Martina, cresciuta in un contesto familiare del Sud Italia, racconta di aver maturato nel tempo la scelta di non avere figli. Pur apprezzando il ruolo di zia e non escludendo l’adozione come forma di aiuto, non desidera vivere la maternità né affrontare una gravidanza.
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Ecco la trascrizione completa del video:
MARTINA: «Io sono Martina, ho ventisei anni, attualmente sono una studentessa in “Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale” e mi trovo qui, o meglio, sono venuta a conoscenza di questo bellissimo posto grazie proprio all’università, perché ho potuto fare un tirocinio qui da Lunàdigas e mi sono innamorata. Mi sono innamorata perché ho trovato uno spazio accogliente, sicuro, in cui nonostante io fossi qui per lavorare diciamo, sono stata accolta proprio a braccia aperte, come se fosse una vera famiglia.
Io vengo da un piccolo paesino in provincia di Lecce, che si chiama Cavallino, e diciamo che per alcuni aspetti è molto legato al suo essere del Sud, quindi le famiglie [sono] super unite e anche quasi numerose, ma non solo per il fatto che, magari… noi siamo solo quattro in famiglia, mamma, papà, io e mia sorella, ma numerose nel senso di nucleo familiare che si ampia includendo anche zii, cugini, nonni e quindi io sempre dico che siamo in dieci a tavola, quindi per me la mia famiglia è di dieci persone.
Non ho mai subito pressioni da parte dei miei genitori né dalle persone più adulte nel dover fare figli o meno, anzi mia madre e anche mia nonna continuano sempre a ripetermi “non ti sposare e non fare figli”. E secondo me la loro non è più tanto un’imposizione, quanto farmi capire che, nonostante la norma voglia una donna che faccia figli, ci sarà sempre qualcuno che accoglie anche l’idea di non farlo. In famiglia nessuno non ha figli, o meglio c’è solo un prozio che non ha figli, però è sempre una figura maschile. Non c’è nessuna figura femminile che non abbia figli e vorrei essere la prima, perché mi piace fare la zia più che la mamma e poi io non vedo la necessità di compiere questo passo.
Diciamo che sono cresciuta non in un ambiente, ma circondata da film, serie tv che erano molto, alcuni ancora adesso, molto legati al dover fare figli o comunque di vedere la figura della donna completa nel momento in cui questa partorisce. Perché si parla sempre nelle serie tv, nei film, di bambino biologico, mai di adozione o comunque è più blando il fatto di adottare o se c’è un bambino adottato c’è sempre poi il momento in cui nasce un bambino biologico nella famiglia.
E quindi dover fare figli la intendo come una necessità ma per chi vuole raggiungere un determinato obiettivo che è quello di avere questa famiglia numerosa. Io invece non credo sia una mia necessità. Non so se sto dicendo una cosa giusta o meno, però la vedo più come una strada ecco, più che una necessità. Ci sono persone che compiono quella strada e ce ne sono altre che invece scelgono di cambiarla e non compiono lo stesso cammino.
Le considerazioni che mi hanno spinto a non voler intraprendere una gravidanza sono più egoistiche che altro perché ho paura dei cambiamenti, soprattutto dei cambiamenti del mio corpo. E quindi l’idea di guardarmi allo specchio e non piacermi per quelli che saranno nove mesi di gravidanza più il post-gravidanza, so che mi farebbe odiare anche la persona che uscirebbe da me. E quindi è una cosa molto egoistica da dire, ma non saprei quali altre ragioni poter dare. Quindi sì questo, è più una ragione egoistica di amarsi.
Io attualmente sono quasi convinta di amare il mio corpo e andare in mezzo di nuovo a altri cambiamenti mi porterebbe a odiare o comunque prendermela con chi non è responsabile.
La mia convinzione di non essere madre si è costruita nel tempo. Fino alle scuole medie, se mi chiedevi cosa volevo fare da grande, cioè il mio futuro, il mio progetto di vita era sposarmi a ventiquattro anni, fare un figlio entro i ventinove-trenta, ma perché mia madre si è sposata a ventiquattro anni e io sono nata dopo cinque anni di matrimonio. Quindi era il modello da seguire nella mia testa. Poi quando ho iniziato a leggere e a capire che il ruolo di una donna non era solo quello di sposarsi e fare figli, piano piano ho maturato l’idea di essere altro, oltre che una mamma. Anche perché poi, forse sarà una cosa stupida, ma ho visto nascere tutte le mie cugine e sorelle: bello tutto, i primi cinque minuti, poi basta, poi ognuno torni a casa sua.
