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La Testimonianza Di Afra

La testimonianza di Afra

Afra Carubelli, oncoematologa cagliaritana, figura storica del movimento femminista anni ’70 e preziosa testimone di Lunàdigas, propone un suo brano tratto dal libro Compagne di parola- storie di donne del collettivo femminista di via Donizetti- Cagliari (Ed. Aipsa, 2013) in cui scrive del rapporto con sua madre e della sua personale visione della maternità e della non maternità.

Se vuoi sapere quello che sei stata ieri, guarda quello che sei oggi. Se vuoi sapere quello che sarai domani, guarda quello che sei oggi

Ho bisogno/ paura di parlare di mia madre. E di me come madre. Certo, non madre biologica. Non ho figli. Ma la maternità è un concetto davvero ampio, e per sperimentarla forse non c’è poi tutto questo bisogno di un figlio. Figlio biologico.

Bell’affare la mente. Ti permette di rigirare tutto, di renderlo prima immateriale, poi plasmabile.

E così, a volte, indolore. Ma allo stesso tempo, cioè mentre sta anestetizzando un dolore, sta stringendo un’altra parte di te in una morsa mortale.

Ho visto mia madre sorridermi quando mancava poco alla sua morte. Certo, mi aveva sorriso tante altre volte, ma mai esprimendo una così intensa empatia come nei suoi ultimi mesi di vita.

Era finalmente quello che, a sprazzi, era sempre stata, ma sempre questo suo aspetto era stato soppiantato dai suoi capricci, dalle sue ossessioni, dalle sue paure.

Questa, per lo meno, la percezione del suo modo di essere che il mio livello di consapevolezza di allora permetteva. 

Una madre serena e autorevole, che sapeva esprimere disapprovazione, anche, ma sempre con rispettosa pacatezza.

Simpatica e calda, che ti abbracciava e le sue braccia si aprivano come un fiore che spuntava dal letto. Già, mamma ormai era a letto, nel senso che da lì non si sarebbe più alzata.

Solo ora realizzo che, in quel momento, lei era sì la madre, ma anche figlia. Mia figlia. Ero stata messa, dalla vita, in posizione dominante. In realtà me ne rendevo conto, e, stranamente, lo accettavo con triste serenità.

Sembra tutto a posto, se lo spiego a chi me lo chiede.

Agata, mia madre, mi raccontò che questo quadro rappresenta la notte in cui io fui concepita
afra carubelli mother

Parigi, Inverno del ’53. Olio su tela di Agata Carubelli

Non desideravo dei figli, e se mai ne ho avvertito il desiderio, è stato sempre per poco, mai per un tempo sufficiente a tradurre il desiderio in azione, o, quanto meno, in programma concreto. In realtà quello che ho realmente voluto nella vita, l’ho fatto.

Già, sembra proprio tutto a posto, tutto chiaro…

Ma quante volte, nella mia vita, ha parlato in me la “consegna biologica”? In quanti, determinanti, minuti della mia vita ho fatto delle scelte dettate dall’ordine biologico del dover essere madre? E ancora: quanto quell’ordine è biologico?

Ripeto: sono serena quando parlo della mia non maternità. Mi dico che nella mia vita ho fatto tante cose, e a volte, in totale solitudine e comunque sempre spinta da una determinazione che prescindeva da qualunque certezza di sostegno o anche solo di amicale comprensione.

Ma, mi spiace confessarlo, io seguii con un certo sgomento i parti a cui fui invitata ad assistere, durante il mio tirocinio di studentessa di medicina alle porte della laurea. Non riuscivo neanche a guardare, con sguardo pieno e volontario, quei quadri fiamminghi, quelle immense vulve sanguinolente da cui spuntava, a un certo punto, un ciuffo di capelli tutti imbrattati, cosa di per sé graziosa e commovente, se non fosse che il tutto avveniva, e sprofondava, in un substrato fatto di urla strazianti, di donne legate (almeno così sembravano) a dei freddi lettini armati di aggeggi in alluminio per poggiarvi le gambe, di figuri in camice o in divisa da infermiere che passavano tra i lettini totalmente indifferenti, palesemente assuefatti a quella cerimonia di sangue, dolore e vita che quotidianamente si celebrava, insopportabilmente involgarita nel suo divenire routine.

Dicevo… sembra tutto a posto. Sono una donna considerata evoluta, non ci si deve meravigliare di una scelta di vita che non comprenda la maternità.

Ma c’è qualcosa, dentro di me, che ho pagato per questa quasi-scelta?

Quante volte le mie decisioni e i miei comportamenti sono stati deviati dalla tracimante necessità di provare, comunque, sentimenti di maternità, di vivere l’ebbrezza di posporsi al figlio, figlio che non esiste mentre esiste il desiderio di amarlo, il desiderio di vivere quel liberatorio darsi senza filtri e senza conti, in quella cieca sicurezza della bontà “ontologica” del proprio comportamento, che solo la sua utilità biologica può garantirti?

È proprio così. Scegliere di vivere senza legami di sangue significa scegliere di assumersi la totale responsabilità della valenza morale della propria vita. Niente ti aiuta nel conferirle nobiltà.

Solo tu puoi renderla abietta o sublime.

di Afra Carubelli

Vai alla testimonianza integrale di Afra per Lunàdigas!

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