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Donata, Laura e Lorenza vivono in una comunità monastica del Casentino, fondata sulla preghiera e sul lavoro che si apre al mondo esterno senza reticenze anche nell’affrontare i temi proposti da Lunàdigas.

Ecco la trascrizione completa del video:

Laura: «Abbiamo scelto di non farci riprendere nella casa o comunque con noi protagoniste in primo piano per due motivi, uno perché vogliamo che siano le nostre parole più che i nostri volti a parlare, quindi la nostra vita, la nostra esperienza più che l’immagine che possiamo dare, seconda cosa un desiderio di semplicità, di essenzialità che l’immagine può non dare perché è più soggetta a interpretazioni, da una certa visibilità, un’ostentazione e noi invece vorremmo che sia una cosa semplice. L’idea di raccontare un po’ della nostra esperienza è nata da un incontro, tra l’altro in cui non ci conoscevamo faccia a faccia, forse anche questa modalità di parlarci dice un po’ come è nato l’incontro, la nostra esperienza quello che stiamo vivendo, sperimentando, cosa stiamo pensando. ».

Donata: «La voce è una voce comunitaria quindi non mi interessa il primo piano, voglio che le nostre voci siano la voce di una comunità e quindi penso che questo lo renda meglio in fatto di ascoltare e non di vedere.».

Lorenza: «Noi siamo tre persone precise diverse, molto diverse anche di carattere, di formazione, di storia però abbiamo scelto di vivere insieme, pensando che c’è un qualcosa che possa accomunarci, che possa rendere la nostra vita più ricca in vista sia di un ideale sia di un cammino fatto insieme, per cui anche i diversi caratteri non bloccano, anzi fanno crescere il cammino insieme, la comunità vuol dire questo: tre persone diverse accomunate da un ideale, per noi la vita più che un ideale è un fatto molto reale, molto concreto, una vita per il Signore, noi siamo cristiane cattoliche che hanno scelto di vivere insieme una vita comunitaria. Noi siamo una comunità monastica, quindi una comunità particolare e siamo monache particolari, di questo siamo consapevoli, è una comunità molto semplice, nuova. Viviamo in questa canonica, come si può sentire, attaccata ad una chiesina nel Casentino. Una comunità monastica quindi fondata sulla preghiera comunitaria e personale, fondata sul lavoro, ci manteniamo con il lavoro delle nostre mani, non siamo collegate ad una congregazione particolare, siamo noi tre.

Questa è tutta la comunità quindi abbiamo bisogno di lavorare per mantenerci, fondata anche sull’ospitalità. Siamo arrivate da poco in questa casa, quindi non siamo ancora in grado di ospitare delle persone, c’è una parte della casa che dobbiamo ancora sistemare, ma la nostra ospitalità vive di due polmoni: ospitiamo chi viene a trovarci, come voi, ad incontrarci, ma siamo anche ospitate, siamo ospitate dalla gente che abbiamo incontrato qua intorno, siamo ospitate dai nostri vicini che ci hanno aiutato ad inserirci nel territorio, siamo ospitate dagli incontri che facciamo, quindi è una comunità monastica che vive fondata su questi elementi: la parola di Dio, la preghiera, la meditazione del Vangelo e della Bibbia, fondata sul lavoro e sulla vita fraterna che si apre all’ospitalità, quindi l’accoglienza di cui ha fatto esperienza anche Lunàdigas, proponendoci di intervenire su questo tema.».

Donata: « È stato un incontro personalmente accolto con interesse e curiosità. Interesse perché poteva essere di stimolo, e lo è stato, per un’ulteriore discussione anche tra di noi su questi temi. È già diverso tempo che noi stiamo riflettendo, e non sarà nemmeno l’ultima volta, e quindi è tutto per una crescita formativa della comunità e poi una curiosità perché sicuramente esula dai canoni nostri classici, quindi un incontro molto particolare e quindi stimolante. ».

