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Childfree O Childless? No, Lunàdigas!

Childless o childfree? No, Lunàdigas!

di Giusy Salvio – Redazione Lunàdigas

 

Possono i termini childless e childfree restituire la complessità del mondo delle donne senza figli, senza ricadere nei soliti stereotipi tossici?

 

Fin da piccole, che lo si voglia oppure no, noi donne siamo abituate a confrontarci con il pensiero della maternità.

Fin da piccole ci insegnano che siamo corpi atti alla riproduzione, macchine fabbricate per accogliere la vita e spingerla, poi, fuori nel mondo. Raramente qualcuno si preoccupa di insegnare alle bambine a conoscerlo il proprio corpo, ad esplorarlo, a prenderne coscienza, a trarne piacere.

Stai composta, non si dice, non si tocca.

E mentre le future donne vagano in un mare indistinto di ignoranza di sé e delle proprie potenzialità fisiche (e non solo), d’altra parte si instilla loro il pensiero, onnipresente, che un giorno quel corpo di cui sanno poco o nulla dovrà mettere al mondo un altro essere umano. Un destino – e un dovere – a cui si viene richiamate costantemente dai genitori, dalla scuola, dai media, dalla zia, dal vicino di casa, dal ginecologo (o dalla ginecologa), dal fruttivendolo e anche, a volte, dal cane che passa per strada.

Giudicate.

Per ogni piccolo dubbio, per la minima divergenza dal dogma, e spesso poco importa che non si tratti di una scelta.

Ecco: la scelta.

Anno domini 2021, che le donne possano scegliere liberamente di non avere figli è ancora una novità, è ancora appannaggio della parte del mondo che non muore di fame, non è ovunque una realtà anche solo immaginabile.

In ogni caso e ad ogni latitudine, se i figli non li vuoi sei come minimo strana, ci deve essere qualcosa che non va nella tua testa, nel modo in cui ti hanno educata, nelle esperienze che hai fatto.

Non vuoi figli perché sei egoista, vuoi rimanere bambina per sempre, non vuoi prenderti le TUE responsabilità, oppure ti hanno fatto del male, non ti hanno amato abbastanza, o ti hanno amato troppo. La risposta “Non ho figli perché non li desidero” in genere non viene mai accolta con un punto, ma con una sfilza infinita di punti interrogativi. Domande che spesso entrano a gamba tesa nell’intimità di una donna prima e di una coppia poi, spostando sempre il peso della decisione – e quindi della colpa – sulla parte femminile di essa.

Gli uomini non vengono giudicati quando non vogliono diventare padri, le loro ragioni non vengono vivisezionate e, se vengono interpellati, spesso li vediamo defilarsi dalla discussione con l’aria di chi non sa da che parte arrivino davvero i bambini, ma di sicuro non dalla loro; dunque, perché chiedere?

Poco importa se l’oppressione delle donne da parte del patriarcato, storicamente, sia passata (e ancora passi) proprio per i diritti riproduttivi: quando si tratta di ragionare di fare o non fare bambini, le uniche attrici in scena restano le donne.

E cosa succede quando invece non si può scegliere?

Cosa succede a quelle donne che i bambini li vorrebbero, anche intensamente, ma che non possono averne?

Se state pensando che riceveranno solo solidarietà o, alla peggio, pena e commiserazione, vi sbagliate di grosso.

Se i figli non arrivano comincia un calvario fatto di domande sempre più invadenti e sempre più pressanti, possono capitare pranzi con parenti in cui qualcuno, a bruciapelo, tra un morso a una bistecca e un bicchiere di vino, chieda se hai già fatto la fivet, o si lanci nella declamazione del manuale del buon concepimento, corredato di consigli non richiesti e accurati disegnini.

Capita che ti fermi la collega, a chiederti se quella pancia gonfia sia frutto dell’ammore o di una tragica abbuffata del fine settimana, ma capita soprattutto di sentirsi bombardate con il linguaggio del fallimento, anche negli ambienti medici, quando si incominciano ad indagare le ragioni fisiche di un concepimento che non avviene.

E così si sente parlare di infertilità, di uteri inospitali e addirittura ostili.

Fino a qualche tempo fa, se in una coppia non si facevano figli, la prima (ed unica) colpevole era la donna: era lei a venire indagata, analizzata, “frugata”, sottoposta a una miriade di esami estremamente invasivi e anche dolorosi, e spesso accusata di non metterci abbastanza impegno (che cosa voglia dire, poi, chi lo sa!), di non volerlo abbastanza, di non pregare abbastanza (abbiamo testimonianze anche di questo, ebbene sì!), salvo poi scoprire, dopo mesi e addirittura anni di terapie, dopo un semplice esamino dello sperma del marito, che il problema era il suo.

Oggi, fortunatamente, molto è cambiato e, quando si presentano difficoltà di questo tipo in una coppia, le analisi vengono richieste contemporaneamente ad entrambi i partner, ma non è cambiato l’accanimento sui corpi delle donne, e non è cambiato quel linguaggio che sa ancora di giudizio, di violenza e di colpa.

