, tant’è che da 81 chili… il dottore quando mi ha fatto la visita per l’eventuale anestesia, mi ha detto: “Categoria: obesa.” Obesa a me che sono sempre stata magra? “Obesa”, va bene. Cioè, sulla cartella c’è scritto: “obesa”. Va bene. Quindi, da 81 chili sono arrivata a 49 perché ho patito molto quel vincolo lì. Io i primi due anni con mia figlia ho patito il fatto che mi sentivo incatenata. Vedevo gli altri vivere la vita, andare fuori, fare le cose belle, lavorare, i viaggi, gli aperitivi, e io mi sentivo incatenata! Per cui mi sentivo costretta lì ad allattare… A parte che sei una mucca, perché non fai altro che allattare! Dici: “No, scusa, io oggi allatto. Ho da fare, allatto.” Però bello! [voce indistinta di un’altra testimone] Mia mamma mi dava il Tapporosso, per dire. Bellissimo! Mia mamma mi dava il Tapporosso.»
SARA: «Perché io non avevo il latte.»
STELLA: «Io ne avevo tantissimo! Ecco, quella è un’altra esperienza, perché tu vai in giro, a parte che sai sempre di caprino, per cui l’odore che hai è di capra. Come ti chini e ti alzi dici: “Scusate”, perché sei tutta sporca di latte. Io ho allattato ma mi sentivo male, perché vedevo gli altri vivere la vita e io l’ho vissuta come una prigione. Ed è stato un momento di… imparare. Imparare a stare, imparare delle cose. Mia figlia mi ha insegnato a stare nelle cose. Quando… Vi racconto solo più questa e poi basta. Quando è nata, noi non sapevamo se fosse maschio o femmina, non lo volevamo sapere, quando lei è nata e io mi sono resa conto che era femmina, ci siamo guardati e il primo pensiero che ho avuto è stato: “Cazzo, avrà una vita molto più complicata!” Lo giuro, il primo pensiero che ho avuto è stato: “Ecco, avrà una vita più difficile.” Sono entrata subito in contatto col pensiero che per lei la vita sarebbe stata più difficile che non se fosse stato maschio. E dopo ho imparato ad appoggiarmi alle altre donne, per cui, ancora adesso, siccome io e il mio compagno crediamo molto nella tribù, per esempio mi è venuto il desiderio di adottare un figlio. Io lavoro al Regina Margherita e, a un certo punto, la responsabile mi dice: “Stella, questi non sono figli tuoi.” “Io non ci credo”. Io faccio l’educatrice, i miei ragazzi sono figli miei. Per cui io, a volte, dico: “Va bene, mi devo preservare anche un po’ per mia figlia, cioè un pezzo anche per mia figlia” e quello che cerco di fare è di crearle delle sorelle, cioè per me è fondamentale. Quando io mi dico cosa vorrei insegnarle, soprattutto perché femmina, penso a questo. In un quaderno ho annotato, come tu hai fatto il tema: “Cosa vorrei passare alla fine a mia figlia?” “La sorellanza”.»
FRANCESCA: «Mi viene da dire che quel corridoio in ginocchio, frantumata dal dolore, l’avresti attraversato anche se fosse stato, adesso dico così, uno dei figli di tua sorella o la bimba di undici anni di Antonella o uno dei miei, quindi è un senso di maternità allargata. Io, ogni tanto, sai che a me tu piaci tantissimo, però, ogni tanto, ti sento pronunciare delle frasi che io ho sentito non da mia madre ma da mia nonna e questa cosa mi colpisce sempre tantissimo. Mia nonna pensava che una donna, venendo al mondo, sarebbe stata più sfortunata di un uomo e comunque si disperava, e si è disperata quando è nata mia madre che è l’unica femmina tra tanti maschi. Poi mia madre ha compensato facendo quattro femmine e due maschi, però mi sembra una cosa a volte un po’ antica e io voglio essere fiduciosa e credere che davvero siamo in un’altra situazione e dobbiamo almeno convincerci di questo. Invece, mi riallaccio a una cosa che ha detto lei, io trovo pericolosissimo… anche io avverto il fatto che oggi ci sia sempre più reticenza a parlare dell0aborto e un diritto acquisito non lo è per sempre e vi devo dire, magari io sono un po’ più giovane di te, e io già sono un po’ vecchia pure io, però sono già cresciuta in una dimensione, in una situazione tra generazioni in cui si è costruita questa reticenza a parlare dell’aborto. Ci dimentichiamo di cosa ha rappresentato ottenere questo diritto e quando parlo con le mie ragazze a scuola sono preoccupatissima di questo, tant’è che continuo insomma a motivarle, a responsabilizzarle e farle riflettere il più possibile sul fatto che questi diritti acquisiti non lo sono per sempre e che il rischio di perdere un diritto è molto più forte rispetto a quello di conservarlo. La riflessione sull’aborto ci lascia sempre tutte, perlomeno noi di questa generazione, un po’ figlie di quella che è riuscita a fare in modo che noi ne avessimo diritto, sempre un pochino così in imbarazzo. Invece, forse, varrebbe la pena ancora rifletterci.»