Allora, l’adozione mi è balenata nella mente, ma più che altro perché mi piacerebbe aiutare… anche l’affidamento, che è ancora più doloroso dalla parte dell’affezione. Ma lì il discorso è sempre quello di aiutare qualcuno, non è tanto di, secondo me, fare la mamma. Ovviamente tutto il mondo dell’adozione comporta il fatto di diventare genitori di una persona, però sì, mi piacerebbe adottare, ma non per fare la mamma, per aiutare. È un concetto strano, non so come svilupparlo. Allora, se non vivessi nello stato economico in cui si vive adesso, adotterei, e lì sì, farei la mamma. Però non lo vedo come una voglia di vivere la maternità e di vivere poi tutto il… non lo so.
Io per continuare gli studi ho lasciato il mio paesino e sono venuta qui a Roma, quindi non sento più di dover seguire delle imposizioni sociali del paese, diciamo. Anche se chi se ne va riceve dei pregiudizi e giudizi diversi rispetto a chi è rimasto, soprattutto se si parla di persone più anziane. Però secondo me qualcuno crede che ancora sia un passo necessario da fare, perché si vede nelle famose domande delle zie che non vedi mai: “Quando ti sposi? Quando ti laurei? Quando fai un figlio?” Diciamo che io ancora non sono arrivata a “Quando fai un figlio?”, però il “Quando ti sposi?” c’è. Quindi secondo me è ancora uno step successivo, essendo un paese molto tradizionalista, la domanda sarà successiva al “Quando ti sposi?”.
Allora, i miei suoceri… diciamo che con me non lo dicono, perché rispettano le mie idee, ma ogni tanto qualche battutina al mio ragazzo scappa, ma lui risponde che comunque non ci sono i soldi per fare un bambino, quindi non sono molto insistenti. Viviamo in un ambiente abbastanza, forse, non dico protetto, ma forse anomalo rispetto a quello che ci si aspetta dallo stereotipo che si ha del Sud, o comunque dei piccoli paesini di provincia.
Io vivo con il mio ragazzo da due anni quasi e stiamo insieme da dieci, come i veri terroni, diciamo. Il discorso è uscito, soprattutto ultimamente sta uscendo di più, ma perché lui ha già un lavoro, quindi sta capendo più o meno come vivere la vita da adulto. Anche lui è convinto di non volere figli, ma lui solo per un valore – è brutto da dire… per un valore economico che comportano i figli, soprattutto per il momento attuale di crisi economica che viviamo, che vive l’Italia, ma che vive tutto il mondo. E quindi è questo che lo spinge di più a non volere un figlio o una figlia, rispetto al mio senso egoistico di non volerne.
Il tema della genitorialità inizia ad uscire nel mio gruppo di amici, perché sono tutti più grandi di me. Io sono la più piccola, sono del 2000 e il più grande è del ’96, quindi siamo tutti in questo range. È iniziato a entrare questo discorso e in qualche modo io sono felice per loro, ma sono anche felice per me di non voler partecipare. E vedo i miei amici che sono pronti a fare questo passo, se non fosse per tutto il contorno socio-economico in cui viviamo. Li vedo pronti, sono felice, ripeto, voglio fare la zia, ma non la mamma. Quindi nonostante questo discorso esca, io sono sempre quella che sta un po’ sulle sue, che non parla, ma perché parlando so che qualcuno dirà “tanto poi cambi idea”. Ma sono arrivata a… non dico di conoscere il mondo, dico di non conoscere nemmeno il mio futuro. Però se da un po’ di anni dico convintamente di non voler affrontare una gravidanza, di non voler fare la mamma, non capisco perché poi dovrei cambiare idea.
Le persone che intorno a me spingono per il sì, per avere una prole, lo fanno secondo me per un senso di eredità, ma non solo eredità materiale, ma anche di valori e di pensieri. Anche se sono convinta che non c’è bisogno di procreare e dare la vita per lasciare un’eredità in una persona, soprattutto se si parla di altruismo, gentilezza, modo di vivere, basta anche solo il dialogo per lasciare un segno in una persona in un modo anche diverso.
Ho cercato dei termini per capire se si possa descrivere una persona senza figli, perché a casa mia conosciamo solo la parola “zitella”, però anche quella non indica per forza una persona senza figli, ma una persona semplicemente non sposata o senza un compagno o compagna. Ho cercato in giro, ho chiesto a Google perché non avevo nessun altro, ma perché a casa mia credo non si sia mai usato un termine dispregiativo per indicare una persona senza figli. Quindi questo manca nel mio vocabolario personale, quindi ho cercato su Google ed è uscito “scaura”, però non so se la pronuncia è giusta, che indica una donna senza figli, ma più in senso negativo perché significa proprio “sterpi”. E quindi oltre a indicare una donna senza figli indica proprio una persona sterile.
Qualunque sia la scelta che una persona compie, di qualunque genere, deve essere sempre fatta sia nella libertà di se stesso, quindi delle proprie idee, dei proprie pensieri, ma anche della libertà dell’altro, rispettando quelli che sono i limiti e le proprie capacità, senza un’imposizione dall’alto.»
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