Laura: «Per me era un’incognita, ce ne ha parlato Lorenza, lei è stata il tramite della conoscenza, c’era interesse perché questo discorso della femminilità è un discorso che ci tocca molto, mentre parlavamo con te quando ci siamo conosciute, essere donne e donne religiose è ancora una sfida ulteriore dell’essere donne nella nostra società perché portiamo sulle spalle il bagaglio di una tradizione, di un modo di vedere le suore, le monache che ci ha portato sino a qui, ma che adesso va rielaborato, riaggiornato, rimesso in discussione, e quindi anche confrontarsi su questo discorso della femminilità, di confrontarci con altre realtà che parlano della femminilità nelle sue sfaccettature è sempre bello. Ogni incontro porta un’incognita. Riusciremo a farci capire? Riusciremo a raccontare quello che siamo senza snaturarci? Riusciremo a dire quello che siamo senza apparire quello che non siamo? Forse anche questo legato all’immagine, come dicevo all’inizio, apparentemente la cosa più vera, più immediata, però da anche luogo a tanti fraintendimenti e quindi questa era l’incognita più grossa che c’era. Ecco dire ci capiremo? Riusciremo a far capire quello che siamo senza di più o di meno. Per me è sempre importante un confronto su questi temi, perché nel confronto impariamo a dirci e ad ascoltare anche chi magari vive la stessa cosa ma magari in modo molto diverso. Ho accolto benevolmente questa cosa.».

Nicoletta: «Vi ha stupito che io vi raccontassi che era stato difficile trovare suore che volessero parlare dell’argomento della maternità? Lo comprendete, sono stata io che non ho saputo cercare, perché?».

Laura: «No che non ci ha stupito, non vorremmo dare un’immagine falsata della cosa, noi che conosciamo un pochino perché poi non è che lo conosciamo benissimo, questo mondo di suore e di monache sappiamo che dentro ci sono persone in gamba che hanno voglia di riflettere, però capiamo anche che non è facile raggiungerle, non è facile incrociare questi mondi, queste realtà perché sono poco conosciute, perché a volte i canali normali per contattarli non arrivano, sono un po’ diversi quelli per arrivare a loro, a queste persone ci arrivi per conoscenza (non a caso prima ti abbiamo parlato di figure) da fuori è un mondo, anche per fortuna, si fa poca pubblicità da una parte, e dall’altro vive i suoi ritmi, forse la parte più negativa o più difficile, è un mondo difficile da incontrare incrociare da stimolare a venire fuori e mettersi in dialogo. Non ci stupisce.».

Lorenza: «E forse non ci si pensa neanche all’interno delle comunità religiose, delle suore, a riflettere su alcune tematiche che oggi come oggi anche stimolati da un cambiamento sociale è importante fare, e quindi… anche noi ci troviamo spesso, quando ce ne è data l’occasione a stimolare delle riflessioni, magari a livello soltanto di domande o di provocazioni però così sistematico non è ancora arrivato. E’ ora di iniziare ma sarà cammin facendo che si svilupperanno riflessioni, magari anche con la ventata di novità che si sta vivendo all’interno della Chiesa. Adesso c’è tutto un movimento più propenso a riflettere sul ruolo della donna, della suora, della religiosa all’interno della Chiesa; anche da provocazioni proprio esterne che guardando, guardandoci si interrogano e quindi portano ad indagare, quindi la domanda porta a un sapersi dire e quindi doversi comunicare per quello che si è, quindi potrà essere da adesso in avanti anche un interessante dialogo, discorso. ».

Nicoletta: «C’è nuova messa a punto donna-Chiesa?».

Donata: «Ci si prova in diversi ambienti, penso a tutto il lavoro che hanno fatto le teologhe femministe, ancora non è molto conosciuto purtroppo e molto ascoltato, però è stato fatto un lavoro grossissimo a questo livello, si cerca di approfondire a più livelli nella Chiesa cattolica italiana. Poi ci sono delle piccole comunità che incominciano a riflettere in questo filone, che cercano… speriamo di continuare, di approfondire sempre di più. ».

Laura: «La cosa, l’obiettivo bello, l’orizzonte a cui arrivare l’orizzonte è questa parità, forse non è il termine giusto, ma questa capacità di stare insieme e di completarsi a vicenda, uomini e donne nella chiesa. Tutto questo perché? Noi abbiamo nella scrittura, nella Bibbia una pagina che è difficile. Oggi leggere così perché abbiamo un retaggio del passato in cui l’abbiamo letta in modo diverso in cui ci parla di un Dio che ha creato l’uomo e la donna a sua immagine, quindi la lettura femminista dice, se Dio ha creato uomo e donna a sua immagine vuol dire che in Dio c’è tanta maschilità quanta femminilità e questo è un discorso che ancora oggi, nonostante le teologhe, le bibliste femministe lo dicano da anni, ma per noi stesse, non parlo di cose trascendentali, noi lo abbiamo scoperto da poco e quando abbiamo incontrato amiche teologhe femministe che ce ne hanno parlato a noi sembrava una cosa… e loro sono anni, decenni che parlano di questa cosa. Quando nel nostro immaginario Dio è maschio, possibilmente con la barba bianca, bianco, ma è un Dio che è anche femmina perché noi siamo creati a sua immagine, uomini e donne, vuol dire che per forza io e un altro uomo siamo compagni, siamo complementari, perché proveniamo da Dio.