ROSY: «Alleggeriamo un pochettino. La mia è una situazione normalissima. Perlomeno io la trovo normalissima. L’unico ricordo che ho infantile è sicuramente il fatto che a cinque anni, ne ho quasi cinquantatrè, avevo deciso di vivere da sola. Cioè, la mia decisione era vivere da sola. Né marito, né figli, pur venendo da una famiglia tranquillissima: papà, mamma, sorella. E quindi la mia idea era di vivere da sola e l’ho concretizzata ventIcinque anni dopo. Quindi, l’idea del marito, dei figli, non mi è proprio assolutamente passata, non ci ho proprio mai pensato. È vero, ho goduto, come si dice nelle interviste di altre esperienze… Sì, sono una zia. Sono una zia felicissima. L’altro giorno, mia sorella diceva: “Tu sei un orso, però menomale che io ho fatto figli, almeno hai due nipoti” e me li sono goduti. Adesso sono cresciuti, però riesco a godermi anche i bambini delle colleghe ecco, cioè prendo la parte ludica del rapporto con i bambini. Vado al cinema, perché sono appassionata di cinema, quindi li porto sempre al cinema, li porto a teatro, facciamo brevi viaggi coi nipoti, io viaggio molto con loro, quindi mi prendo solo il divertimento. Le responsabilità, gli affanni, le ansie no, quelle no, quelle non le prendo! Quindi riesco a godermi questa cosa in maniera molto salutare, nel senso che non è che amo moltissimo i bambini, devo dire. Io lavoro in un ambiente femminile, in ufficio, e sento quotidianamente tutti i problemi che le mie colleghe hanno con i figli, chi più giovane, chi meno, chi fa figli molto tardi… Io definisco la mia generazione “mamme o papà zerbini e tassisti” nel senso che sempre disponibili a tutto e per tutto. Io, quando avevo l’età di dodici o tredici anni, stavo a casa da sola senza problemi, adesso guai lasciarli da soli! Oppure accompagnarli e andarli a prendere, alle due finisce un concerto, bisogna andarli a prendere o fare le macchinate, quando invece io ai concerti nel ’75 mio padre mi diceva: “Vai e te torni da sola”, quindi tornavamo a piedi da soli dal palazzetto. Quindi, sono tutte situazioni che io non sopporto. E poi tutti mi dicono: “Beata te che sei sola”, “Beata te che non hai figli né problemi” Nessuno vi ha obbligato a farli! Nessuno vi ha obbligato a sposarvi. E quindi vivo questa situazione in maniera molto serena, cioè, non ho mai pensato di voler figli e sono felicissima così. Poi, sono la zia in assoluto, perché tutti gli altri parenti hanno tutti figli a loro volta, io sono invece quella, come dice mia sorella: “Tu non hai un cazzo da fare, quindi porti i bambini in giro e ti diverti così”. E per i miei nipoti la zia sono io. Le altre sono una zia e l’altra zia. Però la zia in assoluto, perché li porto sempre a divertirsi, sono io.»
GIADA: «Penso di aver avuto sempre paura, non ho figli, questa è la premessa, di averne, proprio perché ho paura che questa società me li porti via. Un tempo, era la guerra che te li portava via. Adesso abbiamo una società che è altrettanto feroce. E, nello stesso tempo, dico: non è una paura di affrontare la gravidanza, come ho sentito, nonostante abbia avuto, un’educazione familiare che secondo me è basilare. Comunque ti segna, forse non l’abbiamo tanto detto. Se una madre costantemente ti dice: “La gravidanza è bella, è bello allattare, io non ho avuto problemi, ho avuto un parto eccezionale, non ho avuto lacerazioni…” Ne hai quasi la repulsione, a lungo andare, come se quella normalità la respingessi con tutte le forze. Un altro aspetto anche che mi ha portato a non avere figli è che non ho mai cercato nell’altro sesso il mezzo per procreare, cosa che ho sentito dire in tante donne: “Io cerco un uomo per sposarmi ed avere figli”. Io non l’ho mai pensato. E l’ultima paura, e poi finisco qui il mio intervento, è il discorso di paura di riporre tante aspettative nei figli. I figli che devono necessariamente riempirti la vita, devono necessariamente accompagnarti fino alla morte, questa cosa qui mi ha sempre un po’ terrorizzato, non vorrei, appunto, dare questo peso alla nuova generazione. Questi sono, fondamentalmente, i miei timori ecco, che mi hanno portato a prendere questa decisione. E, fortunatamente, non mi sono mai trovata nelle condizioni di dover scegliere e quindi affrontare una gravidanza indesiderata e quindi dover ricorrere all’aborto. Probabilmente non avrei abortito, nonostante tutte queste paure, che comunque ho, sicuramente.»
