skip to Main Content
“Ho Tanta Maternità E Poco Maternalismo Da Spargere Senza Dover Essere Madre”

La testimonianza di Sveva Basirah, fondatrice di “Sono l’Unica Mia”, community ed associazione femminista intersezionale impegnata da anni nella lotte contro ogni tipo di discriminazione:

E’ tanto che ci penso, e in fondo non c’è fretta.  “Avere figli o non avere figli?” per me non è una domanda semplicissima, ma sempre di più riesco solo a formulare una risposta negativa. Non c’è bisogno che me lo dicano gli altri, già ho pensato tante volte “magari poi ci ripenso”, perché sono giovane. A chi non crede che io abbia 20 anni, rispondo sempre che dentro ne ho 91. “Avrei detto 38!”, mi ha detto una persona con una discreta faccia da scemo, ma sarà che sono impegnatissima, molto decisa, spesso incisiva al limite dell’invadente. Ho già preso così tante decisioni drastiche con consapevolezza e mi ha detto bene.

Come ho detto non ho fretta, ma certo ho tante motivazioni per essere una lunàdigas che vanno dalle fobie a certe prospettive, le quali superano in numero e consistenza le motivazioni per una scelta diversa. Ne vorrei parlare, e prima vorrei premettere quanto mi sia costato accettarne molte nel timore di aver interiorizzato qualche pensiero discriminatorio o, comunque, sconveniente e superficiale. Ho dovuto guardarle, ripulirle, studiarle… e poi abbracciarle.

La mia più grande e intima fobia è quella di generare una creatura con una grave disabilità. Allah sa quanto tempo mi sono schifata da sola per la paura di essere abilista e quanto ci ho riflettuto e rimuginato. Ho visto persone disabili che stimo accusare di egoismo chi abortisce (come farei io) una creatura, ad esempio, con trisomia 21 (e già chi decide di non esser madre e/o di abortire è tacciata d’egoismo). Ho sentito in televisione madri disabili di figl* disabili dire “Se non l’avessi fatt*, sarebbe stato dire che neanche io sono degna di vivere”. Discorsi che mi hanno sempre fatto sudare sangue e allo stesso tempo mi hanno insinuato dubbi atroci sulla mia moralità.

Adesso che mi sento a posto, mi va di raccontare perché sono così spaventata. Una disabilità, e non in particolare una disabilità fisica (anche importante), significa difficoltà. Nello stare in un mondo abilista, intanto, ma non solo, difficoltà nel vivere serenamente, difficoltà per me nell’accettare di vedere un* figli* che soffre. Sì, si può essere felici con qualsiasi patologia e con qualsiasi problema fisico, ma non è una garanzia. Ci sono malattie (termine ultra-generico) degenerative, genetiche, autoimmuni che ti portano via presto e male, o ti fanno vivere con tanti problemi. Io non ho intenzione di rischiare.

Non ho intenzione di affidarmi al caso, di poter mettere al mondo qualcun* con una malattia rara o con un ritardo mentale, di vederlo scavalcato, patire, andarsene via troppo presto o ritrovarmi a pensare “e quando sono morta io chi se ne occupa?”. Vicino casa mia abitava un signore la cui figlia era nata con delle gravi patologie e malformazioni di cui non ho mai saputo il nome, e in famiglia ne parlavamo tanto perché lui diceva che la sua bambina era “un dono di Dio”. E la amava, e sembrava così equilibrato oltre ogni aspettativa.

Vorrei poter affermare con sicurezza che, se mi capitasse una cosa del genere, la prenderei anch’io come lui, eppure non riesco a staccarmi dall’idea della difficoltà, a pensare che la felicità possa pesare di più sulla bilancia. Io non ce la farei, semplicemente. Non ce la farei mai e non mi vorrei mai adattare. A volte questo pensiero mi tormenta talmente che mi metto a piangere a quarti d’ora. Anche se forse figliare mi piacerebbe, soltanto questo è abbastanza per farmi dire no. E non ho paura della disabilità altrui, non ne ho ribrezzo, siamo tutt* disabili e possiamo essere fieri di essere non conformi, non mi sono mai sottomessa all’idea sociale per cui il vecchio, il povero e il disabile vengono e vadano emarginati. Roba lontana da me. E’ come la disabilità che può toccare la mia vita e quella di qualcun* che nasce da me senza averlo chiesto e dipende da me che mi sconvolge e mi fa pensare “no”.