L’uomo è immagine di Dio quanto io sono immagine di Dio, da questo ne discende che nella Chiesa non è che lui è un pelino sopra di me e io sono sotto perché prima ha creato lui e poi dalla costola dell’uomo ha creato la donna, anche questo biblicamente ormai è stato rivisitato con la conoscenza dell’ebraico, con la scienza esegetica, la riflessione è stata approfondita, non si può più dire così, ma proprio che c’è questa complementarietà. Tutto questo dovrebbe essere riflesso anche nella comunità dei credenti formata da uomini e donne, altra cosa – poi magari do anche la parola a loro – tutto questo crea una rivoluzione di pensiero e di linguaggio perché quante volte entriamo nelle nostre chiese e fratelli sembra che si parli solo ad un auditorio di uomini e invece siamo fratelli e sorelle, anche questo, non è una rivendicazione, ma di un dire, il linguaggio dice una presenza, un riconoscimento della tua identità, quindi non ci sono gli solo uomini, non solo cristiani ma anche cristiane, siamo un insieme di fratelli e sorelle create ad immagine e somiglianza di un Dio che ha dei tratti maschili e dei tratti femminili, per quanto si possa balbettare di Dio, ecco. Sarebbe bello che la comunità cristiana oggi dicesse anche tutte queste evoluzioni che… e l’altra cosa bella è che sono state provocate da un modo di vivere la società, il femminile prima di tutto, questo noi lo troviamo veramente bello, cioè il discorso a volte per noi credenti è che noi insegniamo al mondo la verità, invece io trovo che in questo caso sono stati dei cambiamenti sociali che hanno portato all’interno della chiesa a ragionare a interrogare la propria fede in ordine a questi cambiamenti per trovare nella scrittura, nella propria fede delle risposte che, guarda caso, erano già lì ma che chiedevano gli occhi nuovi che la società ci ha dato per vederli, questo è bellissimo. ».

Lorenza: «Quindi non c’è una rivendicazione, come potrebbe pensare qualcuno ma, come diceva Laura, un riconoscimento del femminile e quindi la ricchezza che può portare un pensiero non soltanto un’azione, perché sappiamo quanto servizio possono fare anche i vari istituti religiosi, però è anche un riconoscimento del pensiero, quindi del contributo che può dare anche una donna a livello pensante al formare questo… la Chiesa cosa è? Il corpo di Cristo, quindi vuol dire che siamo tutti uomini e donne quindi per far crescere questa maturità cristiana, che non si ottiene mai una volta per tutte, serve l’apporto di tutti a livello proprio di pensiero.».

Donata: «Non ho niente da aggiungere, sono d’accordo!».

Nicoletta: «E sull’omosessualità?».

Laura: «Di questo siamo senz’altro debitori alla Chiesa Battista che abbiamo incrociato nel nostro cammino comunitario. Una chiesa aperta che riflette in modo serio su questa realtà perché una difficoltà oggi, anche per il contenuto, per la lettera della Bibbia, perché anche la Bibbia va interpretata, una delle difficoltà oggi è essere credente omosessuale, perché l’omosessualità è frutto certamente di una cultura, frutto di una storia, nella Bibbia è condannata se noi la prendiamo alla lettera. Tutto questo pesa su un vissuto di Chiesa che ha sempre letto, soprattutto la Chiesa cattolica che ha letto l’omosessualità come qualcosa al massimo da tollerare, ma non da esercitare. Quando abbiamo incrociato la Chiesa Battista abbiamo visto un pensiero, un modo di pensare, di leggere la Bibbia anche per aprirsi a queste persone, più o meno credenti, perché anche questo… per accoglierle, per capirne il vissuto, il loro tipo di amore e a rifletterci insieme. Questo per noi all’inizio non è stato semplice da assumere, perché ognuno arriva con il suo bagaglio, per poi capire perché anche su quello la Bibbia va interpretata, conosciuta, letta in modo serio, non in modo superficiale.

