La Palestina è una questione femminista
Nada Elia, La Palestina è una questione femminista (Edizioni Alegre, 2024)
Il libro di Nada Elia affronta la questione palestinese da una prospettiva squisitamente decoloniale e femminista, partendo dalla consapevolezza che il colonialismo ha sempre effetti diversi in base al genere. Cogliendo le differenze tra l’apartheid israeliano e quello sudafricano ed esplorando le analogie con il colonialismo d’insediamento in America, Australia, Nuova Zelanda, l’autrice ci parla soprattutto di alleanze globali e di lotte interconnesse tra popoli oppressi in tutto il mondo.
Recensione di Claudia Mazzilli
Nada Elia, figlia di due palestinesi fuggiti dalla loro terra nel 1948, docente di Global and Gender Studies negli Stati Uniti e attivista del Palestinian Feminist Collective, ha pubblicato l’edizione inglese del suo libro sulla Palestina a gennaio del 2023, dieci mesi prima del 7 ottobre. L’edizione in lingua italiana, curata dalla casa editrice Alegre nel 2024, nasce dalla consapevolezza che la lotta al colonialismo è sempre una lotta antirazzista, ecologista e femminista. Il colonialismo ha sempre effetti diversi in base al genere ed è sempre sessualmente violento, soprattutto nei confronti di donne, bambini e persone di genere non conforme: un esempio del trauma di genere subito dalle palestinesi all’inizio della Nakba è il massacro di Deir Yassin del 9 aprile 1948, profondamente radicato nella tradizione orale palestinese e dunque legato a una memoria fragile quando non è fissata in forma scritta.
I movimenti femministi – scrivono le sociologhe Francesca Coin e Sara R. Ferris nella prefazione – hanno un ruolo cruciale nel mettere in crisi i regimi autoritari, dallo slogan “Donna Vita Libertà” delle donne iraniane alle donne curde dello YPJ, da “Black Lives Matter”, nato dalla lotta intersezionale delle donne lesbiche nere, a “Ni Una Menos” delle donne argentine e al movimento International Women’s Strike, fino alle ultime manifestazioni italiane del 25 novembre contro la violenza maschile sulle donne.
Il libro di Nada Elia affronta la questione palestinese da una prospettiva squisitamente decoloniale, che va oltre la soluzione dei “due popoli due stati”, poiché supera il concetto di stato nazionale, sviluppatosi nel diciottesimo e diciannovesimo secolo, di cui è pervaso il sogno sionista prima ancora dell’Olocausto (l’autrice lo dimostra analizzando, tra gli altri, gli scritti di Vladimir Žabotinskij, capofila del revisionismo sionista negli anni Venti).
Nada Elia coglie le differenze tra l’apartheid israeliano e quello sudafricano e approfondisce le analogie con il colonialismo d’insediamento nell’Isola della Tartaruga (nel libro si preferisce chiamare così il Nord America), in Australia e in Nuova Zelanda. Ripercorrendo la storia della Palestina dai tempi più remoti a oggi, con un particolare approfondimento per il periodo che va dalla dissoluzione dell’impero ottomano al mandato britannico fino alla Prima e alla Seconda Intifada, Nada Elia dimostra che Israele ha decisamente superato la soglia di ciò che è definibile come apartheid alla luce dell’art. 2 della Convenzione internazionale delle Nazioni Unite (del 1976) e poi dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale (del 2002). L’apartheid israeliano, che è stato denunciato da Amnesty International e da altre organizzazioni che si occupano di monitorare i diritti umani nel mondo, è la conseguenza del colonialismo d’insediamento. Si tratta di due sistemi di oppressione complementari: il colonialismo d’insediamento si compie attraverso lo spossessamento della terra e la pulizia etnica; l’apartheid offre a Israele l’infrastruttura giuridica che garantisce i privilegi degli israeliani e presidia militarmente la negazione dei diritti dei palestinesi. Israele infatti non ha ancora una Costituzione, la cui stesura, dal 1950, è continuamente rinviata, ma ha solo delle leggi fondamentali. Attraverso una distinzione cruciale tra cittadinanza israeliana, concessa anche ai palestinesi nati entro i confini del 1948, e nazionalità ebraica, araba o drusa, Israele mantiene i privilegi delle sole persone di nazionalità ebraica e nega i diritti delle persone deumanizzate. In un contesto patriarcale e iper-militarista, Israele ha persino cercato di ridurre l’impiego di forza lavoro palestinese, ricorrendo a manodopera straniera mantenuta in condizioni di vita e di lavoro addirittura peggiori di quelle in cui versa la popolazione palestinese (pp. 91-95).