Non abbiamo ancora finito con la dose di entusiasmo, se mi state ancora leggendo. A parte il fatto che il mondo va allo scatafascio grazie al patriarcato e ai fascisti alla riscossa: ma ci pensiamo al fatto che respiriamo, mangiamo e navighiamo nella m….? Il mondo sta appassendo e continuiamo a vivere nella civiltà trafficata e lastricata di plastica e cemento. Pare che entro 12 anni riusciremo a raggiungere i punti più bassi a cui il capitalismo ci ha portato e ogni sforzo ecologico successivo sarà vano. La calotta sciolta, specie estinte, guerre, inquinamento ancor più opprimente, migrazioni di massa. Sembra sciocco anche solo pensarci e qualcun* sorriderà, leggendomi e avrà voglia di dare a questa giovine infelice una pacca sulla spalla, anche perché, chissà perché, non ci dicono solo che “La nazione ha bisogno di figli”, ma anche che i/le/l* figl* sono la speranza di un mondo migliore, sono “Il fiore che nasce dalla roccia”, o dal letame, come preferite.

Eppure ancora penso: “Procreare… nascere per morire?”.  Quando mi ritrovo a tradurre i report che mi arrivano dalla Siria per la Mezzaluna Curda e leggo di bimb* intossicat* o fatti a pezzi dalle bombe mi convinco sempre di più di quel che dice una mia dolcissima amica: forse il regalo più grande da fare a un* figli* è non metterlo al mondo. Come femminista, sento di avere dei safe spaces nei cuori e nelle presenze, spesso più virtuali che fisici di molt*, molt* compagn*, e sogno spesso una comune, d’abitare in una bolla in qualche parte del mondo disabitata per ricominciare da zero, con un’altra civiltà. In quel caso forse diventerei mamma volentieri. O no.

Avete mai visto la puntata di Big Bang Theory in cui una ragazza dice: “Beh, a me piacciono le moto, non significa che voglia farmele passare dalla vagina?”. Nemmeno io, ma ho visto il meme e l’avrei voluto incorniciare. Se devo essere egoista (e lo sarei anche figliando), voglio esserlo fino in fondo: amo il mio corpo tondo alla follia e lo voglio preservare da possibili allargamenti, ho già le mie smagliature, non ne voglio ancora per una creatura, non mi piace l’idea di trovarmi le tette all’ombelico prima del tempo. L’idea del pancione è tenera, del potenziale crollo fisico che c’è dopo mica tanto.

Voglio davvero tenermi qualcosa in pancia per nove mesi e fare ginnastica pelvica? Mah. Poi, c’è da dire che amo i/le/l* bimb* buon*, ma un’altra Sveva Basirah non la potrei sopportare, non ho mai capito com’è che mia madre non mi abbia sfasciata di botte o gettata dalla finestra. Segno di una grande umanità. Anzi, io amo anche i bimbi cattivi, purché non siano i miei: sono anni che faccio volontariato, aiutando ragazzin* e bambin* a fare i compiti o a imparare l’italiano, mi sono offerta anche come babysitter tante volte e nonostante la fatica e le arrabbiature mi sono gestita bene tutti gli scriccioli – anche “i figli del demonio”, quelli che non si fermano mai e ti trasformano i pomeriggi in un gioco al massacro.

Non sono disposta, però, a esaurirmi. Tra amiche con prole, infanti nei doposcuola e madri nel percorso di fuoriuscita dalla violenza che ho seguito, ho capito una cosa: preferirò sempre essere la zia figa, a limite la nonna figa acquisita, e occuparmi degli/lle/ll* altr* e delle loro intere famiglie, nelle mie possibilità. Ho tanta maternità, e poco maternalismo, da spargere senza dover essere madre. Preferisco formare e integrarmi in famiglie (non) convenzionali e essere la zia (veramente affezionata) di un sacco di bambin*. Nella mia vita ho sempre fatto sempre quello che mi pare, e voglio continuare a farlo senza sacrificarmi ulteriormente, anche se a momenti i/le/l* figl* rendono felici e orgoglios*. Non voglio avere impedimenti che non ho già. Non voglio che la mia vita sia condizionata da qualcun* , né condizionare la vita altrui con quei meccanismi assurdi per cui ti aspetti qualcosa da chi generi. Voglio studiare, viaggiare, lavorare come una belva, fare attivismo e mettermi in pericolo come ho fatto fino ad oggi  senza che nessun* di cui ho la responsabilità ne risenta. Insomma, anche no.

