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La testimonianza di Silvia De Simone, psicologa e attivista dell’associazione “Famiglie Arcobaleno” di Cagliari racconta e ci parla del suo profondo desiderio di diventare mamma, realizzatosi tra gioia e difficoltà, quando era ancora lontana, di quasi un anno, l’approvazione della legge sulle Unioni civili che hanno regolamentato di fatto, dal 2016, i diritti e i doveri delle coppie di fatto, eterosessuali e LGBT.

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Ecco la trascrizione completa del video:

Silvia: «Ho 42 anni sto insieme a Fabiana da più di 10 anni, abbiamo tre figlie femmine: una adolescente, una di 6 anni e una di appena un anno. Siamo una delle tante famiglie mono-genitoriali che vivono in Sardegna, in Italia. Facciamo parte dell’associazione “Famiglie Arcobaleno” che ormai racchiude un migliaio di persone gay e lesbiche che hanno realizzato un progetto di genitorialità all’interno della coppia o che desiderano diventare genitori.
Inizio a raccontarvi qualcosa di me, mi piace tornare indietro di vent’anni.

Quando avevo vent’anni, stavo ancora crescendo, mi stavo formando come donna, avevo ben chiaro il fatto che io volessi diventare madre, ma non avevo ben chiaro come. Allora avevo un fidanzato, ma mi sentivo molto stretta in questa relazione e quando mi immaginavo in una famiglia tradizionale, non riuscivo più a vedermi, però sapevo che sarei voluta diventare madre. Questa era una certezza, non sapevo come ripeto.
Finita la mia relazione sentimentale, ho iniziato a guardarmi intorno, ho capito che forse non mi sarei più innamorata di un uomo, ma che mi sarei innamorata di una donna e continuavo a pensare che comunque la maternità avrebbe fatto parte della mia vita e che avrei trovato il modo di farlo. Ripensandoci adesso mi fa sorridere anche come fossi ottimista allora!

Trent’anni fa non si parlava, come adesso, di fare figli con le tecniche di procreazione assistita, anzi, non se ne parlava così tanto, eppure io ero fiduciosa, sapevo che avrei trovato il modo.
Poi ho incontrato nel mio percorso una donna che aveva già una bambina, ci siamo innamorate, la cosa che ci ha unite da subito è stato proprio questo desiderio di maternità. Spesso nelle altre donne, soprattutto donne lesbiche, non trovavo questo desiderio che avevo io di famiglia e di maternità. Questo ci ha legate molto e con tante difficoltà abbiamo scelto di costruire una famiglia insieme.
All’inizio non pensavamo di avere altre figlie, perché le difficoltà sono state tante, lei usciva da un matrimonio, una situazione complicata.

Io mi sono presa cura di questa bambina, assumendo un po’ il ruolo di altro genitore. Questa bambina aveva due genitori e io me ne sono presa cura. C’era però qualcosa dentro di me che mi rendeva un po’ triste. Ricordo che un giorno, e lo dico sempre alla mia compagna, quando tornavo da un viaggio di lavoro, fuori dall’aeroporto c’era il bambino di una mia collega che le è corso incontro e io pensai: “Quanto mi piacerebbe che mi corresse incontro qualcuno, mio figlio o mia figlia!”, perché la bambina che c’era, sì io me ne prendevo cura, come se fosse mia figlia, ma in realtà era una situazione diversa, così la mia compagna, che in quel momento veramente non pensava di investire in una scelta del genere, un giorno mi scrive una mail e mi dice di aver mandato una mail a una clinica a Madrid, in Spagna. Siccome ne avevamo sempre parlato in linea molto teorica, senza pensare però di farlo il giorno dopo, mi dice: “Il tuo desiderio di avere figli in verità adesso non è proprio il mio desiderio, però sento che c’è qualcosa che ti manca e quindi ho mandato la mail, prendiamo le informazioni e vediamo”.