Bisogna proprio incontrare l’altro, il fratello, la sorella omosessuale, proprio alla luce della parola di Dio, cogliendo l’amore che questa persona vuole vivere e non dicendo puoi viverlo sino a qui e oltre qui no, ma lasciandosi provocare e interrogare. Che diritto ho io di dire il tuo amore è sbagliato, il mio è giusto. Prima di dirlo devo prendermi per lo meno la scomodità di ascoltarti, ma ascoltarti nel profondo, e molto spesso arrivi a dire come posso io dire che è sbagliato.

Dio stesso non si permette di dire sbagliato, o è deviato o è malato. E tutto questo supportato da conoscenze, tutto questo ti porta a fare un lavoro serio di conoscenza delle strutture psicologiche, antropologiche, le scienze umane, non ti puoi accontentare di mettere un bollino sulla persona alla luce di un passo biblico e basta, tutto questo se tu vuoi davvero incontrare il fratello o la sorella, anche in questa differenza profonda anche nel suo modo di amare, ti sollecita a una serietà anche nel conoscerlo e nel volerlo accettare e ascoltare.».

Lorenza: «Anche perché quello che dovrebbe muoverci, in quanto cristiani, non è tanto la morale, ma quel principio di incarnazione per cui Gesù Cristo è venuto ad annunciarci un amore diverso, un amore altro, quindi anche in base a questo principio, in quanto cristiani, dobbiamo saper cogliere anche amori che sono differenti dai nostri schemi, dalla nostra storia, dalla nostra cultura, quindi c’è una riflessione seria che non possiamo non fare, questo implica indubbiamente una fatica a dovere scardinare idee, preconcetti, è questo anche il bello di una crescita non solo umana ma anche cristiana cioè un continuare a oltrepassare i propri schemi, i propri pregiudizi i propri preconcetti.».

Nicoletta: «Come un abbattimento dei tabù! ».

Laura: «Certo, che li abbatti nel momento in cui, e questa è la grande rivelazione della Bibbia, guardi non tanto il valore ma l’altro. L’unico valore che c’è nella Bibbia è l’altro, è la vita dell’altro. Quindi se tu ti apri alla vita dell’altro e la prendi sul serio, la ascolti, la accogli, la conosci, la custodisci anche, questo è il grande insegnamento che Dio ha fatto con noi ma che ci chiede di farlo tra di noi, perché è questo il modo in cui Lui fa arrivare questo messaggio a tutti, quindi anche con queste persone. Non c’è il valore ma c’è l’Altro nella Bibbia.».

Nicoletta: «Era la paura a fermare questa possibilità di conoscenza e di apertura, sono delle paure?».

Laura: «Sì, paure e anche abitudini, perché poi, almeno io vengo da una storia molto normale, non posso dire di aver avuto paure, io penso che sono pensieri, concetti che per abitudine tramandiamo come un sapere consolidato e inattaccabile. Ci prendiamo poco la briga nelle nostre Chiese, ma anche nelle nostre comunità di lavorarci su questi concetti, su queste credenze alla luce del Vangelo. Del resto sono le difficoltà che ha avuto Gesù. Si è sempre fatto così e invece il fatto di dire si è sempre fatto così si, ma adesso alla luce della vita, di quello che comprendiamo da quello che viviamo, la parola di Dio ci dice così ma anche cosà perché è Parola Viva che anche per oggi mi dice qualche cosa di, mi insegna qualcosa di nuovo. La fede cristiana non è un pacchetto preconfezionato che vale per tutti i tempi, è un messaggio di vita che ci viene dato e che va aggiornato sulla vita di tutti i giorni, di tutti i tempi con le conoscenze che abbiamo insieme, è bello farlo insieme, proprio per rispondere alle domande che la vita ci pone. Questo, è un aggiornamento continuo quindi più che paura a volte è anche l’abitudine, la pigrizia. Poi certo dietro c’è sicuramente la paura, è faticoso aggiornare, è più comodo dire è così, si fa così, è più rassicurante.».