Israele offre il suo volto aperto, tollerante e cosmopolita attraverso accurate campagne di maquillage pubblicitario. Nada Elia dedica molte pagine a ciascuna di queste operazioni di propaganda. Il greenwashing è l’ambientalismo di facciata che porta Israele, ad esempio, a impiantare foreste di pini in una terra inadatta, a tutto svantaggio di piante autoctone come l’ulivo. “Pianta un albero in Israele”, d’altronde, fu il motto lanciato da Theodor Herzl nel 1901. Per irrigare queste foreste sono sottratte risorse idriche ai palestinesi, rafforzando l’apartheid dell’acqua: si stima che un israeliano abbia a disposizione 300 litri d’acqua al giorno e un palestinese appena 20 litri, ben al di sotto dei 100 litri raccomandati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Nel redwashing rientra l’indigenismo revisionista che, sfruttando mode salutiste, vegetariane e vegane, spaccia come israeliane le ricette che in realtà appartengono alla cucina tradizionale palestinese, a discapito della sovranità alimentare palestinese, con fenomeni di trasformazione delle abitudini alimentari analoghi a quelli che portarono i nativi americani a soffrire di diabete, ipertensione e obesità quando furono costretti ad adottare una dieta europea.
Pinkwashing e gay friendliness riguardano invece i diritti omosessuali. Tuttavia, mentre un gay dichiarato come Hen Mazzig è diventato comandante dell’esercito israeliano, si ricattano persone omosessuali palestinesi che non hanno ancora fatto coming out: con la pratica nota come isqat siyasi, le si minaccia di rivelare a genitori conservatori il loro orientamento sessuale, in cambio di informazioni e collaborazioni con le agenzie israeliane. Così Israele si offre al mondo con lo spot-truffa dell’“unica democrazia del Medio Oriente” e oscura l’impegno di numerose organizzazioni gay e lesbiche palestinesi proponendosi come un “Israele liberale” (che non esiste fuori della bolla di Tel Aviv) contro una “Palestina omofoba”, anche allo scopo di alienare i palestinesi gay dalle loro comunità e favorire un’identità gay addomesticata e organica al sionismo, sminuendo la lotta anticoloniale.
Il colonialismo di insediamento disumanizza un popolo per distruggerlo e sostituirlo con un altro. Il colonialismo di insediamento abbatte villaggi; riempie di cemento i pozzi d’acqua; distrugge le terre coltivate; stupra e uccide le donne palestinesi denutrite; vieta loro di partorire in casa ma rende irraggiungibili gli ospedali israeliani con trafile estenuanti ai checkpoint, in modo da complicare e ostacolare il parto, favorire aborti, aumentare le morti neonatali. Eppure le donne palestinesi continuano a generare figli. Dove la ruspa israeliana abbatte le loro case, le donne palestinesi creano alloggi nelle grotte. Insegnano a leggere e scrivere dove le scuole sono state demolite. Inventano sistemi di desalinizzazione per usare acqua di mare. Conservano i semi della propria terra per nutrire i propri cari.
Il sionismo è inconciliabile con la giustizia, il disarmo, la sostenibilità, il femminismo, la liberazione. Nada Elia ci parla soprattutto di alleanze globali e di lotte interconnesse e solidali tra popoli oppressi in tutto il mondo.