Siamo partite subito, ho fatto due tentativi, sono rimasta incinta di una bellissima bambina che si chiama Sara che adesso ha 6 anni. Io e la mia compagna siamo andate a convivere insieme, abbiamo fatto coming-out ovunque, nelle famiglie di origine, a lavoro, tra gli amici. Quando è nata Sara è stato un miracolo, un’emozione bellissima. E’ stato bello vedere come fosse veramente il frutto del nostro amore. Sara non era mia, era nostra, era veramente un miracolo in quel momento.
Passato del tempo la mia compagna che, appunto dicevo, non aveva desiderio di maternità a un certo punto ha detto: “Che ci fermiamo a questo? E’ stato bello, andiamo avanti!”.
Abbiamo iniziato a frequentare le famiglie arcobaleno piene di bambini e bambine, e lei mi dice: “Mi piacerebbe portare avanti una gravidanza di un figlio o di una figlia nostra!”.

Allora di nuovo siamo partite per Madrid, abbiamo fatto qualche tentativo in più perché l’età era avanzata ed un anno fa è nata Viola, la nostra terza figlia. E quindi siamo una famiglia al femminile, ci piace molto dirlo alle nostre figlie, siamo tutte donne, siamo una famiglia un po’ strana, fuori dal comune, siamo una famiglia in cui veramente si respira tanto amore e serenità e penso che quello che fa la differenza tra la nostra famiglia e tante altre è che veramente non l’ho fatto a caso. Ora io lo racconto così, ma è stato veramente un percorso faticoso da tutti i punti di vista, in alcuni momenti stressante e difficile, ci abbiamo investito tantissime energie economiche, fisiche e psichiche.

Questa famiglia l’abbiamo cercata e voluta. Abbiamo lottato davanti alle difficoltà con le unghie e con i denti. Adesso ancora ci guardiamo e ci sembra un miracolo. Adesso siamo nella fase in cui siamo molto contente e molto stanche, perché tre ragazze, bambine di tre età diverse vanno gestite.
Ci guardiamo intorno, guardiamo anche le scelte che hanno fatto tante altre donne, scelte simili alle nostre, scelte diverse dalle nostre, quello che ci diciamo sempre è che, nonostante speriamo che il mondo cambi, perché ancora ci sono tanti problemi in questo mondo in cui viviamo, però ci sembra che stiamo andando in una direzione in cui veramente le donne possono sempre un po’ di più decidere quello che vogliono per loro e quindi decidere, come noi, di mettere su una famiglia un po’ strana con sole donne e senza uomini, senza papà e anche decidere invece di non fare una famiglia o di creare famiglie con le amiche ad esempio, costruendo legami che sono nuovi».

Nicoletta: «Qualcuno potrebbe chiedersi se con tutte le creature che ci sono, per voi sarebbe stato differente adottare un figlio».

Silvia: «Per me sì, devo dire la verità ed anche per la mia compagna per diversi motivi. Io avevo proprio desiderio di portare avanti la gravidanza che è un’altra cosa, perché adottare un bambino significa essere pronta ad accogliere un bambino che è già stato generato, per generarlo di nuovo, io avevo proprio desiderio di vivere la trasformazione del corpo, mi ha sempre incuriosito molto, voglia e desiderio di sentirlo dentro.

Il secondo motivo per il quale discutiamo è che diciamo quanto sarebbe bello se anche in Italia i gay, le lesbiche ed i single potessero adottare, però poi ci diciamo che non ci saremmo sentite di adottare, perché il mondo sta cambiando, ma comunque è ancora un mondo difficile e quindi mettere insieme il fatto che un bambino è nato, viene cresciuto in una coppia di due lesbiche perché adottato, stiamo mettendo diversità su diversità che non ci saremmo sentite di gestire. Questa è la verità perché avremmo trovato più difficile questo percorso».

Nicoletta: «Prima dicevi di essere stata molto ottimista quando avevi vent’anni. Perché c’era bisogno di ottimismo?».

Silvia: «Perché quando avevo vent’anni non si parlava di omo-genitorialità per esempio. Ricordo di aver visto forse quando ero un po’ più grande un documentario su Sky: era la storia di due donne che erano andate all’estero, ma non si sapeva niente, e quindi era ancora visto come un modo di far famiglia nuovo. Quindi, potenzialmente, c’era la paura di essere molto più discriminate, perché tutto quello che non si conosce fa paura in una società come la nostra poi le discriminazioni sono dietro l’angolo. Però io mi sentivo forte.E mi ricordo che quando ne parlavo con amici o a casa, mi dicevano: “Eh, ma pensa questo povero bambino, questa povera bambina, che cosa gli racconti senza un papà”.