Donata: «Si scombussolano tante cose, quindi indubbiamente la paura c’è, tu hai un qualche cosa in cui hai messo una tua sicurezza, è buono!, nella Chiesa cattolica la vediamo molto questa difficoltà di aprire di interrogarsi su tanti temi della vita. Adesso mi sembra di vederla un po’ questa apertura, con questo nuovo Papa che cerca di leggere queste realtà, però il cammino è lungo.».

Nicoletta: «Vorrei chiedervi… ed il Concilio Vaticano Secondo?».

Laura: «Una delle cose belle del Concilio, che abbiamo detto in altro modo anche prima, è per esempio cercare… quando il Concilio Vaticano II, tra il ‘59 e il ’63, indetto da Papa Giovanni XXIII è stato davvero un Concilio rivoluzionario di cui ancora adesso non, cioè Papa Francesco ci sta provando a concretizzare alcune conseguenze, innovazioni di questo Concilio. Tante cose che ci sembrano nuove vengono da lì, Lui è un figlio del Concilio. Tanti ci hanno provato in questi anni però tante innovazioni sono poco passate, hanno preso poco piede. Una che mi viene in mente è la bellezza di avere superato questa contrapposizione Chiesa – mondo, noi venivamo anche da una storia in cui il mondo era cattivo, la Chiesa era buona, sto banalizzando un po’, la Chiesa portava la luce che è Cristo al mondo che è nella tenebra per illuminare il mondo. Una delle acquisizioni bellissime del Concilio è dire no, anche dal mondo viene… camminiamo insieme, non siamo contrapposti, anche noi credenti viviamo, siamo nel mondo e siamo immersi in questa realtà e spesso la luce camminando insieme ci viene anche dal mondo, da persone di buona volontà che magari non frequentano la Chiesa, ma che ci aiutano a vivere il Vangelo, a vivere questa luce e a custodirla, anche se magari non credono o non sono cristiani… Non sentire il mondo come nemico ma compagno di viaggio questa è una delle acquisizioni bellissime che, come diceva Donata, in una Chiesa che ancora si serra sulle sue posizioni non è così acquisito; questo sguardo simpatico nel senso del termine, di passione, di compagnia col mondo.».

Lorenza: «Un’altra cosa interessante che potrebbe essere da stimolo per una riflessione femminile all’interno della Chiesa è anche riconoscersi come popolo di Dio, quindi si abbattono tutte quelle barriere gerarchiche che portano a io sono superiore a te quindi ti devo dire cosa fare. Questo è importante sia a livello di struttura dove sembra sempre che i consacrati, quindi chi fa una determinata scelta sia superiore a chi non la fa, cioè che il religioso sia superiore al laico così detto in terminologia tecnica a livello ecclesiale, oppure il prete è superiore al laico o alla suora. Tutte queste barriere, il Concilio ha fatto una grossa riflessione per dire si è tutti popolo di Dio in cammino verso il Regno, quindi ciascuna scelta di vita è scelta fatta per il Regno di Dio, per la costruzione di una società che vuol essere sempre migliore, non contrapposta alla società civile ma perché possa essere fermento all’interno di una società civile. Possa dare sapore, sguardo alternativo; questo anche per la questione femminile potrebbe essere interessante perché non c’è distinzione, siamo assieme popolo di Dio in cammino, ciascuno può portare una sua particolare visione quindi arricchimento a questo cammino fatto insieme.».

Donata: «Poi anche l’apertura che c’è stata con il Concilio Vaticano II sulla Parola di Dio. Tutte le cose che abbiamo detto vengono da una riflessione in quegli anni in cui si è dato ascolto alla ricerca esegetica, alla ricerca di una lettura della Parola di Dio che è in dialogo stretto con la vita, quindi c’è un’interpretazione della Parola di Dio, non è Parola fondamentalista, tu leggi una cosa ed è quello ma la interpreti con la vita, quindi un ascolto sempre dinamico. Questo è un altro apporto grosso del Concilio, di cui ha fatto tesoro la teologia femminista.

Nicoletta: «Mi sbaglio o è poco comunicata?».