Una fatica, sia fisica che mentale, che spinge molte donne ad abbandonare i percorsi di fecondazione assistita o, in generale, per la fertilità, e lì inizia per loro una nuova strada, fatta di compromessi con se stesse e con la vita: bisogna reinventarsi, convivere con un desiderio che non si potrà realizzare mai, creare nuove parti di sé e crescerle con lo stesso amore che si sarebbe riservato a una vita nuova.

E qui i confini tra le donne che scelgono di non avere figli e quelle che non possono averne (o che non vogliono affrontare un’Odissea per averne), cominciano a mescolarsi, rendendoci tutte più vicine.

Per molte e molti, i termini americani childfree (liber* dai figli) e childless (senza figli), che distinguono nettamente le donne che scelgono da quelle che non hanno scelta, sono ancora relativamente nuovi. Sono nati, giustamente, per nominare qualcosa che fino al secolo scorso era ancora innominabile: così come non esisteva – e ancora non esiste – un termine per i genitori che perdono i figli, non esisteva un termine per indicare le donne – e gli uomini – che i figli non li facevano, proprio perché questa condizione non era né pensabile né immaginabile secondo natura (la scusa preferita del patriarcato).

Spesso chi si identifica nell’etichetta childfree rivendica la sua appartenenza al termine con orgoglio, afferma la sua scelta come frutto di un percorso di autodeterminazione consapevole;  ad indicarsi come tali sono le donne che sono arrivate alla scelta della non maternità attraverso la via del femminismo, o quelle che, fin da quando ne hanno memoria, hanno espresso il desiderio di non avere figli, e provano immenso disagio a sentirsi definite in termini di mancanza, come accade invece per le donne childless.

Come tutte le definizioni troppo esclusive e tagliate con l’accetta, però, i termini childfree e childless non esauriscono la complessità del pensiero e dell’esperienza delle donne rispetto alla non maternità, e rischiano di creare più divisioni inutili che dialoghi costruttivi. La contrapposizione tra “vere” childfree e non ricorda molto l’antica divisione patriarcale tra le “vere” donne (cioè quelle che aderiscono al modello imposto) e tutte le altre, le nondonne per cui il rogo – almeno quello metaforico ­– è sempre dietro l’angolo.

Tra le donne senza figli, non c’è soltanto chi non li vuole e chi non può averne.

C’è chi è indecisa, chi aspetta ancora la persona giusta, il lavoro giusto o il pianeta giusto, c’è chi si è immaginata madre sin da bambina, ma al momento di passare all’azione si tira indietro, per un anno, per due, o per sempre.

C’è chi decide di non voler bambini appena dopo aver imparato a parlare, c’è chi non deciderà mai e lascerà decidere alla vita. C’è poi chi di figli non ne ha mai voluto sentir parlare, ma rimane incinta e decide di portare avanti la gravidanza, con gioia. C’è anche chi i figli li mette al mondo e se ne pente pur volendoli, pur amandoli tantissimo.

C’è chi sta lottando contro malattie terribili e col pensiero di trasmetterle e c’è chi, semplicemente, con tutto il resto della vita in ballo, si dimentica di farli i figli, e ci pensa quando non è più tempo.

C’è infine chi ha gli strumenti per intraprendere un percorso (infinito) di consapevolezza di sé e dei propri desideri, e chi non ce li ha, e sarà inevitabilmente più portata a incanalarsi nel diktat sociale senza porsi troppe domande, salvo poi ritrovarsi intrappolata in un gorgo di incomprensibile infelicità e, spesso, di giudizio ostile nei confronti delle altre donne.

Da quando il nostro progetto è cominciato – lo ricordiamo, per dar voce alle donne senza figli per scelta – ci siamo rese conto immediatamente che la complessità del discorso sulla non maternità, non poteva esaurirsi negli unici termini che al momento esistevano come punti di riferimento, e che non erano neppure nella nostra lingua.

Da qui l’esigenza di trovare un nome che non solo restituisse la miriade di sfaccettature possibili del non essere madre, ma che tenesse anche una via di dialogo aperta con le madri, con l’obiettivo preciso di dar vita a una narrazione diversa della maternità e della non maternità, rispetto ai ruoli tradizionalmente imposti dalla società.

Così è nato il termine Lunàdigas, che affonda le sue radici nella lingua sarda, una lingua antica come il tempo.

Lunàdigas sono le pecore fertili che, per motivi sconosciuti, non figliano. A volte per una stagione sola, a volte per sempre. E i pastori – tutti maschi – di fronte al mistero, si sono inventati l’influenza della Luna. Quella stessa Luna che, nelle mitologie di quasi tutto il mondo, è il simbolo del femminile e della sua potenza.

E allora sì, madri per sempre o madri mai, con o senza figli, donne libere di rivendicare il proprio posto nel mondo fuori dalle gabbie costruite dal patriarcato… lasciamo pure che credano che veniamo dalla Luna.

Né childfree né childless, noi siamo Lunàdigas!

 

Scopri la testimonianza dell’Archivio Vivo Se non posso avere figli, cercherò di avere una vita come piace a me

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