Io all’inizio dicevo: “Sì ma ai bambini serve un po’ di amore e le cure giuste, qual è il problema? Se nasce da un progetto d’amore, non vedo il problema. Io sono sicura che saprò crescere un figlio, come tante persone. Insomma la perfezione non esiste, mi sento di poterlo fare e di potergli di garantire una bella vita».

Nicoletta: «Le testimoni di Lunàdigas, quelle che hanno più o meno hanno la nostra età, hanno discusso molto l’idea di famiglia, dell’idea di voler comunque fare riferimento a questo tipo di struttura sociale. Come interloquisci con questo argomento?». 

Silvia: «Questa è una domanda difficile. Diciamo che anch’io, vent’anni fa mettevo molto in discussione l’idea di famiglia, tanto è vero che, quando avevo un fidanzato dicevo: “Non voglio fare famiglia con te”, lo pensavo perché non mi rinchiudevo in ruoli stabiliti, prescritti e scherzando gli dicevo: “Quando troveremo il lavoro ognuno a casa sua” e mi ricordo che lui si offendeva. E poi invece è stato curioso che, quando mi sono innamorata di una donna, sentivo proprio il bisogno di creare una famiglia. Però quello che per me era rassicurante era che si trattava di qualcosa da inventare, perché è vero che la chiamiamo famiglia, anche io la chiamo famiglia, però c’era da inventare come costruirci i ruoli, chi fa cosa, così come, quando sono nate le nostre bambine, è stato tutto una scoperta, da inventare e costruire. Io penso che ci sia questo dilemma interessante nelle famiglie come la mia. Da una parte, sì, si cerca di riproporre la famiglia e questo termine torna anche intorno a tutto il dibattito che c’è stato, soprattutto per una questione di tutela dei bambini e quindi che qualcuno dice: “Volete il matrimonio, come dire, volete scimmiottare la famiglia tradizionale che tanto le femministe hanno criticato”, in realtà non è questo, il punto è che vogliamo tutela per i bambini ed è un’altra cosa.

L’altra parte del dilemma è quello che costruiamo delle famiglie diverse in cui tutto è da costruire e da inventare nelle quali ovviamente soprattutto i ruoli di genere tradizionale vengono completamente scardinati perché non essendoci un uomo e una donna, chi fa cosa va quotidianamente rinegoziato. E questo è sicuramente più faticoso perché non c’è niente di prescrittivo e prescritto, è estremamente più faticoso e discutiamo e litighiamo… “Chi fa cosa… tu fai il bucato… tu fai di meno… perché io preparo sempre lo zaino?”.  Però alla fine, secondo me, ti garantisce di essere veramente più quello che vuoi essere; nel senso che alla fine il frutto della negoziazione è dato da quello che tu veramente vuoi, combinato insieme a quello che l’altra vuole. Molto più faticoso ma, tra virgolette, un mondo molto più libertario e più egualitario nel quale il frutto della rinegoziazione è quello che dicevo, cioè io in casa mi sono assunta il ruolo che mi sono voluta assumere, così come la mia compagna. Su certe cose ci veniamo incontro, non rispondiamo certamente a copioni. Quindi la mia risposta è che forse nel costruire questa famiglia, cerchiamo di decostruire tutto quello che è stati la famiglia tradizionale e proporre un nuovo modo di fare famiglia».

Nicoletta: «La chiameresti famiglia se non ci fossero le tre bambine?». 

Silvia: «Adesso sì, la chiamerei famiglia perché, confrontandomi soprattutto con l’ambiente LGBT, con tante persone che non hanno figli e che hanno scelto di fare una vita insieme, io le chiamo famiglie perché, secondo me, la famiglia è fatta da due persone che hanno un progetto di vita in comune che può comprendere i figli o no. 

Nicoletta: «Non senti l’esigenza di trovare un altro termine?». 

Silvia: «In questo momento non la sento, se domani approvassero la legge, forse dopo aver avuto accesso al matrimonio egualitario, inizierei a dire “mi sta stretto… troviamo altri modi, altre formule».

Marilisa: «Diverse da famiglia e matrimonio?». 