E qui ci sta un passo tratto da il “Il Profeta” (1923) di Gibran che riporto pigramente da Internet.

“… E una donna che aveva al seno un bambino disse: parlaci dei figli. Ed egli rispose:

I vostri figli non sono figli vostri…

sono i figli e le figlie della forza stessa della Vita.

Nascono per mezzo di voi, ma non da voi.

Dimorano con voi, tuttavia non vi appartengono.

Potete dar loro il vostro amore, ma non le vostre idee.

Potete dare una casa al loro corpo, ma non alla loro anima, perché la loro anima abita la casa dell’avvenire che voi non potete visitare nemmeno nei vostri sogni.

Potete sforzarvi di tenere il loro passo, ma non pretendere di renderli simili a voi, perché la vita non torna indietro, né può fermarsi a ieri.

Voi siete l’arco dal quale, come frecce vive, i vostri figli sono lanciati in avanti.

L’Arciere mira al bersaglio sul sentiero dell’infinito e vi tiene tesi con tutto il suo vigore affinché le sue frecce possano andare veloci e lontane.

Lasciatevi tendere con gioia nelle mani dell’Arciere, poiché egli ama in egual misura e le frecce che volano e l’arco che rimane saldo”.

Quel che mi fa titubare è a volte ripensare ai pro e ai contro. Se procreassi con un qualche mio stupendo compagno, chissà quante possibilità ci sarebbero di fare una creatura meravigliosa – o magari sarebbe un legame di cui ci pentiremmo? Oppure no, visto che lui me lo sarei scelto attentamente, potrebbe essere una persona formidabile. Forse un* altr* attivista, come me, incazzat* come una biscia perennemente, pront* a fare la rivoluzione, imponente quanto me, intelligente, sensibile, ribelle. E se poi viene su un cretino per mille motivi e mi trovo un fascista in casa? Ora mi viene da ridere. Non ci si deve aspettare niente dai/lle/ll* figl*, tantomeno l’imitazione e la riconoscenza, mai, ma quando è troppo è troppo. Tempo fa una conoscente mi confidò di avere un figlio omofobo e fascio nell’animo, e altro che Legge 194, pensai. Qui ci vuole una legge per l’aborto post-parto, cazzarola!

E sicché, avere figli o non averne? Vabbé. Stavo pensando che sarebbe carino farmi chiudere le tube. Potrei pentirmene, ‘avoglia, ma sarebbe peggio pentirmi di averne avuti.

E alla fine, rileggendomi, è proprio un no. Mi vado a informare per la chiusura delle tube.

(Foto di Roberta Asseri)

più nuovi più vecchi più votati
Notificami
Anna Nappi
Ospite
Anna Nappi

Bella l’energia che trapela leggendo. Par di vederla questa ragazza giovanissima piena di entusiasmo e di interessi che ribadisce quanto è lontana dal suo quotidiano e dalla sua mente l’idea di un figlio pur affermando “Ho tanta maternità, e poco maternalismo da spargere, senza dover essere madre”! Con i miei cinquanta e più non sono una ragazza ma mi ci rivedo, anche perché insegno alla scuola primaria e trascorro buona parte del mio tempo in mezzo ai bambini e alle bambine. 😊

Lara
Ospite
Lara

C’è anche chi, come La sottoscritta, non solo non vuole figli propri, ma non ha nemmeno alcun interesse a fare la zia o la nonna, insomma a circondarsi dei bambini degli altri. Lo puntualizzo perché spesso sento donne che non vogliono figli giustificarsi dicendo “ah ma io ho mio nipote che è tutto per me” o simili, come se una donna debba comunque avere dei bambini nella propria vita, per apparire comunque normale. Una donna ha tutto il diritto di scegliere di non avere figli propri e di disinteressarsi totalmente dei figli altrui. Insomma di condurre una vita totalmente senza… Leggi il resto »

Back To Top