Donata: «E’ ancora poco comunicato… sono ancora poco comunicate tutte le aperture che il Concilio Vaticano II ha dato, e lì io credo ci sia stata la paura della Chiesa di ascoltare questa profezia, una apertura c’è stata non si può dire di no, però poi si sono chiusi alcuni settori su quello che su quello non ci piove, resta così e basta. Sarebbe necessaria un’ulteriore apertura senza paura, anche perché, come diceva Laura, è la società che ci interroga come Chiesa su tantissime cose, problemi. Questo ci deve portare a rileggerci come Chiesa per dare delle risposte nuove, delle risposte che leggono la Parola di Dio, come stanno facendo anche i Battisti, gli eventi che si vivono li rileggiamo alla luce della Parola di Dio quindi non possiamo più dare risposte stereotipate frutto di una riflessione prima del Concilio, però non sono più risposte per quello che viviamo oggi.».

Donata: «Abbiamo risposte diverse, quindi comincio io. Io sono convinta di una cosa, che nella maturità di una persona interviene a un certo punto questo desiderio di maternità, il problema è come una lo vuole vivere, quindi andare al senso di quello che è la maternità. Secondo me il senso della maternità come della paternità è di far crescere l’altro per quello che è. Quindi mettersi in ascolto, aprire alla libertà dell’altro, cose che non sono mai semplici! Per me ci può essere una maternità fisica che non approda alla maternità, come ci può essere una non maternità fisica che approda alla maternità in questo senso… noi siamo nubili, abbiamo scelto di non avere figli però esercitiamo la maternità in altro modo. La nostra maternità si apre a altre situazioni, verso la vita comunitaria, verso quelli che incontriamo, non a caso nella vita religiosa sono stati elaborati questi termini di maternità e paternità spirituale, proprio perché si vive in altro modo questo tipo di maternità, pur facendo un’altra scelta. ».

Nicoletta: «Lo sapevi da sempre?».

Donata: «Io avevo davanti anche questa prospettiva.».

Nicoletta: «Quella della maternità biologica?».

Donata: «Però percepivo che non era la mia, non era quello che io volevo vivere nella vita, per cui prima l’ho percepita come fraternità da vivere entrando in comunità, poi l’ho percepita anche come maternità, però vissuta in altro modo.».

Nicoletta: «Tu hai un pensiero riguardo alle donne laiche che non hanno avuto figli?».

Donata: «Come dire? Penso sia una scelta possibile, sia che una persona scelga di non avere figli, ci sono due cose, persone laiche che non possono avere figli, li vorrebbero penso che questa riflessione sulla maternità da vivere in altro modo le possa aiutare, però anche le persone che scelgono di non avere figli, a 20, 30 anni, penso che nella vita poi venga fuori quello che magari non chiamano desiderio di maternità, però si vede che si mettono a fare delle cose in cui esercitano una determinata cura, un’apertura un ascolto dell’altro, un confronto che fa crescere l’altro per quello che è. Questo è quello che io penso, non è una riflessione solo su chi sceglie la vita religiosa ma la penso per laici e laiche che fanno questa scelta.».

Laura: «Anche io sono abbastanza d’accordo con quello che diceva Donata. Aggiungerei a quello che lei definisce sentirsi madri, io lo chiamerei una fecondità, penso che ogni vita ha dentro questo desiderio di vivere e di donare vita, che non necessariamente… perché il bagaglio culturale che ci portiamo è che per tu per essere donna devi generare e quindi essere madre biologica, confondendo la vita con la biologia, ora si può essere feconde non solo di vita biologica, una cura, ma non solo dell’altro, lo dicevamo mentre discutevamo, anche nel lavoro, nelle proprie passioni, nel proprio modo di vivere, perché magari un medico possiamo capire che… ma magari una fa un lavoro più semplice, magari la segretaria ma è materna con le sue compagne di lavoro, è materna nei confronti delle amicizie che ha… per maternità intendo, perché questo si penso sia insito in noi altrimenti moriamo, ci secchiamo, di donare vita, di donarsi all’altro. Anche qui senza snaturarsi perché anche questo è l’errore che abbiamo fatto, nel settore religioso ancora di più, ti devi dimenticare per servire l’altro, anche questo non è un insegnamento evangelico, tu ti devi donare all’altro, ma se hai qualche cosa da donare, se sei un sacco vuoto che doni? Frustrazione?