Silvia: «Sì, diverse da famiglia e matrimonio, non solo come etichette linguistiche, ma di istituzioni e tutto quello che questo comporta. Forse perché In questo momento è l’unico modo che vediamo per poter garantire dei diritti ai nostri figli e alle nostre figlie, per i quali siamo molto in ansia perché, paradossalmente, adesso se io dovessi venire a mancare una delle nostre figlie, quella che ho portato in pancia io, un giudice potrebbe decidere di affidarla a uno sconosciuto o ad una sconosciuta, di darla in adozione. Questo ci porta ad appiattirci su modelli più tradizionali».

Nicoletta: «Anche le mamme che più amano loro figli, più felici, che li hanno tanto desiderati che abbiamo incontrato ci hanno così mostrato la parte in luce e la parte in ombra di questa relazione, non sarà che voi siete un po’ costrette a raccontarla come una cosa solo bella?».

Silvia: «Allora un po’ sì un po’ no per quello che vi dicevo prima perché per noi è stato quasi un miracolo, gli aspetti positivi non solo li raccontiamo, ma li abbiamo sentiti, poi ci sono quelli negativi, come vi dicevo in questo periodo la quotidianità, la difficoltà di gestire tre bambine sì. Con la mia compagna in questo periodo non facciamo altro che dire che quando cresce la piccolina, ci facciamo un bel week-end fuori da sole. Vogliamo ritrovare la coppia. Certo perché i figli danno tante gioie e sono un bell’impegno che spesso ti costringe questo sicuramente sì, però se dovessi mettere sulla bilancia, nonostante questo periodo sia particolarmente faticoso, vincono senz’ altro gli aspetti positivi che sono senz’ altro di più.Come se pensassi a una cosa e di non poterla fare, perché comunque la società ti ha detto che tu, in quanto lesbica, sei sterile, non puoi avere figli, poi invece scopri che non è proprio così e allora ci provi, poi ci riesci e quindi gioisci il triplo, penso.

Magari se avessi fatto lo stesso percorso con un uomo, vedrei più aspetti negativi. Non so.

Io e la mia compagna un po’ scappiamo da tutto questo loop in cui ci sono solo le mamme che parlano solo di figli e pannolini, anche perché siamo due donne che lavoriamo entrambe che hanno investito molto nel lavoro, siamo due donne attivamente impegnate poli nell’associazione, due donne che hanno tantissime attività, che abbiamo degli interessi, la mia compagna corre… non ci troviamo, per esempio fuori dalla scuola socializziamo perché lo dobbiamo fare,  però poi scappiamo, alle feste di compleanno siamo tra le poche che lasciamo le bambine ed andiamo, ne approfittiamo per fare altro, scappiamo un po’, devo dire la verità».

Nicoletta: «Lo dovete fare per essere riconosciute?». 

Silvia: «Noi ci stiamo perché abbiamo bisogno di essere riconosciute, però non riusciamo a starci troppo perché ci stringe questo contesto, non ci troviamo e quindi sfuggiamo. Anzi ci sforziamo di esserci un minimo, perché vogliamo che le altre mamme ci conoscano, perché vedano che siamo mamme, come tutte le altre».

Marilisa: «Non c’è niente di strano!».

Silvia: «Non c’è niente di strano. Siamo mamme come tutte le altre!».

Nicoletta: «Secondo te ha qualche cosa a che vedere il nostro affermare che oggi vogliamo essere riconosciute come donne nella nostra completezza anche se siamo lunàdigas e la vostra posizione di rivendicazione del riconoscimento?».

Silvia: «Sì, io penso che le famiglie arcobaleno, come la mia, e le donne lunàdigas abbiano in comune dei desideri di libertà che vogliamo realizzare a testa alta senza doverci in qualche modo vergognare del fatto che questi desideri non corrispondano a quello che il contesto si aspetta da noi, in quanto da una parte donne e dall’altra donne lesbiche. Perché dalle donne lesbiche ci si aspetta che non costruiscano legami stabili, che non abbiano desiderio di genitorialità e dalle donne eterosessuali invece ci si aspetta che vogliano fare le madri a tutti i costi. Questo penso che ci accomuna. Ci accomuna il fatto che facciamo delle scelte controcorrenti che non vengono capite da tutte e da tutti».

Nicoletta: «Nella vostra famiglia se si parla di eredità, come ne parlate?».