MARINA: «Devo dire che era tanto tempo che non mi ponevo questa domanda, cioè perché non avevo figli, e dopo la mail di Susi mi sono detta: “Già, forse, chissà come mai? Boh! Per caso”, devo dire, la vita è andata così, non è mai stato un dramma non averne. Cioè, è andata così perché, probabilmente, quando ero molto più giovane avevo un marito che era insopportabile, per cui non mi interessava, francamente, avere un figlio con questa persona. Poi sono stata tanto tempo da sola, poi, con il mio nuovo compagno, non ci ho proprio più pensato, non ci abbiamo pensato insieme e, francamente, non è stato un problema. Mentre, invece, questa storia dell’aborto mi colpisce ed è vero che non si sente più parlare di questo. Forse mi colpisce perché fa parte della mia storia, nel senso che io ho vissuto quegli anni, quella lotta per avere il diritto, eccetera, ed è vero che non si sente più parlare di quello e di altro, d’accordo, però questo tra le donne… Io non so, frequento poco i gruppi di donne, però mi pare di capire, visto che è sorto questo problema, che proprio è così: non se ne sente più parlare e mi chiedo perché. Non so darmi una risposta. Paura? Una cosa che abbiamo acquisito, per cui non ce ne occupiamo più perché tanto è stata acquisita? Forse ci sono meno donne che abortiscono? Per cui, forse non è più un problema? Può anche essere che non sia così drammatico come lo era un tempo, perché anche quando il diritto di abortire è stato acquisito era veramente drammatico comunque entrare in questi ospedali e abortire. Cioè, se non c’erano sempre donne che ti accompagnavano, qualcuno che aveva un pelo così sullo stomaco per cui andava lì e si batteva, era veramente drammatico. Forse adesso, mi viene da dire, non è più così! Può darsi. Però, non lo so. Mi piacerebbe capire, perché è veramente una domanda da porsi.»
ELSA: «Quest’ultima riflessione sull’aborto mi ha colpito perché ha toccato un ricordo in me, negli anni della mia passata gioventù. Non ho avuto figli. Mi ricordo che a un certo punto della mia vita, però, mi sono chiesta: “E se mi accadesse?” e in quel momento della mia vita mi sono detta: “Io sarei pronta anche ad abortire”, anche con un velo di dubbio dentro di me. Però pensavo che poteva essere una cosa possibile da vivere, da non vergognarsi, perché non mi sentivo pronta. Io non ho avuto figli. Non lo so perché è capitato anche a me. Nonostante tutto, non mi sento un “ramo secco”. Mi sento un bocciolo su quel ramo. Non è diventato frutto, ma ha contribuito. Mi sono nutrita della maternità degli altri. Mi ricordo che, nella mia infanzia, non ho giocato tanto a fare la mamma. Quindi, probabilmente, era un destino. Ho pensato sempre a fare giochi sportivi, pericolosi. La mia preparazione è stata quella per diventare un’insegnante, quindi, in qualche modo, dedicata ai bambini. E poi, strada facendo, ho cambiato totalmente. Anziché insegnare, ho pensato che mi interessava curare i bambini. Quindi, sono diventata inizialmente un’infermiera pediatrica. Ho partorito tante volte! Ho sentito l’odore del parto. L’odore di un bimbo che nasce. Ho sognato di partorire anch’io, per tanti anni ne ho viste tante di donne urlare, piangere, gioire… E mi sono detta, piano piano: “Come mai io che non sento forte quest’istinto sono capitata a fare questo? Ad accogliere i figli degli altri, ad aiutarli ad allattare, a sentire l’odore del colostro, a spiegare quanto era importante, a sentire i pianti, a sentire il rifiuto, anche, di una donna che non si sentiva più femmina, perché l’uomo non la vedeva più femmina” Però mi sono nutrita e ne sono contenta. Anche quando, a un certo punto, mi sono chiesta: “Chissà come sarei stata come madre?” La risposta è arrivata dalla mia vita, soprattutto anche professionale, ma anche dalle mie amicizie, dalle mie relazioni. Sono felicemente zia, sono madrina, scelta dalle mie figliocce, perché mi hanno scelta madrina, e questo mi ha riempita. Tanti bimbi in ospedale, quelli sani, quelli malati, sono diventati anche miei figli. Tante volte mi veniva detto: “Ma lei quanti figli ha?” “Non ne ho” “Non è possibile, una come lei che si prende cura di questi bimbi così, con questa passione!” E allora mi sono detta: “Allora io l’istinto ce l’ho, anche!” Lo vedono gli altri, se ne nutrono gli altri e ne sono contenta. Ammiro tutte voi. Chi ha adottato, chi li ha fatti… Io li ho curati, li ho accuditi. Mi sono sentita solidale come donna e come femmina.»
SUSI: «Viva le Lunàdigas!»
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