Anche la fecondità di vita è questo quindi generare vita per l’altro, generare l’altro alla vita, anche questa è maternità. Nella mia esperienza l’ho visto, arriva questo scatto non matematico, tu senti che sei chiamata nella vita a prenderti cura dell’altra, non ti basta solo essere felice, fare le tue cosine, ma che la tua felicità è legata anche a quella di chi ti vive accanto. Quello che dico anche a loro è che in comunità non siamo solo sorelle le une delle altre ma siamo anche madri le une delle altre e questo, secondo me, dice la qualità di una comunità in cui non c’è una madre sola, la responsabile e le altre sono le sue piccoline, ma se noi siamo madri l’una dell’altra questo è molto più fecondo, più bello, ti fa maturare di più. Non vuol dire essere solo e sempre madre. Per me personalmente a volte è più imparare a fare la figlia che la madre, per il mio carattere, a dire mi faccio accogliere dall’altra anche nella mia fragilità, nel mio dire portatemi voi che io ho un momento che non ce la faccio. E’ bello vivere queste due cose, maternità ma anche dire siate voi madri per me perché ho bisogno che mi aiutate la vita che ho dentro e che in questo momento magari fatica.

La chiamerei fecondità di vita che come diceva Donata, non è solo biologica, assolutamente. Per esempio, anche venendo qua abbiamo fatto esperienza di una coppia che ha addirittura perso un figlio, un’esperienza di maternità e paternità interrotta bruscamente, e che loro vivono in modo drammatico, ma che non li ha chiusi, per noi loro sono come degli altri genitori, non solo con noi, hanno un sacco di relazioni. Loro si prendono cura, si può dire che loro sono padre e madre, la loro generazione biologica è interrotta, era un figlio unico ed è morto, eppure loro… cose che noi diciamo in punta di piedi e a loro lo facciamo sentire perché queste sono ferite della vita che non puoi andare a dirgli “Non ti preoccupare perché adesso sei mio padre e mia madre”, è estremamente delicato, però di fatto loro vivono una genitorialità pur senza avere un figlio che è veramente bella, che dà veramente tanta vita. ».

Lorenza: «Quando ci siamo trovate a pensare su questi argomenti… ci accomuna questa riflessione, magari le sfaccettature e i punti di partenza sono magari differenti. In questo periodo mio personale di vita mi trovo a riflettere più sulla componente di sororità che di maternità, nonostante il concetto di cura anche per me molto importante, nella vita di comune ma penso anche nella vita di chiunque, non lo vedo strettamente connesso al termine maternità. Si può avere molta cura semplicemente vivendo una sororità, maternità, come diceva Donata, generare vita ma non solo biologica, tu facevi la domanda su persone laiche che decidono di non aver figli, sì, è assolutamente possibile e si può essere anche stimolo di riflessione profonda, non solo consolatoria, anche per quelle donne che pensano che una realizzazione ci possa essere soltanto nella maternità; ci può essere realizzazione dell’essere donna anche generando vita a livello lavorativo, di pensiero politico, o sociale.

Mi trovavo anche a riflettere per quanto riguarda il nostro specifico stato di vita in quanto nubili, noi viviamo un vuoto di un determinato tipo, questo vuoto purtroppo a livello religioso di solito è stato riempito soprattutto per noi donne, noi non eravamo sposate però eravamo le spose di Cristo, lo siamo tuttora nella concezione comprensione popolare del “Tu sei la sposa di Cristo”, no, se io ho fatto un certo tipo di scelta, se ho deciso di non sposarmi non vedo perché proprio Gesù Cristo deve… la rispetto più di tanti altri, un vuoto positivo, non negativo, un vuoto che non necessariamente deve essere riempito con le classiche frasi tu ottieni un di più, se scegli la vita per il Signore, otterrai un premio già adesso, no, perché questo ti mette nella condizione, come dicevamo prima, di un di più rispetto a chi questo tipo di scelta di vita non l’ha fatta. Se vogliamo essere onesti e quindi considerarci tutti sullo stesso piano di ricchezza a cui Dio ci chiama forse anche noi che scegliamo un tipo di vita celibataria dovremmo conservarlo questo vuoto, un vuoto che non bisogna per forza riempire nè con il di più, nè con il dire in quanto sposa di Cristo hai scelto lo sposo migliore.