Silvia: «Eccome, si pone il problema di poter lasciare la nostra eredità in maniera più o meno equa alle nostre figlie, ne parliamo purtroppo per ora. Quando avevamo solo due figlie abbiamo comprato casa insieme e abbiamo fatto testamento incrociato, pensando così di equilibrare un po’ le cose tra le nostre figlie. Poi è nata la terza e quindi aspettavamo che ci approvassero la legge e nel frattempo stiamo discutendo su che cosa fare. Abbiamo preso informazioni per fare un deposito, soprattutto per la più piccola, perché la più piccola sarebbe la più penalizzata. E’ un problema sì di come far si che le nostre figlie abbiano un’eredità equa perché poi tutto è complicato ed anche noi abbiamo difficoltà a capire.

Parlando di eredità ci diciamo sempre che noi confidiamo che comunque vadano le cose, nelle nostre figlie, che riescono a mettersi d’accordo. Mio fratello è avvocato e dice: “Non confidate mai!”. Sì, ma noi le stiamo crescendo nell’amore, poi loro si vogliono tanto bene. Quando è nata Sara, la nostra seconda figlia, la più grande aveva tantissimo desiderio di avere una sorella o un fratello e quindi Sara è stata accolta nel migliore dei modi, proprio come una sorpresa inaspettata. I suoi genitori erano separati, quindi lei non lo metteva in conto, anche per lei è stato un miracolo. Lo raccontava, era fierissima e hanno costruito un bellissimo rapporto fino a quando non è nata la più piccolina, perché adesso questa relazione tra queste tre sorelle è complicata.

Nei confronti della piccolina sono due mammine. Sia l’adolescente che quella di sei anni le dicono: “E’ bellissima… è bravissima… è cucciola” e iniziano a litigare tra loro. Sono gelose l’una dell’altra, però poi, quando sono lontane più di un giorno: “Mi sei mancata, ti voglio bene!”. Abbracci e baci e dopo 10 minuti litigano, come fanno tutte le sorelle e i fratelli in tutte le famiglie.  Noi diciamo: “Vorremmo crescervi in modo che voi un domani possiate in qualche modo prendere quello che è nostro e mettervi d’accordo”. Facciamo questi discorsi a casa».

Nicoletta: «Mi chiedo se un’altra cosa che ti senti in comune con le donne che non hanno avuto figli, ad esempio come dicevamo prima vi ho chiesto se non avete voglia di inventare un nuovo nome per dire famiglia, visto che le vostre famiglie potrebbero uscire da quel filone che abbiano in testa, le donne senza figli hanno faticato a trovare lunàdigas come termine per definirsi, e ne comprendiamo anche il valore di avere dei termini che ci descrivono. Tu capisci questa ricerca? Trovi una mancanza di parole nella vita quotidiana? Ma avete bisogno di nuove parole?».

Silvia: «Io ho bisogno di nuove parole tanto è vero che quando è nata ad esempio l’Associazione arcobaleno, le nostre famiglie ancora non si chiamavano e quindi, raccontavano da poco delle vecchie socie, che si sono messe attorno a un tavolo e si sono chieste ‘come ci chiamiamo?’ e poi però hanno scelto di tenere il termine famiglia di affiancare il termine omo-genitoriale perché prima si diceva famiglia gay e lesbica che non vuol dire niente, perché gay e lesbica è l’orientamento sessuale, non è la famiglia, ma non c’era un termine e poi dopo, andando avanti nel tempo, si è ripreso il simbolismo del movimento LGBT, quello dell’arcobaleno ed ecco qua le famiglie Arcobaleno.

Ci siamo interrogate sul nome. Il termine famiglia è rimasto partendo dall’idea che non esista un unico tipo di famiglia, ma ne esistono tante, noi siamo le famiglie arcobaleno. Quindi la declinazione al plurale aggiungendo poi altri termini accanto. Mi viene un dilemma che vi dico liberamente: quanto ci sia desiderio di omologazione o semplicemente una paura e quindi una rassicurazione nel tenere questo termine come voi perché anche voi potevate scegliere di utilizzare famiglia e un’altra parola accanto invece …».

Nicoletta: «Noi di famiglie non ne facciamo, però certo potevamo continuare a dire donne senza figli».