“La solidarietà della comunità nera con la Palestina è di lunga data e ha trovato le sue massime espressioni negli anni del movimento per i diritti civili degli afroamericani, quando lo Student Nonviolent Coordinating Committee (Sncc), le Pantere Nere, Angela Y. Davis, Malcom X, Kwame Ture (già Stokely Carmichael), Audre Lorde, June Jordan e Muhammed Ali, tra i tanti, dichiararono il proprio sostegno alla causa palestinese, al pari di leader africani come Nelson Mandela e Kwame Nkrumah. Più recentemente l’asse di solidarietà nero-palestinese ha trovato nuova linfa nell’ipermilitarizzazione della polizia statunitense, dovuta in misura non trascurabile all’addestramento congiunto con le forze di sicurezza israeliane. Una recente dichiarazione del collettivo The Red Nation si apre con l’affermazione che «la Palestina è il barometro morale del Nord America indigeno»” (p. 38).
E ancora: negli anni Novanta e poi negli anni Duemila, Rawa, l’associazione rivoluzionaria delle donne afghane, e gruppi come INCITE! Women of Color Against Violence hanno sostenuto e continuano a sostenere la liberazione della Palestina, appoggiando la campagna Bds (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni), segnando così una distanza insanabile dal femminismo bianco alla Hillary Clinton che, in molte occasioni pubbliche, mentre dichiarava che i diritti delle donne sono diritti umani, “continuava a esprimere ammirazione per Israele” (p. 112).
Il Tal’at (un collettivo fondato in Palestina, dall’arabo “venire fuori”, con desinenza femminile plurale), il Pym (un movimento transnazionale composto da giovani palestinesi in Palestina e in esilio), il Palestinian Feminist Collective, anch’esso formato da rappresentanti della diaspora, intrecciano legami di solidarietà con movimenti antirazzisti e anticapitalisti indigeni, neri, operai e queer, denunciando il volto “estremamente patriarcale” dell’Autorità nazionale palestinese (p. 138).
Questi movimenti hanno contribuito a elaborare una visione femminista trasformativa e intersezionale, orientata a una liberazione radicale, in continuità con grandi pensatrici come Gloria Anzaldúa e bell hooks. Una simile liberazione ridisegna i concetti di cittadinanza, sovranità, appartenenza ed è capace di andare oltre i confini dello stato-nazione e oltre gli studi post-coloniali, rivolti “perlopiù alle lotte nazionaliste per l’indipendenza soprattutto dei paesi africani e asiatici rispetto a potenze imperialiste canoniche come l’Inghilterra, la Francia, i Paesi Bassi” (p. 203). È questa una prova dell’assoluta centralità della Palestina negli studi sul colonialismo d’insediamento, nonostante “l’assenza della Palestina negli studi postcoloniali anche se questa disciplina deve la sua esistenza, in larga parte, al compianto studioso palestinese Edward Said” (p. 203).
Ovunque ci siano lotte contro il colonialismo e il suprematismo bianco, le indigene, gli indigeni e le persone queer sventolano le bandiere palestinesi. In tutto il mondo. Tra le tante prove di questa lotta transnazionale Nada Elia cita ricorsivamente questa: nel 2016, quando è nata la prima bambina nella riserva sioux di Standing Rock, sua madre Black Owl l’ha avvolta in una kefiah palestinese e ha descritto il suo parto come un atto di resistenza contro l’assimilazione e la negazione dei diritti riproduttivi delle donne native. Perché – conclude Nada Elia – l’unico futuro sostenibile è indigeno.
Per approfondire:
https://www.lunadigas.com/riflessioni/ricette-di-palestina-il-cibo-narrato-dai-territori-occupati/
https://www.lunadigas.com/riflessioni/riscrivere-lidentita-la-spiritualita-la-realta/