Se tu mantieni questo vuoto sei chiamato innanzitutto a riconoscere di aver scelto di vivere un amore altro che ti porta a vivere l’amore in maniera diversa dall’amore coniugato e d’alta parte curare questo vuoto ti porta a riconoscere la ricchezza che altri tipi d’amore possono comunicare, dalla ricchezza di un amore di coppia eterosessuale ma anche omosessuale. Tutti viviamo sfaccettature di quell’amore incomprensibile che è quello di Dio.

Se viviamo questo vuoto senza doverlo riempire con il di più forse saremo anche più in grado di ascoltare altri tipi di amore che ci possono comunicare tanta ricchezza. Mi piaceva riflettere un po’ anche su questo anche nei termini di quel vuoto, che per noi cristiani è incomprensibile, che è il vuoto della tomba nel momento della morte di Gesù che però chiama ad una resurrezione, se vogliamo credere alla resurrezione dobbiamo credere che quella tomba sia vuota, se vuoi credere ad un amore diverso devi credere che quel vuoto ti rimane dentro in quanto scelta di vita celibataria, non puoi riempirlo, surrogarlo con altri tipi di amore, sublimando l’amore per Dio. Rimane un amore per Dio ma non è sublimato. Quindi un vuoto che rimane positivo, una tomba vuota che ti apre alla resurrezione, non una tomba vuota su cui deprimersi. ».

Laura: «Che poi è anche un vuoto, mi veniva in mente mentre parlavi… è anche un vuoto che ti rende attenta ad altri vuoti. Il fatto di non avere figli, tu puoi vivere per una fecondità di vita, però è vero quello che diceva Lorenza, rimane questo vuoto del dire io non ho un figlio mio, non ho un figlio biologico e questo ti rende attenta magari ai vuoti che vivono altre persone, ti rende recettiva, perché se tu sei sempre piena come puoi capire, se tu non hai mai sentito la fame come puoi capire che l’altro ha fame? Gli puoi dire sopporta la fame ma tu sei piena…

Se invece questo vuoto lo guardi in faccia in modo serio, bello come diceva lei, non per piangerti addosso, vivendo il tuo essere donna con questo vuoto sei più attenta al vuoto dell’altro, ti sintonizzi più facilmente.».

Lorenza: «Forse puoi dire una parola più credibile a un laico. Perché poi, alla fin fine, ciascuno di noi uomo o donna dovrà fare i conti con un vuoto dentro che si porterà dentro, nella solitudine profonda che vivremo anche nell’ultimo atto della nostra vita. Saremo chiamati tutti a vivere questa dimensione di vuoto, di solitudine, in questo senso può essere una vita profetica nel senso che può dire qualcosa, come per noi celibi l’amore di vita coniugale può dirci qualcosa dell’amore di Dio, noi celibi possiamo dire qualcosa di quello che stiamo vivendo noi in quanto amore. Non è che con la morte finisce tutto ma c’è un tipo di relazione, di amore più grande che trascende qualsiasi vuoto, qualsiasi solitudine e qualsiasi morte.».

Nicoletta: «Detto tutto! Mia mamma diceva sempre la prossima volta che nasco invece di mettere al mondo dei figli, di badare al marito e così, farò la suora, diceva bene? ».

Laura: « Sì, perché c’è un po’ questa idea nella nostra mente, nella mente comune, di dire la suora si occupa di Dio e non ha da fare con tutte le beghe con cui una donna di famiglia… poi noi potremmo dire quello che accomuna la tua mamma a noi, te, Gioia e per tutte noi è proprio il fatto di essere donne, donne che cercano di vivere la loro femminilità costruendola nelle relazioni tutti i giorni per quello che la vita gli mette davanti dal cucinare a stare dietro alla casa, al fare in modo che quelli che arrivano stiano bene, siano accolti, l’essere ascoltati perché non c’è solo il darsi ma c’è anche l’imparare a crescere ascoltando noi stesse e cercando che l’altro ci ascolti. Di fatto suore, madri di famiglia, lavoro, la fatica è comune. Certo è significativa la battuta della tua mamma perché ancora adesso c’è questo immaginario della suora che si occupa di cose altre, invece non è così, è una comune umanità, una comune femminilità quella che vive in queste forme diverse di vita, quello che sarebbe sempre più bello, non solo uomini e donne, ma sempre di più ascoltarsi religiose, laiche credenti, non credenti, perché dalla relazione viene la ricchezza più grande. Questo è il messaggio della Parola di Dio, ma il messaggio direi dell’Umanità. ».

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