Silvia: «Intendo famiglia perché a me viene in mente che, per esempio, una donna che ha il suo progetto di vita da sola col suo cane, è una famiglia, non so. Per me l’idea del termine famiglia è esteso nel senso che non solo la presenza o meno di figli, non fa famiglia come un compagno o una compagna non fa famiglia, è una persona adulta che ha un progetto di vita da sola, anche quello è famiglia per me. Però è curioso, la nostra bambina di un anno la prima parola che ha imparato a dire è stata “papà” e noi abbiamo riso tantissimo, la figlia media rideva da impazzire diceva: “Viola ripeti mamma” e lei che stava imparando a dire papà! Rideva tantissimo e la piccolina lo diceva ancora di più perché la sorella rideva, e la rinforzava in questo. Era una cosa curiosa!  Invece l’altro giorno c’era a casa una coppia di amici, due papà, e gli raccontavamo questa cosa, loro hanno due gemelli dell’età della nostra piccolina e la loro prima parola era mamma. La prima parola era mamma e figlia… insomma curioso… qui non ci sono papà e si rideva.

Marilisa: «Dì tu Silvia se c’è qualche cosa che …». 

Silvia: «Voi mi avete aperto interrogativi adesso, su cui rifletterò!».

Nicoletta: «Questa è una caratteristica di Lunàdigas».

Silvia: «Perché poi c’è tutto un percorso, quando ero ragazzina frequentavo collettivi femministi, gruppi. Ho 42 anni quindi insomma, comunque ancora ricordo i primi anni dell’università con delle donne un po’ alternative, movimenti femministi: “Io non mi sposerò mai!”… contro il matrimonio e poi… curioso a volte, quando poi si parla anche tra amici e amiche di vecchia data alla fine mi prendono in giro: “Alla fine dicevi tanto, hai fatto tutto questo percorso, ti sei scelta un’aria di devianza, pensando di metter su una famiglia strana; però poi in quest’area di devianza, invece sei molto tradizionalista, alla fine in tutto questo, avete scelto di fare tre figlie e alle 21 siete tutte a letto perché siete stravolte!».

Marilisa: «Se ci fosse la possibilità del matrimonio lo fareste, naturalmente nell’ ottica che dicevi».

Silvia: «Sì, ma veramente non nell’ottica del matrimonio romantico assolutamente no. Se approveranno le unioni civili tanto combattute andremo a fare anche quello immediatamente, senza grandi festeggiamenti perché per me simbolicamente non ha grande valore devo dire, anche con la mia compagna ci siamo trovate in questo. Non è per tutte le coppie omosessuali così, alcune lo vogliono celebrare. Per noi no, non c’è stato questo desiderio neanche prima, dicevo non mi sposerò mai, mi piace questa istituzione. La mia compagna si è sposata perché si è trovata in circostanza particolari, ma non ha un bel ricordo del matrimonio. Quindi no, però andremo immediatamente a farlo, ma per dormire sonni più tranquilli, per questioni di tutele subito anche la porcata più porcata che approveranno… noi senza festeggiare, andremo, però, questo sì, per tutela delle nostre bambine, perché è troppo importante».

Nicoletta: «Sei d’accordo che una donna lesbica madre è più facilmente accettata rispetto a una donna lesbica?».

Silvia: «Sì, infatti quando tutti ci dicono: “Voi che fate coming-out ovunque, è difficile!”, io dico ovviamente dico sì che è difficile all’inizio è difficile però il fatto che sia madre, in qualche modo, fa dimenticare alla persona che sei lesbica, non so come dire e quindi c’è una accettazione incondizionata».

Marilisa: «Più lascia passare».

Silvia: «Perché le persone si concentrano su questo e siccome è accettato essere madre dal contesto sociale. Secondo me è molto più facile fare coming-out da mamma lesbica. Lo vedo sul lavoro, tanti amici gay e lesbiche, quando si è genitori lo fai un po’ perché obbligato ma un po’ perché sai che viene più accettato, invece se non sei genitore hai più difficoltà perché lì c’è meno accettazione e poi secondo me le persone… secondo me si dimenticano alla fine».

Marilisa: «La cosa che emerge è soprattutto la maternità».

Silvia: «Sì soprattutto per le mamme, per i papà gay è un po’ diverso. Per le madri lesbiche,sì, c’è più accettazione sociale piuttosto che per una lesbica che non sia madre».

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